giovedì 24 aprile 2014

Desiderabilissima, amarissima, bellissima, temutissima autonomia

Fra poco più di due settimane mio figlio compirà sei anni di età. Sì, un po' mi sento vecchio... Però reggo bene il colpo.

Ogni giorno la sua tendenza all'autonomia si fa sempre più marcata: dalle lementele per non poter decidere l'orario della dormita, le uscite della famiglia, l'ennesimo cartone animato, al rivendicare di essere in grado di fare cose come cucinare da solo, vestirsi di tutto punto ecc.

Intendiamoci, quando non vuol fare le cose è sempre pronto a dire che non ce la fa senza aiuto, però la sua autonomia è sempre più oggetto centrale della nostra vita.

Uno dei passi più importanti per la costruzione dell'identità è il "no". Quando un bimbo inzia a dire "no", prende avvio un processo di distinzione fra sé e la madre, un processo che - tradotto in parole semplici - sta a indicare che il bambino inizia a essere consapevole di esistere come entità, diversa dagli altri e unica. Acconsentire alle decisioni altrui non necessita di essere qualcuno, dire di no e opporre una volontà propria sì.

Vedo il mio bimbo che cresce, sviluppa amicizie e mi domando come sarà da grande, come si muoverà nel mondo. Vedo le sue strategie per spiegarsi le cose, vedo i suoi talenti, vedo come reagisce a seconda delle situazioni. E lo adoro, così piccolo e così umano.

La settimana scorsa, dopo il corso di nuoto è andato con i nonni a fare merenda. Hanno beccato un bar dove stava iniziando l'aperitivo, i nonni si sono guardati sgomenti non sapendo che cosa fare (cercavano un bar con succhi di frutta e focaccine), lui in un battibaleno aveva già preso un piattino iniziando a servirsi, a suo agio, come se l'avesse sempre fatto (e in effetti di aperitivi in giro ne facciamo assai...).

Cosa ci aspetta nei prossimi anni?

Beh, la risposta è forse proprio nell'aperitivo e negli amici. A quest'età i bambini iniziano a percepire in maniera chiara quanto il mondo sia dotato di regole, iniziano ad assimilalrle e a sapersi regolare. La psicologa Lavinia Barone riassume in cinque punti quello che accade dai sei ai dieci anni:
  1. capacità di regolazione dei propri impulsi 
  2. capacità di spostare sul piano simbolico del gioco i conflitti e la competizione
  3. lo sviluppo di relazioni amicali e il bisogno di riconoscere nello sguardo degli altri un'immagine di sé il più possibile positiva
  4. la creazione di legami di attaccamento multipli e differenziati con le figure di riferimento
  5. la comprensione, sempre più chiara, degli stati d'animo interiori
I legami di un bambino in età scolare sono importanti, sono linfa. Attraverso gli altri si cerca accettazione, riconoscimento, con gli altri si inizia a lavorare sulle capacità empatiche, a partire dalla capacità di assumere la prospettiva altrui. Se in tutto questo è il gruppo dei "pari" a essere al centro della scena, la famiglia è importante perché rende i colori della cosa, comunica i valori, costruisce l'ABC dell'espressione delle emozioni.

Io e Paola stiamo entrando in una fase in cui il rapporto con la madre cambierà, allentandosi - per così dire - in favore del rapporto con il padre e del legame con altre figure. Noi saremo entità sempre meno vicine fisicamente e sempre più ricercate emotivamente.

A che pro? È una strategia della natura che serve a fare in modo che le capacità relazionali si sviluppino in modo flessibile, che l'identità si definisca, che la dipendenza dai genitori (o comunque dalle figure di riferimento) sfumi. In sostanza tutto questo serve a raggiungere l'autonomia. Per raggiungere l'autonomia serve capacità simbolica e la capacità simbolica la si affina attraverso il gioco, il linguaggio, il ragionamento.

È bello ma anche un po' triste (me lo si conceda) se visto dagli occhi di chi fino a poco tempo fa era il re dell'universo (per il proprio figlio). In tutto questo, noi genitori possiamo spronare, accogliere, stare vicini ma il gran lavoro spetta a loro, ai figli. Quello che possiamo fare è però ostacolare ed è esattamente ciò che non dobbiamo permetterci nemmeno di pensare, a cominciare da quelle frasi del cazzo del tipo: "Ma non mi dai più nemmeno un bacino? Una volta eri così affettuoso...". La crescita è una meraviglia e nella tristezza che accompagna la consapevolezza del distacco, c'è la gioia del partecipare all'avvio della rincorsa che porterà i figli a volare, basta saperla (anzi: VOLERLA) vedere e provare. Suscitare sotterranei sensi di colpa per il semplice fatto che un bimbo cresce ed è normale nella sua crescita è qualcosa che i genitori del 2014 non possono fare.

Quando un bimbo insegna ai nonni il modo di partecipare a un aperitivo, oltre allo scatenare un sorriso, sta dicendo che è in grado di trasferire know how, sta mettendo in comune una conoscenza, sta assurgendo a un ruolo assertivo che solo qualcuno sicuro di sé è in grado di ricoprire. Mica roba da poco!

mercoledì 19 marzo 2014

La festa dei papà-minoranza

Io sono un padre non sposato, e sono un medio esempio di persona disadattata.

Non sono ricco, non sono stabile, non mangio esseri viventi, non seguo la moda, non voto quasi più, non faccio la settimana bianca, non sto nelle maggioranze.

Credo che il papa polacco si sia fatto sparare, credo che Bush abbia spedito gli aerei contro le torri gemelle, credo che Weltroni sia un agente della CIA, credo che la famiglia tradizionale sia una scelta evitabile, credo che l'orgia sia il destino naturale dell'umanità, credo che le banche siano associazioni a delinquere che debbano essere sterilizzate e rese di proprietà collettiva (così come la moneta), credo che l'anarchia sia il pensiero più alto e dolce che mente umana abbia mai potuto cogliere.

Eh sì, sono un po' una minoranza deambulante.
Eppure ci sono padri che sono molto più minoranza di me: padri resi clandestini da leggi neofasciste, padri omosessuali spostati al margine di tutto dalla violenza ideologica dei benpensanti, padri schiavi a beneficio della leva dei prezzi o della tratta umana, padri troppo poveri per vivere che sono materiale di scarto dell'economia di mercato.

Ecco, a questi padri mi vien da pensare oggi, perché la mia felicità per esser papà non sarà mai completa fino a quando anche per loro non ci sarà il diritto di essere - ancor prima che padri - persone.

mercoledì 12 febbraio 2014

Primaria, Watson: andrò alle elementari, so leggere e ho una teoria della mente

Confesso che nonostante la mia aria giovanile e i miei studi pedagogici, parlare di scuole “primarie” e non di “elementari” mi fa sempre un po’ ridere. Chissà, forse mi confondo con le elezioni primarie, americanata che la politica poteva evitarsi, oppure scatta in me la reazione di fronte a una delle mode che qui in Italia ci travolgono: quella di cambiare il nome alle cose per poi non cambiare le cose stesse.

Ieri ho perfezionato l’iscrizione del nostro batuffolo alle scuole primarie. In casa c’è dibattito da oltre un anno, Paola sosteneva che sarebbe stato meglio farlo andare a scuola con una stagione d’anticipo, temendo che le sue abilità di lettura e scritura l’avrebbero in qualche maniera eslcuso dal gruppo-classe, formato per lo più da scolari totalmente ignari delle magie del sistema letterale. La paura era ed è condivisibile.

Le maestre dell’asilo ebbero a confermarci che Samuele, in classe, assieme al suo amichetto del cuore (che anche lui si chiama Samuele), agiva una funzione di equilibrio nel gruppo, mediando, intercedendo e aiutando. Alcuni bambini lo chiamavano “sapientone” ma – sempre stando alle maestre – non si era mai permesso l’aria saccente da maestrino impertinente. Anzi.

La mia riflessione si era sviluppata su tre fronti:
  1. il suo gruppo-classe è il suo humus sociale, un humus in cui è sbocciato e in cui ha trovato una sua dimensione, toglierglielo per paura che non sappia cavarsela da solo sarebbe un arbitrio al limite del sopruso
  2. l’apprendimento non è solo questione cognitiva ma è anche (e per certi versi soprattutto) un fatto affettivo e in qualche modo pure relazionale
  3. non è da escludere che una serie di competenze sovrabbondanti rispetto alla media della classe, gli permettano di definirsi quel ruolo sociale di facilitatore che si è definito da solo, in relazione con quel gruppo di amici.
Certo, i timori rimangono, la paura che tanta passione per la lettura, la scrittura, i conti, il disegno, possa inaridirsi di fronte a un muro di noia, rimane. Dal canto suo lui, a fine anno, aiutò il suo amico a imparare a leggere, dandoci un chiaro ma inconsapevole messaggio. Adesso anche l’altro Samuele legge e addirittura divora i fumetti di Tex...

Iscrizione a scuola, quindi, a età regolamentare. Scuola prescelta: quella verso cui ha convèrso il 90% dei bambini della sua classe.

Viviamo in un paesino, una zona periferica della città, un’area che possiamo definire protocampagnola. Ecco quindi che salta fuori l’inghippo: ci sono troppe iscrizioni (stando alle ricognizioni fatte alla materna) per mantenere una sola classe ma troppo poche per poter richiedere due classi. Il rischio è che alcuni bambini vengano esclusi d’ufficio dalla scuola che scelta, con conseguente dirottamento presso altre scuole con minor numero di richieste.

Se il passaggio fra materna ed elementare (primarie, I beg your pardon) ha anche il senso di un rito iniziatico, beh, ok. Però poter mantenere unito nell’avventura scolastica un nucleo di bambini che si percepisce come gruppo, è un valore che non credo sia possibile trascurare con leggerezza. Si tratta di affetto, relazioni ma pure di quella brutta cosa che deve esser scegliere chi escludere e chi privilegiare. La dirigente scolastica ci ha illuminati sul fatto che lei non può far altro che chiedere e che farà il possibile per mantenere unito il gruppo, garanzie però non ce ne sono.

Ci sono mamme che sanno sempre tutto. Io non so come sia possibile ma alcune mamme, ai compleanni, dimostrano di conoscere non solo la vita e gli altarini degli altri genitori ma anche meccanismi, pratiche e iter burocratici del circolo didattico. Come facciano non so, forse hanno tanto tempo libero a disposizione, a naso mi sembra però che la percentuale di minchiate totalmente inventate sia copsicua.

Se non ci sarà la possibilità di mantenere questo bel gruppo di amici Samu si troverà davvero in un rito di passaggio che sono certo riuscirà a rafforzarlo e farlo essere un bambino ancora più adorabile. Se quest’evenienza dovesse accadere, per noi sarebbe abbastanza tragico il dover gestire il sabato mattina. Abbiamo scelto la scuola anche in base al fatto che era l’unica a offrire il sabato libero; per una famiglia in cui papà e mamma lavorano da mane a sera e in cui mezza parentela abita in un’altra regione, preservare il sabato per stare assieme, fare il corso di nuoto, viaggiare o vedere gli altri nonni è vitale.

È un bel gruppo, non c’è che dire, basti pensare che in classe i bambini si coalizzano gli uni con gli altri, strategia adottata per esempio per fare in modo che i maschietti maneschi la smettano di picchiare, lo fanno non escludendo ma coinvolgendo. Una bella lezione davvero, lezione di fronte a cui avremmo il dovere di reagire con altrettanto spirito collettivistico.

C’è un legame insospettabile fra questi aspetti; lettura e socialità sono interconnessi.

Il senso sociale, il comportamento prosociale, l’idea del collettivo, che a livello di progetto politico trova probabilmente la sua massima espressione nel pensiero anarchico, hanno una propria specifica neurale. Se nei mammiferi la dimensione fisica del cervello co-varia assieme alla stazza, nei primati il volume cerebrale ha proporzioni superiori, specie nell’area della corteccia frontale. È dato quasi per certo che questa espansione sia dovuta alle necessità che gli esseri umani hanno dovuto fronteggiare in relazione alla complessità della loro vita sociale. Secondo una corrente di studi ben accreditata lo sviluppo delle aree prefrontali è la base fisica della “teoria della mente”, (ToM) cioè la capacità di immaginare stati mentali negli altri individui.

“Avere una Teoria della Mente significa comprendere che gli esseri umani sono entità dotate di stati mentali quali credenze, desideri e intenzioni, e che questi stati mentali sono in relazione causale con gli eventi del mondo fisico, ovvero che ne possono essere sia la causa che l’effetto.” [M. Adenzato – I. Enrici]

Lo sviluppo della teoria della mente si lega al Role-taking (capacità di assumere la prospettiva dell’altro) e al Perspective-taking (percettivo: immaginare il modo in cui un oggetto viene percepito da un’altra persona; cognitivo: immaginare pensieri, intenzioni e motivazioni altrui; emotivo: comprendere gli stati emotivi altrui).

Per un animale socialmente complesso come l’essere umano, le capacità socio-relazionali (stringere alleanze, fronteggiare, persuadere…) sono fattori di successo ed evoluzione importanti quanto lo sono lo sviluppo delle attività tecniche di qualsiasi altro genere. Studi di questo tipo fanno parte delle cosiddette “neurosceinze sociali”, che attraverso un lavoro mutuato sui piani sociale, cognitivo e neurale, tentano di comprendere se nel cervello ci siano aree (termine comune ma obsoleto perché oggi sappiamo che il funzionamento cerebrale non è differenziato per aree ma integrato in circuiti) specificatamente dedicate alla competenza sociale o se questa sia spiegabile come semplice evoluzione di competenze linguistiche, mnemoniche o attentive.

È straordinariamente affascinante scoprire come noi umani si cooperi in modo innato sin da piccolissimi (anche a 1 anno di età), mentre questo tipo di comportamento sia del tutto assente in esseri socialmente e intellettivamente sofisticati come gli altri primati. Eh sì, le scimmie non cooperano, possono collaborare a uno scopo comune ma (per dirla in soldoni) se ti vedono in difficoltà non ti aiutano e non si aspettano che tu li aiuti quando, per esempio, non riescono a trovare qualcosa che stanno cercando.

Certi comportamenti sono nostri, solo nostri, solo noi li concepiamo e solo noi li agiamo. Poi succede che a volte il nostro sguardo sia corto-corto sull’orizzonte dell’ombelio ma - come suol dirsi – questa è un’altra storia.

Dalla teoria della mente, ipotesi che risale al 1978, si è passati al “mentalizing” e in anni recenti uno studio italiano pare avere trovato conferma del fatto che ci siano circuiti (corteccia paracingolata anteriore) che si attivano in maniera specifica di fronte a comportamenti che richiedono una comprensione e una riposta di carattere sociale.

E il leggere?

Beh, secondo una ricerca di David Comer Kidd ed Emanuele Castano, la lettura di opere letterarie di spessore produce effetti positivi sulla capacità di comprendere gli stati emotivi altrui. L’alta letteratura (non quindi il leggere in sé, né il leggere narrativa “di genere”) predispongono il cervello a un pensiero creativo più ricco, a un approfondimento intellettivo più esigente. Nello sforzo che si opera per comprendere i micro-rivoli delle storie e le sfaccettature dei personaggi complessi ci si abitua a essere animali sociali migliori, più efficienti nello scrutare la profondità delle persone con cui interagiamo.

La lettura dei blog (credo) non fa tutto questo. Rassegnamoci...

giovedì 6 febbraio 2014

L'odore di stress, le parole per le cose, lo sviluppo del cervello

Il corpo reagisce. Noi reagiamo. E reagiscono i nostri figli, anche senza parole, anche senza la loro o nostra consapevolezza, al nostro stress.

Una vita più umana, ecco cosa ci vorrebbe. Fra i tanti mali contemporanei lo stress è davvero una delle bestie più orribili.

Lo stress produce la secrezione di particolari "feromoni d'allarme", lo stress si suda e sudandolo lo si sparge in aria. Questa reazione d'allarme viene percepita dai figli che diventano inquieti senza motivi scatenanti. I bimbi vanno in risonanza con lo stress.

Il modo migliore di combattere lo stress è lo yoga, che permette al cervello di funzionare in modalità rilassata e riequilibra corpo e spirito.

Il mondo degli odori è affascinante, per me è fondamentale e ogni cosa che lo riguarda mi colpisce e mi intriga. A distanza di oltre 10 anni per me l'odore di Paola è, se possibile, ancor più inebriante di quando ne venni investito la prima volta, innamorandomene all'istante.

Percepiamo l'odore attraverso "cellule pluriciliate" che si trovano assieme a cellule di sostegno in un epitelio all'interno delle cavità nasali. Il meccanismo principale dell'olfatto non è del tutto svelato ma secondo diverse fonti è composto oltre che da un fattore meccanico (l'aria che si inspira sposta l'aria stabilmente presente nel naso) e un fattore chimico (la mediazione di enzimi presenti nel muco). Una notizia: il nostro olfatto è molto più sviluppato di quanto si possa pensare.

Tecnicamente parlando una quantità infinitesimale di sostanza odorosa provoca la percezione generica di un odore ("soglia di sensibilità"), mentre la "soglia specifica" è il limite minimo che permette di riconoscere l'identità di un odore.

Abbiamo poche parole per definire gli odori, questo è prodotto e progetto della scarsa attenzione verso la sfera olfattiva, che pure determina le relazioni in modo sostanziale (i feromoni attivano comportamenti primari). La questione delle parole è decisamente rilevante, a partire (almeno idealmente) dalle teorie del Sapir sul rapporto fra lingua e percezione del mondo reale: "Le lingue modellano il modo di conoscere e concettualizzare il mondo, le operazioni cognitive sono dipendenti dalla lingua usata. Chi conosce linguisticamente il mondo in un certo modo, ne sarà influenzato di conseguenza.
Questa teoria è conosciuta come ipotesi di Sapir-Whorf" [Veronica Valdegamberi].

Un grande lavoro in questo senso, con contributi anche recenti, è stato fatto da numerosi studiosi nel campo dei colori "La percezione categorica (categorical perception, CP) si rivela quando stimoli che stanno a cavallo tra due categorie vengono percepiti come più distinti rispetto a stimoli interni ad una categoria, distanziati tra loro in modo uguale rispetto ai primi nello spazio colore percettivo utilizzato. Siccome i confini tra categorie, secondo l'ipotesi relativista, variano da lingua a lingua, i parlanti di lingue diverse apprendono il colore in modo diverso; queste differenze linguistiche sembrano quindi effettivamente causare differenze cognitive" [Veronica Valdegamberi]. Alcune popolazioni hanno un vocabolario molto limitato per classificare i colori, questo non corrisponde a limitate capacità percettive ma influenza il tipo di discernimento fra varianti di colore.

Se questo accade - con tutta l'elaborazione problematica del caso - per i colori, figuriamoci cosa può accadere per gli odori...

Sullo stress, storicamente, sono stati fatti studi massicci in relazione all'area dello stomaco. Già a inizio Novecento W. B. Cannon osservava variazioni nella mobilità gastrica di alcuni animali in conseguenza a stati di paura o rabbia indotti. J. V. Brady, R. W. Porter e un altro gruppo di sciamannati nel 1958 fecero morire 4 scimmie nel corso di un esperimento; le povere bestiole morirono letteralmente di stress, che provocò loro lancinanti ulcere gastriche. La fine di questi animali fu oggetto di teorie e contro-teorie, di altri studi e contro-studi sui quali non è utile soffermarsi perché il dato è semplice: lo stress strapazza e dissesta il corpo.

Attenzione: una giusta quantità di stress migliora le performance di ogni tipo, gli americani lo chiamano "entrare nel flusso", ma l'eccesso di stress danneggia la possibilità di effettuare qualsiasi compito. Il relativo grafico è una sorta di normale di Gauss.

Oltre a noi, oltre ai rapporti familiari, lo stress (sono le risultanze di uno studio capitanato da Clancy Blair) ingolfa le connessioni neurali della corteccia prefrontale, predisponendo l'organismo (e la mente) a risposte automatizzate e semplificate. Questa configurazione impedisce il problem solving, il ragionamento. "Lo stress disturba l'apprendimento" afferma Blair, supportato anche da un'ampia ricerca sulla persistenza dei livelli di cortisolo (l'ormone dello stress) in bambini provenienti da situazioni familiari stressogene.

Un genitore sotto stress è intellettualmente più povero (quindi meno stimolante),  relazionalmente più arido, empaticamente meno capace. Soldi, precarietà, preoccupazioni di lavoro o salute rischiano di farci diventare più scemi (automatizzando risposte cerebrali semplici) e più stronzi (impedendoci relazioni "calde"). I nostri figli crescono di conseguenza...

Di fronte a un "sequestro emotivo", non possiamo pretendere che un piccolino di pochi anni razionalizzi, discerna e si adegui (come magari il nostro livello di stress pretenderebbe per avere silenzio in casa). Abbracciare, comprendere, accompagnare, è questa la soluzione, la più difficile quando si è stressati.

Può sembrare strano ma una doccia è in grado di lavare via l'odore di stress e rendere la casa più serena, che dire, provare per credere.

Ieri sera Samuele mi ha detto che i clown, per lo più, hanno la parrucca "magenta". Sua madre è una delle massime esperte italiane di colori tipografici e questa ricchezza lessicale sui colori si spiega anche così, ma esplorare assieme il mondo dei sensi, degli odori in particolare, è qualcosa che debbo ancora strutturare. Penso che il termine "strutturare" sia adeguato, perché ritengo che sia non tanto un obiettivo ma una necessità educativa, una di quelle cose di cui debbo avere la responsabilità.

Si accettano suggerimenti.

Nel frattempo io e Paola lottiamo contro lo stress, in una condizione in cui lavorare è stressante in modo automatico e totalizzante. Le passioni, il dialogo, il guardarsi negli occhi ogni giorno, il forzarsi a trovare spazi di vita sono soluzioni praticabili ma è difficile. Tremendamente difficile...

mercoledì 5 febbraio 2014

A cosa servono i papà [part two]

In un intervento su Psicologia Contemporanea (un saggio datato 2006), Jolanda Stevani simbolizza il rapporto fra padre e figlio con le dimensioni verticale e orizzontale: "Nella paternità c'è dinamismo, costruzione, progettualità: tutte dimensioni che servono alla crescita e all'integrazione sociale. Tuttavia, affinché i padri possano esercitare questa importante funzione, è necessario che recuperino quella dimensione verticale che rende possibile la trasmissione dell'esperienza e che consente al figlio di uscire dalla condizione infantile per accedere al mondo adulto. Ma essere padri "verticali", anciché "orizzontali", richiede sicurezza personale e un buon inserimento nel tessuto sociale".

La dimensione verticale fonda la trasmissione delle regole, quelle norme che, oltre a essere elemento contenitivo, orientano il mondo dei valori. La dimensione verticale però non basta, non può bastare perché limita i rapporti, la confidenza. Essere "la" regola può ostacolare quella vicinanza affettiva che tutti noi cerchiamo con i nostri figli.

L'eccessiva orizzontalità non consente però ai figli di formarsi una personalità autonoma e ben definita, rendendo lacerante (per il padre) ritornare a essere colui che detta (e a volte impone) le regole.

È bello leggere le interviste, sia quelle sinteticamente riportate dalla Stevani, che quelle in "Nuovi padri?" Francesca Zajczyk ed Elisabetta Ruspini presentano a integrazione del loro lavoro.

Io mi ci rivedo, e dove non mi rivedo riconosco un'alterità che in qualche modo mi definisce meglio. Leggere le storie che le persone raccontano è un viaggio dentro ogni dimensione.

Veniamo a noi.
Ora, uno come Garimberti urlerebbe sguaiatamente a sentir parlare di contrattazione, lui è uno che perentoriamente asserisce che "I genitori non devono essere contrattuali". Io credo però che crescere un figlio con regole inderogabili affiancate a regole trattabili sia un buon metodo per trasmettere sia la norma (e la forma mentis "normativa") che la democrazia, la co-costruzione. Che un po' di regole le si possano decidere assieme, di volta in volta, è positivo.

Samuele tenta ovviamente di calcare la mano ogni volta, sta a me poi rimarcare il limite invalicabile. Noto però che quando chiede deroghe è in grado di argomentare, sia esplicando desideri, sia articolando ragionamenti più complessi che riguardano anche il suo status di bambino che anela a camminare da solo.

Emanare e far rispettare regole (almeno per me, personalmente) induce a non mettere in discussione le regole stesse; come se l'inerzia bloccasse tutto. Con l'obiettivo di essere necessari per la crescita, a volte si rischia di impedirla la crescita. È il caso del pericolo.

Affrontare il pericolo è necessario per crescere, per conoscere la paura, per imparare sbagliando. Concedere ai piccoli la loro dose di pericolo è oggi un lusso. Io sono consapevole di pericoli di ogni tipo, almeno credo. Se mi domando perché, posso solo rispondermi che ho subìto tante botte...

Proiettare la mia paura su di lui non è un buon modo per farlo crescere in armonia. Il mio compito di papà è esserci e lasciarlo sbagliare, valutando quali sono i pericoli eccessivi e quando sia invece il momento di farlo rischiare. La (mia) paura tenderebbe a bloccarmi se non ci fosse lui a chiedere più libertà, a chiedere in sostanza il suo spazio vitale.

È un lusso, dicevo, perché in pochi hanno la possibilità di affrontare un ambiente senza il bisogno di guardare a vista i bambini, penso alle città, al traffico, ai non-luoghi che (volenti o nolenti) costituiscono parte della nostra vita quotidiana. Un campo aperto, un boschetto, un semplice prato dove far vivere i figli in libertà è roba per pochi (e poi anche nell'erba, mio Dio, ci son le vipere!).

Leggo e sento dire di quanto fare esperienze assieme, coinvolgere nelle passioni, sia importante per insegnare ai figli modi costruttivi per incanalare le energie. Leggo di quanto lo sport sia utile allo scopo. Penso però che una bella riflessione sul pericolo debba proprio esser fatta. Il pericolo fa crescere, in qualche modo completa le persone.

Secondo alcuni abbiamo tutti bisogno di una dose di pericolo, dose che va assunta alle età giuste, quelle che ci formano, quelle in cui l'incoscienza e la pesantezza si bilanciano. In mancanza di pericolo precoce, in troppi tendono a sperimentare l'incoscienza in età troppo avanzate, con i risultati che spesso animano la cronaca...

Percepisco che di fronte alla semplice idea di pericolo mio figlio si sente sicuro se io ci sono. In qualche modo lui mi assegna, da solo, la funzione di gestore del pericolo. Se debbo cercare definizioni per me, questa devo tenerla presente perché è reale.

Non credo troppo alla distinzione dei ruoli, propendo per la completezza delle funzioni ...ma non posso negare di essere maschio, e di riconoscermi in alcuni attributi fallici.

"Attraverso la rivalità fallica organizzata secondo la privazione, l'interdizione e la frustrazione, il bambino scopre del pari che la madre è dipendente dal desiderio del padre. Di conseguenza, il desiderio del bambino per la madre non può più evitare di scontrarsi con la legge del desiderio dell'altro (il padre) attraverso il desiderio della madre. È così che il bambino acquisisce la nuova prescrizione che regolerà l'economia del suo desiderio: il desiderio di ciascuno è sempre sottomesso alla legge del desiderio dell'altro" [Joël Dor]

Ecco, sì, "Il desiderio di ciascuno è sempre sottomesso alla legge del desiderio dell'altro" anche il mio esser padre è sottomesso al desiderio di mio figlio di esser figlio. Uno scambio, una tensione, una dialettica, un braccio di ferro, una staffetta.
Sono consapevole che in futuro la lotta sarà dura ma che bello esserci e sapere che lui c'è, cazzuto come non mai.

martedì 4 febbraio 2014

A cosa servono i papà

A sentire mio figlio i papà servono a due cose:
  1. a fare la pasta
  2. a raccontare le storie.
Non male direi, constato che il ruolo del lavoratore che assicura i soldi alla famiglia, vecchia icona della paternità, manco gli passa per la testa...
È bello ma è anche il corroborarsi di una situazione epocale di fragilità che non è di ruoli ma squisitamente economica. In casa nostra quella in carriera è lei. Io viaggio solo a ruota.

Ho fatto questa domanda ieri sera a Samu, così per sentire un po' che cosa volesse da me e come mi percepisse, dovendo dire a Unsanullino che cosa siano i papà.

In tutta sincerità pensavo che mi avrebbe detto qualcosa di virile, tipo litigare al volante, esplorare strade ignote nei boschi, sollevare le cose pesanti ecc... Invece l'immagine che mi restituisce è un po' diversa, o meglio, molto più reale delle mie raffigurazioni mentali.

Sono per lui quello che cucina (da sempre mi rimprovera di cucinare, pure troppo) ma anche quello che lo prende per mano e lo porta a esplorare i boschi, soprattutto quelli della fantasia. Mi chiede in continuazione di inventare storie, come se mi usasse per toccare la sua stessa fantasia. Quando io invento ho spesso l'impressione di essere lui che inventa e io fungo da semplice medium.

Se mi pongo la domanda "A cosa servono i papà?" salgono alla mente alcuni scenari:
  • la fantasia femminile del "possiamo fare tutto da sole" (rielaborazione in chiave yuppie del dibattito femminista) fantasia strisciante negli anni Ottanta
  • la ricorrente narrazione contemporanea sulla mancanza del ruolo del padre
  • la vecchia narrazione del padre-padrone
  • la fobia "chiesarotta" sul pericolo della confusione dei ruoli
Ma allora, a parte "Mettere il semino che poi quando il papà e la mamma si baciano nasce il figliolino", a che cacchio serve un papà?

La risposta più corretta è che non serve a niente. È fatale (e anche palmare) che al centro ci sia la madre (o forse no...). Il padre, secondo diversi orientamenti psicologici, è una figura necessaria perché consente il processo di distacco dalla madre e di acquisizione delle prospettive di autonomia dall'unicum mater-puer. Si tratta di una funzione che può essere svolta da qualsiasi persona, maschio o femmina che sia. In pratica è buona cosa che esista una figura alternativa a quella principale (che a questo punto può anche non essere la madre stessa) grazie a cui strutturare una propria identità in separazione. L'ideale, in sintesi, è poter crescere con due figure di riferimento, una materna e una paterna, l'ideale (ma non necessario) è che la prima sia incarnata dalla mamma e la seconda dal papà.

Su quali siano i connotati esatti della maternità e della paternità si dibatte da una vita e la percezione condivisa dei due aspetti varia al mutare delle epoche, delle esperienze personali, della cultura di riferimento. È possibile andare oltre la biologia per definire con oggettività ciò che è paterno e ciò che è materno? Secondo me sì - almeno in parte - e almeno in parte quanto appena detto sul distacco risponde già alla domanda.

Approcci come quello alla Risé ("Il buon papà non è il mammo, che si limita a scimmiottare la mamma. Il padre certamente dona se stesso al bambino, ma in modo diverso dalla madre. Lui dona la sua esperienza di vita e indirizza i comportamenti del figlio. Per farlo, gli è richiesta soprattutto una buona coerenza nei principi e nei comportamenti [...] La mancanza di un ruolo guida, di un punto di riferimento forte che insegni lo spirito di sacrificio e il senso di responsabilità è un fattore negativo. Che può causare ai figli problemi di vario tipo, dalla droga ad altre forme di devianza") mi convincono poco, personalmente ci leggo qualcosa di vagamente troppo ideologico, un po' destrorso, un po' rigido, una venatura un tintinello fascistoidale.

Uno sguardo alla Recalcati (Il complesso di Telemaco) risulta più affascinante, profondo, pur con alcuni schemi potenzialmente comuni all'ottica di Risé. Recalcati voca al padre un ruolo di "legge simbolica" ma analizza in modo assolutamente suggestivo i sensi del figlio: gli occhi e il suo bisogno di parole.

Escludendo il richiamo freudiano al padre primordiale, pur se ricco di valore, escludendo le derive stile "la paternità è un ruolo inventato", per comprendere meglio chi si è credo che il contributo (finisco sempre per incensarla, questa donna) più lucido e comprensibile l'abbia dato Anna Oliverio Ferraris con "Padri alla riscossa".

Penso però che il miglior modo di comprendere sia guardarsi all'interno: io chi/cosa sono?

(Ah: non dimentichiamo poi che i papà servono anche ai papà perché esser padre è meraviglioso!)

Nella mia esperienza io sono quello che sa far rispettare le regole soprattutto perché ha una voce profonda e perentoria (Paola strilla ma è troppo stridula per essere autorevole), sono quello che sbaglia a fare le cose e magari chiede scusa, sono quello che ama i colori, sono quello che cucina e che pulisce i pavimenti, sono quello della fantasia, sono quello delle esperienze, sono quello delle parole, sono quello degli animali, sono quello che spinge a uscire, sono quello del movimento, quello che non dorme, quello che ama il mistero. Paola è quella che chiede amore, è quella che si ferma, è quella che gioca, è quella che stimola a fare meglio, è quella che colloca nel mondo, è quella delle relazioni con gli altri, è quella delle sorprese, è quella del sonno, è quella che ama le certezze, è quella seria, è quella affidabile, è quella che prepara i dolci, è quella che deroga, è quella equilibrata.

Ecco, dopo tante letture, dopo tante speculazioni (anche tante seghe mentali), tornare alle parole che mi descrivono "pasta e storie", mi aiuta a trovare una vera dimensione che è responsabilità: sono una delle sue guide.

Come erede di una genìa il cui ruolo fu solamente riproduttivo e protettivo, non vorrei arrogarmi un ruolo eccessivamente pretenzioso...

lunedì 27 gennaio 2014

Tino il fringuello

Il nostro amico Tino
Il portantino personalizzato
Sabato scorso ero a passeggio con Rasta, la mia cagnolina. Dopo una malattia solo l'indomani avrei rischiato un ritorno in piena libertà nei boschi. Sabato era al guinzaglio, passeggiata vincolata ma bella e suggestiva.

Sulla via del ritorno incontriamo un cane, una cagnetta, quella che (a causa del menefreghismo dei padroni) si era ammalata e aveva attaccato la rogna a Rasta. Per prudenza decido di fare una deviazione, deviazione che altrimenti non avrei mai fatto.

D'un tratto i cespugli cominciano a muoversi: un uccellino, salta, si muove, si agita ma non vola. Anticipando l'istinto predatorio di Rasta lo prendo, lo sollevo, provo a rimetterlo su un ramo ma non vola, cade.

Lo prendo, lo porto con me sentendo per interminabili minuti il suo cuore che batte all'impazzata. Tiene aperto il becco come in un'espressione di sofferenza. Lo metto in una scatola di cartone e mi affaccio sorridente alla camera dove Paola e Samu si stavano divertendo con il Monopoli.

È lì che inizia una storia d'amore travolgente.

Recuperiamo la vecchia gabbietta che usavo per il mio gatto, Ugo, che non è più con noi da anni. L'uccellino tenta di uscire infilando la testa nelle maglie della gabbietta, troppo pericoloso. Chiamo i miei per vedere se si riesce a trovare il trasportino tutto in plastica, di certo più sicuro.

Samu si mobilita: prende il pacchetto di miglio e semi che aveva comprato per dar da mangiare agli uccellini quando c'è freddo e il resto del cibo scarseggia, riempie una tazzina d'acqua, su consiglio di Paola prende anche il cotone.

In men che non si dica l'uccellino è nel trasportino di plastica con acqua, cibo e materiale per costruirsi un giaciglio. Poi arriva il mio papà.

A volte i ruoli delle persone cambiano perché le persone sono in grado di cambiare. Vengo da una famiglia contadina, che in generazioni di agricoltura è riuscita a costruirsi anche la casa. Il mio papà è stato cacciatore e pescatore. Io sono andato con lui a pesca e a caccia. Il mio papà mi portava con sé, per intere serate, quando era docente ai corsi di preparazione al porto d'armi. Da piccolo il nostro frigorifero si arricchiva di cadaveri di uccellini frutto della caccia domenicale. A Natale mi facevo accompagnare al negozio di armi per regalargli le cartucce buone.

Da anni non caccia e non pesca, è socio della Lipu e soccorre ogni animaletto che trova in giro. A volte i ruoli delle persone cambiano. Io a 16 anni stavo proprio per prenderlo il patentino di caccia, poi solo la prospettiva di non poter obiettare al servizio militare ebbe a fermarmi.

A volte i ruoli delle persone cambiano. Da esperto mio padre individua subito che si tratta di un fringuello e ci dice che cosa devono mangiare i fringuelli. Lui, l'uccellino è un po' agitato, in perfetta sincronia con Samuele che non sta più nella pelle e chiama tutti per far osservare il colore del becco o delle piume.

Prende i pennarelli e scrive sul portantino: "Tino il fringuello", scrive senza errori, nonostante i suoi 5 anni e mezza, con lettere colorate.

La notte passa con Tino messo in una stanza buia, affinché si calmi e possa riposare.

Arriva il mattino e dopo un po' di colazione partiamo per liberare Tino, nella speranza concreta che si sia ripreso. Samu vuole assolutamente che la scena venga filmata. Purtroppo però Tino non vola. Con la luce del mattino riusciamo a vedere che sotto un'ala ha un qualcosa, una ferita, un'irritazione.

Portare un fringuello al veterinario è utile? Me lo chiedo perché temo che sia difficile guarire un uccellino selvatico, a meno che non si trovi un veterinario specializzato. Decidiamo comunque: l'indomani Samu e i nonni porteranno Tino a far visitare.

Io Samu e Rasta ce ne andiamo per un'ora nei boschi. Quando torniamo mio padre se ne esce con un colpo di genio: ha chiamato il centro Lipu di Massaciuccoli e gli hanno detto di portare Tino al pomeriggio, ci pensano loro. Corro a dire tutto a Samu.

Alle mie parole gli occhi del piccolo si gonfiano: capisce che dovrà separarsi da Tino e piange, Piange, piange...

Lì mi si è chiuso un giro del destino pazzesco. In quella stanza, lì dove adesso c'è il nostro letto, in quella camera c'era la "stanza delle cartucce", spazio in cui per generazioni la mia famiglia ha preparato le cartucce per la caccia. In quella stanza, esattamente nel posto in cui Samu stava piangendo era cambiata la mia vita. Ero piccolo e con il mio papà avevo "fatto l'apertura" della caccia: in piedi all'alba per sparare alla ricchezza di prede presenti nel primo giorno di attività venatoria. Avevamo trovato un uccellino caduto, lo avevo portato a casa. Lo avevamo messo lì in quella stanza e io mio ero addormentato accanto a lui. Al risveglio era morto e io piangevo, piangevo, piangevo... La mia mamma mi cambiò la vita chiedendomi perché gli uccellini uccisi per la caccia non meritassero una lacrima anche loro. Forse lì ho iniziato a guardare gli animali con occhi diversi. Forse sono vegetariano da quella domanda. Lì, in quello stesso metro quadrato, con le lacrime di Samuele per Tino si sono unite tre generazioni occupandosi di salvare un uccellino.

Pranzo in braccio a me, con disperazione e dignità, bisogno di protezione. Prima di partire Samu scrive una lettera a Tino, chiude il foglio, disegna la sagoma di una busta da una parte e un francobollo dall'altra, in calce al francobollo leggo: "NON BUTTATELA VIA". Non mi permette di leggere la lettera.

A metà pomeriggio partiamo, lui si spreca per mettere un vincolo: Tino deve essere fotografato. Faccio le foto e ne faccio anche un paio con Samu che, piangente, si sforza di sorridere accanto a Tino, il cuore mi si spezza. Durante il viaggio mi impone di non superare i 30 orari per non agitare Tino.

Arriviamo al centro Lipu nella speranza che si possa assistere alla liberazione di Tino, una volta guarito, o addirittura che lo si possa riprendere per liberarlo su da noi, al nostro paese. Mentre parcheggio Samu tiene il portantino e lo protegge con tutto il corpo dalla lusinghe di un gattino che forse era soltanto curioso.

I ragazzi della Lipu analizzano Tino (che becca chiunque lo prenda in mano) e scoprono che ha un'ala letteralmente traforata dai pallini di uno sparo. Povera bestiola. Ci fanno poi capire che non sarà possibile assistere alla liberazione del nostro amico, che sarà trasportato all'ospedale per uccelli di Livorno. Samu capisce al volo il giro di parole della ragazza della Lipu, accusa il colpo ma regge.

Prima di separarsi da Tino apre la scatola in cui lo hanno alloggiato e gli fa leggere la sua lettera, davanti e dietro. Poi piangendo ce ne andiamo: "Questa lettera è preziosissima per me, non la dobbiamo perdere" (una frase che mi fa bollire il sangue perché è sentita, autentica, consapevole della preziosità di ciò che ha appena perso).

Siamo stati insieme tutto il pomeriggio, me lo sono goduto, ho ascoltato il suo dolore, la sua disperazione, ho sofferto con lui che mi diceva che voleva Tino, che gli voleva bene, che mi domandava se mai lo avremmo potuto rivedere. Lui voleva semplicemente non separarsene, voleva Tino nel nostro paese, libero ma vicino a noi. È stato terribile e meraviglioso. Samu ha scoperto la grandezza dell'amore, la grandezza e il dolore, è stato pervaso e poi devastato dall'amore. È stato rapito da una sensazione nuova: "Non ce la faccio a non pensarci" ripeteva incredulo.

Pazzesco constatare come in poche ore si riesca ad amare qualcuno. Qualcuno, non qualcosa. Anche se probabilmente in tutto questo c'è un po' di volontà di possesso, quello che ha provato Samu è amore vero. Ed è forse la testimonianza più limpida di come i bambini, se messi nelle condizioni di farlo, possano amare senza remore un animale. Si parla spesso a sproposito delle violenze dei bambini sugli animali ma poco si riflette sulla compassione, sulla libertà di amare un essere vivente che se non ostacolata si manifesta spontaneamente anche nei cuccioli di uomo.

Una volta a casa mi ha permesso di leggere la lettera. È una lettera struggente, un atto di amore puro e bellissimo. Una dichiarazione senza freni. Ho pianto leggendola, e ho pianto fra i suoi occhi guardandolo. Il mio piccolo, grande tesoro.

Buona vita Tino, vola libero.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...