giovedì 9 ottobre 2014

Sarebbe bello organizzare la giornata universale della noia (e onorare i gran cavalieri della fannullìa)

Io li vedo, quando li vedo li giudico pure.
Solo dopo un po' mi accorgo di esser simile a loro. Sono gli adulti (i genitori) che spippolano ossessivamente sugli smartphone aspettando i figli in piscina, sono i bimbi che giocano al ristorante, sono le famiglie che non sanno stare in silenzio, sono quelli che vanno a correre con le cuffie alle orecchie.

Siccome guardando loro e guardando me succede che prima o poi razionalizzo, allora mi distacco. E agisco.

Ho introdotto la noia fra le cose che desidero per mio figlio e che impongo, quando possibile, per me. La noia, cioè - etimologicamente - "l'avere in odio".

Basta con la necessità del trastullo, basta con l'aria sonorizzata che riempie il silenzio, basta con la deriva che emargina il non aver niente da fare.

Ecco, se devo pensare a qualcosa che sia una (una sola delle tante, per carità) delle basi del benessere psicologico modernamente inteso "Lo stato emotivo, mentale, fisico, sociale e spirituale di ben-essere che consente alle persone di raggiungere e mantenere il loro potenziale personale nella società" (rapporto della Commissione Salute dell'Osservatorio europeo su sistemi e politiche per la salute), mi viene in mente la noia. Da figlio unico ho attraversato sovente il silenzio, l'ho spesso contrastato ma ho imparato ad apprezzarlo e lo ricerca quando voglio stare con me stesso. Mi fa paura chi non sa stare in silenzio.

Durante un viaggio, alcuni ani fa, ho avuto l'occasione di sperimentare per diversi giorni il non avere una pippa (ma proprio una pippa) da fare. Non mi sono annoiato. È a lavorare che mi stanco...

Quando vedo che in pizzeria i bimbi sono equipaggiati con consolle portatili, quando mi sorpassano i SUV con i pargoli intrattenuti dai cartoni animati proiettati nei visori sui poggiatesta, quando sento mio figlio che mi dice "Ma io mi sto annoiando...", dentro mi scatta qualcosa.

Paola Maugeri è una donna cazzuta, ho avuto occasione di apprezzarla in primavera, durante un incontro pubblico. Fra le mille cose ragionevoli che ha detto, c'era l'appello alla noia, "Perché annoiarsi è importante".

Dietro (o dentro) alla noia c'è un mondo da scoprire, c'è una felicità, una bellezza, una ricchezza che è nostra, solo nostra e che non possiamo farci rubare dal primo signor Nintendo che passa.
Già agli inizi del secolo (1914) Le Savoureux studiava la noia, che considerava sentimento primario allo stesso titolo del piacere e del dolore, caratterizzato da assenza di interessi, monotonia delle impressioni, sensazione d’immobilità, vuoto interiore, rallentamento del corso del tempo [Fabrizio Di Maio]. Poi un susseguirsi di ricerche, teorie, studi che classificano la noia: cronica, morbosa, malinconica o secondo la classificazione di Emilio Tiberi banale, culturale, metafisica, patologica [Misurazione della noia cronica].

A me colpisce la definizione di Anne Clancier: "Un’attesa vaga di qualche cosa e incapacità di tollerare questa attesa". C'è da aggiungere altro?

Questa noia è amica, questa noia va conosciuta, questa noia va cercata e creata. Silenzio, assenza di stimoli, solo lì il viaggio dentro di sé può completarsi, solo lì si trovano quelle risorse che sono fatalmente mancanti nella nostra quotidianità.

Difficile rendersene conto ma fondare la noia come elemento educativo è difficile, implica un re-set del nostro stato mentale, necessita di energie e creatività. meglio tamponare e dare ai figli la playstation... Meglio sederli di fronte a un cartone, non abbiano mai a chiedere amore e risposte...

Quando Samu mi dice "Ma io mi sto annoiando..." io gli rispondo che annoiarsi è bello. Dopo un po' di proteste accade la magia e si innesca la sua creatività. È meraviglioso.

Penso allora che sarebbe bello organizzare la giornata universale della noia, una giornata in cui si spengono tutti gli apparecchi di trastullo e si attraversa il niente, una giornata in cui il cervello possa funzionare - finalmente - in maniera differente, un assaggio (forse) di quella che è la ricchezza della meditazione (anche qui, pur con mille distinguo ci vengono in aiuto diversi studi scientifici, a partire dalle osservazioni di Maslow fino a questa ricerca, una delle ultime, che ne indica i benefici psichici e fisiologici).

Insomma, c'è un modo là fuori che è fatto di "funzionare in maniera diversa" e che ci chiede di essere scoperto e goduto. Solo allora, solo potendo affrontare questo viaggio il benessere psicologico di una persona avrà buone probabilità di essere un bagaglio amichevole nella vita.

Eppure c'era qualcuno che diceva non solo "Medium is the mEssage" ma anche "Medium is the mAssage"...


Questo post partecipa al blogstorming.


Blogstorming

mercoledì 24 settembre 2014

Il privilegio della normalità

No, non è un post senile, anche se comprendo bene che possa sembrarlo. È che provo una gioia immensa nelle cose normali. Da una settimana Samu è alle elementari (primarie, I beg you pardon) e mi sembra di essere in un mondo di fuochi pirotecnici.

Ricordo benissimo la sera che precedette il mio primo giorno di scuola, ricordo che eravamo tornati dal mare e che al giornale radio raccontavano del dispiacere provato da tutti i bambini d’Italia per il fatto che le scuole ricominciassero.

Ricordo che chiedevo incredulo al mio papà il perché di questo dispiacere, visto che io invece, morivo dalla voglia di iniziare l’avventura. Si tratta di ricordi che risalgono a 37 anni fa...

Chissà se anche per lui ci saranno questi ricordi, chissà se fra 37 anni penserà all’eccitazione che lo tarantolava la sera prima, chissà se ricorderà l’ingresso, la foto che gli ho fatto, l’accoglienza dei bambini del secondo anno con le bandierine personalizzate preparate per ogni "primino" e "primina". Chissà...

Quello che è certo è che questa cosa, del tutto normale (l'andare a scuola) mi sta facendo vibrare. Tremo e fremo di gioia nel vedere questa vita avida di esperienze che muore dal desiderio di raccontare la sua giornata scolastica e al contempo si vergogna, nel vedere la costruzione del suo mondo, nel constatare che la sua personalità si sta formando, nell’accorgermi di quanto quello sguardo sul mondo, quei particolari occhi siano un’unicità.

È cosa piccola la normalità e magnificarla come se fosse un’eccezionalità è forse un po’ senile, quando non addirittura patetico, è comunque genitorialità da romanzo d’appendice. Eppure c’è una forza nella normalità, una forza che non mi sarei aspettato di trovare. Cresciuto nella cosmogonia dell’affermazione individuale, del successo sopra a ogni cosa, nella rincorsa del primato, mi accorgo di come la normalità dell’essere papà sia qualcosa di devastante – positivamente devastante – per la mia vita e per i miei valori.

Trovo una gioia immensa in questa normalità e trovo che i miei vecchi sogni di gloria siano ossature preconfezionate su cui avevo, semplicemente, messo sopra i miei abiti. La normalità non mi toglie l’ambizione, ero, sono e rimango ambizioso; ero, sono e rimango convinto di essere meglio rispetto alla mia “posizione”, è solo che non me ne importa un cazzo. È solo che la mia percezione del mondo è cambiata, è solo che – forse e finalmente – comprendo bene come una casa la si debba costruire dal basso e come le ambizioni siano il tetto, il comignolo, l’antenna che si può posizionare solo quando ci sono tutti i piani più bassi, nessuno escluso.

L’invidia c’è quando sento il mio vecchio compagno di studi che fa il nomade digitale, anche io vorrei quella vita, almeno un po’. L’invidia c’è quando incontro vecchi amici che, a differenza di me, fecero a suo tempo il grande salto e adesso sono in carriera nella city. La rabbia c’è quando vedo chi è andato avanti e penso alle mie capacità. L’invidia però è reciproca, la vita la si sceglie ma è anche vero che la vita càpita. A ognuno manca qualcosa e ognuno ha raggiunto qualcosa. Ciò che questa gioia della normalità mi fa comprendere è che la mia vita non avrebbe potuto essere che questa, che le mie ambizioni erano di costruire il tetto senza passare dalla costruzione della mansarda... La forza devastante di queste gioie ha illuminato la mia mansarda, tutta ancora da finire.

Si ha a che fare con una sensazione strana quando si dice che la propria realizzazione è nell’essere padre. Non si capisce se si stia abbassando il tiro, se ci si stia accontentando, se si rasenti la pateticità, se si stia diventando asessuati. Io ho a che fare con queste sensazioni e confesso che sì, mi ci vuole un po’ di coraggio a definirmi felice per il solo fatto di avere un figlio, la stranezza è però nelle orecchie di chi ascolta perché io le mie incertezze me le son chiarite... Avere a che fare anche con una dimensione altra da quella del lavoro, quando ci si definisce, è una cosa che lascia straniti, anche se è del resto un tratto tipico della contemporaneità; la rete ci permette di essere mille dimensioni, mentre prima l’unica (o quasi) dimensione che ci collocava nel mondo era il lavoro, ed era una dimensione che potenzialmente inchiodava. Adesso siamo in relazione con dimensioni altre, strane, originali, che ci rendono più equilibrati perché ci consentono di trovare affinità con altre persone e comprendere che non si è strani.

Cosa avrebbero pensato negli anni Ottanta leggendo queste righe? Che uomo strano sarei sembrato? Oggi è probabile che chi mi legge sia addirittura contento di trovare Paterpuer.

Eccomi allora qui a rivendicare la mia piccola porzione di normalità, a gridare con forza che è bellissimo condividere la vita con una vita che fiorisce. A 43 anni mi par di intuire una inaspettata coerenza nella mia vita, una strada teleguidata da una volontà ferrea contro la quale ho combattuto per anni e che però non è stata più forte del mio destino. Oggi chi sono io? Sono un uomo che cerca di scoprirsi, sono un creativo d’agenzia di comunicazione, sono un vegetariano ormai quasi vegano, sono malato di sport, sono quello che si appassiona per le strane teorie del complotto, sono l’originale del gruppo che s’intrippa per la medicina germanica o la disciplina del digiuno, sono una specie di bamboccione ma sono soprattutto un papà che si sente realizzato quando può fare (essere) il papà.

La mia normalità, che ad alcuno può sembrare "bassa" all’orizzonte, è cielo irraggiungibile per molti. Non solo avere un bambino ma poterlo abbracciare, vederlo sano e felice, camminare con lui, sono cose che fanno parte del mio giorno ma che non per tutti sono così normali. Io non mi rassegno ad avere ciò che ho, anzi: adoro quello che la vita mi ha regalato.

martedì 9 settembre 2014

Il primo sito web di mio figlio

Lo presento con orgoglio paparinesco, qualche lacrimuccia e un po' di straniamento: http://targhettefrutta.wordpress.com/ si tratta di un sito che ha ideato lui a partire dal nome, una raccolta di targhette (etichette) della frutta.

Ha fatto lui anche le foto.

:-D

PS: a casa nostra viaggiamo ancora a 52 K, quando va bene.

lunedì 16 giugno 2014

Il lascito emozionale delle maestre d'asilo

Non so a quanti sia capitato ma in questi 3 anni di scuola dell’infanzia (fa sempre un certo effetto questa terminologia, come è del resto strano per me, che sono felicissimamente papà, parlare di scuola materna escludendo con una semplice parola la pertinenza di una figura come la mia, nell'ambito dell'età pre-scolare) a noi è sempre importato molto di essere presenti e partecipi ai colloqui con le insegnanti (eh sì, alla "materna" i maestri pare siano una rarissima rarità).

Niente di particolare da dire - grazie al cielo - una lunga, lunghissima attesa e poi una chiacchierata in libertà, la condivisione dell'aneddotica, uno sguardo sulle relazioni e qualche indicazione sulle attitudini del bambino.

Niente di particolare da dire sino all'ultimo incontro. Lì qualcosa sì. Innanzitutto la scheda di valutazione, un report a metà fra la classificazione numerica che tanto ridurrà i soggetti a somme, formule e inferenze negli anni a seguire, e una mappatura di reale utilità sullo stato dell'arte evolutivo; utilità che ci sarebbe però se lo Stato si dimostrasse in grado, una volta acclarato che ci fossero degli interventi da fare per sostenere la crescita armoniosa dei bambini, di agire. Poi il vero motivo per cui questi colloqui sono necessari e a parer mio imperdibili: il lascito emozionale.

Chi insegna, ed essere maestri d'asilo è insegnare al pari di essere docenti alla Bocconi (tranne la busta paga), lavora con materie, obiettivi ma soprattutto con le persone. Di più: al nido e alla materna si ha a che fare con quella delicatissima fase in cui si imposta la vita, il ciò che si sarà. Qualcosa che prima Gilles Deleuze e poi Pierre Levy ebbero a chiamare "virtuale" (Levy: "Contrariamente al possibile, statico e già costituito, il virtuale è come il complesso problematico, il nodo di tendenze e di forze che accompagna una situazione, un evento, un oggetto o un'entità qualsiasi, e che richiede un processo di trasformazione: l'attualizzazione. […] Il problema del seme, per esempio, è di far crescere un albero. Il seme "è" questo problema, anche se non si esaurisce in esso. Questo non significa che il seme "conosca" esattamente quale sarà la forma dell'abero che in seguito stenderà il fogliame sopra di lui. A partire dai vincoli che gli sono propri, dovrà inventarlo, coprodurlo insieme alle circostanze in cui si imbatterà").

Chi non ha mai "lavorato" con le persone difficilmente potrà capire cosa significhi operare attraverso la relazione umana, che è anche e soprattutto affetto ma che qui è strumento. Ci si conosce, ci si apre, si diventa amici, ci si ama o ci si odia, si entra gli uni nella quotidianità degli altri, ci si lascia e ogni volta che ci si lascia è una piccola morte.

La famosa sindrome da burnout, cioè l'essere spompati (secondo me in italiano si dovrebbe dire "devastati"), svuotati e incapaci di dare alcun che, conosciuta e in qualche modo gestita per le cosiddette professioni d'aiuto, non è concepita per le maestre d'asilo. A torto.

Difficile se si è scelto un mestiere così non amare i cuccioli di essere umano, impossibile non soffrire a morte per la fine di un ciclo che sarà assenza di figure che si sono amate per 1, 2, 3 anni e che non ci saranno più, esserini per i quali non si sarà mai più rifugio, sicurezza, confidenza e che nella maggior parte dei casi non si ricorderanno di te.

Ecco che questi colloqui diventano un appoggio, una condivisione ricchissima di sentimenti, ansie, speranze, investimenti emotivi. Ecco perché sono imperdibili, lo sono perché chi prende per mano i nostri cuccioli e li accompagna tutti i giorni ha bisogno di essere ascoltato, lo sono anche perché esserci significa non comprendere quanto sia importante far parte di questa dimensione di vita dei propri figli.

Al nostro ultimo incontro le maestre avevano gli occhi sull'orlo del pianto, erano in difficoltà, ho capito quanto necessario fosse, per loro, averci lì, a braccia aperte, disposti - semplicemente - ad ascoltare. Un momento che mi ha fatto ricordare anche quanto sia alienante il mio lavoro, bello ed eccitante quanto si vuole ma così poco importante, così arido, così poco necessario. Un lavoro invece, quello delle maestre d'asilo, così significativo per le "cose" che rendono la vita degna d'esser vissuta come vocazione all'amore.

Grazie Valentina, Elena, Elisa e Simona. Grazie Emiliana, che ci hai lasciati all'improvviso ma che ci hai cambiato la vita in meglio.

giovedì 12 giugno 2014

Il segno + e il segno - nella fantasia

Ha fantasia da distribuirsi a badilate, fantasia, proprio quella cosa che corre veloce come un cavallo selvatico per - mi si passi la citazione - i boschi narrativi. La fantasia è un valore assoluto, può andare dal massimo del positivo al massimo del negativo.

Ha solo 6 anni però, e due sere fa mi ha ricordato che alla sua età la fantasia può anche andare verso il basso.

Secondo Piaget un bimbo di sei anni si avvia dalla fase del "pensiero intuitivo" a quella delle "operazioni concrete", all'alba del pensiero induttivo (aggiorno le età perché i bimbi di oggi son svegli, sveglissimi) ma ancora immerso nel pensiero magico, quello grazie a cui ci si convince che la realtà si possa "fare", che questa "facitura" avvenga attraverso gesti o pensieri. Una fase complessa in cui si è presenti a sé stessi ma non se ne è affrancati: insomma, un gran casino in cui gli oggetti hanno vita e anima e ogni cosa deve trovare un posto, una spiegazione.

I bambini, quindi, tentano di spiegare le cose che gli capitano, che provano. Non sempre ci riescono e a volte capita che la spiegazione più semplice sia il senso di colpa.

Attenzione: non sto parlando di un senso di colpa strutturale o frutto di una identificazione proiettiva che abbia bisogno di trasferire sulla colpa un malcelato bisogno di controllo, magari aggressivo.

Sto parlando di qualcosa che può nascere, per esempio, dal parlare al passato. È capitato di parlare con Paola di cose che avevamo fatto in passato, anzi, che "facevamo" in passato. È capitato e Samu, sentendoci, abbia maturato una conclusione: "Facevano, ora non fanno più. Non lo fanno più da quando sono nato, è colpa mia".

Piccolo, piccolino, scricciolo di fronte alla vita. Era una sera strana, si sentiva inquieto e non sapeva perché, chissà da quanto teneva dentro questi brutti pensieri. Chissà, dove la sua fantasia l'aveva portato. Poi con precisione chirurgica e tempismo teatrale ha trovato l'istante e le modalità adatte per condividere la sua paura.

Affinché il semplice senso di colpa - che in molti casi è addirittura soldatino al servizio della civiltà - non finisca per diventare sentimento di colpa, strutturato e duraturo, è necessario decespugliare queste erbacce.

A volte basta una leggerezza per ferire chi si ama, so che è vero per gli adulti, ci voleva la fantasia di un seienne a ricordarmi che lo è ancor di più per uno scricciolo.

lunedì 28 aprile 2014

I danni dell'amore condizionale

Arrivo da lui dopo una settimana di assenza (era con i nonni) e il suo sorriso mi accoglie scendendo di corsa le scale e mostrandomi il libro che ha spolverato dai vecchi scaffali: "Papà, è un libro che parla degli animali, l'ho preso per te". Io però sono angosciato da mille altri pensieri, sono stanco, sono irritato per fatti miei e quasi evito di concedere troppi sorrisi, lo tratto con troppa freddezza. Paola me lo fa notare ma io sono "sequestrato" dal mio stato d'animo e non riesco a prendere le redini. È capitato la settimana scorsa, capita anche a chi si rappresenta bene nei blog, di essere qualcosa di diverso dal desiderabile.

A bocce ferme mi domando se Samu abbia voluto essermi vicino pensando a me con spirito d'empatia o se le mie testarde idee animaliste lo abbiano indotto a cercare amore facendo ciò che - sapeva - avrei potuto gradire.

L'amore è incondizionato (specialmente quello dei genitori deve esserlo), non è cieco, è amore e basta. Non è privo di consapevolezza, non manca alle sue responsabilità educative, è e deve essere senza condizioni (ora, se proprio uno c'ha per figlio Hitler magari se ne può anche parlare...).

In alcuni contesti borghesi la freddezza è uno strumento pedagogico, madri nullafacenti attente alla rappresentazione sociale di sé (ciò che in pubblicità e marketing chiamiamo "posizionamento strategico") che si scioglie solo se i figli adottano le regole della società; lo stesso schema di comportamento vede come protagonisti genitori anaffettivi (sì, il termine è ormai abusato ma è pur sempre valido); voglio però che non colpisca me e mio figlio.

Se fai quel che ti dico, se dici quel che voglio tu dica, se sei come io decido che tu sia, allora ti voglio bene. Le peggiori torture psicologiche non sono ad esclusivo appannaggio di chi non bazzica gli anfratti dei manuali di psicologia, riguardano anche me, il sottoscritto. Però non voglio.

In un contesto in cui tutto è performance, in cui ci si descrive per il proprio lavoro, in cui la misura della persona è sempre più determinata da un feedback legato al salario, in cui tweet e post, iPad e iTunes, digitale terrestre e satellitare, aperitivi e selfie ostacolano il silenzio, avere la sicurezza dell'amore incondizionato è quantomai necessario per crescere in equilibrio. In questo humus i bambini hanno bisogno di poter dare un nome a ciò che provano, di poterne parlare e soprattutto di poter vivere sentimenti ed emozioni. Tutto questo non è possibile se chi li affianca è incapace di distinguere fra amore e approvazione; se chi li guida è alessitimico (cioè non sa dare nome ai propri stati emotivi e non sa comunicare le proprie emozioni).

Quando l'amore condizionale diventa la regola, si cresce con la logica (il valore) della merce, si sviluppa una personalità contrattuale, si diventa bottegai dei sentimenti, si rischia di voler raccattare amore ovunque, senza rispetto per sé, senza logica, senza esito; si finisce per vivere male qualsiasi relazione.

Serve una alfabetizzazione emotiva? Sì, serve, e serve soprattutto perché troppe cose ci portano lontano dall'autenticità delle emozioni e del sentire. Serve perché se è normale domandarsi cosa faranno i nostri figli, chiedersi se riusciranno ad avere un lavoro stabile e gratificante, deve essere ancora più normale chiedersi quale ricerca di senso, di identità, di vita sia presente nel loro cuore. Eppure è una domanda che spesso non ci sfiora nemmeno.

Io penso che tuffarsi e nuotare insieme nelle emozioni sia una delle cose più belle della vita, una delle cose più intime e necessarie che genitori e figli possano fare assieme. L'altra sera sono rimasto a bordo vasca e spero proprio che la scelta dello stile di nuoto non sia stata condizionata dai miei gusti (anche se poi siamo rimasti tutti e due all'asciutto).

giovedì 24 aprile 2014

Desiderabilissima, amarissima, bellissima, temutissima autonomia

Fra poco più di due settimane mio figlio compirà sei anni di età. Sì, un po' mi sento vecchio... Però reggo bene il colpo.

Ogni giorno la sua tendenza all'autonomia si fa sempre più marcata: dalle lementele per non poter decidere l'orario della dormita, le uscite della famiglia, l'ennesimo cartone animato, al rivendicare di essere in grado di fare cose come cucinare da solo, vestirsi di tutto punto ecc.

Intendiamoci, quando non vuol fare le cose è sempre pronto a dire che non ce la fa senza aiuto, però la sua autonomia è sempre più oggetto centrale della nostra vita.

Uno dei passi più importanti per la costruzione dell'identità è il "no". Quando un bimbo inzia a dire "no", prende avvio un processo di distinzione fra sé e la madre, un processo che - tradotto in parole semplici - sta a indicare che il bambino inizia a essere consapevole di esistere come entità, diversa dagli altri e unica. Acconsentire alle decisioni altrui non necessita di essere qualcuno, dire di no e opporre una volontà propria sì.

Vedo il mio bimbo che cresce, sviluppa amicizie e mi domando come sarà da grande, come si muoverà nel mondo. Vedo le sue strategie per spiegarsi le cose, vedo i suoi talenti, vedo come reagisce a seconda delle situazioni. E lo adoro, così piccolo e così umano.

La settimana scorsa, dopo il corso di nuoto è andato con i nonni a fare merenda. Hanno beccato un bar dove stava iniziando l'aperitivo, i nonni si sono guardati sgomenti non sapendo che cosa fare (cercavano un bar con succhi di frutta e focaccine), lui in un battibaleno aveva già preso un piattino iniziando a servirsi, a suo agio, come se l'avesse sempre fatto (e in effetti di aperitivi in giro ne facciamo assai...).

Cosa ci aspetta nei prossimi anni?

Beh, la risposta è forse proprio nell'aperitivo e negli amici. A quest'età i bambini iniziano a percepire in maniera chiara quanto il mondo sia dotato di regole, iniziano ad assimilalrle e a sapersi regolare. La psicologa Lavinia Barone riassume in cinque punti quello che accade dai sei ai dieci anni:
  1. capacità di regolazione dei propri impulsi 
  2. capacità di spostare sul piano simbolico del gioco i conflitti e la competizione
  3. lo sviluppo di relazioni amicali e il bisogno di riconoscere nello sguardo degli altri un'immagine di sé il più possibile positiva
  4. la creazione di legami di attaccamento multipli e differenziati con le figure di riferimento
  5. la comprensione, sempre più chiara, degli stati d'animo interiori
I legami di un bambino in età scolare sono importanti, sono linfa. Attraverso gli altri si cerca accettazione, riconoscimento, con gli altri si inizia a lavorare sulle capacità empatiche, a partire dalla capacità di assumere la prospettiva altrui. Se in tutto questo è il gruppo dei "pari" a essere al centro della scena, la famiglia è importante perché rende i colori della cosa, comunica i valori, costruisce l'ABC dell'espressione delle emozioni.

Io e Paola stiamo entrando in una fase in cui il rapporto con la madre cambierà, allentandosi - per così dire - in favore del rapporto con il padre e del legame con altre figure. Noi saremo entità sempre meno vicine fisicamente e sempre più ricercate emotivamente.

A che pro? È una strategia della natura che serve a fare in modo che le capacità relazionali si sviluppino in modo flessibile, che l'identità si definisca, che la dipendenza dai genitori (o comunque dalle figure di riferimento) sfumi. In sostanza tutto questo serve a raggiungere l'autonomia. Per raggiungere l'autonomia serve capacità simbolica e la capacità simbolica la si affina attraverso il gioco, il linguaggio, il ragionamento.

È bello ma anche un po' triste (me lo si conceda) se visto dagli occhi di chi fino a poco tempo fa era il re dell'universo (per il proprio figlio). In tutto questo, noi genitori possiamo spronare, accogliere, stare vicini ma il gran lavoro spetta a loro, ai figli. Quello che possiamo fare è però ostacolare ed è esattamente ciò che non dobbiamo permetterci nemmeno di pensare, a cominciare da quelle frasi del cazzo del tipo: "Ma non mi dai più nemmeno un bacino? Una volta eri così affettuoso...". La crescita è una meraviglia e nella tristezza che accompagna la consapevolezza del distacco, c'è la gioia del partecipare all'avvio della rincorsa che porterà i figli a volare, basta saperla (anzi: VOLERLA) vedere e provare. Suscitare sotterranei sensi di colpa per il semplice fatto che un bimbo cresce ed è normale nella sua crescita è qualcosa che i genitori del 2014 non possono fare.

Quando un bimbo insegna ai nonni il modo di partecipare a un aperitivo, oltre allo scatenare un sorriso, sta dicendo che è in grado di trasferire know how, sta mettendo in comune una conoscenza, sta assurgendo a un ruolo assertivo che solo qualcuno sicuro di sé è in grado di ricoprire. Mica roba da poco!
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