lunedì 28 settembre 2009

Il primo giorno di inserimento al nido

Ovviamente ha vinto lei, la Paola, la mater, l'essere con le tette.

Alla fine io ho "spontaneamente" proposto a lei di seguire l'inserimento del piccolino al nido.

Stamani primo giorno, lascio la descrizione alla mail che Paola mi ha mandato al rientro in ufficio:
"Samu è stato bravo... uno dei più tranquilli...Si è staccato subito da me, è andato a giocare con i giochi e i pochi bimbi che si staccavano dalle mamme...solo dopo 20 minuti che le maestre non lo cagavano è venuto da me per farmi alzare a giocare cn lui...io ho detto di no...quindi poi è tornato dai giochi...quando però il primo bimbo che piangeva se ne è andato, anche lui è venuto, mi ha preso per mano ed è andato verso la porta. Le maestre mi hanno detto di andare e così siamo andati via verso le 10 e 15...".

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martedì 22 settembre 2009

Non potete servire a Dio e a mammona: il sapore dolceamaro dell'unicità

Amo la gelosia, la aborro quando è costruzione di teorie allucinate a autogiustificanti ma la adoro quando è scatto, reazione, graffio ferino. Mi piace guardare gli scatti di gelosia, quelli di pancia, mi fanno toccare l'animalità delle persone.

Sabato sera siamo andati a trovare parenti genovesi della mater, una famiglia davvero splendida, due bimbi (una di nove e uno di quattro) che definire adorabili è poco. Si sta bene in quella casa.
Il piccolo I., di indole gioiosa e giocosa, si è subito attaccato a me (come al solito), mi ha raccontato dei suoi nuovi giocattoli e ha voluto che gli leggessi delle storie. Osservavo Samuele che pareva non far caso (immerso in un mondo di giochi sconosciuti in una casa a misura di bambino) al fatto che il suo papà tenesse in braccio un altro bimbo così a lungo. Eppure mi sembrava di cogliere qualche cosa...

Dopo una serata in cui I. mi aveva monopolizzato (cercavo comunque di limitare l'unicità di questo attaccamento per “ridistribuirmi” su Samuele), a un certo punto il mio bimbo ha cominciato a dare in escandescenze e ha tentato di menarlo più di una volta. La cosa bella è che Samuele è innamorato di I. e gli sorrideva e lo seguiva ammirante in ogni angolo della casa, però lo menava se si avvicinava a me, solo in quel caso. I., del resto, ha quattro anni ma è molto maturo e non reagiva mai, si allontanava rimanendo però male del fatto che io non potessi essere più “suo”.

Ho ammirato Samuele, l'ho capito meglio grazie a quest'episodio, mi sono anche sentito lusingato.

Dispiace però per il piccolo I., che è rimasto un po' deluso e alla fine se n'è andato a letto.

L'unicità non ammette deroghe, è diversa dal condominio; Samuele -mi pare- ha definito dei confini che delineano l'unicità del nostro essere padre e figlio. A una certa distanza si può stare, più vicini no: chi tocca i fili muore.

Bell'animale, mi piace come hai pisciato sul tuo territorio!

venerdì 4 settembre 2009

Se papino è quello debole: una mamma in carriera, i ruoli, gli abbagli sulla parità

Inutile girarci attorno, inutile far finta che il globo si sia davvero evoluto. Se è vero che in molti abbiamo nel DNA la parità perché sappiamo di essere tutti uguali, è anche vero che navighiamo in un mondo umettato di stereotipi e pregiudizi su donne e uomini. In questo mondo il maschio ha da essere quello forte.

Prendo spunto da un post (lei scrive pure con una meravigliosa visceralità) di Mammasterdam in cui si parla anche della sua situazione familiare "Sono finanziariamente autonoma? No, col cavolo. Questa famiglia va avanti con il nostro tenore di vita solo perché il capo, che in teoria si è laureato anche lui in una facoltà inutile come lettere, mi è diventato informatico e fa pure il manager". Il suo post mi stuzzica e mi spinge a parlare di una cosa: la parità fra uomo e donna. Se il maschio ha da esser forte, la femmina (figo usare questa terminologia) vuole essere (giustamente) forte anche lei e invadere simbolicamente i territori tradizionalmente a marchio virile I. G. P.; ma siamo sicuri che sia pronta a cedere terreno? Non so, forse dipende da come guardiamo alla questione, personalmente trovo che la parità, con la sua retorica, abbia generato una situazione stagnante (dal punto di vista simbolico e culturale) di disparità.

In casa nostra è Paola quella forte dal punto di vista della pecunia. Io sono quello debole. Sinceramente noi ci consideriamo un nucleo di persone e quindi non abbiamo mai fatto i conti. Però mi pesa un po'. A me personalmente non pesa tanto perché sono maschio. Mi pesa perché vorrei vivere un po' più agiatamente. Siamo due laureati (lei in lettere e io in pedagogia) e "masterizzati" ma le cose sono alquanto differenti. Siamo al punto in cui io guadagno esattamente la metà di lei (che paga il mutuo per la minicasetta di Genova) ma a differenza di lei non c'ho mica un contratto di lavoro vero...!

Il problema è essere uomo? No. Il problema è essere precari e poveri. Perché, mi domando, se una donna si trova in una situazione simile alla mia si pensa alla parità? Io non vivo la cosa come un problema di parità. A volte mi pare che la questione della parità sia una spiegazione troppo semplice. Leggo sempre di cose che riguardano le mamme lavoratrici ma per me il problema è semplicemente dei genitori. Sì penso che insistere sul concetto di parità sia un modo per corroborare la non-parità. Se si continua a parlare di mamme lavoratrici, ad esempio, si nega la parità.

Ovvio, chiaro, certo, esiste un problema culturale legato al tema donne e potere, questo lo dicono le statistiche che leggiamo su tutti i giornali. Dobbiamo però eliminare la disparità dalle nostre teste, prima di tutto, e considerare davvero l'idea della distruzione dei ruoli. Se non ridefiniamo il problema non possiam fare dei passi avanti. Mi capita tuttora, io che con mio figlio ho un rapporto che definirei "di pancia", di incontrare scetticismo e sorpresa per il modo in cui faccio il papà (complice, "fisico", affettuoso) proprio dalle donne più legate al mondo della promozione della parità. Quasi si volesse fare dei passi solo in una direzione. Trovo che la parità sia spesso concepita in funzione del mantenimento di ruoli rigidi che distinguano uomini e donne, allora se un uomo fa dei passi verso il mondo tradizionalmente legato allo stereotipo della donna, beh allora no che non va bene. Grazie al cielo siamo nel 2009 e c'è chi apprezza!

Parità? Sì, parità è fare dei passi gli uni in direzione degli altri.

Mammasterdam scrive: "La vera grande forma di emacipazione, a mio avviso, è semplicemente questa: poter scegliere". È esattamente questo che ci manca, in testa, concepire la parità e l'emancipazione come una conquista collettiva e non con una rivendicazione (magari in fondo abbastanza vuota). Essere in parità non significa vivere meglio per le donne, significa vivere meglio tutti e finirla di considerare i ruoli come territori di dominio inviolabile.

Il mio essere la ruota del carro economica sminuisce il mio status di maschio? No, e se anche fosse non mi importerebbe una sega (si perdoni il francesismo). L'instabilità economica però mi sminuisce come persona perché non mi permette di progettare la mia vita.

Fin qui io. Ma mio figlio crescerà in un mondo in cui fatalmente troverà anche 'sti benedetti stereotipi sulla mascolinità e sui ruoli... Che papà sarò alla luce di questo? Come mi vedrà? Come un maschio debole? Boh... Chissà...

So che innanzitutto mi vedrà come il SUO papà.

Poi non si dimentichi però che questo pater alla veneranda età di ben 37 anni si è pure preso la cintura arancione di kick boxing... Basta come elemento di mascolinità o serve per foza la Mercedes?

La riunione del nido

È andata la prima riunione con le educatrici (yes, tutte donne), i genitori e qualche pargoletto.

La mia impresione? Le educatrici mi hanno conquistato, cosa assai rara e difficile, al primo impatto. C'erano tante mamme, una nonna e qualche papà. Il nido per Samu inizierà il 28 settembre, siamo quindi nell'ultima tranche di inserimenti. Qui l'inserimento segue il tradizionale metodo delle 2 settimane.

Le educatrici hanno ricordato ai genitori di non "compiangere" troppo i bimbi che incontreranno qualche difficoltà, facendo presente che anche se sono piccoli possono comprendere quando li si commisera. Brave, un richiamo d'uopo considerando alcuni genitori.

Il nido è su due piani e comprende stanze per attività di vario tipo, da quelle euristiche al sonno, dalle marionette al gioco libero. Anche in inverno, tassativamente, i bimbi saranno mandati in giardino. Questa cosa mi piace.

I genitori? Io e Paola (andati insieme a Samu) ne abbiamo individuato uno che sarà probabilmente un rompipalle, uno che non faceva altro che confrontare l'asilo con le sue altre esperienze in diversi nidi...

I bimbi? Quelli presenti sono stati molto carini, tranne uno, un bimbo più grande assai manesco che ha spintonato tutti gli altri nanerottoli... Alcuni genitori si sono subito allarmati (Paola era in angoscia totale) perché pur essendoci il suo papà e la sua mamma, non gli hanno mai detto nulla. A occhio e croce è un bimbo che riceve pochi "no". Il fatto è che i genitori sono albanesi e questo ha acuito la presa di posizione degli adulti (una mamma ha definito addirittura il bimbo "terrorista"). A me la situazione dei genitori che lo guardavano buttare a terra gli altri bimbi senza proferire parola ha fatto un po' incazzare. A meno però di episodi gravi durante la permanenza al nido (ma su questo ho piena fiducia nelle educatrici) penso che sia bello che questo piccolino abbia l'occasione di crescere con un criterio educativo e misurarsi con gli altri e con le regole del gruppo. Non ho idea se la strategia di fronte alle intemperanze sarà montessoriana o di altro tipo ma confido nel lavoro delle educatrici. Temo che, se l'andazzo continua, a qualcuno possa venire l'idea di chiedere l'allontanamento del piccolo scavezzacollo. Lo temo perché mi rendo conto che così potremmo davvero togliergli la possibilità di crescere meglio, l'emarginazione potrebbe davvero spingerlo a comportamenti pericolosamente devianti.
Staremo a vedere.

Samuelino ovviamente ha pianto un paio di volte ma credo che saprà affrontare tutto questo, è un essere umano, è supportato da una solida rete di affetti familiari, ha tutto il necessario per cavarsela (episodi gravi, lo ripeto, sono un'altra cosa e per questi sì mi incazzerei).

Insomma io confido anche nel fatto che l'inserimento non sarà così problematico, ama i bimbi ed è abituato a stare con persone che non siano mamma e papà. Poi staremo a vedere, magari mi sbaglio ma ho sempre cercato di comunicargli la bellezza di un'esperienza nuova, l'ho sempre invitato anche a raccvontarmi le sue avventure a fine giornata. So che non capisce ma mi rendo conto che in realtà comunichiamo, che tento di condividere con lui la meraviglia di fronte alle cose nuove della vita.

Non mancano le dolenti note, come quell'idiozia per cui gli asili nido pubblici sono a pagamento. Come quell'idiozia per cui le rette sono determinate da indicatori demenziali in base a cui io e Paola siamo nella stessa fscia di reddito di Lapo Elkan. Come quell'idiozia per cui i nidi nel nostro comune chiudono alle 16:30 quando gli uffici chiudono dopo. Come quell'idiozia criminale per cui si costruiscono nidi pubblici in numero insufficiente per favorire scientificamente il lucro dei privati e finanziarlo con contributi pubblici. Insomma, non è che i motivi per incazzarsi a bestia manchino...

Comunque quest'incontro mi ha lasciato soddisfatto. Nonostante le vecchie teorie pedagogiche secondo cui il livello di interazione fra bimbi molto piccoli è quasi nullo, penso che quest'esperienza lo arricchirà moltissimo. Abbiamo scelto di mandarlo anche se avremmo potuto continuare col "nonni-sitteraggio" perché entrambi siam convinti che sia importante stare fra i propri pari.

Adesso inizierà la battaglia di posizioni e strategie sul chi farà il periodo di inserimento: se io o Paola dicessimo "lo voglio fare io" comunicheremmo una malvelata superiorità all'altro. Si risolverà nel fare in modo che l'altro/a rinunci per gentilezza ma sarà una battaglia epica, sanguinosa come una naumachia.


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martedì 1 settembre 2009

Il lato sinistro dello stupore

Sarà ma a volte mi sembra d'intuire che il puer, se porge il fianco sinistro alle cose, sia più propenso allo stupore. Quando l'ho portato a vedere i fuochi d'artificio è stato micidiale, col lato destro li guardava ma dal lato sinistro urlava di stupore, indicava, mi guardava, cercava anche lo stupore mio. È sinistrorso per tante cose (per esempio il cucchiaio lo prende con la sinistra), anche per la meraviglia di fronte alle cose.

In realtà dovrebbe essere il contrario, a rigor di logica di aree cerebrali; m'immagino che già da queste cose rompa gli schemi, che sia anticonvenzionale. Io proietto (e mentre lo scrivo immagino di dirlo alla Pelù), poi finisco di essere bambino e torno protoadulto ma il suo lato sinistro dello stupore non smette di affascinarmi come un mistero inafferrabile. Esco dalla proiezione e contemplo il suo stupore anche di fronte alla luna. Tento di capire perché ma proprio non ci riesco.

Troppo grande il mistero, impossibile coglierlo.

Ecco, ci sono: resto di stucco, mi stupisco.

giovedì 13 agosto 2009

Due note ed ecco il gioco: com'è bello regredire!

Mi manca, ho cavalcato l'autostrada dopo una giornata (e un'annata) di lavoro troppo duro e troppo sottopagato e, ai margini della notte (Lemmy Caution mi è testimone) ho fatto al volo un Lucca-Genova-Lucca per portare Samu e Paola (accidenti a lei che è già in ferie!) in Liguria. Loro sono poi andati in campagna, in Piemonte. Anche Paola mi manca moltissimo. Io ho ancora qualche giorno da lavorare.

Il trappolino mi manca e d'improvviso la casa mi sembra più grande, sembra davvero grande. Mi manca lui e mi manca il suo modo di camminare agitando su e giù le braccia. Penso meglio a cosa mi manca di lui ed esce che la differenza più grossa fra prima, quando c'era e adesso che è in vacanza con la mamma è il mondo dei suoni.

Da un po' di tempo ha preso a fare quello che nel mondo dei fumetti può essere scritto come "uh-uh", due suoni, uno più alto, l'altro leggermente più basso che aprono e chiudono una frase musicale che è quella e si conclude lì. Due suoni - me ne rendo conto solo adesso - popolarissimi nel mondo, lo stesso intervallo di toni degli annunci negli aeroporti o del classico dlin-dlon dei campanelli di casa. È un gioco, è una sottolineatura, è un'interiezione, è un segno d'interpuzione ma è anche un modo per dialogare, lo fa con me, lo fa col nonno di Lucca, scambia frasi fatte di quei due suoni. Gioca, si diverte, si diverte anche da solo.

Giocare è bellissimo. Lui gioca tantissimo, adesso non c'è ma mi pare di vederlo lì a buttare fuori tutto da un cassetto e poi rimettere tutto dentro, mi pare di vedere noi a scoprire che abbiamo dato il via a una lavatrice che conteneva sì i panni e la biancheria ma anche un CD o una vecchia cassetta. Mi pare di vederci ridere. Il gioco fa ridere.

Mi sta facendo regredire. Una regressione prodigiosa, solo così mi viene da definirla.

Nel corso della storia l'infanzia, intesa proprio come concezione, ha subito l'influsso di mode di pensiero, necessità socioeconomiche e conquiste culturali. Lo spazio dei giochi di conseguenza.

Nel medioevo i bambini perdevano il diritto all'infanzia a sette anni, per lavorare ed essere piccoli uomini. In epoca moderna l'infanzia era gestita "in conto terzi" dalle istituzioni, con la loro funzione normativa e sociale (forse l'epoca migliore, fra l'altro). In anni recenti si è assistito al sequestro dell'infanzia da parte dei mercati e dei media: dopo gli anni Settanta sono "scomparsi" i giochi nella fascia di età scolare prima a favore della fruizione televisiva, poi dei videogiochi e poi della frequenza ad attività organizzate. Questa "scomparsa" del giocare è descritta in diverse ricerche.

Il gioco negli adulti ha pure subito le influenze della storia, fino a venire quasi rimosso sostituito solo da pratiche competitive. Hassefink nel 1982 andava predicando un giorno al mese di gioco per qualsiasi adulto (meglio due sottolineava). Non è mai stata troppo vaga l'ipotesi di derivazione freudiana in base a cui certi comportamenti degli adulti fossero surrogati in grado di soddisfare una innata necessità di giocare. Ma non tutti i giochi sono uguali, e non sempre il gioco è quella libertà che vorremmo.

Carse, filosofo e non pedagogista, individuava i giochi in finiti e infiniti: "Un gioco finito si gioca per vincerlo, un gioco infinito per continuare a giocare". Giocare, giocare e giocare, non essere competitivi, non vincere, non produrre, essere gratis. Il gioco è improduttivo e inutile chiosava anche Marcuse. Il gioco è questo, forse l'antitesi del mondo in cui viviamo. Il gioco ha il potere di dissipare molte ansie e tensioni, fra l'altro.

È una regressione quella a cui mi chiama Samuele che mi riporta all'essenzialità delle cose e che mi fa rendere conto di quanto (e lo dice uno che è giocoso per antonomasia) io non sia ancora capace di giocare come lui, di quanto (si perdoni il termine forse un po' ideologico) io sia "inquinato".

Regredire non è sempre stato facile, oggi siamo fortunati perché tutto sommato possiamo permettercelo. Esiste una regressione che non è molto sana è una regressione che fa affondare nei propri ricordi e che porta gli adulti a essere tali ma a comportarsi come bambini. Non è di questa che sto parlando, parlo della regressione dell'adulto capace di tornare come un bambino. È la regressione senza cui probabilmente non sarò mai capace di essere una persona equilibrata e senza cui tutta la "fuffa" e la teoria non mi permetterà di comunicare appieno col mio piccolino.

Allora mi trovo per casa, col cane, a fare "uh-uh" e a sorridere. In quel momento i kilometri di distanza fra me e Samuele si annullano ed è come sorridersi. Ora che è lontano capisco bene quello che mi chiede. Scusa piccino, papà a volte è un po' duro di comprendonio.

Detto ciò riguardo con fiducia alle sette promesse che la pedagogia si è idealmente assunta per questo secolo, i sette diritti inalienabili da garantire a bambini e bambine: comunicazione, socializzazione, autonomia, movimento, esplorazione, conoscenza e fantasia. Se per far questo sarà necessario che gli adulti tornino a leggere il vecchio Homo Ludens di Huizinga, beh, belìn, non ci rimane che regalarlo. Io per parte mia l'ho rimesso sul comodino.

In alternativa - direbbe un amico mio - spargere THC sulle città con gli aerei da irrigazione è un metodo che garantisce sempre collettività serene.

giovedì 6 agosto 2009

Tempo del padre vs tempo del figlio

Fra le tante cose che mio figlio, non consapevolmente, mi insegna ogni giorno c'è la nozione del tempo (pace all'anima di Kerouac...). Quanto è diverso il mio tempo dal suo!

Il mio tempo è quello di mezza vita, una prospettiva di “stringere” per ottenere i frutti di tanti progetti e aspirazioni, è un tempo frenetico perché ansioso. Il suo è il tempo di tutta la vita davanti, un tempo infinito e non immaginabile.

Il mio tempo è tempo che manca per la stanchezza, per gli impegni, per le complicazioni. Il suo è tempo che abbonda dalla mattina alla sera. Il mio è anche il tempo dei cazzi miei, mai abbastanza, il suo è il tempo del voglio stare abbracciato con te. Il mio è il tempo che tenta di essere noetico per capire tutto al volo e non perdere tempo, il suo è il tempo dei giochi scaraventati via perché non mi riesce capire come funzionano, è il tempo della ripetizione infinita delle cose. Il mio è - a volte - un tempo alla Zaccheo che guarda i week end passare dall'albero, il suo è il tempo da vivere sempre. Il mio è il tempo cinico dell'ambizione, il suo è il tempo meravigliato della scoperta. Il mio è il tempo che scappa troppo in fretta, il suo è il tempo che scorre troppo lento.

In questa dialettica ci troviamo però ad avere un punto in comune: entrambi abbiamo dentro il tempo del tutto e subito, entrambi siamo un po' - come dire - precorticali e insofferenti verso il differimento del desìo.

Samuelino mi costringe, imperativo, a praticare la sua nozione del tempo. E questo mi fa bene, mi dona umanità, mi rende migliore, mi fa scoprire una velocità che era solo un ricordo. Fa tutto questo inconsapevolmente, è semplicemente la vita.


La psicologia del tempo (termine con cui possiamo definire la branca scientifica che ne studia la percezione) è stranamente indietro rispetto a tanti altri filoni di studio. Si va, spesso, per supposizioni (o meglio per presupposizioni) che girano intorno all'idea dell'esistenza o meno di segnali interni (il famoso “orologio biologico”). I timidi studi portati avanti a destra e a manca nel mondo non hanno mai chiarito del tutto come e perché percepiamo lo scorrere del tempo. Gli psicologi però hanno sistematizzato una serie di concetti utili per affrontare meglio la questione:

  • “la stima del tempo o senso della durata del tempo si riferisce alla capacità di valutare la durata di un lasso di tempo relativamente breve senza l'uso di strumenti
  • l'orientamento temporale, in senso stretto, indica la capacità di orientarsi nel tempo e di situare in esso gli eventi senza l'ausilio di strumenti particolari
  • la prospettiva temporale o orizzonte temporale rappresenta l'arco di tempo psicologico in cui l'individuo vive; consiste nel vissuto psicologico della persona che, vivendo nel presente, è in grado di avere rappresentazioni del passato e del futuro, le quali dirigono il suo comportamento nel senso che un'azione è determinata non solo dalla situazione presente, ma anche dalle aspettative per il futuro e dalle esperienze passate”[R. Canestrari]

A stimare il tempo intervengono anche fattori esterni che orientano la percezione, interessante sapere che un intervallo di silenzio aperto e chiuso da un “click” è percepito come più breve, rispetto a uno della stessa durata riempito di altri click. Come se vivere il tempo riempito (filled) richiedesse più sforzo per un tentativo di interpretazione e apparisse per questo più lungo. Fra i vari esperimenti mi hanno sempre intrigato quelli in isolamento sensoriale: secondo le ricerche un soggetto chiuso in una camera priva di riferimenti spaziali e di strumenti di misurazione del tempo, a fronte di un accelerazione del tempo percepito, nel primo giorno, già dopo quattro giorni riesce a risintonizzarsi su una misura percepita quasi fedele al tempo reale così come lo misuriamo con l'orologio. Ovviamente nella nostra percezione del tempo contano stimoli come quelli della fame, della sete e del sonno. Sostanze come caffè, eccitanti o calmanti modificano la percezione del tempo. Così come tutto l'ambito della percezione, le aspettative, l'umore e i bisogni, cambiano il modo in cui percepiamo le cose.

Fra me e mio figlio stima e prospettiva del tempo sono diverse ma il tempo lo attraversiamo insieme. Siamo senex e puer che passeggiano nel tempo e lui, il puer, costringendomi a non dimenticare come sia il tempo dell'infanzia, mi permette di invecchiare senza inacidire. Io per parte mia non posso (e non voglio) essere acido, arido, anaffettivo; anche io a volte costringo lui a vivere il tempo, il mio tempo, con amore. A volte si incazza però.