martedì 9 settembre 2014

Il primo sito web di mio figlio

Lo presento con orgoglio paparinesco, qualche lacrimuccia e un po' di straniamento: http://targhettefrutta.wordpress.com/ si tratta di un sito che ha ideato lui a partire dal nome, una raccolta di targhette (etichette) della frutta.

Ha fatto lui anche le foto.

:-D

PS: a casa nostra viaggiamo ancora a 52 K, quando va bene.

lunedì 16 giugno 2014

Il lascito emozionale delle maestre d'asilo

Non so a quanti sia capitato ma in questi 3 anni di scuola dell’infanzia (fa sempre un certo effetto questa terminologia, come è del resto strano per me, che sono felicissimamente papà, parlare di scuola materna escludendo con una semplice parola la pertinenza di una figura come la mia, nell'ambito dell'età pre-scolare) a noi è sempre importato molto di essere presenti e partecipi ai colloqui con le insegnanti (eh sì, alla "materna" i maestri pare siano una rarissima rarità).

Niente di particolare da dire - grazie al cielo - una lunga, lunghissima attesa e poi una chiacchierata in libertà, la condivisione dell'aneddotica, uno sguardo sulle relazioni e qualche indicazione sulle attitudini del bambino.

Niente di particolare da dire sino all'ultimo incontro. Lì qualcosa sì. Innanzitutto la scheda di valutazione, un report a metà fra la classificazione numerica che tanto ridurrà i soggetti a somme, formule e inferenze negli anni a seguire, e una mappatura di reale utilità sullo stato dell'arte evolutivo; utilità che ci sarebbe però se lo Stato si dimostrasse in grado, una volta acclarato che ci fossero degli interventi da fare per sostenere la crescita armoniosa dei bambini, di agire. Poi il vero motivo per cui questi colloqui sono necessari e a parer mio imperdibili: il lascito emozionale.

Chi insegna, ed essere maestri d'asilo è insegnare al pari di essere docenti alla Bocconi (tranne la busta paga), lavora con materie, obiettivi ma soprattutto con le persone. Di più: al nido e alla materna si ha a che fare con quella delicatissima fase in cui si imposta la vita, il ciò che si sarà. Qualcosa che prima Gilles Deleuze e poi Pierre Levy ebbero a chiamare "virtuale" (Levy: "Contrariamente al possibile, statico e già costituito, il virtuale è come il complesso problematico, il nodo di tendenze e di forze che accompagna una situazione, un evento, un oggetto o un'entità qualsiasi, e che richiede un processo di trasformazione: l'attualizzazione. […] Il problema del seme, per esempio, è di far crescere un albero. Il seme "è" questo problema, anche se non si esaurisce in esso. Questo non significa che il seme "conosca" esattamente quale sarà la forma dell'abero che in seguito stenderà il fogliame sopra di lui. A partire dai vincoli che gli sono propri, dovrà inventarlo, coprodurlo insieme alle circostanze in cui si imbatterà").

Chi non ha mai "lavorato" con le persone difficilmente potrà capire cosa significhi operare attraverso la relazione umana, che è anche e soprattutto affetto ma che qui è strumento. Ci si conosce, ci si apre, si diventa amici, ci si ama o ci si odia, si entra gli uni nella quotidianità degli altri, ci si lascia e ogni volta che ci si lascia è una piccola morte.

La famosa sindrome da burnout, cioè l'essere spompati (secondo me in italiano si dovrebbe dire "devastati"), svuotati e incapaci di dare alcun che, conosciuta e in qualche modo gestita per le cosiddette professioni d'aiuto, non è concepita per le maestre d'asilo. A torto.

Difficile se si è scelto un mestiere così non amare i cuccioli di essere umano, impossibile non soffrire a morte per la fine di un ciclo che sarà assenza di figure che si sono amate per 1, 2, 3 anni e che non ci saranno più, esserini per i quali non si sarà mai più rifugio, sicurezza, confidenza e che nella maggior parte dei casi non si ricorderanno di te.

Ecco che questi colloqui diventano un appoggio, una condivisione ricchissima di sentimenti, ansie, speranze, investimenti emotivi. Ecco perché sono imperdibili, lo sono perché chi prende per mano i nostri cuccioli e li accompagna tutti i giorni ha bisogno di essere ascoltato, lo sono anche perché esserci significa non comprendere quanto sia importante far parte di questa dimensione di vita dei propri figli.

Al nostro ultimo incontro le maestre avevano gli occhi sull'orlo del pianto, erano in difficoltà, ho capito quanto necessario fosse, per loro, averci lì, a braccia aperte, disposti - semplicemente - ad ascoltare. Un momento che mi ha fatto ricordare anche quanto sia alienante il mio lavoro, bello ed eccitante quanto si vuole ma così poco importante, così arido, così poco necessario. Un lavoro invece, quello delle maestre d'asilo, così significativo per le "cose" che rendono la vita degna d'esser vissuta come vocazione all'amore.

Grazie Valentina, Elena, Elisa e Simona. Grazie Emiliana, che ci hai lasciati all'improvviso ma che ci hai cambiato la vita in meglio.

giovedì 12 giugno 2014

Il segno + e il segno - nella fantasia

Ha fantasia da distribuirsi a badilate, fantasia, proprio quella cosa che corre veloce come un cavallo selvatico per - mi si passi la citazione - i boschi narrativi. La fantasia è un valore assoluto, può andare dal massimo del positivo al massimo del negativo.

Ha solo 6 anni però, e due sere fa mi ha ricordato che alla sua età la fantasia può anche andare verso il basso.

Secondo Piaget un bimbo di sei anni si avvia dalla fase del "pensiero intuitivo" a quella delle "operazioni concrete", all'alba del pensiero induttivo (aggiorno le età perché i bimbi di oggi son svegli, sveglissimi) ma ancora immerso nel pensiero magico, quello grazie a cui ci si convince che la realtà si possa "fare", che questa "facitura" avvenga attraverso gesti o pensieri. Una fase complessa in cui si è presenti a sé stessi ma non se ne è affrancati: insomma, un gran casino in cui gli oggetti hanno vita e anima e ogni cosa deve trovare un posto, una spiegazione.

I bambini, quindi, tentano di spiegare le cose che gli capitano, che provano. Non sempre ci riescono e a volte capita che la spiegazione più semplice sia il senso di colpa.

Attenzione: non sto parlando di un senso di colpa strutturale o frutto di una identificazione proiettiva che abbia bisogno di trasferire sulla colpa un malcelato bisogno di controllo, magari aggressivo.

Sto parlando di qualcosa che può nascere, per esempio, dal parlare al passato. È capitato di parlare con Paola di cose che avevamo fatto in passato, anzi, che "facevamo" in passato. È capitato e Samu, sentendoci, abbia maturato una conclusione: "Facevano, ora non fanno più. Non lo fanno più da quando sono nato, è colpa mia".

Piccolo, piccolino, scricciolo di fronte alla vita. Era una sera strana, si sentiva inquieto e non sapeva perché, chissà da quanto teneva dentro questi brutti pensieri. Chissà, dove la sua fantasia l'aveva portato. Poi con precisione chirurgica e tempismo teatrale ha trovato l'istante e le modalità adatte per condividere la sua paura.

Affinché il semplice senso di colpa - che in molti casi è addirittura soldatino al servizio della civiltà - non finisca per diventare sentimento di colpa, strutturato e duraturo, è necessario decespugliare queste erbacce.

A volte basta una leggerezza per ferire chi si ama, so che è vero per gli adulti, ci voleva la fantasia di un seienne a ricordarmi che lo è ancor di più per uno scricciolo.

lunedì 28 aprile 2014

I danni dell'amore condizionale

Arrivo da lui dopo una settimana di assenza (era con i nonni) e il suo sorriso mi accoglie scendendo di corsa le scale e mostrandomi il libro che ha spolverato dai vecchi scaffali: "Papà, è un libro che parla degli animali, l'ho preso per te". Io però sono angosciato da mille altri pensieri, sono stanco, sono irritato per fatti miei e quasi evito di concedere troppi sorrisi, lo tratto con troppa freddezza. Paola me lo fa notare ma io sono "sequestrato" dal mio stato d'animo e non riesco a prendere le redini. È capitato la settimana scorsa, capita anche a chi si rappresenta bene nei blog, di essere qualcosa di diverso dal desiderabile.

A bocce ferme mi domando se Samu abbia voluto essermi vicino pensando a me con spirito d'empatia o se le mie testarde idee animaliste lo abbiano indotto a cercare amore facendo ciò che - sapeva - avrei potuto gradire.

L'amore è incondizionato (specialmente quello dei genitori deve esserlo), non è cieco, è amore e basta. Non è privo di consapevolezza, non manca alle sue responsabilità educative, è e deve essere senza condizioni (ora, se proprio uno c'ha per figlio Hitler magari se ne può anche parlare...).

In alcuni contesti borghesi la freddezza è uno strumento pedagogico, madri nullafacenti attente alla rappresentazione sociale di sé (ciò che in pubblicità e marketing chiamiamo "posizionamento strategico") che si scioglie solo se i figli adottano le regole della società; lo stesso schema di comportamento vede come protagonisti genitori anaffettivi (sì, il termine è ormai abusato ma è pur sempre valido); voglio però che non colpisca me e mio figlio.

Se fai quel che ti dico, se dici quel che voglio tu dica, se sei come io decido che tu sia, allora ti voglio bene. Le peggiori torture psicologiche non sono ad esclusivo appannaggio di chi non bazzica gli anfratti dei manuali di psicologia, riguardano anche me, il sottoscritto. Però non voglio.

In un contesto in cui tutto è performance, in cui ci si descrive per il proprio lavoro, in cui la misura della persona è sempre più determinata da un feedback legato al salario, in cui tweet e post, iPad e iTunes, digitale terrestre e satellitare, aperitivi e selfie ostacolano il silenzio, avere la sicurezza dell'amore incondizionato è quantomai necessario per crescere in equilibrio. In questo humus i bambini hanno bisogno di poter dare un nome a ciò che provano, di poterne parlare e soprattutto di poter vivere sentimenti ed emozioni. Tutto questo non è possibile se chi li affianca è incapace di distinguere fra amore e approvazione; se chi li guida è alessitimico (cioè non sa dare nome ai propri stati emotivi e non sa comunicare le proprie emozioni).

Quando l'amore condizionale diventa la regola, si cresce con la logica (il valore) della merce, si sviluppa una personalità contrattuale, si diventa bottegai dei sentimenti, si rischia di voler raccattare amore ovunque, senza rispetto per sé, senza logica, senza esito; si finisce per vivere male qualsiasi relazione.

Serve una alfabetizzazione emotiva? Sì, serve, e serve soprattutto perché troppe cose ci portano lontano dall'autenticità delle emozioni e del sentire. Serve perché se è normale domandarsi cosa faranno i nostri figli, chiedersi se riusciranno ad avere un lavoro stabile e gratificante, deve essere ancora più normale chiedersi quale ricerca di senso, di identità, di vita sia presente nel loro cuore. Eppure è una domanda che spesso non ci sfiora nemmeno.

Io penso che tuffarsi e nuotare insieme nelle emozioni sia una delle cose più belle della vita, una delle cose più intime e necessarie che genitori e figli possano fare assieme. L'altra sera sono rimasto a bordo vasca e spero proprio che la scelta dello stile di nuoto non sia stata condizionata dai miei gusti (anche se poi siamo rimasti tutti e due all'asciutto).

giovedì 24 aprile 2014

Desiderabilissima, amarissima, bellissima, temutissima autonomia

Fra poco più di due settimane mio figlio compirà sei anni di età. Sì, un po' mi sento vecchio... Però reggo bene il colpo.

Ogni giorno la sua tendenza all'autonomia si fa sempre più marcata: dalle lementele per non poter decidere l'orario della dormita, le uscite della famiglia, l'ennesimo cartone animato, al rivendicare di essere in grado di fare cose come cucinare da solo, vestirsi di tutto punto ecc.

Intendiamoci, quando non vuol fare le cose è sempre pronto a dire che non ce la fa senza aiuto, però la sua autonomia è sempre più oggetto centrale della nostra vita.

Uno dei passi più importanti per la costruzione dell'identità è il "no". Quando un bimbo inzia a dire "no", prende avvio un processo di distinzione fra sé e la madre, un processo che - tradotto in parole semplici - sta a indicare che il bambino inizia a essere consapevole di esistere come entità, diversa dagli altri e unica. Acconsentire alle decisioni altrui non necessita di essere qualcuno, dire di no e opporre una volontà propria sì.

Vedo il mio bimbo che cresce, sviluppa amicizie e mi domando come sarà da grande, come si muoverà nel mondo. Vedo le sue strategie per spiegarsi le cose, vedo i suoi talenti, vedo come reagisce a seconda delle situazioni. E lo adoro, così piccolo e così umano.

La settimana scorsa, dopo il corso di nuoto è andato con i nonni a fare merenda. Hanno beccato un bar dove stava iniziando l'aperitivo, i nonni si sono guardati sgomenti non sapendo che cosa fare (cercavano un bar con succhi di frutta e focaccine), lui in un battibaleno aveva già preso un piattino iniziando a servirsi, a suo agio, come se l'avesse sempre fatto (e in effetti di aperitivi in giro ne facciamo assai...).

Cosa ci aspetta nei prossimi anni?

Beh, la risposta è forse proprio nell'aperitivo e negli amici. A quest'età i bambini iniziano a percepire in maniera chiara quanto il mondo sia dotato di regole, iniziano ad assimilalrle e a sapersi regolare. La psicologa Lavinia Barone riassume in cinque punti quello che accade dai sei ai dieci anni:
  1. capacità di regolazione dei propri impulsi 
  2. capacità di spostare sul piano simbolico del gioco i conflitti e la competizione
  3. lo sviluppo di relazioni amicali e il bisogno di riconoscere nello sguardo degli altri un'immagine di sé il più possibile positiva
  4. la creazione di legami di attaccamento multipli e differenziati con le figure di riferimento
  5. la comprensione, sempre più chiara, degli stati d'animo interiori
I legami di un bambino in età scolare sono importanti, sono linfa. Attraverso gli altri si cerca accettazione, riconoscimento, con gli altri si inizia a lavorare sulle capacità empatiche, a partire dalla capacità di assumere la prospettiva altrui. Se in tutto questo è il gruppo dei "pari" a essere al centro della scena, la famiglia è importante perché rende i colori della cosa, comunica i valori, costruisce l'ABC dell'espressione delle emozioni.

Io e Paola stiamo entrando in una fase in cui il rapporto con la madre cambierà, allentandosi - per così dire - in favore del rapporto con il padre e del legame con altre figure. Noi saremo entità sempre meno vicine fisicamente e sempre più ricercate emotivamente.

A che pro? È una strategia della natura che serve a fare in modo che le capacità relazionali si sviluppino in modo flessibile, che l'identità si definisca, che la dipendenza dai genitori (o comunque dalle figure di riferimento) sfumi. In sostanza tutto questo serve a raggiungere l'autonomia. Per raggiungere l'autonomia serve capacità simbolica e la capacità simbolica la si affina attraverso il gioco, il linguaggio, il ragionamento.

È bello ma anche un po' triste (me lo si conceda) se visto dagli occhi di chi fino a poco tempo fa era il re dell'universo (per il proprio figlio). In tutto questo, noi genitori possiamo spronare, accogliere, stare vicini ma il gran lavoro spetta a loro, ai figli. Quello che possiamo fare è però ostacolare ed è esattamente ciò che non dobbiamo permetterci nemmeno di pensare, a cominciare da quelle frasi del cazzo del tipo: "Ma non mi dai più nemmeno un bacino? Una volta eri così affettuoso...". La crescita è una meraviglia e nella tristezza che accompagna la consapevolezza del distacco, c'è la gioia del partecipare all'avvio della rincorsa che porterà i figli a volare, basta saperla (anzi: VOLERLA) vedere e provare. Suscitare sotterranei sensi di colpa per il semplice fatto che un bimbo cresce ed è normale nella sua crescita è qualcosa che i genitori del 2014 non possono fare.

Quando un bimbo insegna ai nonni il modo di partecipare a un aperitivo, oltre allo scatenare un sorriso, sta dicendo che è in grado di trasferire know how, sta mettendo in comune una conoscenza, sta assurgendo a un ruolo assertivo che solo qualcuno sicuro di sé è in grado di ricoprire. Mica roba da poco!

mercoledì 19 marzo 2014

La festa dei papà-minoranza

Io sono un padre non sposato, e sono un medio esempio di persona disadattata.

Non sono ricco, non sono stabile, non mangio esseri viventi, non seguo la moda, non voto quasi più, non faccio la settimana bianca, non sto nelle maggioranze.

Credo che il papa polacco si sia fatto sparare, credo che Bush abbia spedito gli aerei contro le torri gemelle, credo che Weltroni sia un agente della CIA, credo che la famiglia tradizionale sia una scelta evitabile, credo che l'orgia sia il destino naturale dell'umanità, credo che le banche siano associazioni a delinquere che debbano essere sterilizzate e rese di proprietà collettiva (così come la moneta), credo che l'anarchia sia il pensiero più alto e dolce che mente umana abbia mai potuto cogliere.

Eh sì, sono un po' una minoranza deambulante.
Eppure ci sono padri che sono molto più minoranza di me: padri resi clandestini da leggi neofasciste, padri omosessuali spostati al margine di tutto dalla violenza ideologica dei benpensanti, padri schiavi a beneficio della leva dei prezzi o della tratta umana, padri troppo poveri per vivere che sono materiale di scarto dell'economia di mercato.

Ecco, a questi padri mi vien da pensare oggi, perché la mia felicità per esser papà non sarà mai completa fino a quando anche per loro non ci sarà il diritto di essere - ancor prima che padri - persone.

mercoledì 12 febbraio 2014

Primaria, Watson: andrò alle elementari, so leggere e ho una teoria della mente

Confesso che nonostante la mia aria giovanile e i miei studi pedagogici, parlare di scuole “primarie” e non di “elementari” mi fa sempre un po’ ridere. Chissà, forse mi confondo con le elezioni primarie, americanata che la politica poteva evitarsi, oppure scatta in me la reazione di fronte a una delle mode che qui in Italia ci travolgono: quella di cambiare il nome alle cose per poi non cambiare le cose stesse.

Ieri ho perfezionato l’iscrizione del nostro batuffolo alle scuole primarie. In casa c’è dibattito da oltre un anno, Paola sosteneva che sarebbe stato meglio farlo andare a scuola con una stagione d’anticipo, temendo che le sue abilità di lettura e scritura l’avrebbero in qualche maniera eslcuso dal gruppo-classe, formato per lo più da scolari totalmente ignari delle magie del sistema letterale. La paura era ed è condivisibile.

Le maestre dell’asilo ebbero a confermarci che Samuele, in classe, assieme al suo amichetto del cuore (che anche lui si chiama Samuele), agiva una funzione di equilibrio nel gruppo, mediando, intercedendo e aiutando. Alcuni bambini lo chiamavano “sapientone” ma – sempre stando alle maestre – non si era mai permesso l’aria saccente da maestrino impertinente. Anzi.

La mia riflessione si era sviluppata su tre fronti:
  1. il suo gruppo-classe è il suo humus sociale, un humus in cui è sbocciato e in cui ha trovato una sua dimensione, toglierglielo per paura che non sappia cavarsela da solo sarebbe un arbitrio al limite del sopruso
  2. l’apprendimento non è solo questione cognitiva ma è anche (e per certi versi soprattutto) un fatto affettivo e in qualche modo pure relazionale
  3. non è da escludere che una serie di competenze sovrabbondanti rispetto alla media della classe, gli permettano di definirsi quel ruolo sociale di facilitatore che si è definito da solo, in relazione con quel gruppo di amici.
Certo, i timori rimangono, la paura che tanta passione per la lettura, la scrittura, i conti, il disegno, possa inaridirsi di fronte a un muro di noia, rimane. Dal canto suo lui, a fine anno, aiutò il suo amico a imparare a leggere, dandoci un chiaro ma inconsapevole messaggio. Adesso anche l’altro Samuele legge e addirittura divora i fumetti di Tex...

Iscrizione a scuola, quindi, a età regolamentare. Scuola prescelta: quella verso cui ha convèrso il 90% dei bambini della sua classe.

Viviamo in un paesino, una zona periferica della città, un’area che possiamo definire protocampagnola. Ecco quindi che salta fuori l’inghippo: ci sono troppe iscrizioni (stando alle ricognizioni fatte alla materna) per mantenere una sola classe ma troppo poche per poter richiedere due classi. Il rischio è che alcuni bambini vengano esclusi d’ufficio dalla scuola che scelta, con conseguente dirottamento presso altre scuole con minor numero di richieste.

Se il passaggio fra materna ed elementare (primarie, I beg your pardon) ha anche il senso di un rito iniziatico, beh, ok. Però poter mantenere unito nell’avventura scolastica un nucleo di bambini che si percepisce come gruppo, è un valore che non credo sia possibile trascurare con leggerezza. Si tratta di affetto, relazioni ma pure di quella brutta cosa che deve esser scegliere chi escludere e chi privilegiare. La dirigente scolastica ci ha illuminati sul fatto che lei non può far altro che chiedere e che farà il possibile per mantenere unito il gruppo, garanzie però non ce ne sono.

Ci sono mamme che sanno sempre tutto. Io non so come sia possibile ma alcune mamme, ai compleanni, dimostrano di conoscere non solo la vita e gli altarini degli altri genitori ma anche meccanismi, pratiche e iter burocratici del circolo didattico. Come facciano non so, forse hanno tanto tempo libero a disposizione, a naso mi sembra però che la percentuale di minchiate totalmente inventate sia copsicua.

Se non ci sarà la possibilità di mantenere questo bel gruppo di amici Samu si troverà davvero in un rito di passaggio che sono certo riuscirà a rafforzarlo e farlo essere un bambino ancora più adorabile. Se quest’evenienza dovesse accadere, per noi sarebbe abbastanza tragico il dover gestire il sabato mattina. Abbiamo scelto la scuola anche in base al fatto che era l’unica a offrire il sabato libero; per una famiglia in cui papà e mamma lavorano da mane a sera e in cui mezza parentela abita in un’altra regione, preservare il sabato per stare assieme, fare il corso di nuoto, viaggiare o vedere gli altri nonni è vitale.

È un bel gruppo, non c’è che dire, basti pensare che in classe i bambini si coalizzano gli uni con gli altri, strategia adottata per esempio per fare in modo che i maschietti maneschi la smettano di picchiare, lo fanno non escludendo ma coinvolgendo. Una bella lezione davvero, lezione di fronte a cui avremmo il dovere di reagire con altrettanto spirito collettivistico.

C’è un legame insospettabile fra questi aspetti; lettura e socialità sono interconnessi.

Il senso sociale, il comportamento prosociale, l’idea del collettivo, che a livello di progetto politico trova probabilmente la sua massima espressione nel pensiero anarchico, hanno una propria specifica neurale. Se nei mammiferi la dimensione fisica del cervello co-varia assieme alla stazza, nei primati il volume cerebrale ha proporzioni superiori, specie nell’area della corteccia frontale. È dato quasi per certo che questa espansione sia dovuta alle necessità che gli esseri umani hanno dovuto fronteggiare in relazione alla complessità della loro vita sociale. Secondo una corrente di studi ben accreditata lo sviluppo delle aree prefrontali è la base fisica della “teoria della mente”, (ToM) cioè la capacità di immaginare stati mentali negli altri individui.

“Avere una Teoria della Mente significa comprendere che gli esseri umani sono entità dotate di stati mentali quali credenze, desideri e intenzioni, e che questi stati mentali sono in relazione causale con gli eventi del mondo fisico, ovvero che ne possono essere sia la causa che l’effetto.” [M. Adenzato – I. Enrici]

Lo sviluppo della teoria della mente si lega al Role-taking (capacità di assumere la prospettiva dell’altro) e al Perspective-taking (percettivo: immaginare il modo in cui un oggetto viene percepito da un’altra persona; cognitivo: immaginare pensieri, intenzioni e motivazioni altrui; emotivo: comprendere gli stati emotivi altrui).

Per un animale socialmente complesso come l’essere umano, le capacità socio-relazionali (stringere alleanze, fronteggiare, persuadere…) sono fattori di successo ed evoluzione importanti quanto lo sono lo sviluppo delle attività tecniche di qualsiasi altro genere. Studi di questo tipo fanno parte delle cosiddette “neurosceinze sociali”, che attraverso un lavoro mutuato sui piani sociale, cognitivo e neurale, tentano di comprendere se nel cervello ci siano aree (termine comune ma obsoleto perché oggi sappiamo che il funzionamento cerebrale non è differenziato per aree ma integrato in circuiti) specificatamente dedicate alla competenza sociale o se questa sia spiegabile come semplice evoluzione di competenze linguistiche, mnemoniche o attentive.

È straordinariamente affascinante scoprire come noi umani si cooperi in modo innato sin da piccolissimi (anche a 1 anno di età), mentre questo tipo di comportamento sia del tutto assente in esseri socialmente e intellettivamente sofisticati come gli altri primati. Eh sì, le scimmie non cooperano, possono collaborare a uno scopo comune ma (per dirla in soldoni) se ti vedono in difficoltà non ti aiutano e non si aspettano che tu li aiuti quando, per esempio, non riescono a trovare qualcosa che stanno cercando.

Certi comportamenti sono nostri, solo nostri, solo noi li concepiamo e solo noi li agiamo. Poi succede che a volte il nostro sguardo sia corto-corto sull’orizzonte dell’ombelio ma - come suol dirsi – questa è un’altra storia.

Dalla teoria della mente, ipotesi che risale al 1978, si è passati al “mentalizing” e in anni recenti uno studio italiano pare avere trovato conferma del fatto che ci siano circuiti (corteccia paracingolata anteriore) che si attivano in maniera specifica di fronte a comportamenti che richiedono una comprensione e una riposta di carattere sociale.

E il leggere?

Beh, secondo una ricerca di David Comer Kidd ed Emanuele Castano, la lettura di opere letterarie di spessore produce effetti positivi sulla capacità di comprendere gli stati emotivi altrui. L’alta letteratura (non quindi il leggere in sé, né il leggere narrativa “di genere”) predispongono il cervello a un pensiero creativo più ricco, a un approfondimento intellettivo più esigente. Nello sforzo che si opera per comprendere i micro-rivoli delle storie e le sfaccettature dei personaggi complessi ci si abitua a essere animali sociali migliori, più efficienti nello scrutare la profondità delle persone con cui interagiamo.

La lettura dei blog (credo) non fa tutto questo. Rassegnamoci...
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