giovedì 19 novembre 2015

Viaggiare al buio, fra i colori (dalla cronaca di Lucca Comics & Games 2105)

Pubblico qui, sul blog, l'ultimo dei miei 4 contributi realizzati da redattore di Lucca Comics & Games 2015 perché esprime esattamente ciò che per me significa essere padri e ciò che significa essere figli.

Ultimo giorno e ultima esplorazione nel mondo del viaggio. C’è un viaggio speciale da raccontare oggi, quello di un figlio.

Se nei giorni scorsi abbiamo accennato a quanti siano i genitori che portano a Lucca i figli disabili, anche gravemente disabili, non possiamo non notare quanti siano anche mariti, fratelli, mogli e sorelle che viaggiano assieme ai propri familiari in carrozzina per le vie del centro, vie colorate e zeppe di una speciale follia sorridente.

Ecco appunto, colori, volti, sorrisi, segni. Il grande impatto di Lucca Comics and Games è visuale, cromaticamente maestoso, totalmente immaginifico. Il racconto di Lucca, fatto a chi non c’era, parte sempre dalla descrizione di cosa si è visto. Da vedere sono le tavole dei fumettisti, da vedere i film, da vedere i videogiochi, da vedere i cosplayers…

E se tutto questo non fosse possibile? Se non ci fosse niente da vedere, o meglio: se non si potesse vedere niente? Ebbene, questa Lucca Comics and Games esiste e l’abbiamo incontrata oggi. L’abbiamo incontrata e l’abbiamo seguita, anche noi senza farci vedere.

Il viaggio di un figlio dicevamo, un figlio che ha accompagnato il padre non vedente (o si è fatto accompagnare da lui; sarebbe da dire che dipende dai punti di vista ma anche la deriva linguistica non ci aiuta in questo caso…) nel regno dei colori e delle cose da vedere. Un figlio e un padre, un padre e un figlio, così, fra uomini, perché fra uomini è diverso; fra uomini è fra uomini, solo padri e figli maschi possono capire. Chi accompagna chi? Non importa, ciò che conta è essere fra uomini in un’avventura da raccontare, un viaggio che cementa il legame, un’esperienza.

Un figlio che tiene per il braccio suo padre, un figlio le cui parole sono la descrizione dei colori, delle fogge, delle moltitudini visive; un figlio timido e premuroso, con tutta la dolcezza del suo essere non più bambino ma non ancora uomo, un figlio le cui parole da adolescente sono la trasduzione – soprattutto nelle pause di imbarazzo e meraviglia, perché la traduzione riporta i significati ma la trasduzione riporta la forza – di un overload visivo da far paura.

Ecco, esiste una Lucca Comics and Games che è un viaggio sinestetico fra quattro sensi. Un viaggio che un eroe non vedente ha affrontato buttandosi senza paura nella folla più strabordante e invasiva, ridendo, ridendo per il fatto di essere lì. Un viaggio che non possiamo comprendere, che può comprendere solo chi non ha il dono della luce, un viaggio in un mondo fantastico raccontato, ascoltato e annusato. Un viaggio che ci riporta all’inizio di questo excursus fra i temi del movimento: un viaggio di due eroi.

Eroe il figlio, piccolo guerriero nel brulichìo di centomila persone. Eroe il papà, perché anche se un padre non vede o se non può fare quello che tanti altri padri fanno, un papà è sempre un eroe. Anzi, l’Eroe (con la E maiuscola) di suo figlio. Perché anche se un papà non ha luce, è sempre lui che illumina il viaggio.

Questa è Lucca, tutta da vedere ma soprattutto da vivere perché in fin dei conti, come ha detto una volta un’anima ricolma di follia gioiosa, l’essenziale è invisibile agli occhi.

venerdì 25 settembre 2015

Istruzioni per un’amigdala felice (e un mondo migliore)

La prima volta – ero molto piccolo – che ho visto da vicino una persona con la pelle nera, l'ho anche toccato. All'epoca andavo in chiesa e al paesetto (dove poi sono tornato e dove ora abitiamo felicemente) il prete aveva portato un altro prete per la messa di Natale. Io e i mie amici facevamo i chierichetti. Si era a metà anni Settanta e vedere un "nero" in lucchesia era una cosa più o meno strabiliante, al paesetto poi…

Il prete, persona schietta, fu evidentemente molto moderno, lungimirante, dimostrando – lo posso dire a posteriori – quell'apertura verso il mondo che solo un credo autentico sa generare nelle persone. Nondimeno i "credo" farlocchi generano chiusura.
Ebbene, durante la messa, allo scambio della pace il "prete nero" venne da tutti noi a stringerci la mano. Appena fatto mi venne spontaneo guardarmi il palmo, per vedere se questo contatto mi avesse lasciato un po' di nero: la mia mano era esattamente dello stesso, identico colore di qualche secondo prima.

Alcuni anni dopo avrei avuto come compagno di classe e grande amico un bambino con la pelle marroncina, una persona che per me è sempre stata "Flavio" e mai l'etiope scappato dalle angustie del suo paese. All'epoca non si pensava che gli italiani potessero essere razzisti, anche perché – bella forza! – non c'erano grosse possibilità di convivenza col diverso. All'epoca il diverso era il meridionale emigrato a Torino o a Milano, fenomeni su cui è stata spesa un bel po' di letteratura psico-sociale.

Mio figlio non mi ha mai parlato di persone in termini di colore della pelle, per lui le diversità sono altre, per lui è ostico il confronto con chi parla in un modo che non riesce a comprendere; indipendentemente da pelle o nazionalità l'esprimersi in modi oscuri gli mette un po' di timore.
Eppure discriminare il diverso è parte di noi, se non individualmente, quantomeno a livello di collettività. Ma lo è anche dentro ognuno di noi. È che c'è chi si ferma e chi va avanti, e chi si ferma rimane – diciamolo con franchezza – un razzista di merda.

Nel 2006 Harris e Fiske pubblicarono una ricerca-shock attorno a cui si è poi solidificato il concetto di "deumanizzazione". I due studiosi rilevarono che la semplice vista di persone appartenenti a gruppi ritenuti inferiori  disgustosi, attiva le aree cerebrali coinvolte nella percezione di oggetti spiacevoli, aree differenti rispetto a quelle che si attivano alla vista degli esseri umani. Se vedere persone attiva in prevalenza la corteccia mediale prefrontale,  i soggetti "out" attivano principalmente insula e amigdala (associate a emozioni negative quali il disgusto), rivelando che la percezione di individui sgradevoli viene elaborata, processata alla stregua della percezione di semplici oggetti. È un quadro agghiacciante.

Gli studi di Susan Fiske avevano già portato all'elaborazione della scala di classificazione nota come StereotypeContent Model (SCM),  in cui si classificano le opinioni (sarebbe meglio dire "atteggiamenti") verso i gruppi sociali secondo parametri quali "competenza" e "gradevolezza, calore umano". L'SCM rielabora una serie di studi del 1997 in cui Phalet e Poppe individuano proprio in queste due dimensioni gli asset portanti degli stereotipi nazionali e interetnici.  Susan Fiske studiò il suo modello nella società statunitense (evidenziandone le peculiarità culturali e quindi i limiti) e fornì questi risultati: "Un gruppo sociale può essere considerato (a livello di stereotipo) competente e gradevole (es. business man, atleti) a cui si associa un sentimento d'orgoglio; poco competente, ma gradevole (es. casalinghe, persone anziane, disabili) a cui si associano sentimenti di pietà e compassione; competente, ma non gradevole (es. donne in carriera, asiatici, ebrei) a cui si associa un mix di risentimento, ammirazione e invidia; né competente né gradevole (es. rom, drogati, omosessuali) a cui si associa una sensazione di disgusto".

Nonostante la circoscrizione geo-culturale, questi studi risuonano nella pancia di ognuno di noi come campanelli che squillano al riconoscere qualcosa di familiare. Essere consapevoli del razzismo che c'è in ognuno di noi deve però portarci non a giustificare ma a superare queste derive. Anche perché i metodi ci sono!

Poco tempo dopo sono ancora la Harris e la Fiske a suggerire un buon metodo per riportare la percezione dell'altro, anche quando sia ritenuto sgradevole, nei termini di umanità: "Se a chi osserva foto di gruppi collocati a livelli infimi della scala sociale si dà il compito di inferire un aspetto, anche banale, dell'attività mentale dei loro componenti ad esempio le preferenze per certi vegetali, si elimina l'attivazione dell'amigdala e si riattiva l'area della corteccia mediale prefrontale" [A. Palmonari – F. Emiliani].

Eco quindi che il solo pensare al diverso in termini di qualcuno che ha una mente e che ha comportamenti umani fa scattare qualcosa che – forse impropriamente – si può definire empatia e che riporta il modo in cui queste persone sono percepite nei canoni di umanità. A pensarci bene il pensiero razzistoide parla sempre degli "altri" in termini o di differenze ("Hanno abitudini selvagge") o di generalizzazioni di massa che non contemplano i soggetti in quanto tali ("Gli arabi sono sporchi") o definisce in base al proprio gruppo ("Ci rubano il lavoro"). Fuori da ogni empatia.

Come crescere mio figlio in un humus in cui le persone non sono persone ma sono definite da tv, radio e giornali "migranti", "extracomunitari", "rifugiati", "profughi", "zingari"? Come evitare che questo divenga una forgia che plasma la sua visione del mondo? Difficile. Difficile ma certamente possibile e forse a dire il vero nemmeno troppo difficile.

Io e Samu parliamo, parliamo e parliamo. Riconosco in lui il bisogno di definire sé stesso anche in base alle differenze rispetto agli altri. Lui si percepisce in funzione di quelli che ritiene i suoi pregi: leggere e scrivere bene, essere alto e magro. Comprendo come considerare "un po' meno" chi legge e scrive male e chi è cicciottello non sia discriminazione ma semplicemente il tentativo di dare un volto alla propria identità. Comprendo però che in questa fase si determina la futura "salute" dell'amigdala. Uno studio USA evidenzia come nei bambini fino ai 14 anni le persone siano percepite come persone e come solo da questa età in poi si abbiano reazioni come quelle dette prima. È come se il razzismo si apprendesse e germinasse di botto in un'età in cui si è insicuri. Ebbene, penso che coltivare adesso, a 7 anni, un'amigdala felice, sia necessario per evitare la fascinazione di idee demenziali a 14 anni.

È anche per questo che voglio esserci con lui, accanto a lui quando elabora, classifica, giudica. Perché parlarne e riportare tutto in termini di umanità è ginnastica di benessere amigdalico, è fondare quella nuova umanità di cui tanto abbiamo bisogno per sentirci persone fra persone, semplici bipedi umani fra altri bipedi umani. Personalmente credo sia importante fare tutto questo anche verso i nostri fratelli animali.

O forse è anche quel "toccare con la mano", quell'esperienza che da sola e senza ideologie, fonda la verità più autentica in ciascuno di noi. Se ripenso a quella mano, che controllai per veder se fosse "annerita", capisco quanto lungimirante sia stato quel prete di campagna a cui devo almeno un po', la gioia di sentirmi umano fra umani diversi. Toccare con mano è ribaltare un mondo di cazzate. E va fatto. E ne va suscitata la voglia nei figli.

Leggo sul profilo di una persona che mi sta molto vicina: "Italiani si nasce, non si diventa". Razzisti purtroppo di diventa. Ma anche no, se si coltiva un'amigdala felice.

lunedì 27 luglio 2015

Gli archetipi del padre

Negli altri papà guardo, rivedo a analizzo il mio comportamento, i miei stati d'animo. In questo periodo ho vicino, molto vicino a me, un neopapà. Osservandolo capisco meglio me stesso.

Guardo lui, guardo la creaturina, guardo me e guardo mio figlio. Vedo un viaggio, vedo il mio viaggio.

Siccome le cose ritornano, non posso non prendere ciò che adesso sta tornando nella mia vita: gli archetipi. Gli archetipi ritornano dopo oltre 20 anni, riemergono dai tempi dell'università e si impongono, oggi, nella mia visione della vita.

Il discorso sugli archetipi non può prescindere da Jung ma - come in tutte le cose - è necessario fare una scelta anche semplicemente per comunicare un punto di vista. La visione della Pearson ("L'eroe dentro di noi" – "Risvegliarel'eroe dentro di noi") è quella che mi è più congeniale e che credo più utile per essere condivisa. Comprendo bene come ad alcuno possa apparire una visione "romanzata" dell'universo archetipico ma la trovo utile e questo mi basta.

Definire l'archetipo

Dire cosa sia un archetipo non è facilissimo, il rischio è dare una definizione troppo vasta in cui tutto diventa archetipo; per contro, non essendo qui in campo accademico, il rischio è definire in maniera ipertecnica e poco comprensibile.

Jung subodorò che ci sono schemi che non paiono appresi dall'esperienza ma in qualche modo "ereditati". A donare l'eredità, secondo lui, un inconscio collettivo, condiviso da tutti. Cosa sono questi schemi? Sono concetti, comportamenti, reazioni,  paure, aspirazioni, per dirla con Carol S. Pearson stessa: "Paradigmi o metafore di controllo, schemi mentali invisibili che controllano il modo in cui sperimentiamo il mondo".

Forse la definizione più utile è proprio quella che rimanda alla metafora: gli archetipi sono metafore che sono ben presenti a tutti noi. Per descrivere sentimenti e comportamenti, paure e aspirazioni, è sempre possibile ricorrere a una metafora. Alcune di queste metafore sono archetipi.
Gli archetipi influenzano il modo di "sentire" e pensare, sono così portanti e profondi che vengono immediatamente riconosciuti e in qualche maniera "vibrano" dentro ognuno di noi.

Ogni archetipo possiede un antagonista (l'ombra).

"Consideriamo l'archetipo come una struttura di base, in forma simbolica, che contiene l'origine dei significati universali propri della specie umana. Possiamo, per semplicità, immaginarlo come un grande quadro ricco di forme, colori e immagini, dal quale attingiamo, inconsapevolmente, per costruire i significati che realizzano i nostri ruoli, comportamenti, paure, desideri. Il padre è un grande archetipo, come quello della madre, che contiene tante possibilità di significato, utilizzate in base alla storia personale e al particolare contesto culturale e storico del vissuto" [Carlo Cerracchio].

Archetipi e paternità

Se consideriamo valida la teoria degli archetipi, dobbiamo fare i conti con quelli che influenzano l'essere genitore, ed esserlo da maschio. La prima considerazione da fare è proprio quella relativa al fatto che ogni padre è anche un figlio e che come figlio ha una visione del proprio padre. Per dirla con Jung, ogni papà è un figlio che ha avuto come padre qualcuno che nella sua percezione è stato un  "uomo potente in forma di eroe, capotribù, mago, medico e santo, il signore degli uomini e degli spiriti, l'amico di Dio" (C.G. Jung – "Tipi psicologici").

Quando sono diventato papà - o forse già da prima, nel semplice desiderarlo – ho iniziato un viaggio che mi ha portato a fare riferimento alla mia esperienza. Avevo un modello, il mio papà, e da quello ho preso il via. Il modello della paternità ereditato da mio padre, proprio quello, sì perché penso di poter dire con certezza che al di là degli studi, della teoria, della supposta competenza, diventare padri è un qualcosa che trapassa l'anima a suon di esperienze, esperienze inaspettate ogni minuto. Qualcosa che ti muta, che ti obbliga a ridiscutere, ristrutturare e reinventare.

Ho iniziato il viaggio armato di mille concezioni teoriche ma le uniche armi concrete di cui disponevo erano fatte di esperienza, la mia esperienza di figlio. Poi è iniziata la realtà e... sì, mi sono scornato (e mi scorno) varie volte, fino a riuscire a costruire con mio figlio e il resto della famiglia, una mia strada, il mio modo di essere padre.

Ecco, rivedo in questo neopapà quello smarrimento dolcissimo che è il trovarsi al centro della scena della vita, comprendo bene che il modo in cui reagisce a questa solitudine è il suo carattere. Vedo però anche gli archetipi, gli schemi, le grandi figure metaforiche.

In psicologia  e in quei territori di confine in cui, per esempio, si muoveva Hillman, si parla del mito (archetipo) della "grande madre", una madre avvolgente, soccorrevole, protettiva, generatrice. Una vera e propria ideologia in cui dalla madre tutto promana e tutto dipende.  Un mito interessante ma con il limite di emarginare qualsiasi altra influenza, ambiente, padre, cultura, tradizioni con cui venga a contatto una persona.

Gli archetipi del padre-figlio

Diventare una persona autonoma, un adulto, è lungo, laborioso e difficile. Anche se è naturale. Un padre, in quanto figlio, può essere ancorato al mito dell'orfano (entriamo qui in "zona Pearson") che nella sua versione-ombra incolpa gli altri, che ha la paura patologica di essere sfruttato e di subire torti, che subisce con soffrendo.

Un padre può essere un figlio innocente oscurato da un'ombra che lo rende bisognoso di essere salvato e col terrore di essere abbandonato. Può essere un figlio folle totalmente privo di autocontrollo, sovrano che tende a essere tiranno e via dicendo. Intraprendere il viaggio della paternità è innanzitutto un atto che richiede responsabilità e che non può prescindere da un'analisi di chi si è.

Gli archetipi del padre

Quali sono i principali archetipi che animano la figura dei padri? Eccone alcuni, quelli che in qualche modo posso riconoscere in me e nelle persone che ho avuto modo di osservare.

Il padre-orfano

È un padre che ha subito un dolore e che è in grado di aiutare il proprio figlio nella ricerca di autonomia ma che può essere rancoroso, falso, negativo, lamentoso, aggressivo e perennemente  votato all'incolpare i figli.

Il padre-guerriero

È un padre assertivo che affronta le difficoltà ed è in grado di favorire disciplina, coraggio, senso della sfida e della realizzazione. Quando l'influenza è legata al guerriero-ombra, il padre può diventare bellicoso, bisognoso di combattere.

Il padre-angelo custode

È un padre altruista che si apre alla compassione che trasmette il valore della cura degli altri. Per contro può diventare un martire che controlla i figli facendoli sentire colpevoli.

Il padre-sovrano

È il padre che favorisce senso di responsabilità e autocontrollo ma quando è influenzato dall'ombra dell'archetipo è un tiranno malvagio che esercita il potere per avere il controllo assoluto. Può diventare quindi un padre che non tollera l'allegro caos della spensieratezza creativa.

Il padre-creatore

È un padre che spinge il figlio a definire la propria identità, ad accettarsi e a scrivere la propria storia nel mondo. Questo archetipo nella sua versione-ombra è ossessionato dal creare, definire scenari che però non trovano mai la via pratica dell'applicazione nella realtà.

Il padre-saggio

Trasmette la sapienza, insegna a giudicare con distacco e a cercare l'autenticità delle cose ma, se posseduto dall'ombra diventa un giudice freddo e cinico in grado di far sembrare il figlio sempre inadeguato.

Il padre-viandante

Un padre che stimola l'autonomia delle scelte e la ricerca del miglioramento, che incita all'esplorazione ma che può andare alla deriva diventando perfezionista sempre alla ricerca di un traguardo, perennemente insoddisfatto e mai tranquillo.

Nessuno è mai animato al 100% da un solo archetipo; per la loro natura gli archetipi coesistono gli uni con gli altri. Esperienze, fasi della vita, eventi, fanno prevalere un archetipo o un gruppo di archetipi.

Capire quali archetipi, anche fra quelli che sono indicati in questo post, agiscono in noi è un dovere irrinunciabile. Proseguire il viaggio con questa nuova consapevolezza è il piacere di crescere.

Maschile e femminile

In tutto questo ci sono due archetipi di fondo: il maschile e il femminile. Maschile e femminile non possono essere intesi con rigidità, sappiamo bene quanto ciò che è tipicamente femminile, per esempio, sia legato alla cultura o all'epoca.

C'è però la necessità di non tralasciare quella che è la funzione del padre, una relazione in grado di essere alternativa a quella "primaria" (che di norma è con la madre), una relazione che fornisce il "principio della realtà". La figura del padre è necessaria per permettere ai figli di differenziarsi dalla madre ed entrare definitivamente nel mondo. L'abbraccio di Ettore, come ricorda Luigi Zoia, è una bellissima metafora del ruolo del padre: Ettore abbraccia il figlio prima di andare in battaglia, lo abbraccia innalzandolo al cielo, al cospetto di Zeus, a simboleggiare che quell'abbraccio non contiene ma spinge, fa "volare" verso l'autonomia della propria vita.

I miei archetipi

Vedo questo papà, vorrei intervenire quando è in difficoltà ma mi freno perché è giusto che ognuno faccia la propria strada. Eh sì, la strada, il cammino... Parlare di archetipi usando una metafora che è un vero e proprio archetipo: il viaggio. Ganzo, vero?

Sì, il viaggio è un archetipo che riconosco in me, da padre-viandante, un padre che aspira a essere saggio ma che a volte è l'ombra del sovrano, del creatore, del guerriero.

Beh, buon viaggio a tutti i papà.

martedì 24 marzo 2015

Spiegare l'ISIS a mio figlio

Inutile proteggerlo, le gesta dell'ISIS sono nell'aria. Ne legge sui giornali, ne sente parlare alla radio, ne discute con i suoi compagni di classe. E ha paura, una paura fottuta.

Poco importa se personalmente credo che l'ISIS sia più un prodotto in stile CIA che un fenomeno islamico, poco importa se bisognerebbe forse imparare a chiamarlo QSIS e non ISIS, poco importa perché ho per casa un esserino che chiede aiuto e non politica.

Ha paura di rimanere solo, paura di morire uscendo di casa, paura un po' di tutto: "Papà ma i terroristi arriveranno mai qui da noi?".

7 anni (da compiere fra qualche mese) è l'età giusta per interrogarsi sul mondo e rappresentarlo. Non sempre la rappresentazione aiuta a gestire la realtà, in questo caso la realtà lo sovrasta.

Domande, domande, domande che sono richiesta di rassicurazione. Io che lo faccio parlare, lo stimolo, lo spingo a lasciar andare le lacrime quando sono sulla soglia dello sguardo. Io che rispondo, che la metto sul ridere, che gli racconto aneddoti dissacranti su quei coglioni dei terroristi quando mi accorgo che l'unico sistema per padroneggiare la paura è l'ironia.

7 anni è l'età giusta per essere impressionati e avere paura.

Io non ho paura, sono consapevole dei pericoli ma non ho paura. So di non trasmettere a Samuele paura, mi rendo però conto - ora come non mai - di cosa sia esattamente educazione: guidare, dare strumenti, appoggiare il cambiamento. Mi rendo conto che ciò che posso fare io non vale niente se anche lui non compie i suoi passi. Per quanto mi riguarda parto dal corpo, dagli abbracci, dal farlo sentire protetto, di fronte alle domande debbo poi rispondere e qui mi accorgo che, nonostante strategie e tattiche fantasiose, c'è uno step finale che deve compiere da solo; uno scatto che solo lui in squisita autonomia può fare. Superare la paura o imparare a "gestirla"? Forse la seconda.

È capace di ragionamenti fini e non posso abbozzare risposte incomplete o non corroborate da argomentazioni e logica, ecco perché ho deciso di spiegargli che la paura è anche amica. È amica perché ci mette in guardia dai pericoli ma è amica anche perché spesso la soluzione alla paura è bella: la sua paura di star da solo porta alla soluzione di stare di più con noi, porta cioè una soluzione che è bella. Abbiamo parlato a lungo di queste cose, sinceramente pensavo di avere esagerato con la complessità. Eppure un paio di giorni dopo Samu è venuto a dirmi che aveva spiegato ai suoi compagni che la paura "Anche se fa paura" può essere amica, e che questo aveva tranquillizzato i più agitati. Miracoli dell'esser piccoli.

La paura poi, noi genitori lo sappiamo, trova semplicemente dei simboli per realizzare un corto circuito: il terrorismo è un buon simbolo per scatenare la paura. Altra cosa a margine: con le manifestazioni della paura i bambini sanno anche giocare per ottenere cose e favori.

Se tutto origina da una paura primordiale, le situazioni in cui il controllo sulla realtà è minimo (si pensi al buio) e i simboli usati sono da manuale del film horror (lame, fuoco, boia incappucciati, attacchi improvvisi...) sono quelle che generano maggior paura in assoluto. C'è una risonanza atavica fra paura e certe rappresentazioni, quasi archetipiche, del male. Eh sì, il male, quello che mio figlio mi chiede è anche il perché ci siano persone così cattive, perché l'uomo possa essere malvagio.

Il terrosirmo parte (lo illustra con lucidità Mario Papadia) da un mito, una doppia credenza:
1) essere portatori di un diritto assoluto e non essere nelle condizioni di esercitarlo a causa di un avversario più forte e non disposto a dialogare
2) sostenere che la paura sia il mezzo migliore per (ab)battere l'avversario.

Quest'armamentario assiomatico è il recinto mentale e cognitivo entro cui si sviluppano narrazioni, deliri e ideologie. Al solito, il meccanismo è ingroup vs outgroup: una rappresentazione così manicheisica della realtà è l'humus ideale per sviluppare sentimenti di ostilità verso gli altri. Questo è da una parte il meccanismo della propaganda, dall'altra rappresenta per noi il rischio di categorizzare un generico e omnicomprensivo "nemico musulmano".

Terrorismo? Un adulto può  rispondere con la parola "complessità" perché disarmare il manicheismo è arma letale. Malvagità? Un adulto può parlare di "altruismo", "condivisione".

Il terrorismo e i bambini? Nel caso del terrore mediatico dell'ISIS i nostri figli non ricadono nella fattispecie del disordine da stress post-traumantico tanto caro ai telefilm, siamo però in un territorio delicatissimo, una sfera sensibile per cui è bene essere attenti, disponibili, coccolosi e soprattutto creativi. L'espressione artistica, il gioco, la narrazione creativa, la musica, le fiabe, sono al momento gli strumenti più potenti per consentire ai bambini quello step, quel famoso passo in più che può portare un piccolo impaurito a diventare un "impavido prudente". Condivisione e riconoscimento delle emozioni sono il cemento che tiene uniti questi piccoli e che impedisce loro di andare in mille piccoli pezzi.

Un'ultima cosa: il lessico è importante, le parole hanno una loro gestalt e alcune di esse pesano così tanto da cambiare gli equilibri percettivi di qualsiasi discorso. Il mio esercizio è stato (anche) parlare a lungo (so che i miei post son tutto tranne che brevi) di paura e terrorismo senza usare mai la parola morte (così faccio con lui). Io e lui parliamo spesso di morte, alla sua età è normale volerne parlare, La parola morte è definitiva, non solo per il concetto che esprime ma anche per quella "T" finale che chiude suono e discorso. Parlare di morte - in questi casi - significa peggiorare.

giovedì 19 marzo 2015

Tulliani (fu Fini) e i ragionamenti a cazzo sull'omosessualità dei maestri

Proprio ieri sera a tavola, io e Paola parlavamo di un amico omosessuale. Samuele è intervenuto chiedendo: "Se vuole sposarsi con un uomo deve andare per forza in America?". Ci siamo messi a snocciolare a memoria i paesi del mondo in cui il matrimonio omosessuale è permesso, non l'Italia.

Il piccolo ci ha chiesto perché in Italia non si possa. È dura da spiegare, per fargli capire meglio cosa sia l'Italia gli ho raccontato di quando un certo onorevole Gianfranco Fini (poi Tulliani), nel vicino 1998 (un onorevole che regolarmente andava a Predappio a fare il saluto romano) aveva dichiarato che se un uomo amava un uomo, allora non poteva fare il maestro di scuola.

"Papà - mi ha detto lui - posso dire una parolaccia?". Al mio assenso: "Ma che CAZZO di ragionamento idiota ha fatto! Che c'entra amare un uomo col fare il maestro?".

In assoluta, linearissima semplicità, un gradito calcio nei coglioni non solo al signor Tulliani ma anche a tutte quelle facce (opportuno definirle da fascistello) che negli anni Novanta si beavano dell'esser destra, quelli che "Non sono razzista ma...".

Cosa sia la differenza lo sa solo chi la vede, non certo i bambini, di certo la vede quel solco di paura che tradizionalmente si fa scudo con i più piccoli definendoli suggestionabili ed esposti a mille pericoli e condizionamenti. Quella non è verità, quella è piccolezza. La verità ha spesso le gambe corte, più delle bugie, la verità ha le gambe corte dei bambini. Samuele sa che esistono mille diversità ma le intende come semplice varietà della natura. Tutti i bimbi lo sanno, non tutti i genitori però.

Si abbia coraggio quindi con i bambini, il coraggio di smetterla di usarli come scudi umani di fronte alla varietà di cose che non siamo in grado di accettare (credo che questo sia uno dei casi in cui si potrebbe usare a ragione il verbo "gestire"). Non sono i bambini il problema, il problema è chi non riesce a gestire la varietà della natura.

Ancora pochi anni fa purtroppo, i tentativi di sondaggio fra i più giovani, davano un 25% di disapprovazione verso la semplice vista delle coppie omosessuali. Alcuni studi statunitensi del 1998 e 2001 indicano come il quadro delle famiglie omosessuali sia comunque complicato, anche per l'eccessiva paura di ricevere, una volta diventati genitori, reazioni negative da parte degli altri; paura spessissimo esagerata.

Indubbio quindi che possa esistere il cosiddetto minority stress (stress da minoranza: disagio psichico che deriva dalla discriminazione e dalla stigmatizzazione sociale di una minoranza) ma l'assertività di mio figlio nel mandare a cagare Fini (l'attuale signor Tulliani) mi fa pensare, ancora una volta, che dobbiamo guardare tutti verso un'altra direzione.

Il mio sguardo ad esempio va non solo all'inferno che abbiamo creato nella vita di tante persone omosessuali ma va soprattutto ai decenni di pace che abbiamo tolto a noi, ai nostri figli e ai nostri fratelli/amici/compagni omosessuali. Pace, pace, quella pace che può nascere solo dallo stare insieme, dal potersi abbracciare, dal cogliere gli altri per la loro unicità e non per la diversità, che - come ripeto - è solo negli occhi di chi guarda.

giovedì 9 ottobre 2014

Sarebbe bello organizzare la giornata universale della noia (e onorare i gran cavalieri della fannullìa)

Io li vedo, quando li vedo li giudico pure.
Solo dopo un po' mi accorgo di esser simile a loro. Sono gli adulti (i genitori) che spippolano ossessivamente sugli smartphone aspettando i figli in piscina, sono i bimbi che giocano al ristorante, sono le famiglie che non sanno stare in silenzio, sono quelli che vanno a correre con le cuffie alle orecchie.

Siccome guardando loro e guardando me succede che prima o poi razionalizzo, allora mi distacco. E agisco.

Ho introdotto la noia fra le cose che desidero per mio figlio e che impongo, quando possibile, per me. La noia, cioè - etimologicamente - "l'avere in odio".

Basta con la necessità del trastullo, basta con l'aria sonorizzata che riempie il silenzio, basta con la deriva che emargina il non aver niente da fare.

Ecco, se devo pensare a qualcosa che sia una (una sola delle tante, per carità) delle basi del benessere psicologico modernamente inteso "Lo stato emotivo, mentale, fisico, sociale e spirituale di ben-essere che consente alle persone di raggiungere e mantenere il loro potenziale personale nella società" (rapporto della Commissione Salute dell'Osservatorio europeo su sistemi e politiche per la salute), mi viene in mente la noia. Da figlio unico ho attraversato sovente il silenzio, l'ho spesso contrastato ma ho imparato ad apprezzarlo e lo ricerca quando voglio stare con me stesso. Mi fa paura chi non sa stare in silenzio.

Durante un viaggio, alcuni ani fa, ho avuto l'occasione di sperimentare per diversi giorni il non avere una pippa (ma proprio una pippa) da fare. Non mi sono annoiato. È a lavorare che mi stanco...

Quando vedo che in pizzeria i bimbi sono equipaggiati con consolle portatili, quando mi sorpassano i SUV con i pargoli intrattenuti dai cartoni animati proiettati nei visori sui poggiatesta, quando sento mio figlio che mi dice "Ma io mi sto annoiando...", dentro mi scatta qualcosa.

Paola Maugeri è una donna cazzuta, ho avuto occasione di apprezzarla in primavera, durante un incontro pubblico. Fra le mille cose ragionevoli che ha detto, c'era l'appello alla noia, "Perché annoiarsi è importante".

Dietro (o dentro) alla noia c'è un mondo da scoprire, c'è una felicità, una bellezza, una ricchezza che è nostra, solo nostra e che non possiamo farci rubare dal primo signor Nintendo che passa.
Già agli inizi del secolo (1914) Le Savoureux studiava la noia, che considerava sentimento primario allo stesso titolo del piacere e del dolore, caratterizzato da assenza di interessi, monotonia delle impressioni, sensazione d’immobilità, vuoto interiore, rallentamento del corso del tempo [Fabrizio Di Maio]. Poi un susseguirsi di ricerche, teorie, studi che classificano la noia: cronica, morbosa, malinconica o secondo la classificazione di Emilio Tiberi banale, culturale, metafisica, patologica [Misurazione della noia cronica].

A me colpisce la definizione di Anne Clancier: "Un’attesa vaga di qualche cosa e incapacità di tollerare questa attesa". C'è da aggiungere altro?

Questa noia è amica, questa noia va conosciuta, questa noia va cercata e creata. Silenzio, assenza di stimoli, solo lì il viaggio dentro di sé può completarsi, solo lì si trovano quelle risorse che sono fatalmente mancanti nella nostra quotidianità.

Difficile rendersene conto ma fondare la noia come elemento educativo è difficile, implica un re-set del nostro stato mentale, necessita di energie e creatività. meglio tamponare e dare ai figli la playstation... Meglio sederli di fronte a un cartone, non abbiano mai a chiedere amore e risposte...

Quando Samu mi dice "Ma io mi sto annoiando..." io gli rispondo che annoiarsi è bello. Dopo un po' di proteste accade la magia e si innesca la sua creatività. È meraviglioso.

Penso allora che sarebbe bello organizzare la giornata universale della noia, una giornata in cui si spengono tutti gli apparecchi di trastullo e si attraversa il niente, una giornata in cui il cervello possa funzionare - finalmente - in maniera differente, un assaggio (forse) di quella che è la ricchezza della meditazione (anche qui, pur con mille distinguo ci vengono in aiuto diversi studi scientifici, a partire dalle osservazioni di Maslow fino a questa ricerca, una delle ultime, che ne indica i benefici psichici e fisiologici).

Insomma, c'è un modo là fuori che è fatto di "funzionare in maniera diversa" e che ci chiede di essere scoperto e goduto. Solo allora, solo potendo affrontare questo viaggio il benessere psicologico di una persona avrà buone probabilità di essere un bagaglio amichevole nella vita.

Eppure c'era qualcuno che diceva non solo "Medium is the mEssage" ma anche "Medium is the mAssage"...


Questo post partecipa al blogstorming.


Blogstorming

mercoledì 24 settembre 2014

Il privilegio della normalità

No, non è un post senile, anche se comprendo bene che possa sembrarlo. È che provo una gioia immensa nelle cose normali. Da una settimana Samu è alle elementari (primarie, I beg you pardon) e mi sembra di essere in un mondo di fuochi pirotecnici.

Ricordo benissimo la sera che precedette il mio primo giorno di scuola, ricordo che eravamo tornati dal mare e che al giornale radio raccontavano del dispiacere provato da tutti i bambini d’Italia per il fatto che le scuole ricominciassero.

Ricordo che chiedevo incredulo al mio papà il perché di questo dispiacere, visto che io invece, morivo dalla voglia di iniziare l’avventura. Si tratta di ricordi che risalgono a 37 anni fa...

Chissà se anche per lui ci saranno questi ricordi, chissà se fra 37 anni penserà all’eccitazione che lo tarantolava la sera prima, chissà se ricorderà l’ingresso, la foto che gli ho fatto, l’accoglienza dei bambini del secondo anno con le bandierine personalizzate preparate per ogni "primino" e "primina". Chissà...

Quello che è certo è che questa cosa, del tutto normale (l'andare a scuola) mi sta facendo vibrare. Tremo e fremo di gioia nel vedere questa vita avida di esperienze che muore dal desiderio di raccontare la sua giornata scolastica e al contempo si vergogna, nel vedere la costruzione del suo mondo, nel constatare che la sua personalità si sta formando, nell’accorgermi di quanto quello sguardo sul mondo, quei particolari occhi siano un’unicità.

È cosa piccola la normalità e magnificarla come se fosse un’eccezionalità è forse un po’ senile, quando non addirittura patetico, è comunque genitorialità da romanzo d’appendice. Eppure c’è una forza nella normalità, una forza che non mi sarei aspettato di trovare. Cresciuto nella cosmogonia dell’affermazione individuale, del successo sopra a ogni cosa, nella rincorsa del primato, mi accorgo di come la normalità dell’essere papà sia qualcosa di devastante – positivamente devastante – per la mia vita e per i miei valori.

Trovo una gioia immensa in questa normalità e trovo che i miei vecchi sogni di gloria siano ossature preconfezionate su cui avevo, semplicemente, messo sopra i miei abiti. La normalità non mi toglie l’ambizione, ero, sono e rimango ambizioso; ero, sono e rimango convinto di essere meglio rispetto alla mia “posizione”, è solo che non me ne importa un cazzo. È solo che la mia percezione del mondo è cambiata, è solo che – forse e finalmente – comprendo bene come una casa la si debba costruire dal basso e come le ambizioni siano il tetto, il comignolo, l’antenna che si può posizionare solo quando ci sono tutti i piani più bassi, nessuno escluso.

L’invidia c’è quando sento il mio vecchio compagno di studi che fa il nomade digitale, anche io vorrei quella vita, almeno un po’. L’invidia c’è quando incontro vecchi amici che, a differenza di me, fecero a suo tempo il grande salto e adesso sono in carriera nella city. La rabbia c’è quando vedo chi è andato avanti e penso alle mie capacità. L’invidia però è reciproca, la vita la si sceglie ma è anche vero che la vita càpita. A ognuno manca qualcosa e ognuno ha raggiunto qualcosa. Ciò che questa gioia della normalità mi fa comprendere è che la mia vita non avrebbe potuto essere che questa, che le mie ambizioni erano di costruire il tetto senza passare dalla costruzione della mansarda... La forza devastante di queste gioie ha illuminato la mia mansarda, tutta ancora da finire.

Si ha a che fare con una sensazione strana quando si dice che la propria realizzazione è nell’essere padre. Non si capisce se si stia abbassando il tiro, se ci si stia accontentando, se si rasenti la pateticità, se si stia diventando asessuati. Io ho a che fare con queste sensazioni e confesso che sì, mi ci vuole un po’ di coraggio a definirmi felice per il solo fatto di avere un figlio, la stranezza è però nelle orecchie di chi ascolta perché io le mie incertezze me le son chiarite... Avere a che fare anche con una dimensione altra da quella del lavoro, quando ci si definisce, è una cosa che lascia straniti, anche se è del resto un tratto tipico della contemporaneità; la rete ci permette di essere mille dimensioni, mentre prima l’unica (o quasi) dimensione che ci collocava nel mondo era il lavoro, ed era una dimensione che potenzialmente inchiodava. Adesso siamo in relazione con dimensioni altre, strane, originali, che ci rendono più equilibrati perché ci consentono di trovare affinità con altre persone e comprendere che non si è strani.

Cosa avrebbero pensato negli anni Ottanta leggendo queste righe? Che uomo strano sarei sembrato? Oggi è probabile che chi mi legge sia addirittura contento di trovare Paterpuer.

Eccomi allora qui a rivendicare la mia piccola porzione di normalità, a gridare con forza che è bellissimo condividere la vita con una vita che fiorisce. A 43 anni mi par di intuire una inaspettata coerenza nella mia vita, una strada teleguidata da una volontà ferrea contro la quale ho combattuto per anni e che però non è stata più forte del mio destino. Oggi chi sono io? Sono un uomo che cerca di scoprirsi, sono un creativo d’agenzia di comunicazione, sono un vegetariano ormai quasi vegano, sono malato di sport, sono quello che si appassiona per le strane teorie del complotto, sono l’originale del gruppo che s’intrippa per la medicina germanica o la disciplina del digiuno, sono una specie di bamboccione ma sono soprattutto un papà che si sente realizzato quando può fare (essere) il papà.

La mia normalità, che ad alcuno può sembrare "bassa" all’orizzonte, è cielo irraggiungibile per molti. Non solo avere un bambino ma poterlo abbracciare, vederlo sano e felice, camminare con lui, sono cose che fanno parte del mio giorno ma che non per tutti sono così normali. Io non mi rassegno ad avere ciò che ho, anzi: adoro quello che la vita mi ha regalato.
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