giovedì 28 marzo 2013

Quando l'amore taumaturgico non è si scopre la misura (e io faccio festa per averla scoperta)


Capita spesso di ritrovarmi a pensare d'amore, di rivivere, a volte con trasporto, a volte con nostalgia, a volte con la netta sensazione di averla scampata bella, i miei amori passati. Credo capiti a molti fra coloro che hanno la fortuna (o il dramma) di avere amori passati.

Quando i ricordi vagano mi si aprono alla mente le atmosfere, le persone, il contesto, gli amici legati a ciascuna storia. Mi rivedo, mi ripenso, in alcuni casi mi vergogno un po' di me...

Rivedo anche quelle situazioni in cui l'amore si fa taumaturgico ma siccome taumaturgico non è, diventa scudo, schermo opaco, barriera per non vedere la realtà. La realtà di un amore che magari non stava più in piedi nemmeno a pregare.

Vedo come un percorso che oggi mi fa dire di essere cresciuto ma mi ripeto che domani probabilmente dirò d'esser migliore di oggi. L'amore è strano, quasi quanto le persone.

Oggi, tranquillo - si fa per dire - overquarantenne, osservo che questo atteggiamento, questa aspirazione taumaturgica non appartiene solo all'amore di coppia ma all'amore in generale. Lo vedo nei nonni che lasciano trasparire la convinzione di poter essere il meglio del meglio per Samuele, lo vedo in Paola, lo vedo in me. Siamo tutti accomunati da un tratto di convinzione superlativa, siamo tutti convinti di essere il meglio del meglio per quel pargoletto che cresce ogni giorno sotto gli occhi di una famiglia che si allarga dalla Toscana alla Liguria e di cui lui è inevitabilmente divenuto il fulcro.

In psicologia questa tendenza verrebbe forse assimilata alla dipendenza affettiva, ma qui non c'è reciprocità (la dipendenza affettiva è quasi sempre una dinamica a due). Si tratta forse di un bisogno di controllo? Forse sì.

È certo però che gli anni che passano aiutano a vedere le cose con sguardo disincantato e in qualche misura oggettivo. Questa visione retrospettiva mi ha illuminato sul modo in cui l'amore a volte ignora l'alterità. Ho visto (credo in maniera chiara) come si rischia di soffocare l'altro, anche quando è bambino, guardando esclusivamente il mondo con i nostri occhi. Eppure "l'oggetto" d'amore è qualcuno - non qualcosa - con un nome, con una vita propria, con propri gusti e aspirazioni, insomma, "l'oggetto" è altro da noi. Ma... un "oggetto" bambino è delicato più di altri?

La risposta che mi restituisco è no. No perché quando mi lascio prendere la mano dalla taumaturgia vedo i suoi occhi che mi richiamano e quando non vedo i suoi occhi sento le sue parole che mi dicono che lui la pensa in modo diverso, che vuole seguire i suoi sogni, non i miei. E mi dice anche che a volte il suo papà sbaglia e che a volte gli altri non sbagliano. Debbo così accettare (come è normale che sia) che nonne e nonni in alcuni casi facciano meglio di me e questo è un sollievo perché so che quando è con loro è in ottime mani.

Quello che mi è ben chiaro, in questo viaggio che sembra avere la funzione di mettere assieme tante tessere sparse a comporre un mosaico ricco di senso e insegnamenti, è che la natura ha pensato proprio a tutto, ha pensato a rendere le persone un po' sorde alle esigenze altrui ma ha pensato anche agli antidoti, in questo caso l'antidoto è la forza dei bambini.

Quello che tutto ciò mi ha insegnato è la bellezza (e la necessità) della misura. Ho sempre pensato che la misura fosse arida ma semplicemente non avevo capito cosa sia la misura. La misura non è limitazione, è semplicemente consapevolezza. Il mio amore per Paola è devastante, il mio amore per Rasta (la mia principessa che ha quattro zampe e abbaia) è devastante, il mio amore per Samuele è devastante. Devastante perché sconvolge ogni più intima e piccola fibra del mio essere. Però devastante non può significare soffocante, perché anche l'amore infinito ha bisogno di una misura: non un limite all'estensione o all'intensità ma un atto di consapevolezza.

Oggi sì, posso dire di essere un po' cresciuto. Continuerò con i miei errori, forse ripeterò gli stesi errori di sempre ma la cosa meravigliosa che oggi mi ha insegnato mio figlio è che la sua crescita mi rende una persona migliore.

Grazie piccolo, ti voglio bene.

lunedì 11 marzo 2013

Ma come facciamo a salvarli se balliamo?



Qualche sera fa ho proposto a Samuele di fare una cosa assieme, partecipare a un flash mob per salvare gli agnellini dalla macellazione pasquale. Lui ha ormai metabolizzato il fatto di avere un papà vegetariano che ogni settimana fa anche un vegan day, ci scherza su e ogni tanto mi chiede come va e se sono felice di essere vegetariano.

Ha chiesto perché a Pasqua vengano uccisi gli agnellini, io ho risposto con sincerità: per tradizione, perché così si fa da sempre. A lui sono venuti i lacrimoni.

Mi ha chiesto allora cosa avremmo dovuto fare per salvarli, io ho spiegato sommariamente cosa fosse un flash mob, alla fine del quale si balla.

Lui allora ha lasciato andare le lacrime e con rabbia ha inveito contro di me: "Ma come facciamo a salvarli se balliamo!!!?".

Ecco qua, servita su un piatto (mai come in questo caso la metafora fu più azzeccata) d'argento la cruda verità: a che pro manifestare a favore della vita di qualcuno se non per stringersi fra coloro che si sentono simili e quietare un po' la coscienza?

Quanto di ego-diretto c'è in una cosa del genere? Quanto di inutile? Quale il ruolo di un'agenzia di comunicazione che - magari - ha bisogno di mettere a portfolio un'azione del genere?

Beh, il discorso è lungo e annoso. Io sono consapevole di non essere in grado di fare ciò che realmente sarebbe necessario, posso solo iniziare da me stesso, sfruttare la rete e fare cose simili al flash mob. Ma non posso dimenticarmi che ci vuole tempo, tempo che questi animali non hanno.

Il pensiero lineare di un bambino, nella sua semplicità è efficace. Anche a smorzare l'entusiasmo di un adulto che, pur di fare qualcosa, a volte fa anche qualche cazzata la cui utilità c'è ma il cui effetto è onestamente poca roba.

venerdì 5 ottobre 2012

Quell'inspiegabile telepatia...


Quando ero ventenne successe che, per una serie di circostanze più o meno rocambolesche, venni arruolato per fare il paggetto alle manifestazioni storiche del comune. Andavamo in giro portando il gonfalone, io ero con calzamaglia rosso-bianca e parrucca alla Raffaela Carrà, però castana.

Al termine di una sfilata d'epoca a L'Aquila, la cena si trasformò in bolgia alcolica con un paio di "colleghi" iperubirachi.

Uno di si addormentò nudo all'aperto, sdraiato sulla sua cacca... Durante il viaggio di ritorno, commentando il suo stato della notte precedente, mi disse che all'arrivo - anche se tutto era passato - sua madre se ne sarebbe accorta "Come mi vede sa sempre se mi è successo qualcosa". Non l'ho mai più rivisto ma  quella frase ha sempre risuonato nella mia mente.

Questa frase risuona tutt'ora, a oltre vent'anni di distanza, e da quando è nato Samuele non faccio che ripensarci ogni giorno, anzi, ogni notte.

Quando Samu era più piccolo bastava che avesse una lieve alterazione del respiro per provocare una reazione immediata di Paola. Magari lei continuava a dormire ma reagiva, come se si preparasse idealmente a svegliarsi. Eppure eran semplici cambi di ritmo, magari Samu si stava rigirando nel letto e nel girarsi modificava il respiro.

Io me ne accorgevo solo perché ero sveglio.

Anche in queste notti, quando ormai il piccolo è in camera da solo da oltre un anno, anche in queste notti quella telepatia c'è ancora. Proprio la notte scorsa si è manifestata di nuovo: prima un sospirone, poi un impercettibile lamento e Paola, senza svegliarsi, si è come preallertata.

Invidiaaaaa!!! Invidia ma anche - una delle rare volte in vita mia - consapevolezza che siam diversi e abbiamo funzioni diverse. Invidia però.

Io posso acuire la mia sensibilità studiando, lavorando su di me, osservando, annusando... ma se lui non c'è, fisicamente lì con me, non so come sta. Fra lei e lui non conta la distanza.

Beh, sarà per questo che Samu mi ha detto - prendendomi in giro - "Papà, in casa quello che mi infastidisce di più sei tu". Piccola, adorabile, immensa peste :-D

sabato 1 settembre 2012

Che cosa è la fretta

La fretta è una cosa che mi ha preso la mano ma poi si è tenuta il braccio.
La fretta mi mette i paraocchi e non mi fa vedere niente altro che i miei passi, anzi, il mio passo.
La fretta mi fa essere scontroso. La fretta è la parente putrefatta dell'ansia, della pemura di vivere che avevo da bambino prima, da ragazo e da giovane poi. È rimasta solo l'agitazione nella fretta, è scomparso il futuro.
La fretta è come una carota davanti all'asino, che lo fa correre ma che non può essere raggiunta perché si muove con lui; e io sono l'asino.

La fretta è quella proiezione continua che sparo sulle cose, sono sempre oltre e non mi godo ciò che sto vivendo. La fretta mi fa essere assente perché penso che devo tovare tempo per me ma passo il tempo che ho ad avere fretta di trovare del tempo per me che nella fretta poi non arriva mai...

La fretta è subdola. La fretta è stronza. La fretta non mi permette di vedermi dall'esterno (di autorazionalizare come direbbe un buon antropologo). La fretta è talmente egocentrica che non riesco a vedere gli altri e li perdo, non riesco a vedere i miei errori (e persevero), non riesco a vivere con serenità il tempo che passo con il mio bambino.

La fretta è ottusa e siccome chi va con gli zoppi impara a zoppicare a forza di aver fretta mi sa che mi sono inottusito un po'.

La fretta è quella cosa che sono sempre di fretta e parto, torno, telefono, compro un libro, faccio la spesa, arrivo tardi, faccio da mangiare, "Eh no non posso giocare, sennò cosa mangiamo!?! Gioca un po' da solo, tanto io ti ascolto", poi è tardi e allora bisogna subito andare a letto anche perché domattina avrò fretta e non potrò ritardare quindi ci sarà da svegliarsi presto anche seormai è tardi e non ho tempo per leggere nemmeno una pagina del libro.

La fretta è quella cosa che se poi la gente si stufa di me perché non posso mai perché ho sempre fretta e non posso perdere tempo, non è mica da biasimare! Che se mio figlio ogni tanto fa anche qualche biza c'ha pure ragione!

La fretta mi impedisce di vedere quello che vedo con queste adoratissime e vituperate figure che sono i nonni: che se uno non ha fretta le cose vengono anche meglio, che i risultati si possono ottenere sorridendo, che non c'è bisogno (a patto che non ci sia fretta) di impartire ordini. Oh, e poi mio figlio cresce e basta parlarci e spiegare, non c'è bisogno di essere un caporalmaggiore.

Ora, io come pedagogista e come genitore queste cose le conosco bene ma la subdola fretta me le fa perdere di vista e ci metto un sacco di tempo a non sfanculare i nonni e farmi invece un po' di sana autoritica.

La fretta, quando non c'è siamo tutti più sereniperché se io sono sereno non genero tensioni nel mio ambiente.

La fretta quando non c'è - e chissà come mai finisce sempre che il lavoro irrora di fretta il resto della vita e la inquina - mi mette in condizione di godere della semplicità e il ritmoa cui vivo mi sembra che sia dettato da Terzani che suona la batteria con la placidità con cui parlava: una parola alla volta, rispettando il tempodei respiri.

La fretta quando non ce l'ho mi sembra impossibile vedere la gente che ha fretta: come è possibile che siano così frenetici e nervosi!?!?!

La fretta quando non c'è, come stasera, è la benedizione divina che si abbatte su di me e mi grzia dalle mie derive. Stasera che senza fretta siamo partiti da Lucca per Genova e raramente il tachimetro ha vergato velocità oltre i 110. Incredibile, si fa presto lo stesso!!! Che scoperta!

Stasera che siccome era venerdì e domani non si lavora e la mamma era (è tuttora fuori mentre scrivo) a godersi una serata di libertà allora non c'era fretta, beh allora sì che io e Samuele Yannick abbiamo vissuto.

Parcheggio in porto antico, in quel parcheggio che siccome è a qualche decina di metri di distanza in più la gente preferisce mettere la macchina in divieto piuttosto che fare 2 passi aggiuntivi (c'è da capirli: hanno fretta). Parcheggio che ci ha regalato un tour fra gli yachts più lussuosi del mondo, suggestivo per Samu, agrodolce per me che se da una parte ammiravo il design, dall'altra constatavo che nello spazio di 2-300 metri c'erano così tanti milioni di Euro da sfamare tutte le genti di una nazione per decine di anni. E poi uno yacht con eliporto incorporato (ed elicottero parcheggiato sopra) e uno yacht con a bordo una barca  vela da12 metri, beh, credo che sia davvero troppo.

Anyway, complice l'atmosfera rustico-chicdi Eataly, i simpaticissimi pizzaioli, beh la serata è trascorsa in armonia, anzi in felicità, con un gelato (anche le gelataie di Eataly sono forti!) a far da sigillo. Leggerezza, sintonia, calma, godere del semplice fatto di stare assieme di fronte a un piatto di acqua, farina, pomodoro e poco più. La fretta quando non c'è si ride meglio, e quando si ride la vita è più bella.

Una serata così è emozionante e la dimensione del tempo si è proprio dileguata, quando si sta bene si esce dal tempo, come se l'intensità del volersi bene fosse eterna, immanente o comunque perenne, al di là delle persone e del proprio esserci lì in quell'istante. Forse siamo portati a pensare che il gioco sia bello quando dura poco per un errore di valutazione: la bellezza del gioco non si può misurare col cronometro perché è una roba di tipo diverso. In fin dei conti è da coglioni tentar di misurare i centimetri con l bilancia, giusto?

In una serata così, i cui presupposti erano di tutt'altro segno (sta per andare in villeggiatura dai nonni e non lo vedremo per una settimana, avrei potuto aver fretta di stare con lui..), mi sembra di essere ri-nato. Una serata così mi ha messo di fronte alla follia della fretta. Fretta che spero di essere in grado di governare ma che purtroppo è l'humus in cui tutti siamo obbligati a vivere e che sarà quindi difficile da scartare sempe. Fretta che mi ha tolto troppo tempo, quello "di qualità" con mio figlio, fretta che mi ha tolto tempo alla vita. Sarà un caso ma adesso che sto smettendo di fumare e che non c'è più la fretta di trovare un momento per farmi una cica in fretta, adesso sto iniziando a vedere con mggior chiarezza un sacco di cose. O forse le Merit non c'entrano nulla ed è solo un principio di canizie.

La fretta è una bruta bestia, si contrae in società e ci vorrebbe uno stregone per liberarsene.

lunedì 23 luglio 2012

La sensibilità di fronte alla malattia


Ieri sera ho incontrato vicino a casa una persona che ha aiutato moltissimo Samuele nel suo percorso di quest'ultimo anno. Una persona sparita, d'improvviso, qualche tempo fa. Un fiume di parole, mi ha spiegato con schiettezza che la sparizione era dovuta alla lotta per una malattia. Un tumore. Con un sorriso preso in prestito dal Sole ma con gli occhi lucidi a un passo dal piangere mi ha chiesto di Paola e Samuele.

Sono corso in casa e ho chiesto a tutti e due di uscire, ho detto a Samu che c'era una sorpresa per lui, gli ho chiesto di fare un disegno. Era stanco e assonnato, ha disegnato e poi ha scelto un palloncino da regalare a questa persona X, mi chiedeva in continuazione chi fosse, io però ripetevo che si tratava di una sorpresa.

Di fronte a questa persona ha fatto il "vergognoso", si nascondeva, ha addirittura tentato la fuga appena consegnato il disegno. Era stanco ma era come se avesse la percezione della sofferenza. In tutto questo, prima di salutarci, visto che stavamo andando via portandoci dietro il palloncino, ha preteso con determinazione che anche quel piccolo regalo fosse consegnato. Poi si è girato di nuovo stringendosi forte a me.

Ecco, quel pretendere di consegnare il regalo, quella determinazione, mi ha fatto capire quanto Samu abbia compreso la situazione e quanto abbia paura di perdere questa amatissima persona. Era come se si proteggesse dal dolore ma era come se fosse totalmente consapevole - nonostante nessuno gli abbia detto niente - della malattia, della gravità.

Sono piccoli ma sono centomila volte più sensibili dei grandi.

giovedì 14 giugno 2012

Ma la nonna ha la patata? Peripezie linguistiche vegetali, sesso, bambini e cruditée


Siamo sostanzialmente una colonia nudista, per spontanea attitudine giriamo nudi per casa e ridiamo delle nostre nudità. Samuele - che manco a farlo apposta è nato nudo anche lui - è da sempre in contatto con l'immagine del suo corpo e con l'immagine dei nostri corpi.

A dire la verità il nudista sono soprattutto io, figlio di un'infanzia degli anni Settanta in cui essere nudi al mare non aveva bisogno di leggi ad hoc o regolamenti di spiaggia: era normale e nessuno pensava male, se lo faceva era etichettato quale illiberale, reazionario, bigotto, maniaco, frustrato, bacchettone, sbirro, fascista.
Ecco, io la penso ancora così.

Il corpo è natura, l'immagine del corpo è naturale e soprattutto in casa l'assenza di tabù è un punto di equilibrio psicologico e relazionale di importanza assoluta.

In questa naturalità all'interno della quale la metafora vegetale è preminente (patata e pisello su tutto) ma lascia spazi anche ad arditezze simbolico-descrittive degne del miglior Trilussa (pistolino, idrante, rubinetto, riempivaso, telecomando e financo proboscidino), la vita familiare fagocitata dallo stress che al lavoro massacra nervi e tempra, rischia di perdere quella che è la madre di tutte le cose naturali legate al corpo: il sesso.

Ecco quindi una coppia che vive con il corpo all'aria ma a seconda dei periodi non riesce a usarlo quel corpo. Paradossale: ignorati i tabù, mancano tempo ed energie.

Entrambi lavoriamo in comunicazione, settore in cui i clienti stanno progressivamente diventando barbari assassini, sanguinari e completamente fuori di testa. Chi lavora in comunicazione o è pieno di soldi e se la gode (e non è il nostro caso) o ha stress da vendere su E-Bay a tonnellate, fra l'altro a prezzi di realizzo.

In questo contesto anche il lessico ha le sue derive: far l'amore non basta, a volte serve proprio una grandissima e selvaggia scopata, un accoppiamento che trasformi l'energia accumulata in pura carnalità. Ed è proprio in questo contesto che le derive maschili e femminili a volte si allontanano e si rischia la distanza.

La giornata tipo inizia alle 7 per me e alle 7 e 15 per Paola. Varie cose da fare tra cui preparare tutto, fare gli addominali, svegliare (tentare) Samuele, mangiare, svegliare (tentativo numero 2) Samuele, vestirsi, svegliare (tentativo numero 3) Samuele, preparare lo zainetto per la scuola materna, svegliare (tentaivo numero 4) Samuele, prendere i panni dalla lavatrice, svegliare (tentativo numero 5) Samuele. Alla fine rimane da prendere in braccio Samuele e portarlo in cucina, lì poco a poco si sveglia.

Poi via in macchina giù per la discesa dalla nostra collina, poi alla materna, poi in ufficio. Lì il delirio. Paola gestisce i clienti ed è praticamente ai lavori forzati. Le ore non sono mai 8, le pressioni e la responsabilità assumono spesso dimensioni sovrumane. Io sono in un ruolo più creativo e le scadenze mi subissano. Poi magari a far la spesa e a casa si arriva quando sono le 7, 7 e mezza, 8, 8 e mezza. Un livello pazzesco di distruzione dei nervi.

Poi preparare cena, mangiare, stare un po' insieme ed è già l'ora della nanna. Poi a turno (una sera io e una sera Paola) nella cameretta per raccontare le storie a Samu e accompagnarlo fra le braccia di Morfeo e... la veglia crolla: "Magari domani".

Ora, in queste giornate sempre uguali (alcune peggio in realtà con trasferte milanesi o romane) succede che passa il tempo e si rischia la distanza. I bisogni sono - comunque - simili ma li si chiamano con nomi diversi: linguaggio diverso = poca comunicazione = casini.
E poi la mancanza di sesso, si sa, genera frustrati...

Se si riesce a non tradirsi (e non è detto che sia un valore condivisibile) è necessario trovare una soluzione prima che l'inedia prenda il sopravvento.

Per me la soluzione è su più fronti:
  • rimettere a posto la scala dei valori
    io mi stanco a lavorare, non a fare il papà e lavoro per garantirmi uno stipendio, non per fregarmi la vita
  • affidarsi al corpo
    forzare i tempi della giornata per fare sport e concepirlo come una cosa religiosa, sacra
  • baciarsi
    non dimenticarmi mai di baciarla, sempre, tanto, a lungo e con voluttà
  • annusarla
    adoro il suo odore, mi fa impazzire, non potrei mai farne a meno
  • eliminare il senso di colpa
    uscire in coppia, anche quando si passa poco tempo coi figli, non devo, non voglio sentirmi in colpa, è un bisogno
  • simulare una malattia
    moralmente sbagliatissimo ma a volte può anche capitare che, del tutto casualmente, un virus si muova per casa affliggendo papà e mamma...
  • crudismo
    incursioni nell'alimentazione crudista mi ricordano l'essenzialità della natura e la menata i quelle che una volta eran dette "sovrastrutture"
  • negroni
    il negroni è fantastico per rilassarsi
E poi riacquistare il linguaggio, le parole del sesso, quelle mie e quelle sue, quelle della voracità e quelle del coinvolgimento, quelle animalesche e quelle dolci.

E poi scoprire, ri-scoprire che il lavoro che mi gratifica, che mi rende la collocazione sociale, che mi fa mangiare, non è che un lavoro e che la vita comincia fuori. Scrollarsi di dosso, quindi, le minchiate inculcateci dalla TV negli anni Ottanta.

In questo campo di nudisti che rischiano l'astinenza, a volte lo sguardo del bambino spacca le rigidità e scioglie le situazioni, come quando Samuele se ne uscì fuori con la domanda: "Ma la nonna è una donna?" - "Sì tesoro" - "Ma allora anche la nonna ha la patata?". Una battuta, una sola battuta e via alle risa di tutti e tre, uniti, coesi, sciolti, nudi e desiderosi di essere in 2 senza sentirsi in colpa.


Questo post partecipa al blogstorming

martedì 17 aprile 2012

"Ho paura di essere abbandonato"

Quando Samu mi ha detto, con voce pacata e un po' solenne, che aveva paura di essere abbandonato è stato come ricevere una mattonata in faccia. Mi ha intenerito e ho cominciato a rassicurarlo e abbracciarlo. Ma mi sono anche trovato in uno stato di agitazione, come se qualcosa dentro di me non avesse pace.

È successo alla vigilia di una piccola vacanza pasquale nelle Marche.

Attorno ai 3-4 anni è una paura usuale, quella dell'abbandono, assieme alla paura del buio. Questo però non mi consolava. Non mi consolava nemmeno l'evidente passo avanti di mio figlio nel prendere consapevolezza con il lutto (e la conseguente paura di perder chi si ama).

Il meccanismo (a volte così egocentrico da impedire di vedere la realtà) della auto-colpevolizzazione è partito per la propria strada e ci ho messo tempo e fatica per governarne le redini.

Forse un litigio di troppo di fronte a lui, forse un'espressione di rabbia (sopra le righe per un adulto ma forse così complicata da gestire per un esserino che deve ancora compiere 4 anni). Forse quella tensione latente dei periodi in cui a una coppia le cose non filano tutte liscie. Forse le 10-11 ore passate quotidianamente fuori da casa per lavorare.
O forse Samu non "digerisce" quei rari momenti in cui io e Paola usciamo da soli?

Col passare dei giorni ho meso a fuoco che da almeno un paio di mesi ci coinvolgeva ripetutamente nel giocare a nascondersi. Lo sparire/riapparire è un modo simbolico con cui i bambini - invero un po' più piccoli di samuele - tentano di padroneggiare l'ansia del distacco: giocando possono controllare l'allontanamento della figura di riferimento e dar sempre un "lieto fine" alla storia.
Ho riconsiderato sotto un nuovo punto di vista anche altri fatti come la giocosa riduzione della realtà alla triade mamma-papà-bambino che Samu ha sempre operato ("Ecco i cartelli stradali, la freccia è il papà, lo stop è la mamma e il numeretto dei chilometri è il figliolino") opure il suo bisogno (e la sua gioia) di fare le cose assieme, tutti e tre.

Insomma, razionalizzazione sì, problematizzazione anche ma pure un po' di coscienza sporca.

Ho tentato, comunque, di indagare, lui mi ha raccontato che alla materna il papà di un bambino aveva perso il lavoro ed era dovuto andare lontano per lavorare, chissà però se sia vero...

Samuele ha un attaccamento sicuro e positivo con noi e con le altre figure importanti, grazie al cielo siamo lontani dalle degenerazioni della triade di Bowlby (lo schema secondo cui un bambino che subisce la separazione dalla madre o dalle altre figure di riferimento prima protesta, poi si dispera e infine agisce un distacco emotivo, stato che se non recuperato può portare all'anaffettività, tipica prevenzione contro il dolore della separazione).

Resta il fatto che la paura di essere abbandonati è una paura tanto comune quanto fondamentale per ogni essere umano. Si tratta di una paura che trova il suo significato sotto l'aspetto evoluzionistico: il cucciolo di uomo non è autosufficiente, da solo è vulnerabile e il suo timore d'essere senza compagnia è decisamente giustificato.

Le paure possono condizionare la vita, addirittura Laing descrive un "insicurezza primaria" alla base di alcune personalità adulte la cui esistenza è impoverita dal considerar qualsiasi cosa come fonte di pericolo. Paura è però anche limite utile, è grazie al timore se noi (e i nostri antenati) sopravviviamo, è la paura a farci evitare comportamenti scellerati.
La paura è prima di tutto un'emozione, vale a dire uno stato interiore prodotto (spesso) da stimoli esterni. Nelle emozioni è il corpo ad avere una parte da protagonista, sia perché le emozioni di base sono espresse da espressioni del volto (il volto è un pezzo di corpo!) universalmente riconosciute, sia perché le risposte fisiologiche alle emozioni ne segnano il grado di intensità.

La componente fisiologica della paura è uno degli stati più articolati, mettendo in gioco il sistema nervoso simpatico e l'adrenalina (ormone epinefrina secreto dalle ghiandole surrenali):
  • aumento del ritmo e della profondità del respiro
  • aumento del ritmo cardiaco e della quantità di sangue pompato
  • aumento della pressione sanguigna
  • aumento del sangue diretto ai muscoli e diminuzione del sangue diretto agli organi interni
  • aumento della componente zuccherina nel sangue
  • diminuzione della saliva e del muco
  • dilatazione delle pupille
  • GSR (Risposta Galvanica Cutanea: aumento della resistenza elettrica della pelle)
Paura è anche apprendere ad avere paura e rappresentarsi mentalmente uno stato di pericolo quando si è di fronte a un determinato scenario, per dirla con la Oliverio Ferraris: "Crescendo, la paura non è più soltanto, come nei primi anni di vita, la risposta diretta a uno stimolo ma assume forme immaginarie e di natura simbolica". Con la fantasia e la crescita le paure mutano, si evolvono e possono allontanarsi dagli oggetti che le hanno generate.

Quanto più un bambino percepisce come poco solido il proprio ambiente, tanto più le paure (anche relative alle figure della propria famiglia) possono accentuarsi. Ecco, è proprio questo che non vorrei, non voglio, non vorrò mai dovermi rimproverare.
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