mercoledì 18 giugno 2008

Pelle contro pelle

Da un po' di tempo volevo parlare del contatto continuo, l'occasione me la fornisce questo blog ricco di spunti. Eh sì, le mamme umane sono "nutrici continue" perché, come riafferma allattiamo.it "producono latte a basso contenuto proteico e grasso e ad alto contenuto di carboidrati. I piccoli tendono a poppare molto spesso, ma senza bere grandi quantità di latte a ciascuna poppata. Il basso contenuto di proteine e grasso rende il latte più facile da digerire, e presto il bambino ha nuovamente fame, ma la mamma c'è, perciò basta che poppi nuovamente. Esistono dati che dimostrano che il latte materno impiega 20 minuti a lasciare lo stomaco del neonato. I piccoli degli scimpanzé e dei gorilla poppano molte volte nel giro di un'ora durante il giorno, e la notte dormono insieme alle loro madri, perciò si presume che succhino il latte anche durante la notte".

Io -devo dire- che leggo il rapporto speciale tra Paola e Samu e un po' sono invidioso, hanno quel capirsi sottopelle che... E' come se il latte li unisse, come se fosse una piattaforma empatica.

Molto toccante (strano aggettivo per un articolo) questo intervento di Franz Renggli, già autore de L'origine della paura che descrive non tanto il rapporto di contatto continuo fra madre e figli quanto il contatto fra genitori e figli. Ne riporto alcuni estratti: "Nel neonato esiste quindi un bisogno arcaico di contatto corporeo da un lato, e dall'altro una paura arcaica, se perde il contatto corporeo. [...] L'ideale sarebbe, se i genitori si alternassero nel portare il bambino e in più ci fossero altre 10 persone disponibili a dare il loro sostegno -nel caso del bisogno- come nelle culture primitive. [...] Vecchi traumi e ferite si svegliano nei genitori con un neonato, e a volte già nella gravidanza. Questo è "iI proprio bambino interiore che piange" perchè loro hanno dovuto urlare e piangere di continuo quando erano piccoli. Questi genitori hanno l'opportunità di riscoprire riconoscere e finalmente lasciare il proprio lato "depresso", la propria zona d'ombra, tutte le vecchie ferite e i traumi subiti, collegati ad emozioni come il lutto, la disperazione e la rabbia svegliati dal pianto del proprio bambino. Questi genitori non vogliono più educare i loro bambini, ma accettano i bambini come loro maestri. Da terapeuta per bebè e le loro famiglie vorrei sottolineare, che ogni lacrima che piange il bambino,quando è in contatto corporeo con la madre o il padre significa guarire. Ma anche i genitori hanno la possibilità di guarire, se si ascoltano in profondità e se avvertono le sensazioni del loro corpo suscitate dal pianto del bambino. Un neonato è quindi una grande opportunità per tutti i genitori di guarire se stessi!".

Allattamento e contatto sono due facce della medesima medaglia, se consideriamo la cosa sotto il profilo della relazione fisica. So che per molti il contatto fisico è una cosa neppur troppo gradita; penso però che l'occasione di crescere un bambino debba essere colta appieno: non ci si facciano illusioni, quando non si vuole "troppo contatto" forse cerchiamo di evitare proprio noi stessi.

Cosa ci sarà dopo aver superato l'insofferenza da contatto? Qual è il significato della smania che alcuni hanno dopo solo pochi minuti di contatto continuo?
Io credo che scoprirlo valga la pena. Un figlio può essere un ottimo "terapeuta".

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