lunedì 25 agosto 2008

Comunicare fra grandi e piccolissimi

La radice della parola comunicazione indica che il concetto implica una "messa in comune"; fra adulti e neonati accade che si avvviino processi di comunicazione di cui l'adulto può essere coadiutore.
I neonati hanno un bagaglio (genetico o culturale, comunque la si pensi il risultato non cambia) che consente loro di produrre segnali indicanti bisogni. Se e quando l'adulto coglie questi segnali e tenta una interazione si avvia il processo stimolo-risposta: si attua una prima forma di comunicazione. Quanto più i neonati ottengono risposte tanto più vengono stimolati. In questo caso, come in tante altre situazioni della relazione adulto-neonato, il comportamento inadeguato degli adulti non provoca direttamente dei problemi quanto piuttosto impoverisce le potenzialità dei piccoli.
Al di là dei comportamenti di risposta, considerando che la comunicazione necessita delle percezioni sensoriali, gli adulti possono stimolare attivamente i neonati. Di solito -anche io e Paola lo abbiamo fatto- noi adulti tendiamo a produrre stimoli per verificare se il bambino "vede" o "sente". Spesso, sin dalle prime settimane di vita, i piccoli riescono a "intercettare" lo sguardo degli adulti che dal canto loro vogliono sincerarsi che la vista sia funzionante.
In pedagogia il seguire uno stimolo visivo o sonoro è detto risposta di orientamento. Se lo stimolo è ripetuto più volte il neonato sembra ritenerlo non più interessante, questo comportamento risponde al nome di processo di abituazione.

Per citare le parole di H. Rudolph Schaffer (1984): "Il bambino viene al mondo già preparato in molti modi all'interazione sociale. È dotato di un apparato percettivo in grado di rispondere alle stimolazioni provenienti dagli esseri umani; visi e voci in particolare presentano forti attributi di attrazione dell'attenzione. [...] Inoltre, il bambino è dotato di una organizzazione di risposte adatta in modo specifico a ingaggiare e mantenere i contatti con gli altri. [...] I bambini sono programmati in modo da stimolare in certi modi specifici i loro caretaker. Gli adulti, a loro volta, sono programmati per essere sensibili a tali stimolazioni e per rispondervi adeguatamente. [...] La funzione principale di questi scambi precoci tra adulto e bambino è connessa all'organizzazione endogena del piccolo".
La prospettiva di Schaffer verteva sull'osservazione dei primi incontri genitori-figli e soprattutto sulla loro funzione (ergo: è roba spontanea o è semplicemente una sorta di "copione evolutivo"?). Il periodo preso in analisi era relativo complessivamente ai primi 2 mesi di vita; le conclusioni portavano a definire un rapporto di socializzazione che permetteva a genitori e figli di venirsi incontro reciprocamente "l'adulto fornisce un supporto alla periodicità del comportamento infantile. [...] Il processo di regolazione degli stati sonno-veglia permette all'adulto di aiutare il piccolo a consolidare gradualmente i suoi meccanismi interni di regolazione. Al contempo, consente alla madre di verificare che i pattern comportamentali del bambino inizino a conformarsi alle sue aspettative e ai suoi ritmi. È perciò proprio all'inizio della vita che prende avvio il processo di socializzazione".
Solo a partire dai 2 mesi, raggiunta una maggiore stabilità delle condizioni somatiche e affinate le capacità visive (messa a fuoco migliorata e maggior possibilità di direzionamento intenzionale dello sguardo), le interazioni possono migliorare incentrandosi sul vis-à-vis. Fra i cambiamenti, in questo periodo così ricco di novità, nuovi modi di esplorare (scanning) l'ambiente che iniziano a comprendere anche i dettagli e non solo i contorni marcati (Samuele "parla" e sorride anche agli animaletti del fasciatoio).
La funzione visiva, già dalla nascita più complessa e avanzata degli altri apparati sensoriali, presenta la caratteristica dell'alternanza (on-off). Nel corso dei mesi il modo di guardare dei neonati muta: l'alternarsi del fissare e del distogliere lo sguardo varia in modo tale che aumenti il tempo di fissazione e diminuisca il tempo della distrazione. La conclusione che se ne trae è che determinata da limiti biologici e non dal livello di interesse degli stimoli. Ovviamente gli stimoli interni (e la cosa si verifica benissimo quando il bambino ha le "colichine") interferiscono pesantemente con la capacità di attenzione.
Una curiosità: secondo alcune ricerche a partire dal secondo mese i contatti visivi del piccolo con la madre (o con una figura equivalente) crescono quando il bambino non è tenuto in braccio e calano quando il bambino è in braccio. Fino ai 2 mesi la situazione è del tutto inversa perché il numero di contatti visivi è molto alto se il piccolo è tenuto in braccio ed è scarso quando il piccolo non lo è (1,5 m di distanza).

Tornando alla questione delle stimolazioni, anche mettere degli oggetti nella mano dei bambini è una buona forma di stimolazione, inutile però se praticata prima del terzo mese. Per bambini di almeno 6 mesi di età un gioco -che è divertente per entrambi i giocatori- molto stimolante è l'interazione "ti dò un oggetto, mi restituisci l'oggetto". Di norma si deve però attendere l'ottavo mese affinché il neonato si faccia promotore di questa forma di scambio.
Una nota importante: questi cuccioli hanno un tipo di intelligenza differente dalle nostre facoltà mentali, sono legati alla concretezza e all'esperienza pratica immediata; l'astrazione e il linguaggio sono cose che troveranno sviluppo solo più avanti. Capire che un bambino è qualcosa di differente rispetto a un adulto è un passo indispensabile.

Nessun commento:

Posta un commento

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...