lunedì 28 settembre 2009

Il primo giorno di inserimento al nido

Ovviamente ha vinto lei, la Paola, la mater, l'essere con le tette.

Alla fine io ho "spontaneamente" proposto a lei di seguire l'inserimento del piccolino al nido.

Stamani primo giorno, lascio la descrizione alla mail che Paola mi ha mandato al rientro in ufficio:
"Samu è stato bravo... uno dei più tranquilli...Si è staccato subito da me, è andato a giocare con i giochi e i pochi bimbi che si staccavano dalle mamme...solo dopo 20 minuti che le maestre non lo cagavano è venuto da me per farmi alzare a giocare cn lui...io ho detto di no...quindi poi è tornato dai giochi...quando però il primo bimbo che piangeva se ne è andato, anche lui è venuto, mi ha preso per mano ed è andato verso la porta. Le maestre mi hanno detto di andare e così siamo andati via verso le 10 e 15...".

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martedì 22 settembre 2009

Non potete servire a Dio e a mammona: il sapore dolceamaro dell'unicità

Amo la gelosia, la aborro quando è costruzione di teorie allucinate a autogiustificanti ma la adoro quando è scatto, reazione, graffio ferino. Mi piace guardare gli scatti di gelosia, quelli di pancia, mi fanno toccare l'animalità delle persone.

Sabato sera siamo andati a trovare parenti genovesi della mater, una famiglia davvero splendida, due bimbi (una di nove e uno di quattro) che definire adorabili è poco. Si sta bene in quella casa.
Il piccolo I., di indole gioiosa e giocosa, si è subito attaccato a me (come al solito), mi ha raccontato dei suoi nuovi giocattoli e ha voluto che gli leggessi delle storie. Osservavo Samuele che pareva non far caso (immerso in un mondo di giochi sconosciuti in una casa a misura di bambino) al fatto che il suo papà tenesse in braccio un altro bimbo così a lungo. Eppure mi sembrava di cogliere qualche cosa...

Dopo una serata in cui I. mi aveva monopolizzato (cercavo comunque di limitare l'unicità di questo attaccamento per “ridistribuirmi” su Samuele), a un certo punto il mio bimbo ha cominciato a dare in escandescenze e ha tentato di menarlo più di una volta. La cosa bella è che Samuele è innamorato di I. e gli sorrideva e lo seguiva ammirante in ogni angolo della casa, però lo menava se si avvicinava a me, solo in quel caso. I., del resto, ha quattro anni ma è molto maturo e non reagiva mai, si allontanava rimanendo però male del fatto che io non potessi essere più “suo”.

Ho ammirato Samuele, l'ho capito meglio grazie a quest'episodio, mi sono anche sentito lusingato.

Dispiace però per il piccolo I., che è rimasto un po' deluso e alla fine se n'è andato a letto.

L'unicità non ammette deroghe, è diversa dal condominio; Samuele -mi pare- ha definito dei confini che delineano l'unicità del nostro essere padre e figlio. A una certa distanza si può stare, più vicini no: chi tocca i fili muore.

Bell'animale, mi piace come hai pisciato sul tuo territorio!

venerdì 4 settembre 2009

Se papino è quello debole: una mamma in carriera, i ruoli, gli abbagli sulla parità

Inutile girarci attorno, inutile far finta che il globo si sia davvero evoluto. Se è vero che in molti abbiamo nel DNA la parità perché sappiamo di essere tutti uguali, è anche vero che navighiamo in un mondo umettato di stereotipi e pregiudizi su donne e uomini. In questo mondo il maschio ha da essere quello forte.

Prendo spunto da un post (lei scrive pure con una meravigliosa visceralità) di Mammasterdam in cui si parla anche della sua situazione familiare "Sono finanziariamente autonoma? No, col cavolo. Questa famiglia va avanti con il nostro tenore di vita solo perché il capo, che in teoria si è laureato anche lui in una facoltà inutile come lettere, mi è diventato informatico e fa pure il manager". Il suo post mi stuzzica e mi spinge a parlare di una cosa: la parità fra uomo e donna. Se il maschio ha da esser forte, la femmina (figo usare questa terminologia) vuole essere (giustamente) forte anche lei e invadere simbolicamente i territori tradizionalmente a marchio virile I. G. P.; ma siamo sicuri che sia pronta a cedere terreno? Non so, forse dipende da come guardiamo alla questione, personalmente trovo che la parità, con la sua retorica, abbia generato una situazione stagnante (dal punto di vista simbolico e culturale) di disparità.

In casa nostra è Paola quella forte dal punto di vista della pecunia. Io sono quello debole. Sinceramente noi ci consideriamo un nucleo di persone e quindi non abbiamo mai fatto i conti. Però mi pesa un po'. A me personalmente non pesa tanto perché sono maschio. Mi pesa perché vorrei vivere un po' più agiatamente. Siamo due laureati (lei in lettere e io in pedagogia) e "masterizzati" ma le cose sono alquanto differenti. Siamo al punto in cui io guadagno esattamente la metà di lei (che paga il mutuo per la minicasetta di Genova) ma a differenza di lei non c'ho mica un contratto di lavoro vero...!

Il problema è essere uomo? No. Il problema è essere precari e poveri. Perché, mi domando, se una donna si trova in una situazione simile alla mia si pensa alla parità? Io non vivo la cosa come un problema di parità. A volte mi pare che la questione della parità sia una spiegazione troppo semplice. Leggo sempre di cose che riguardano le mamme lavoratrici ma per me il problema è semplicemente dei genitori. Sì penso che insistere sul concetto di parità sia un modo per corroborare la non-parità. Se si continua a parlare di mamme lavoratrici, ad esempio, si nega la parità.

Ovvio, chiaro, certo, esiste un problema culturale legato al tema donne e potere, questo lo dicono le statistiche che leggiamo su tutti i giornali. Dobbiamo però eliminare la disparità dalle nostre teste, prima di tutto, e considerare davvero l'idea della distruzione dei ruoli. Se non ridefiniamo il problema non possiam fare dei passi avanti. Mi capita tuttora, io che con mio figlio ho un rapporto che definirei "di pancia", di incontrare scetticismo e sorpresa per il modo in cui faccio il papà (complice, "fisico", affettuoso) proprio dalle donne più legate al mondo della promozione della parità. Quasi si volesse fare dei passi solo in una direzione. Trovo che la parità sia spesso concepita in funzione del mantenimento di ruoli rigidi che distinguano uomini e donne, allora se un uomo fa dei passi verso il mondo tradizionalmente legato allo stereotipo della donna, beh allora no che non va bene. Grazie al cielo siamo nel 2009 e c'è chi apprezza!

Parità? Sì, parità è fare dei passi gli uni in direzione degli altri.

Mammasterdam scrive: "La vera grande forma di emacipazione, a mio avviso, è semplicemente questa: poter scegliere". È esattamente questo che ci manca, in testa, concepire la parità e l'emancipazione come una conquista collettiva e non con una rivendicazione (magari in fondo abbastanza vuota). Essere in parità non significa vivere meglio per le donne, significa vivere meglio tutti e finirla di considerare i ruoli come territori di dominio inviolabile.

Il mio essere la ruota del carro economica sminuisce il mio status di maschio? No, e se anche fosse non mi importerebbe una sega (si perdoni il francesismo). L'instabilità economica però mi sminuisce come persona perché non mi permette di progettare la mia vita.

Fin qui io. Ma mio figlio crescerà in un mondo in cui fatalmente troverà anche 'sti benedetti stereotipi sulla mascolinità e sui ruoli... Che papà sarò alla luce di questo? Come mi vedrà? Come un maschio debole? Boh... Chissà...

So che innanzitutto mi vedrà come il SUO papà.

Poi non si dimentichi però che questo pater alla veneranda età di ben 37 anni si è pure preso la cintura arancione di kick boxing... Basta come elemento di mascolinità o serve per foza la Mercedes?

La riunione del nido

È andata la prima riunione con le educatrici (yes, tutte donne), i genitori e qualche pargoletto.

La mia impresione? Le educatrici mi hanno conquistato, cosa assai rara e difficile, al primo impatto. C'erano tante mamme, una nonna e qualche papà. Il nido per Samu inizierà il 28 settembre, siamo quindi nell'ultima tranche di inserimenti. Qui l'inserimento segue il tradizionale metodo delle 2 settimane.

Le educatrici hanno ricordato ai genitori di non "compiangere" troppo i bimbi che incontreranno qualche difficoltà, facendo presente che anche se sono piccoli possono comprendere quando li si commisera. Brave, un richiamo d'uopo considerando alcuni genitori.

Il nido è su due piani e comprende stanze per attività di vario tipo, da quelle euristiche al sonno, dalle marionette al gioco libero. Anche in inverno, tassativamente, i bimbi saranno mandati in giardino. Questa cosa mi piace.

I genitori? Io e Paola (andati insieme a Samu) ne abbiamo individuato uno che sarà probabilmente un rompipalle, uno che non faceva altro che confrontare l'asilo con le sue altre esperienze in diversi nidi...

I bimbi? Quelli presenti sono stati molto carini, tranne uno, un bimbo più grande assai manesco che ha spintonato tutti gli altri nanerottoli... Alcuni genitori si sono subito allarmati (Paola era in angoscia totale) perché pur essendoci il suo papà e la sua mamma, non gli hanno mai detto nulla. A occhio e croce è un bimbo che riceve pochi "no". Il fatto è che i genitori sono albanesi e questo ha acuito la presa di posizione degli adulti (una mamma ha definito addirittura il bimbo "terrorista"). A me la situazione dei genitori che lo guardavano buttare a terra gli altri bimbi senza proferire parola ha fatto un po' incazzare. A meno però di episodi gravi durante la permanenza al nido (ma su questo ho piena fiducia nelle educatrici) penso che sia bello che questo piccolino abbia l'occasione di crescere con un criterio educativo e misurarsi con gli altri e con le regole del gruppo. Non ho idea se la strategia di fronte alle intemperanze sarà montessoriana o di altro tipo ma confido nel lavoro delle educatrici. Temo che, se l'andazzo continua, a qualcuno possa venire l'idea di chiedere l'allontanamento del piccolo scavezzacollo. Lo temo perché mi rendo conto che così potremmo davvero togliergli la possibilità di crescere meglio, l'emarginazione potrebbe davvero spingerlo a comportamenti pericolosamente devianti.
Staremo a vedere.

Samuelino ovviamente ha pianto un paio di volte ma credo che saprà affrontare tutto questo, è un essere umano, è supportato da una solida rete di affetti familiari, ha tutto il necessario per cavarsela (episodi gravi, lo ripeto, sono un'altra cosa e per questi sì mi incazzerei).

Insomma io confido anche nel fatto che l'inserimento non sarà così problematico, ama i bimbi ed è abituato a stare con persone che non siano mamma e papà. Poi staremo a vedere, magari mi sbaglio ma ho sempre cercato di comunicargli la bellezza di un'esperienza nuova, l'ho sempre invitato anche a raccvontarmi le sue avventure a fine giornata. So che non capisce ma mi rendo conto che in realtà comunichiamo, che tento di condividere con lui la meraviglia di fronte alle cose nuove della vita.

Non mancano le dolenti note, come quell'idiozia per cui gli asili nido pubblici sono a pagamento. Come quell'idiozia per cui le rette sono determinate da indicatori demenziali in base a cui io e Paola siamo nella stessa fscia di reddito di Lapo Elkan. Come quell'idiozia per cui i nidi nel nostro comune chiudono alle 16:30 quando gli uffici chiudono dopo. Come quell'idiozia criminale per cui si costruiscono nidi pubblici in numero insufficiente per favorire scientificamente il lucro dei privati e finanziarlo con contributi pubblici. Insomma, non è che i motivi per incazzarsi a bestia manchino...

Comunque quest'incontro mi ha lasciato soddisfatto. Nonostante le vecchie teorie pedagogiche secondo cui il livello di interazione fra bimbi molto piccoli è quasi nullo, penso che quest'esperienza lo arricchirà moltissimo. Abbiamo scelto di mandarlo anche se avremmo potuto continuare col "nonni-sitteraggio" perché entrambi siam convinti che sia importante stare fra i propri pari.

Adesso inizierà la battaglia di posizioni e strategie sul chi farà il periodo di inserimento: se io o Paola dicessimo "lo voglio fare io" comunicheremmo una malvelata superiorità all'altro. Si risolverà nel fare in modo che l'altro/a rinunci per gentilezza ma sarà una battaglia epica, sanguinosa come una naumachia.


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martedì 1 settembre 2009

Il lato sinistro dello stupore

Sarà ma a volte mi sembra d'intuire che il puer, se porge il fianco sinistro alle cose, sia più propenso allo stupore. Quando l'ho portato a vedere i fuochi d'artificio è stato micidiale, col lato destro li guardava ma dal lato sinistro urlava di stupore, indicava, mi guardava, cercava anche lo stupore mio. È sinistrorso per tante cose (per esempio il cucchiaio lo prende con la sinistra), anche per la meraviglia di fronte alle cose.

In realtà dovrebbe essere il contrario, a rigor di logica di aree cerebrali; m'immagino che già da queste cose rompa gli schemi, che sia anticonvenzionale. Io proietto (e mentre lo scrivo immagino di dirlo alla Pelù), poi finisco di essere bambino e torno protoadulto ma il suo lato sinistro dello stupore non smette di affascinarmi come un mistero inafferrabile. Esco dalla proiezione e contemplo il suo stupore anche di fronte alla luna. Tento di capire perché ma proprio non ci riesco.

Troppo grande il mistero, impossibile coglierlo.

Ecco, ci sono: resto di stucco, mi stupisco.

giovedì 13 agosto 2009

Due note ed ecco il gioco: com'è bello regredire!

Mi manca, ho cavalcato l'autostrada dopo una giornata (e un'annata) di lavoro troppo duro e troppo sottopagato e, ai margini della notte (Lemmy Caution mi è testimone) ho fatto al volo un Lucca-Genova-Lucca per portare Samu e Paola (accidenti a lei che è già in ferie!) in Liguria. Loro sono poi andati in campagna, in Piemonte. Anche Paola mi manca moltissimo. Io ho ancora qualche giorno da lavorare.

Il trappolino mi manca e d'improvviso la casa mi sembra più grande, sembra davvero grande. Mi manca lui e mi manca il suo modo di camminare agitando su e giù le braccia. Penso meglio a cosa mi manca di lui ed esce che la differenza più grossa fra prima, quando c'era e adesso che è in vacanza con la mamma è il mondo dei suoni.

Da un po' di tempo ha preso a fare quello che nel mondo dei fumetti può essere scritto come "uh-uh", due suoni, uno più alto, l'altro leggermente più basso che aprono e chiudono una frase musicale che è quella e si conclude lì. Due suoni - me ne rendo conto solo adesso - popolarissimi nel mondo, lo stesso intervallo di toni degli annunci negli aeroporti o del classico dlin-dlon dei campanelli di casa. È un gioco, è una sottolineatura, è un'interiezione, è un segno d'interpuzione ma è anche un modo per dialogare, lo fa con me, lo fa col nonno di Lucca, scambia frasi fatte di quei due suoni. Gioca, si diverte, si diverte anche da solo.

Giocare è bellissimo. Lui gioca tantissimo, adesso non c'è ma mi pare di vederlo lì a buttare fuori tutto da un cassetto e poi rimettere tutto dentro, mi pare di vedere noi a scoprire che abbiamo dato il via a una lavatrice che conteneva sì i panni e la biancheria ma anche un CD o una vecchia cassetta. Mi pare di vederci ridere. Il gioco fa ridere.

Mi sta facendo regredire. Una regressione prodigiosa, solo così mi viene da definirla.

Nel corso della storia l'infanzia, intesa proprio come concezione, ha subito l'influsso di mode di pensiero, necessità socioeconomiche e conquiste culturali. Lo spazio dei giochi di conseguenza.

Nel medioevo i bambini perdevano il diritto all'infanzia a sette anni, per lavorare ed essere piccoli uomini. In epoca moderna l'infanzia era gestita "in conto terzi" dalle istituzioni, con la loro funzione normativa e sociale (forse l'epoca migliore, fra l'altro). In anni recenti si è assistito al sequestro dell'infanzia da parte dei mercati e dei media: dopo gli anni Settanta sono "scomparsi" i giochi nella fascia di età scolare prima a favore della fruizione televisiva, poi dei videogiochi e poi della frequenza ad attività organizzate. Questa "scomparsa" del giocare è descritta in diverse ricerche.

Il gioco negli adulti ha pure subito le influenze della storia, fino a venire quasi rimosso sostituito solo da pratiche competitive. Hassefink nel 1982 andava predicando un giorno al mese di gioco per qualsiasi adulto (meglio due sottolineava). Non è mai stata troppo vaga l'ipotesi di derivazione freudiana in base a cui certi comportamenti degli adulti fossero surrogati in grado di soddisfare una innata necessità di giocare. Ma non tutti i giochi sono uguali, e non sempre il gioco è quella libertà che vorremmo.

Carse, filosofo e non pedagogista, individuava i giochi in finiti e infiniti: "Un gioco finito si gioca per vincerlo, un gioco infinito per continuare a giocare". Giocare, giocare e giocare, non essere competitivi, non vincere, non produrre, essere gratis. Il gioco è improduttivo e inutile chiosava anche Marcuse. Il gioco è questo, forse l'antitesi del mondo in cui viviamo. Il gioco ha il potere di dissipare molte ansie e tensioni, fra l'altro.

È una regressione quella a cui mi chiama Samuele che mi riporta all'essenzialità delle cose e che mi fa rendere conto di quanto (e lo dice uno che è giocoso per antonomasia) io non sia ancora capace di giocare come lui, di quanto (si perdoni il termine forse un po' ideologico) io sia "inquinato".

Regredire non è sempre stato facile, oggi siamo fortunati perché tutto sommato possiamo permettercelo. Esiste una regressione che non è molto sana è una regressione che fa affondare nei propri ricordi e che porta gli adulti a essere tali ma a comportarsi come bambini. Non è di questa che sto parlando, parlo della regressione dell'adulto capace di tornare come un bambino. È la regressione senza cui probabilmente non sarò mai capace di essere una persona equilibrata e senza cui tutta la "fuffa" e la teoria non mi permetterà di comunicare appieno col mio piccolino.

Allora mi trovo per casa, col cane, a fare "uh-uh" e a sorridere. In quel momento i kilometri di distanza fra me e Samuele si annullano ed è come sorridersi. Ora che è lontano capisco bene quello che mi chiede. Scusa piccino, papà a volte è un po' duro di comprendonio.

Detto ciò riguardo con fiducia alle sette promesse che la pedagogia si è idealmente assunta per questo secolo, i sette diritti inalienabili da garantire a bambini e bambine: comunicazione, socializzazione, autonomia, movimento, esplorazione, conoscenza e fantasia. Se per far questo sarà necessario che gli adulti tornino a leggere il vecchio Homo Ludens di Huizinga, beh, belìn, non ci rimane che regalarlo. Io per parte mia l'ho rimesso sul comodino.

In alternativa - direbbe un amico mio - spargere THC sulle città con gli aerei da irrigazione è un metodo che garantisce sempre collettività serene.

giovedì 6 agosto 2009

Tempo del padre vs tempo del figlio

Fra le tante cose che mio figlio, non consapevolmente, mi insegna ogni giorno c'è la nozione del tempo (pace all'anima di Kerouac...). Quanto è diverso il mio tempo dal suo!

Il mio tempo è quello di mezza vita, una prospettiva di “stringere” per ottenere i frutti di tanti progetti e aspirazioni, è un tempo frenetico perché ansioso. Il suo è il tempo di tutta la vita davanti, un tempo infinito e non immaginabile.

Il mio tempo è tempo che manca per la stanchezza, per gli impegni, per le complicazioni. Il suo è tempo che abbonda dalla mattina alla sera. Il mio è anche il tempo dei cazzi miei, mai abbastanza, il suo è il tempo del voglio stare abbracciato con te. Il mio è il tempo che tenta di essere noetico per capire tutto al volo e non perdere tempo, il suo è il tempo dei giochi scaraventati via perché non mi riesce capire come funzionano, è il tempo della ripetizione infinita delle cose. Il mio è - a volte - un tempo alla Zaccheo che guarda i week end passare dall'albero, il suo è il tempo da vivere sempre. Il mio è il tempo cinico dell'ambizione, il suo è il tempo meravigliato della scoperta. Il mio è il tempo che scappa troppo in fretta, il suo è il tempo che scorre troppo lento.

In questa dialettica ci troviamo però ad avere un punto in comune: entrambi abbiamo dentro il tempo del tutto e subito, entrambi siamo un po' - come dire - precorticali e insofferenti verso il differimento del desìo.

Samuelino mi costringe, imperativo, a praticare la sua nozione del tempo. E questo mi fa bene, mi dona umanità, mi rende migliore, mi fa scoprire una velocità che era solo un ricordo. Fa tutto questo inconsapevolmente, è semplicemente la vita.


La psicologia del tempo (termine con cui possiamo definire la branca scientifica che ne studia la percezione) è stranamente indietro rispetto a tanti altri filoni di studio. Si va, spesso, per supposizioni (o meglio per presupposizioni) che girano intorno all'idea dell'esistenza o meno di segnali interni (il famoso “orologio biologico”). I timidi studi portati avanti a destra e a manca nel mondo non hanno mai chiarito del tutto come e perché percepiamo lo scorrere del tempo. Gli psicologi però hanno sistematizzato una serie di concetti utili per affrontare meglio la questione:

  • “la stima del tempo o senso della durata del tempo si riferisce alla capacità di valutare la durata di un lasso di tempo relativamente breve senza l'uso di strumenti
  • l'orientamento temporale, in senso stretto, indica la capacità di orientarsi nel tempo e di situare in esso gli eventi senza l'ausilio di strumenti particolari
  • la prospettiva temporale o orizzonte temporale rappresenta l'arco di tempo psicologico in cui l'individuo vive; consiste nel vissuto psicologico della persona che, vivendo nel presente, è in grado di avere rappresentazioni del passato e del futuro, le quali dirigono il suo comportamento nel senso che un'azione è determinata non solo dalla situazione presente, ma anche dalle aspettative per il futuro e dalle esperienze passate”[R. Canestrari]

A stimare il tempo intervengono anche fattori esterni che orientano la percezione, interessante sapere che un intervallo di silenzio aperto e chiuso da un “click” è percepito come più breve, rispetto a uno della stessa durata riempito di altri click. Come se vivere il tempo riempito (filled) richiedesse più sforzo per un tentativo di interpretazione e apparisse per questo più lungo. Fra i vari esperimenti mi hanno sempre intrigato quelli in isolamento sensoriale: secondo le ricerche un soggetto chiuso in una camera priva di riferimenti spaziali e di strumenti di misurazione del tempo, a fronte di un accelerazione del tempo percepito, nel primo giorno, già dopo quattro giorni riesce a risintonizzarsi su una misura percepita quasi fedele al tempo reale così come lo misuriamo con l'orologio. Ovviamente nella nostra percezione del tempo contano stimoli come quelli della fame, della sete e del sonno. Sostanze come caffè, eccitanti o calmanti modificano la percezione del tempo. Così come tutto l'ambito della percezione, le aspettative, l'umore e i bisogni, cambiano il modo in cui percepiamo le cose.

Fra me e mio figlio stima e prospettiva del tempo sono diverse ma il tempo lo attraversiamo insieme. Siamo senex e puer che passeggiano nel tempo e lui, il puer, costringendomi a non dimenticare come sia il tempo dell'infanzia, mi permette di invecchiare senza inacidire. Io per parte mia non posso (e non voglio) essere acido, arido, anaffettivo; anche io a volte costringo lui a vivere il tempo, il mio tempo, con amore. A volte si incazza però.

Ha detto "mamma" e "papà"

Finalmente "mamma" da lallazione è diventata parola intenzionale. A cena ha guardato Paola e ha detto "mamma", si è girato verso di me e ha detto "papà".

C'è da aggiungere altro?

giovedì 30 luglio 2009

Ceccia!: piccoli lucchesi crescono...

Lunedì scorso la nonna di Lucca si è presentata con gli occhi spiritati annunciando che Samuele aveva imparato a sedersi.

"Ceccia" è il termine che si usa da queste parti per invitare a sedersi.

E come per magia se adesso a Samuelino si dice la parolina magica lui si siede e poi festeggia autoapplaudendosi.

Al matrimono di Gianniweb

Qualche giorno fa siamo stati invitati al matrimonio di Gianniweb. La festa si è tenuta in un posto davvero spettacolare dotato di un piscinone. Samuele mi ha riempito d'orgoglio.
Innanzitutto ha vinto di gran lunga il premio "bimbo più scatenato della serata" perché pur essendo uno dei più piccoli invitati non ne ha mai voluto sapere di dormire.
In secondo luogo si è dimostrato perfettamente a suo agio tra la folla, dopo una ventina di minuti iniziali in cui si è stabulato sotto un tavolo da cocktail si è sbloccato grazie alla musica e ha cominciato letteralmente a fare i cazzi suoi, in squisita autonomia. Giocava con Simone, con Marco (è sua la foto), con Sakura, mantenendo però l'autonomia di andarsene da solo zampettando per l'agriturismo, ogni volta che gli pareva.
Una serata bellissima in un posto ameno assieme agli amici che mi h fatto riflettere di nuovo sul come e perché siamo orgogliosi (o meno) dei nostri figli. Io proietto nella sua energia il mio sistema di valori, lo ammetto, sono un po' proiettivo. La sua autonomia mia ha davvero fatto gonfiare il petto. So che mio figlio si diverte a esplorare le cose, lo vedo, lo percepisco; il fatto che non abbia un bisogno ombelicale (ancora il fatto che sono figlio unico?!?!) di compagnia mi pare alquanto positivo. Questo fatto rende ancor più bello il rapporto fisico fatto di coccole e abbracci che Samuele ha sia con me che con Paola.

giovedì 23 luglio 2009

E procede dal figlio al padre...

Doveva prima o poi capitare che le paure e i racconti del terrore trovassero uno sbocco nella realtà. Tutti raccontano dell'incubo-nido, un incubo fatto di malattie, un incubo in cui la sola compresenza di più bimbi in un medesimo spazio cagiona pandemie a ripetizione. Un incubo in cui i figli passano un anno a casa malati e 10 giorni complessivi al nido. Mentre i genitori pagano comunque la retta...

Siamo al nido. Siamo entrati in graduatoria. Bingo! Si tratta di un nido nuovo ultimato solo pochi mesi fa. Non è che sia vicinissimo ai tragitti casa-lavoro ma va benissimo. Sugli orari sarebbe bene vomitare, in un comune in cui ci sono solo poche decine di posti disponibili (sistema scientifico per consentire al lucro privato - bel bacino elettorale - di proliferare sul mercato senza i rischi del mercato) gli orari del servizio pubblico (con rette simili ai privati) sono praticamente inutili per le famiglie: se puoi permetterti di riprenderlo al massimo alle 12:30 oppure (tempo lungo) alle 16:30 beh, significa che non lavori e che non hai necessità del nido. Lasciamo stare la polemica va beh.

Insomma pare che una decina di giorni fa Samuele, invitato a una festa fra neonati abbia preso un bel virus che attacca la gola. La pediatra ha prescritto 8 giorni di antibiotico, il piccolo ha avuto la febbre alta. Io ho preso anche i fermenti lattici (ho pensato che se ha ereditato da me la tolleranza agli antibiotici siamo fritti, a me fanno venire la forfora, la candida e le macchie sui denti: una tragedia). Quando c'è un virus di mezzo con febbre alta anche il papà più antifarmaceutico fatica a opporsi.

Non capisco perché ai bambini la febbre fa da freno solo a tratti, quando non sono rincoglioniti sono attivissimi. Samuele, a parte i momenti di picco della temperatura era sempre allegro, corricchiava, sorrideva, giocava come se nulla fosse. Non capisco perché se ai bambini la febbre non fa nulla a noi adulti spesso ci debilita.

E come nella tradizione delle migliori storie il virus è passato dal figlio al padre. Il padre però era del tutto rincoglionito e ha passato due giorni a letto con la febbre a 38. Bah... Alla fine sono a casa da cinque giorni con la placche bianche alle tonsille e dolori muscolari di ogni tipo. Non gioco mica io!

La cosa più bella di questi giorni (a parte i primi due in cui ero davvero KO) sono i risvegli. Dopo che Paola è partita per il lavoro porto Samuele con me (quando già non sia nel lettone) e attendo (dormendo o meno) che si risvegli con calma. I suoi risvegli sono meravigliosi, emozionanti come poche altre cose al mondo. Sorride, quando si sveglia al mattino apre gli occhi e mi sorride dal cuscino. È una cosa che mi tocca dentro, che fa suonare delle corde sensibili, che mi irraggia di bellezza. Difficile anche dirlo.

Al pomeriggio lo faccio addormentare con me e poi lo metto nel suo lettino. I risvegli del pomeriggio sono da comiche: si sveglia e di colpo si siede e si mette a leggere uno dei suoi tascabili illustrati che vagolano nel letto. Solo dopo un po' (un bel po') alza lo sguardo e mi sorride. Poi si rimette a leggere.

Questi giorni di malattia non li dimenticherò. È stato bellissimo averlo tutto per me.

Ora, ma da settembre in poi sarà sempre così oppure no? Saremo a casa ogni settimana a imbottirci di medicine?

Nel frattempo dobbiamo fare con i nonni la ricognizione del percorso perché, come si sa e come si deve fare, noi lavoriamo e non siamo liberi alle 12:30 o alle 16:30.

Chi si stacca troppo attacca l'asma: la rivincita del bimbo viziato

"È attraverso la vicinanza e il contatto fisico che un neonato si sente protetto. Quando lo si tiene rannicchiato, lo si culla, gli si parla o gli si canta una canzoncina, sa che qualcuno si sta occupando di lui, che gli attribuisce un valore e a sua volta si "attacca" a chi lo cura. Sorride, è contento, riconosce, imita, mostra la sua eccitazione e, col passare del tempo, si affeziona. È fragile ma se qualcuno gli vuole bene sente di essere forte" [A. Oliverio Ferraris].

Inutile commentare queste parole e inutile dire come ogni genitore, già a livello sub-liminale le possa comprendere. In realtà non sempre tutto ciò si traduce in realtà dei rapporti. Spesso sono all'opera dei pre-concetti, delle immagini che noi adulti abbiamo rispetto all'infanzia e che fungono da mascherina, da filtro che davanti agli occhi ci impedisce di vedere bene la realtà e il filtro stesso. Gli studiosi hanno di volta in volta definito una serie di pre-concetti degli adulti sui bambini, queste convinzioni sono all'opera costantemente perché determinano il modo in cui ci si comporta con i bambini. Anche i modelli di socializzazione sono influenzati in modo determinante dall'idea che gli adulti (i genitori in particolare) hanno dei bambini; i modelli di socializzazione sono quelli che ispirano direttamente un adulto nel suo interagire con i bambini. Storicamente i modelli del laissez-faire (gli aspetti basilari della personalità di un individuo sono già predeterminati alla nascita, è necessario non intervenire troppo ma fare in modo che lo sviluppo faccia il suo corso senza ostacoli) estremo e della tabula rasa (il bambino è un blocco di creta da plasmare, va quindi guidato e modellato; il prodotto finale è il solo risultato degli interventi esterni) sono stati superati a favore di un approccio che pone l'accento sul confronto (conflitto) fra adulto e bambino, in cui la socializzazione viene concepita come un'impresa dura, un bel conflitto guerresco appunto. Se al giorno d'oggi è possibile dire con una certa tranquillità che anche questo approccio è stato superato in luogo di una visione più "olistica" ed equilibrata, è pur vero che anche senza volerlo retaggi di convinzioni sbagliate e dogmatiche ci influenzano - tutti - al di là di ogni ragionevole autocritica.

Si pensi a coloro che temono che il proprio figlio diventi "viziato", si tratta di una preoccupazione ragionevole o del portato logico di un preconcetto che invece di "vedere" il figlio lo dipinge aprioristicamente come "vizioso" (mi si perdoni l'ironia del termine)? Beh, credo che la risposta esatta sia la seconda. Nottate di pianto perché "il bambino non ci può ricattare e deve capire che non siamo al suo servizio" potrebbero essere evitate facendo semplicemente un po' di vuoto attorno a sé e tentando di autorazionalizzare le proprie credenze. Eppure è difficile... Ma è tanto più difficile quanto più è necessario perché farsi prendere la mano da queste credenze (spesso frutto del proprio vissuto familiare) e ignorare i bisogni di attaccamento di un piccolo può portare a conseguenze nefaste.

Quando a 7/8 o 16/18 mesi il bambino si agita per l'assenza delle figure di riferimento non sta facendo i capricci, sta semplicemente crescendo. Si sta attrezzando per formarsi un concetto di sé e ha bisogno che l'immagine che il mondo gli restituisce di sé sia rassicurante. Nei casi detti sopra il bambino non ha la possibilità di prevedere il comportamento di quegli estranei che vede al posto della madre o del padre, si agita per questo. Solo col tempo e con il rafforzarsi dell'immagine di sé potrà essere più tranquillo. Sempre con la Oliverio Ferraris: "Quei bambini con cui inizialmente si è perduto del tempo - che sono stati amati senza condizioni, per la pura gioia di stare insieme, e le cui esigenze sono state riconosciute e soddisfatte - sono anche quelli che, a parità di altre condizioni, appaiono più sereni e ben predisposti". Eccola là, la rivincita del bambino viziato, quello che stava sempre in braccio, quello che quando piangeva la madre accorreva. Adesso è autonomo, socievole e tranquillo.

L'attaccamento alle figure genitoriali (in generale ai caretaker) è una forma di relazione, di reciprocità che è indispensabile per iniziare il processo di indipendenza. Secondo alcuni la carenza di attaccamento rende più deboli anche le difese immunitarie. Questo fatto è implicitamente confermato anche dal rilievo che alcune patologie psicosomatiche possono essere ricondotte direttamente a un attaccamento non equilibrato con le figure di riferimento. Sia chiaro, si sottolinei il possono. Asma bronchiale, colite ulcerosa e ulcera peptica sono fra le malattie la cui genesi può essere riconducibile ai rapporti di attaccamento.

Già a un anno è possibile individuare quattro stili di attaccamento del bambino alle proprie figure di riferimento: sicuro, evitante (eccessiva dipendenza mascherata da falsa autonomia), ambivalente (ansia appena la figura si allontana) e confuso (l'assenza disturba ma la presenza impaurisce).

Pensierino: i genitori non esistono

Chi è stato figlio e ha potuto avere una relazione con i propri genitori, quando diventa genitore, si accorge che i genitori non esistono, o meglio non esistono quelle figure rassicuranti ed enormi che vedeva quando era piccolo. Anche i padri, anche le madri sono bimbi che mal si trovano a vestire i panni degli adulti. Anche gli adulti continuano spesso ad avere gli stessi limiti e paure che avevano da bambini. Ma è questo che essere genitori chiede? Crescere ma non diventare grandi? Forse sì, in fin dei conti chi meglio di un bambino può stare con un bambino?

mercoledì 15 luglio 2009

La personalità autoritaria: l'importanza del grigio nell'educazione dei bambini

Nelle mie numerose esperienze lavorative figura anche un periodo di circa 4 anni passato nell'accoglienza di minori, il 99% dei quali era extracomunitario. È stato un periodo che ho vissuto male (per ragioni personali che non riguardavano il lavoro stesso), almeno nei primi tempi.

Il contatto quotidiano con le facce, le storie e le persone che avevano attraversato il mare, spesso su mezzi che chiamare imbarcazioni è eufemistico, mi ha spesso portato a constatare come a un bambino cresciuto senza padre (o con un padre in un altro continente) possa mancare un pezzo di personalità, o semplicemente la voce di qualcuno che - banalmente - ti spieghi i segreti dell'uso del trapano. In quei contesti di deprivazione della famiglia spesso mi sembrava di notare l'assenza di strutture caratteriali che tipicamente vengono associate al ruolo e all'azione del padre. Ho sempre pensato che se avrei avuto un figlio non mi sarei potuto permettere di morire prima di averlo accompagnato all'età adulta, per non fargli mancare suo padre.

Non sto assolutamente dicendo che chi ha un padre sia meglio di chi l'ha perso, dico solo che nella dinamica tradizionale che anima il nostro tempo la famiglia può giocare un ruolo fondamentale (anche per varietà di contributi) nella costruzione di una personalità equilibrata per i figli. Non sto nemmeno dicendo che allora condanno le adozioni da parte di single o di famiglie omosessuali, sgombero subito il campo e affermo che sia l'una che l'altra mi sembrano cose bellissime e auspicabili.

Il mio focus era ed è tuttora concentrato sul ruolo del padre, quindi su di me adesso.

Come sempre capita la natura delle vicende intreccia aspetti vari e non sempre collegabili direttamente. Per me immigrazione e paternità sono temi importanti, cose che percepisco come legate.

Nel 1950 trovava pubblicazione "la personalità autoritaria", opera di Theodor Adorno (e i suoi collaboratori), eminenza della cosiddetta Scuola di Francoforte. Nella ricerca si tentava (erano anni in cui i nostri erano scappati in USA a causa della persecuzione nazista) di trovare un nesso fra la struttura della personalità e le convinzioni ideologiche: "le convinzioni politiche, economiche e sociali di un individuo formano spesso un modello vasto e coerente, come se fossero collegate da una mentalità o 'spirito', e che questo modello è un'espressione di tendenze profonde della sua personalità". Se le convinzioni ideologiche appaiono in superficie (era una delle tesi), nel profondo della persona si intrecciano forze, stili percettivi e fantasie. L'idea era di realizzare una mappa della personalità autoritaria, per definirla, comprenderla e combatterla. Non esente da critiche contrarie, alcune anche sensate, la ricerca rimane una pietra miliare sotto il profilo della psicologia e della sociologia. Adorno aveva individuato 4 scale i cui punteggi rendevano una costellazione di autoritarismi sia netti sia sfumati.

In questi periodi si assiste al progressivo disconoscimento della "umanità" di alcune categorie di persone come - appunto - gli individui extracomunitari. Pare che l'Italia sia convinta che sia bene limitare la libera circolazione di queste persone. Pare che l'Italia ne percepisca il pericolo.

Adorno spiega come le posizioni ideologiche e le convinzioni di discriminazione siano spesso prive di qualsiasi fondamento logico-razionale. Il "rapporto sulla criminalità in Italia" del 2007 ad esempio, ci spiegava come all'epoca il furto in abitazione avesse il tasso più basso dell'ultimo ventennio...

Si gioca con il terrore da una parte, con le ristrettezze economiche dall'altra. Il tutto è condito da un modello, da uno schema di ragionamento che è fortemente influenzato (il medium è davvero il "massaggio" e non solo il messaggio) dagli stilemi tipici della comunicazione televisiva. Siamo troppo ignoranti, incapaci di criticare noi stessi, incapaci di pensare e fatalmente preoccupati di non perdere quel poco di "benessere" acquisito.

Però mio figlio ha diritto di crescere in un mondo in cui gli strumenti del pensiero non siano ridicolizzati. Ha diritto di muoversi fra una terra e l'altra e di incontrare altre persone che a loro volta si muovono liberamente. Ha diritto di crescere in un mondo che riconosce l'altro come persona, come cittadino (del mondo) e non come appartenente a un clan.

Cicerone: Quid est civitas, nisi juris societas? Che cos'è una città se non una società di diritto? Alla base della nostra civiltà europea-occidentale c'è un passo: "l'appartenenza etnica che attribuisce una patria naturale in virtù della nascita, passa in secondo piano rispetto all'appartenenza civica, che assegna una patria d'accoglienza in virtù dei diritti di cui siamo titolari. L'etnicità cede il posto alla cittadinanza" [Jean Cuisenier].

Adorno attribuisce un ruolo fondamentale all'educazione. Fra i tratti accessori della personalità gregario-autoritaria il fastidio verso incertezza e ambiguità, spinto fino al livello percettivo. A mio figlio non voglio far mancare tutto quello che ho sempre legato alla figura paterna (usare il trapano, riparare la macchina, fare impianti elettrici, una certa dose di disciplina...) ma oggi più che mai sono convinto che non gli farò mancare la mia debolezza, l'ammissione di aver paura, il pianto, il senso di inadeguatezza e il grigio, quel colore che non è bianco e non è nemmeno nero ma è (inspiegabilmente) entrambi. È una sintesi simile al congedo di Marchbanks da Candida - Shaw la vedeva giusta - me ne rendo conto ma è esattamente quello che penso. Vorrei davvero che il mio bambino potesse ammettere in sé la debolezza per non condannarla negli altri, vorrei che sentisse di essere diverso per non appigliarsi a presunte diversità degli altri, che - si voglia o meno - sono tutti sui fratelli.

Quando qualche settimana fa Samuele in spiaggia ha salutato con mano e sorriso un ragazzo senegalese che passava vendendo magliette io e il senegalese ci siamo guardati negli occhi un po' commossi e ci siamo sentiti fratelli. Semplicemente grazie al sorriso di un bambino.

Purtroppo constato che ci sono bimbi che alla vista del "nero" già si allarmano...

lunedì 13 luglio 2009

Alcolici bambini

Il commento di Desian al post sullo sviluppo del linguaggio mi stimola. Mi stimola e mi affascina il mondo della "sapienza popolare", corroborato spesso dalla scienza ufficiale, anche se dopo secoli.

Nel posto dove sono tornato ad abitare nel 2000, un paesino da cui proviene la mia famiglia, sia paterna che (in parte) materna, ormai gli anziani quelli storici, stanno scomparendo. Tutti.

Ricordo però molti dei loro racconti, spesso non strutturati ma spontanei e sotto forma di aneddoti.

Patrimonio comune di quasi tutti gli anziani era l'essersi ubriacati, da piccoli, col "vino di strizzo", la prima spremitura, il vino ultranovello.

Ovviamente sono qui a deprecare la somministrazione di alcolici ai bambini, però constato come quella società semplice e poverissima, avesse trovato un rapporto sano con quell'elemento che accompagna l'uomo da tempo immemore: l'alcol.

A differenza di noi contemporanei, che vietiamo tutto e conseguentemente facciamo crescere sia il gusto del proibito sia la disabitudine a padroneggiare le cose della vita, loro avevano fatto in modo di allestire uno spazio protetto in cui i bambini potessero iniziare a prendere confidenza con quella bestia imprevedibile che è l'alcol. I bambini diventavano ragazzi e poi uomini imparando a gestire l'alcol passo-passo. Da adulti e ancor prima da adolescenti erano in grado di padroneggiarlo molto meglio di quanto noi si riesca a fare adesso. Gli alcolizzati cronici c'erano anche allora ma quella società era in grado di proteggere il percorso di crescita delle persone in maniera molto efficace.

Assisto, come tutti, alle ubriacature devastanti di adolescenti che toccano l'alcol da soli, senza protezione e si schiantano con lo scooter, assisto ai disastri provocati dall'ebbrezza di trentenni al volante. Constato che se fossimo un po' più semplici, come società, riusciremmo a evitare parte (e sottolineo parte) di queste tragedie. Sicuramente potremmo evitare un rapporto così assurdo con l'alcol e in generale con i mezzi di "evasione".

Quella società a suo modo ci era riuscita. Una società tenerissima che per evitare ai bambini di temere il buio era solita dire ai bimbi: "Ma guarda che se tu hai paura della notte anche gli altri, anche i malintenzionati hanno paura. Cammina pure che non c'è nessuno che possa farti male".

Il 14 luglio 2009 questo blog fa SCIOPERO

Perché la libertà di espressione e informazione è un bene prezioso a cui tengo e che voglio che sia patrimonio inviolabile del mondo che vedrà mio figlio quale adulto.

Personalmente ritengo che tutto il decreto sia da abbattere ma intanto chiedo la rettifica obbligatoria all'estensore del testo.

















La prima parola: bau

What are u doing with that flash!?!?!
Ufficialmente Samuelino ha iniziato a produrre parole. Nei mesi scorsi (e già da parecchi mesi) le lallazioni e i suoni simili a "mamma" hanno spesso riempito la nostra casa. Da pochi giorni però la musica è cambiata. Samuele dice "bau" riferito a Rasta (il mio cane) o Pulce (il cane di Paola) e a qualsiasi altro cagnolotto o cagnolino che gli si pari nella visuale. Si tratta di una parola intenzionale con un significato referenziale. Chiaramente è una parola onomatopeica, il processo di associazione è iniziato verosimilmente per imitazione dell'abbaiare, per poi trasferirsi sul piano semantico. È stato emozionante constatare come Samu abbia iniziato a parlare, non ci credevo, facevo mille verifiche e alla fine l'ho abbracciato colmo di lacrimoni per questa meraviglia.

Combinando suoni e gesti (quella che tecnicamente può definirsi una olofrase) si faceva ormai intendere da parecchio tempo (ho fisso davanti agli occhi il suo sguardo con un vocalizzo e l'indice puntati verso lo stereo) ma qui siam di fronte a un passo di portata superiore.

Mi viene da parafrasare un'espressione strausata e frutto della mente di un buon creativo politico: "È un piccolo passo per un uomo ma un grande passo per l'umaniità". Mi viene da dire che iniziare a possedere un vocabolario in "uscita" (in "entrata" lo possedeva - piccolo ma essenziale - ovviamente già da tempo) è un piccolo passo per l'umanità ma un balzo in avanti gigantesco per un bambino. M'invaghisco della bellezza di questo stadio dello sviluppo, le suggestioni che mi arrivano alla mente sono tantissime, su tutte uno dei modi in cui Sapir illustra il concetto di cultura: quando furono inventate le porte qualcuno un giorno decise di bussare anziché entrare; quel gesto, che comunicava sul piano astratto un'intenzione, costituisce la nascita della cultura. Constatando che ogni cane è "bau" posso ritenere che Samu abbia iniziato anche a prendere possesso delle categorie. Che meraviglia...

Come avviene che, a un certo punto, si inizia a parlare? Per capirlo noi adulti dobbiamo assolutamente evitare (e cito un personaggio strambo ma decisamente acuto) di far "confusione tra l'apprendimento di una seconda lingua da parte dell'adulto e l'apprendimento della lingua materna, e quindi del linguaggio, da parte del bambino". Errore che sarebbe madornale.

Negli anni Cinquanta lo studio dell'apprendimento del linguaggio era appannaggio dei comportamentisti.

Fino al termine degli anni Sessanta le ricerche erano stranamente condotte solo sul singolo individuo, senza tener conto del contesto di vita e delle relazioni. Una mente illuminata come quella di Noam Chomsky in "aspetti della teoria della sintassi" sosteneva che il linguaggio fosse una funzione del singolo necessitante solo di essere attivata ma si era nel 1965 e quella teoria era già comunque un buon passo in avanti. Si andava acquisendo, grazie alla discussione nel mondo scientifico, la nozione che l'apprendimento (o forse è meglio parlare di sviluppo) del linguaggio avesse a che fare con una serie complessa di fatti, interazioni, funzioni, comportamenti.

Uno dei ruoli fondamentali (e comunque uno degli aspetti più interessanti) è quello agito dal "motherese", vale a dire il tipo di linguaggio che la madre parla con il bambino, in generale il linguaggio degli adulti con i bambini. Si tratta di un linguaggio semplificato e chiaro, molto più semplice e univoco rispetto al modo in cui noi adulti parliamo fra di noi. Chi può dimenticare la scena della culla in "Senti chi parla"? In realtà Chomsky stesso e altri autori hanno messo in luce come il motherese non sempre risulti semplice, chiaro e "pulito"; in alcuni casi può essere addirittura meno comprensibile del linguaggio ordinario che si usa fra adulti.

L'interazione fra madre (adulto) e figlio (neonato) è anche una sorta di meta-apprendimento: interagendo si impara l'interazione stessa, elemento fondamentale per lo sviluppo di un comportamento dialogico. Di rilievo sono, come sempre, i feedback e la coerenza dei comportamenti (si usa il termine turn-taking per designare un comportamento "interattivamente coerente") dell'adulto. Secondo alcuni studi, il neonato è biologicamente portato all'interazione. In questo senso la madre è plausibilmente portatrice (assolutamente sana) di distorsioni nell'interazione stessa perché attribuisce intenzionalità ai gesti (alle reazioni sarebbe meglio dire) del bambino quando è tecnicamente impossibile che ci sia intenzione. Si tratta della traduzione scientifica di "ogni scarrafone...". In generale minore è il livello di interazione generale fra adulti e neonati, più povero è lo sviluppo linguistico. Bruner si spinge oltre e individua dei format interattivi prevedibili e rassicuranti che nei bambini andrebbero a costituire l'humus ideale per lo sviluppo del linguaggio:

  • le frasi dell'adulto sono qui ripetitive e comprensibili

  • il bambino può applicare una strategia di produzione del linguaggio riconoscendo una situazione e ripetendo (o tentando di ripetere) ciò che l'adulto in quella situazione dice usualmente.

Nel 2001 venne scoperto il gene Foxp2, che subì "una mutazione fissata nella nostra specie circa 120-200 mila anni fa. Grazie alle proteine prodotte in più dalla nuova sequenza genica, bocca e laringe si sono perfezionate tanto da permettere l´articolazione di suoni complessi". La dialettica (e qui la schematizzazione è volutamente sommaria) fra innatisti e teorici dell'apprendimento, come si può intuire, non smette mai di trovare cibo per alimentarsi...

Noi, dal canto nostro, cerchiamo di venirne fuori, anche perché gli studi che affrontano singoli temi (analisi delle funzioni del linguaggio, contingenza non verbale, aspetti del linguaggio materno e influenza sul linguaggio del bambino ecc.) si sprecano. A mio avviso (personalissima opinione) si sprecano anche le seghe mentali di sedicenti filosofi che nel corso della storia hanno squisitamente prodotto pensieri confusi e teorie inutili.

Quello che è possibile dire è che:

  • gli esseri umani sono naturalmente predisposti al linguaggio

  • il linguaggio lo si apprende anche imparando i comportamenti interattivi

  • rinforzare l'apprendimento con feedback costanti, coerenti e positivi è molto importante

  • la lingua diventa progressivamente linguaggio interno, funzione mentale per sviluppare il pensiero

  • per favorire lo sviluppo generale del bambino è bene costruire un ambiente attorno a lui che sia in grado di cogliere gli stimoli del bambino stesso e di alternare "rumore e silenzio"

Parliamo quindi con i nostri bimbi, teniamoli con noi quando parliamo con altri adulti, ascoltiamoli, sorridiamo, reagiamo. E poi, ogni tanto stiamo in silenzio e lasciamo che il silenzio faccia il suo lavoro.

venerdì 10 luglio 2009

Missiva: pater & puer al concerto, ovvero can't find my way home



Caro Samu, quando sarai più grande e leggerai questa lettera (nonostante la mia attuale professione internettiana conservo uno strano pudore a usare termini come post) spero che ti sia di ricordo per una serata magica che io e te, da soli abbiamo passato martedì 7 luglio 2009.

Ti ho portato a Sesto Fiorentino al concerto di Steve Winwood. Mamma era in giro con la sua amica francese e noi due siamo partiti per farci un bagno di musica.

Sì, ti avevo già fatto ascoltare un bel po' di roba dei Traffic, spiegandoti il ruolo che hanno avuto nella storia del rock e raccontandoti un sacco di volte di quella volta che avevo visto dal vivo il duo Winwood-Capaldi. Avevi ascoltato anche un bootleg, pensa un po'!

Insomma, si può tranquillamente dire che ti ci ho portato a forza.

Sono uscito in anticipo dal lavoro, una luce diversa rispetto a quella preserale che conosco e che illumina la strada di casa ogni giorno. Tu eri con i nonni ed eri allegrissimo. Abbiamo mangiato assieme e poi siamo partiti.

In macchina sei stato tranquillissimo, come tuo solito, poi hai dormito.

Arrivati là smaniavi per usire dal seggiolone, anche se eri rincoglionitissimo dal pisolino. Steve sembra averci aspettato perché le prime note le suonate appena abbiamo varcato la soglia di quel posto magico che è Villa Solaria.

Non dimenticherò mai questa serata. All'inizio eri spaventato dal buio e dalla vastità del parco in cui eravamo. Le frequenze di alcuni strumenti ti disturbavano nonstante fossimo a distanza di sicurezza per evitare il volume troppo alto. Ma non "carburavi", avevi un bisogno fatale di stare in braccio a me. Eppure quel palco, quella luce, quella musica in qualche modo ti stavano sciogliendo...

Abbiamo passeggiato moltissimo.

Non dimenticherò mai la diligenza con cui applaudivi alla fine dei pezzi, quando sentivi che il pubblico batteva le mani. Non dimenticherò mai nemmeno quando in una pausa di una canzone, non sentendo la musica hai iniziato ad applaudire...

Poi, dopo esserti innamorato del banchetto con le magliette e del porchettaro illuminato, dal palco è salita la musica di Can't Find My Way Home. E lì è stato magia. Hai voluto salire sulle mie spalle ("a caribicci" per quelli di Lucca "camalletta" per i genovesi). Eri come rapito, ballavi in cima alla mia testa e con le mani sembrava che stessi dirigendo la musica come un direttore d'orchestra. Un'esperienza bellissima.

Da lì in poi hai carburato e volevi andare sempre più vicino al palco. E ballavi, e volevi ballare anche in braccio a me.

Anche con il medley Low Spark Of High Heeled Boys - Empty Pages ti sei esaltato. Poi, prima della fine perché era tardi siamo andati. Di fronte a un poliziotto ti sei messo in posa come un pistolero al duello: ridevano congiuntamente i corpi armati lì presenti.

Nel tragitto in macchina, in autostrada, eri "con gli occhi a mezz'asta" ma era come tu stessi sognando, non hai mai dormito.

A letto, anche questo rimarrà indelebile nella mia mente. Invece di dormire cantavi. Mamma (che al mattino dopo avrebbe dovuto svegliarsi alle 6:00 per una trasferta milanese) non sapeva se ridere o piangere.

La nottata è finita con te e me sulla sedia a dondolo della tua cameretta, in attesa che tu smettessi di cantare e finalmente prendessi sonno.

Spero che dentro il tuo cuore rimanga una - seppur flebile - traccia mnestica di questa serata. Spero anche che la musica ti sia davvero piaciuta. Ogni mattina prima ancora di spalancare completamente gli occhi indichi lo stereo...

Grazie passerotto.

martedì 30 giugno 2009

La prima bizza

È arrivata ieri sera, olé. La prima seria bizza.

A tavola, a ripensarci poi, dopo aver divorato la cena senza problemi di sorta, aveva lanciato delle avvisaglie. Stanno per spuntare altri dentini e questo mi bastava come spiegazione al nervosismo anche se a un certo punto Samu ha ruggito come una pantera e questo mi ha colpito.

Dopo eravamo intenti a giocare con quella fonte di magia che è lo stereo. Lui mi chiedeva di mettere un cd, poi indicava lo scaffale degli altri cd e voleva che cambiassi musica. Partecipava alzando e abbassando lo sportelletto del lettore con il tasto "eject" e premendo ripetutamente "play/pause".

Dopo diverso tempo e diversi cd ho cominciato a fargli capire che avremmo dovuto interrompere il gioco, giunti all'ultimo cd è stata la tragedia: piangeva, batteva i piedi, ringhiava, era rossissimo e sudava. Una stra-bizza in piena regola, la prima seria bizza.

Nel giro di qualche minuto si è calmato ma l'impressione è stata forte. Non è che mi abbia fatto paura o che mi abbia agitato, è che mio figlio ha davvero una forza incredibile. Era una belva.

Abbiamo associato al tempo di estinzione del pianto una serie di comportamenti diversivi discreti (senza enfasi quindi, in modo del tutto normale), dopo un po' rideva.

sabato 27 giugno 2009

A difesa dei blog genitoriali

Qualche giorno fa, al mattino, mentre stavo andando a lavorare ho sentito in radio un'intervista a Beppe Severgnini, invitato a parlare anche per presentare il suo ultimo prodotto letterario. Chi conduceva ha chiesto a Severgnini se avesse figli ottenendo per risposta una secca dichiarazione d'intenti che suonava un po' come "non parlo dei miei figli, chi ne ha voluto parlare se ne è poi sempre pentito". Assonnato (anche se non inizio prestissimo la mia giornata lavorativa ho pur sempre la pressione bassa e ci metto un po' a svegliarmi del tutto) com'ero, quella frase mi ha fatto sobbalzare. Mi sono sentito toccato in una parte viva, anzi, problematica di me. Ho subito pensato di intervenire qui su questo blog sparando a zero su Severgnini e difendendo chi, come il sottoscritto, pubblica scritti di natura pseudoprivata alla mercè di qualsiasi navigatore.

Poi però, siccome quando scrivo tento di farlo con rigore e senso deontologico (non è una professione ma ha le sue regole di condotta e d'onestà) ho deciso di aspettare e di lasciar passare del tempo. Leggevo gli interventi di Severgnini sulla rivista del Touring Club, a cui mio padre è abbonato da che io ricordi di avere ricordi. Non sono mai riuscito a spiegarmi perché uno così fosse una penna di grido del giornalismo italiano, non me lo spiego a tuttora. Scrivere degli "altri" come se i difetti e i "provincialismi" altrui fossero sempre e comunque peggio dei propri mi sembrava un atteggiamento brutto, "basso". Insomma Severgnini (che sulla caricatura dell'italiano all'estero ha fatto fortuna) non è mai stato nelle mie grazie, anzi. Gli riconosco certo la padronanza dell'arte di scrivere ma non mi è mai piaciuto. I suoi interventi li leggevo al gabinetto.

Evidentemente assieme alla reazione istintiva, Severgnini aveva toccato davvero qualcosa di irrisolto dentro di me: la paura di sbagliare, il timore di non fare bene, il sospetto di anteporre una mia presunta visibilità alle esigenze del mio bambino. Col passar dei giorni ho capito che la frase di Severgnini era dritta alla mia paura. Posso immaginare che dietro il rigoroso scudo sulla vita privata e sui figli ci fosse da parte sua una sincera necessità di mantenere i "piedi per terra" di fronte alla popolarità, ci fosse bisogno di proteggere la propria famiglia da una visibilità non cercata ma quella frase conteneva anche una condanna, un riferimento a suo modo cifrato verso chi aveva messo in piazza la vita dei propri figli (salvo pentirsene a danni fatti). Posso immaginare che il riferimento fosse a persone realmente molto popolari e che la pubblicità sui figli fosse dovuta all'esposizione su media di bassa lega, posso immaginare tante cose anche ragionevoli, rimane comunque un cespuglio di mie supposizioni.

La questione di fondo però rimane ed è topica: perché io (noi, cari "colleghi") diffondiamo in pubblico la nostra esperienza di vita familiare? E soprattutto: facciamo del male ai nostri figli?

Ovvio che the answer is blowing in the wind, chiaro, limpido. Però è bene far qualche riflessione. Parto dal dato del mezzo Internet. Internet è un medium sempre più autoprofilante (come ogni tanto diciamo noi che con la rete lavoriamo), se è vero che tutto è accessibile a tutti è altrettanto vero che difficilmente ci si "posa" su contenuti di poco interesse; ergo i miei lettori sono persone interessate a ciò che scrivo e quindi non sono IL dominio degli interi navigatori ma un sottoinsieme anche poco numeroso. Ovvio che la responsabilità di chi produce contenuti è anche quella di "etichettarli" correttamente per agevolare l'autoprofilazione. Tutto sommato l'esposizione di un blog genitoriale è poco di massa e molto di nicchia. Certo le navigazioni casuali sono sempre all'ordine del giorno ma, anche statistiche alla mano, non sono certo un blogger di grido.

Aggiungo una mia personalissima convinzione: ognuno ha il pubblico che si merita. Credo poco (a meno di evidente successo planetario) a chi deve fuggire dai propri fans. Spesso i fans sono una massa di persone molto più sensibili, educate e discrete di ciò che si immagini. A personaggi sguaiati un codazzo di fans rompipalle, a personaggi sobri ammiratori simpatici. Si tratta di una mia teoria, lo ribadisco, però credo che non sia una cosa eccessivamente balzana. Lo affermo anche sulla base della mia vita, ho spessissimo abbracciato attività e professioni che mi hanno dato una certa visibilità, sia nella città in cui vivo, sia sul territorio nazionale (sono uno di quelli che in molti hanno intercettato via satellite sugli schermi televisivi o trovato nei teatri o incontrato nelle piazze a lavorare per casting o spettacoli). L'affetto di chi mi riconosceva per strada è sempre stato bello da ricevere, mai sgarbato, mai eccessivo. Anzi, lo sforzo per vincere la timidezza di tanti che sono venuti a parlarmi mi ha sempre ricordato come sia importante essere "caldi" fra esseri umani per esperire l'essenza vera del non essere soli. I miei "fans" (lo virgoletto perché mi fa ridere parlare così in riferimento a me stesso) sono stati per me un grandissimo esempio di comportamento.

Ecco quindi che noi genitori blogger ci ritroviamo con un pubblico di lettori-partecipanti già profilato, non eccessivo e che possiamo contare su un ritorno modulato dal nostro modo di scrivere (anche se quest'ultima lo ri-ribadisco) è solo la mia teoria. Questo non risponde alle domande di cui sopra ma ci rende l'humus e la dimensione esatta in cui operiamo; ci mostra la misura della pubblicità a cui esponiamo i nostri bimbi.

Ma perché scriviamo, fotografiamo e pubblichiamo? Io rispondo per me. Io faccio tutto questo perché per me è un modo di comunicare (la parola ha una radice che significa proprio "messa in comune") ed è un modo che mi permette di avere scambi con persone al di fuori della portata fisica della mia persona. Paterpuer è un modo per cercare scambio e confronto con altri esseri umani. Essere papà mi ha cambiato la vita in meglio, di fronte a tanta gioia non riesco a tenere tutto dentro, sono fatto così, debbo condividere. Leggere blog genitoriali mi aiuta a capire quante cose ho in comune con gli altri, le esperienze degli altri mi aiutano a capire meglio le mie stesse vicende. Leggendo gli altri prendo spunti e suggestioni per essere utile. Condivido con un piccolo nucleo di navigatori-partecipanti un tema comune e una voglia condivisa di essere comunità. Parlo di mio figlio inseguendo il rigore e il rispetto.

Leggo l'allegria di Desian, leggo l'umanità di Panzallaria, leggo la sensibilità di Serena e Silvia ("sono la mamma orgogliosa di uno splendido bambino amplificato di 3 anni"... "già da quella notte lui strillava molto, ma molto più forte i tutti gli altri… E noi avremmo già dovuto capire qualcosa…"), solo per citarne alcuni, e non trovo esibizionismo né eccessi. Trovo un senso del vivere, anche se mediato dallo schermo e dalla tastiera, vitale a dismisura, trovo un'ottica molto più simile al mutuo aiuto che a qualsiasi altra cosa. Leggo che questo mezzo ci ha dato la possibilità di essere persone migliori e di solleticare altre persone a esserlo altrettanto.

Eppure sì, la paura di far del male a mio figlio è qualcosa di reale, un senso di colpa strisciante (forse atavico) che però è lo strumento che mi permette di essere tranquillo quando scrivo di Samuele Yannick. Posso anche sbagliarmi ma credo che quando mio figlio sarà più grande, se vorrà leggere Paterpuer non potrà subire traumi né scosse psicologiche (magari vorrà intervenire per dire la sua...). Magari mi sbaglio ma ho così tanto presente la possibilità di sbagliare (come genitore e come pedagogista sarebbe davvero un tracollo epocale...) che quest'allerta la tengo con me e ne faccio la misura per stare tranquillo. Azzardo ad affermarlo ma mi sembra di percepire, in comune con i miei "colleghi", questo senso del rispetto e della sobrietà.

Io voglio parlare di mio figlio e voglio confrontarmi con altri che parlano dei propri figli. Lo faccio di persona e lo faccio per "interposto modem" (questa mi è venuta carina!). I pericoli esterni poi (tanto per non ignorare un tema scottante) ci sono sul web come nella vita, è perfettamente inutile chiudersi al mondo per evitare rischi, bisogna semmai stare attenti; questa dimensione di comunità è uno dei modi migliori per darsi una mano reciprocamente.

Fra l'altro i nostri figli saranno uomini e donne di un'Italia culturalmente diversa da quella di quando eravamo noi a essere piccoli, il web non li distruggerà. Ne sono convinto. Saremo probabilmente proprio noi a stupirci quando scopriremo le "creaturine" a scrivere blog sui propri genitori...

Grazie quindi a Severgnini (che comunque non amerò nemmeno in futuro, credo) perché mi ha consentito di fare questo passo dentro di me e quest'ulteriore ri-lettura di tutto il lavoro di noi genitori-blogger.

PS: siamo nel cuore di un venerdì notte, anni fa a quest'ora ero nel pieno del ballare. Paola e Samu dormono di brutto, io no, mi sembra di vegliare sul loro sonno, mi sento - quando sono sveglio così - un papà protettivo. Mi realizzavo nel ballare, mi realizzo nel fare il papà.

martedì 23 giugno 2009

Mangiare, che bella cosa!

Serie Kitchen #2
Vedere le reazioni di mio figlio di fronte a un cibo (che lui sa essere) buono mi fa capire come noi essere umani siamo “corazzati”. Il suo corpo parla, i suoi occhi e il suo sorriso parlano, è come se fosse “nudo” di fronte al piacere del cibo. Noi adulti nascondiamo questo moto spontaneo di gioia dietro convenzioni e comportamenti stereotipati. Sappiam tutti bene come sia utile (a livello di specie) avere la possibilità di mascherarsi, ma un po' di spontaneità in più non potrebbe che farci bene. Noi ritualizziamo le reazioni di gioia verso il cibo, sin da piccoli veniamo abituati a battere le mani o a pronunciare frasi come “Viva la pappaaaa!” che si trasformano nel corso degli anni in espressioni sempre più eleganti ma sempre più distaccate. Però il piacere del gusto è più forte di tutto e alcuni di noi per contenere la gioia trabordante, per controllarla, diventano speculatori: ragionano del cibo, lo classificano, lo decompongono in frasi e gesti sempre più codificati ma legati a un registro linguistico assolutamente suggestivo e oltremisura onirico (sfido chiunque a trovare “echi di legno d'oriente” nell'aroma di un vino: quale legno? Quale oriente? Quanto è diverso l'eco dalla traccia?).

Ancora una volta il piccolino mi riporta al fatto che siamo animali. E anche belli da vedere, perdiana!

Cibo e bambini, neonati in questo caso, è una diade che spesso si carica di tinte fiammeggianti: si narra di lotte all'ultimo sangue per far ingurgitare un pezzettino di pasta al neonato, girano leggende su bimbi che non hanno mai mangiato sino ai tre anni di età, è comunque esperienza comune avere assistito alle bizze più frenetiche di qualche infante all'ora della pappa.

Non me la sento di dare consigli, richiamo però al fatto che il cibo, il mangiare è un qualcosa che ha fortissimi connotati simbolici. Mangiare è altro oltre al nutrirsi, anche per molti animali: si dice che alcuni cani si siano lasciati morire rifiutando il cibo dopo la perdita del padrone (non so se sia vero ma mi sembra plausibile). Ciò che voglio dire è che il contesto, l'humus familiare, la comunicazione intradomestica, sono elementi che possono influire in modo determinante sul rapporto con il cibo. Non dimentichiamo poi che per i bimbi la maniera migliore per fare le cose è giocare, costruire una storia attorno ai gesti. Noi adulti troppo spesso lo dimentichiamo.

Samu mangia bene, è tranquillo e - grazie al cielo - non è mai stato un “bimbo problematico”. Nella sua prima notte è rimasto attaccato al seno di Paola per 4 ore...
Eppure qualche problemino non è mancato. Io sono (lo dico a beneficio di chi non avesse letto i post precedenti e neppure il profilo) vegetariano dal lontano 1990. Spero che mio figlio decida di alimentarsi senza uccidere ma sarà una scelta sua, chi è vegetariano sa bene come sia importante poter scegliere. Io per parte mia gli fornirò un ambiente in cui poter apprezzare sia il cibo vegetariano sia l'attenzione verso il diritto altrui alla vita.
C'è stato un periodo in cui Samuele si svegliava di notte affamatissimo, urlava e si calmava solo con la poppata. Di concerto con la pediatra abbiamo aumentato le dosi di pranzo e cena e il problema è svanito, sonni tranquilli per tutti. Alcune volte però rifiuta le cena, se a pranzo va sempre tutto liscio a cena capita che inizi a mangiare e dopo un paio di cucchiai rifiuti nettamente di proseguire. A questo punto serve un pezzettino di pane o una pausa. Avendo un bimbo che ci ha sempre dimostrato appetito, all'inizio ci siamo un po' preoccupati ma poi osservando bene i suoi comportamenti siamo giunti a mettere a punto una strategia che pare vincente.
Sembra che Samuele non ami il monopasto, ha bisogno di varietà. Ama i cibi rossi. Stiamo sviluppando una serie di menù a piccole portate, piattini o ciotoline singole da cui si possa prendere qua e là. Samu ama le zucchine cotte al vapore, ama le carote, odia lo stracchino, ama la ricotta, adora il seitan. La cena di ieri per esempio era: passato di carote e zucca (ciotolina con cibo arancio), pomodorini (ciotolina con cibo rosso), seitan (marrone), pastina degli gnomi con parmigiano e carne (mista, a proposito... la mamma non è vegetariana...), carote e zucchine al vapore (verde-arancio), susine (giallo). Immancabile un po' di pane, of course.
Tante piccole porzioni con cui poter alternare il boccone sembra che combattano la noia e la sporadica inappetenza. Si aggiunga che, sempre di concerto con la pediatra, alcune volte mettiamo un pizzico di sale (quello della Camargue è particolarmente pregiato e delicato). In linea di principio stiamo tentando di cucinare per noi cose che possano andar bene anche per lui (io però adoro i peperoncini e delle volte mi faccio un piatto a parte).

Interessante notare come, al riguardo del cibo, esitano scuole di pensiero completamente diverse fra di loro: da quelli che non introducono cibi masticabili fino allo spuntare di un bel po' di denti a quelli che lasciano libero accesso a tutti i cibi degli adulti fino a coloro che stanno attentissimi a non introdurre neanche infinitesime tracce di cibi potenzialmente allergenici.

La rete è come al solito un buon punto per documentarsi ma soprattutto per studiare le esperienze degli altri. Navigando qua e là segnalo: come fare gli omogeneizzati in casa, ricette divise per età, i bellissimi piatti di Blogmamma, il libro “un mondo di pappe”, i principali alimenti per l'infanzia (segnalato anche dall'arrembante Canneori Family), le discussioni pappesche su Mammanatura, quella straordinaria risorsa che è Biocontessa e i biscotti per bimbi con pochi dentini. Segnalo anche questo specchio riassuntivo Made In Svizzera, qui si sfonda decisamente la barriera delle allergie: tuorlo d'uovo dopo i sette mesi e fragole dai dieci in poi... Dai 36 mesi in là “il bambino passerà progressivamente alla tavola famigliare, rispettando le regole seguenti:
  • salare i piatti usando unicamente sale iodato e fluorato, in quantità esigue
  • evitare i piatti speziati
  • evitare i piatti e le bevande troppo zuccherate
  • mantenere l'equivalente di 500 ml di latte adattato al giorno: latte adattato (latte di proseguimento, latte di crescita), latticini adattati, yogurt senza coloranti né aromi (ad eccezione di vaniglia e vanillina), formaggio semigrasso
  • evitare i coloranti e gli aromi (esclusa la vaniglia e la vanillina)”

Da più parti le allergie sono indicate come portato della eccessiva igiene, su questo torno di nuovo a dire di fare attenzione: i bimbi non devono vivere in un ambiente sterile ma in un ambiente naturale.

Sempre al centro della discussione il microonde. Secondo alcune voci è dannoso e si scongiura di non usarlo per scaldare il latte. In realtà esiste una ricerca del 1992 pubblicata sulla rivista Pediatrics il cui abstract si conclude con le seguenti parole: “Microwaving appears to be contraindicated at high temperatures, and questions regarding its safety exist even at low temperatures”. Si tratta quindi di pericolo per alte temperature (la ricerca parla di 72-98 gradi centigradi) perché si rischia di eliminare fattori anti infettivi. Pur permanendo perplessità pare francamente esagerato il rischio di “tumore da latte riscaldato al microonde”.
Usiamo il fornetto malefico solo quando è strettamente necessario, teniamo i bimbi a debita distanza, stacchiamo la spina quando non lo si usa ma per il resto direi di non esagerare con allarmi che non sono ben sostanziati (il dottor Hans-Urich Hertel avrebbe validato una teoria cono soli otto casi analizzati!). Un buon articolo mi pare questo, che fra l'altro ci ricorda che le microonde non permangono nei cibi una volta spento il forno. Noi scaldiamo il latte con il microonde e non siamo certo una famiglia insensibile agli allarmi-salute!

Il pericolo serio è casomai quello delle ustioni, data la particolare dinamica del riscaldamento dei cibi nel microonde.

martedì 16 giugno 2009

Che bello: il bimbo gioca da solo!

Sono figlio unico (per rubare una battuta ad Alessandro Bergonzoni dovrei aggiungere: "Per ora"), Paola no, ha una sorella, la zia Francesca.
Ho sempre pensato che i "fratelli" abbiano un bisogno eccessivo di starsene in compagnia, abituati - considerazione mia - a esser sempre una pluralità. D'altro canto io comprendo benissimo come la mia "solitudine" mia abbia forgiato verso un'eccessivo amore (solipsismo?) verso la "non pluralità". Fondamentalmente mi trovo abbastanza bene da solo (solo pochi anni fa, prima di conoscere Paola ho fatto l'ultima vacanza da solo, in moto in Sardegna).

Samuele riesce a stare delle mezz'ore da solo, giocando con niente (preferibilmente con la radio accesa perché la musica la ama in modo particolare) ed è sorprendente constatare quanto si "completi" senza il bisogno ossessivo di una qualsiasi presenza. Non è un bambino solitario, anzi, è che sa stare da solo. Abbiamo quella cosa ambigua che è il box, ambigua perché secondo molti impedisce o comunque ritarda l'acquisizione della posizione eretta, che lui non sembra percepire come gabbia bensì come "regno". Il box è utile perché quando uno dei due - genitori, I mean - non c'è, anche un'operazione banale come il cucinare può risultare difficoltosa, in particolare in una casetta tutta scale come la nostra.

La mamma lo chiama Hysterik

Siamo in quella fase che Piaget definisce “sperimentazione attiva” (siamo ancora all'interno dello stadio senso motorio); in questo periodo il bambino è portato a esplorare, a combinare e ricombinare gli oggetti, il suo campo d'azione è l'ambiente.

Samuelino non è da meno e non si stanca mai di manipolare qualsiasi cosa incontri con il suo sguardo. Per attenersi a Freud la fase orale è nel pieno del suo fulgore: pietre, adesivi, scarpe, arti dei genitori, suppellettili... Qualsiasi cosa la porta alla bocca.

Ciò che mi sorprende è (oltre al sorriso che mi illumina) constatare cosa sia davvero il gioco: tutti lo abbiamo studiato - anche sommariamente - e tutti sappiamo che il gioco è una forma di training che permette ai cuccioli di irrobustirsi e di imparare la pratica del mondo e dei comportamenti utili per la sopravvivenza. Vedere però, di persona, ogni giorno, quanto sia potente l'anima del gioco, quanta forza abbia la natura, beh è uno spettacolo sorprendente, una cosa che lascia esterrefatti. Almeno a me lascia davvero senza parole. È come essere di fronte a un biogramma, un ordine imperativo della genetica che va avanti per conto suo e tu puoi solo osservare come tutto - sembri - avere una coscienza e una volontà.

Ama tutte le cose elettro-elettroniche, come me da piccolo... Appena gli dici “Pronto?” porta all'orecchio qualsiasi cosa e mima una telefonata, è tenerissimo quando lo fa anche perché ruota tutto il dorso della mano e arriva a portarsi all'orecchio la parte esterna del polso, non le dita come faremmo noi con un qualsiasi telefono.

Appena non ottiene quello che vuole scatta l'urlo, è per questo che Paola lo chiama Hysterik, ma si calma subito e ci sorprendiamo sempre a scoprire quanto sia calmo il nostro bimbo. Ogni tanto ci capita di vedere delle vere e proprie jene, Samu si calma subito invece.

Ha iniziato a scherzare, vuole che lo insegua facendo rumore e scappa morendo dalle risate, delle volte mi insegue lui e quando io mimo una fuga pagliaccesca son di nuovo risa fragorose. Quando si avvicina a una presa elettrica a cui è collegata una spina io (anche in memoria delle mie “folgorazioni” infantili) lancio un urlaccio, lui si gira, cerca lo sguardo di qualsiasi altra persona presente in stanza, poi guarda la presa, si avvicina e io di nuovo dico un sonoro “No”. A questo punto tenta un diversivo, si allontana, fa dei movimenti, guarda di nuovo la presa e se io non ri-dico “No” tenta di avvicinarsi.
La variante allo schema è lo scherzo, lui sembra agire per proteggersi dal divieto e all'ennesimo “No”, invece di iniziare a piangere (come uno si aspetterebbe) comincia a ridere e a mimare un ripetuto avvicinamento alla presa, giocando con me o con Paola e trasformando il divieto in qualcosa che per lui non è mortificante.

La sera, quando torno a casa, vivo quell'istante di terrore bellissimo in cui temo che lui non mi riconosca. È un rito, so bene che lui mi riconoscerà e mi sorriderà, eppure quella stilettata di terrore è viva ogni giorno, è una paura vera.

Mio figlio parla col fax, forse sono prove di un fututro migliore?

Wild horse
Scollinato anche il tredicesimo mese di esistenza Samuele Yannick si è deciso ad abbandonare quasi del tutto il gattonamento. Venerdì scorso ha deciso che era giunto il momento di camminare e basta. Incredibile come - pare - gli sia scattato qualche cosa proprio nella testa per cui "Ora solo in piedi".

Nei mesi scorsi ha iniziato a emettere dei suoni in tutto e per tutto simili a quelli che fa il fax. Quando provo a parlare con lui in quello stile mi risponde, a volte ride e io mi domando che cosa mai avrò detto nel linguaggio del fax..

Si fa capire, si fa capire e come il passerotto! Indica lo stereo e vuole che venga acceso, prende le chiavi, si avvicina alla porta e chiede di uscire... Come dice la nonna di Genova "parlerà tardissimo perché si fa capire troppo bene anche senza parole".

È davvero un periodo meraviglioso questo, la primavera è sbocciata, si sta bene fuori anche la sera e domenica scorsa abbiam deciso di portarlo al mare. Meraviglia delle meraviglie il bagnasciuga è diventato il suo regno: seduto come un principino con secchiello e paletta ha passato tantissimo tempo a giocare.

Sabato sera invece ci ha presi per mano e ci ha portati in direzione pianerottolo, indicando e vocalizzando verso la porta. Morale della favola, alle 22:30 abbiam deciso di farlo uscire e passaggiare nell'ameno (si fa per dire) quartiere di Sampierdarena. Una passeggiata che mi ha fatto rendere conto di come, solo nel giro di 4 anni la zona sia cambiata. Nonostante tutto è un quartiere tranquillo (nonostante qualche furtarello e qualche baby-gang) però la morfologia, l'aspetto delle strade, l'atmosfera che si respira è diversa, è cambiata rapidissimamente. I segni dell'emarginazione si vedono.
Ho conosciuto Sampierdarena nel 2003 e l'ho vissuta (andando e tornando da Lucca) anche nelle ore notturne; nella nostra zona mi sentivo sicuro, c'era sempre in strada una variopinta popolazione sudamericana (in maggioranza dall'Ecuador) che animava le strade e le rendeva vive. Era affascinante.
Sabato scorso 3 volanti della polizia sono intervenute perché la zona adesso è popolata da persone fuori da tutto: niente protezione sociale, niente sicurezze, niente diritti, niente limiti al dolore e (conseguentemente) niente limiti all'alcol. Non si tratta di delinquenza, si tratta di emarginazione. È cambiata la popolazione, vero, non è più solamente una "succursale dell'Ecuador", ma non è che sia questa la differenza, non che che l'arrivo di persone dal Marocco o dall'Albania sia la causa dei problemi; è che è sbarcato il disagio, questo è il problema.

Perché dire queste cose sul mio blog che parla di paternità? Perché oltre alla passeggiata di sabato, giusto ieri ho sentito gente che paludiva alle "ronde nere", persone (anche di buona istruzione) che dichiaravano come illegittima la libera circolazione degli esseri umani. Perché mi rendo conto di come sia cambiato il contesto culturale in cui siamo immersi, perché non ne posso davvero più di sentire i lucchesi che asseriscono di vivere in una città pericolosa, perché so che mio figlio crescerà (fortunatamente) in asili e scuole dai mille colori e dalle mille lingue, ma si troverà a vivere un mondo adulto in cui sarà normale pensare che si possa impedire a un essere umano di avere quei diritti (siamo ai fondamenti della civiltà occidentale per chi non lo sapesse) inviolabili che lo rendono degno di esercitare la propria individualità con la motivazione che... Beh, sì, ma qual è la motivazione? Io sinceramente non ne trovo una, ammesso che il rincoglionimento di una mezza nazione non possa assurgere al ruolo di argomento.

Ho deciso di parlare di queste cose (e mi fermo qui, alle mie impressioni perché non è interessante in questo spazio parlare di dinamiche del pregiudizio) perché come papà di una persona mi spaventa molto il bisogno di punizione, di isolamento, di sottomissione, di violenza, di anestesia che trovo come naturale portato di una frase come "In Spagna gli sparano, non capisco perché qui da noi gli si permette di fare tutto, dove lavoro io ho paura a uscire anche dall'ufficio" pronunciata da un maschio bianco terntenne con studi superiori alle spalle, carriera "in coppa" e vita in una zona d'Italia fra le più tranquille in assoluto.

Allora nella mia fantasia, quando parlo "via fax" con Samuele, mi immagino che lui stia inviando fax a tutti i bambini del mondo per decidere con loro un futuro più "normale", più umano. Magari lui sta dicendo agli altri bimbi che chi sta male va ascoltato, che forse non è solo un problema di delinquenza, magari i nostri bambini si stanno già mettendo insieme per fare qualcosa; tanto sono soli in casa perché i loro genitori sono a fare le ronde...

mercoledì 3 giugno 2009

Non chiamarmi "papy"...

A pancia piena si ride meglio!

È d'obbligo partire così... Ridendo.

Sono padre da oltre un anno e ringrazio la vita per questa cosa, la paternità è una sorpresa straordinaria. Attimo dopo attimo.

Adesso cammina, camminicchia, è sempre più presente. Se gli dici "Pronto?" prende qualsiasi oggetto e lo porta all'orecchio come fosse un telefono. Gli dirò - a futura memoria - di non chiamarmi "papy"...

In questi mesi è sempre più sorprendente. Ama il gioco e le ripetizioni dello stesso gioco sembrano non stancarlo mai... Accende e spegne la luce a ripetizione, quando torna nella casetta di Genova si precipita subito al televisore perché si ricorda come si accende. Gli oggetti tech li adora...

Non c'è più latte, peccato. Abbiamo avuto qualche problemino con il latte di proseguimento, fino a trovarne uno che non generasse problemi intestinali. Adesso però con il suo "bidente" Samuelino mangia praticamente di tutto ed è uno spettacolo portarlo in pizzeria perché agguanta la focaccia con una voracità, una visceralità animalesca che è la traduzione migliore della parola "vita".

Sono padre da oltre un anno e le domande me le faccio, non tanto - come si potrebbe pensare - sul piano educativo e affettivo. No, sotto quel profilo mi sento responsabile ma so di potermela giocare, poi si vedrà come va a finire. L'educazione di mio figlio è qualcosa che posso decidere io.

Sono però un quasi quarantenne senza alcuna certezza economica e mi domando che cazzo di società ci hanno disegnato addosso; la mia paura è economica. Guardo al futuro e vedo tanto amore ma pochi soldi, troppo pochi (forse) per potergli assicurare quello che merita in termini di tranquillità di vita. Non so immaginarmi, io, come potrò essere per lui quello che i miei genitori hanno saputo essere per me (e a volte ancora lo sono...). A volte non mi basta nemmeno pensare che saremo la generazione che verrà aiutata "in casa" dai figli, non mi basta perché non mi fa ridere anche se è una boutade...

Sì, sento tutta la pesantezza del non essere adeguato. Eppure mi sento libero come non mai nel fare il papà, mi sento realizzato nello stare con lui. Sono proprio i soldi a essere un casino.

Per fortuna Samuele Yannick mi rende leggero, lo guardo, ci guardiamo, ride, è indaffarato nelle sue cose, è frenetico nel rovesciarsi come un'anguilla nel letto fra me e Paola, ci facciamo gli scherzi, ride se gli faccio il solletico, scappa dai miei agguati. Si imbufalisce per i miei "no".

Paterpuer è proprio un nome adatto perché io e il mio bambino ci "formiamo a vicenda", l'un l'altro, con una naturalezza che ogniddì mi meraviglia. Se Samu e Paola sembrano collegati da un automatismo di simbiosi (quando Samu cambia il ritmo del respiro Paola lo cambia anche lei, anche se tutti e due stanno dormendo), da una impenetrabile telepatia, io e lui è come se fossimo collegati da un'animalità subliminale (direi ampiamente precorticale). È un qualcosa che ci unisce senza spiegazioni, lui sa che questa cosa esiste, io pure lo so ed è come essere complici, fraternamente (sono figlio unico e credo di capire adesso il legame tra fratelli) ed empaticamente complici. La cosa bella è che questa intesa prescinde dal fatto che io, papà, tento di dargli dei limiti e lui, figlio, cerca di fottersi i limiti.
Bella coppia!
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