venerdì 20 febbraio 2009

Musica in gravidanza

Orbene, vediamo di capire come i nostri pargoletti son venuti sù durante i nove mesi di gravidanza. Un piccolo sondaggio a risposta aperta per capire quali sono le scelte musicali più comuni.




Un sondaggio che funziona come una tag cloud ma che ci rende l'idea - comunque - di come abbiamo accompagnato la nascita della vita.

lunedì 16 febbraio 2009

Un bimbo a marcia indietro (qualcuno inventi i babyspecchietti!)

Stava dando segnali precisi negli ultimi 10-15 giorni.
Da ieri sera mio figlio gattona ufficialmente. Per adesso solo a marcia indietro, spostandosi spingendo con le mani e senza saper bene come usare le gambe. Però lo fa e riesce anche a "girare" sulla propria pancia a 360 gradi.
Quando incontra un ostacolo dietro di sé si arrabbia. Gli mancano, fatalmente, gli specchietti retrovisori...

Il pavimento - non c'è che dire - è sempre una grande scuola di vita!

giovedì 12 febbraio 2009

We can be heroes


Lo maturavo già da tempo, mi ronzava già in testa da prima che mio figlio nascesse. Avevo regalato a un carissimo amico un teatrino montabile in cartone, con tanto di quintatura quasi professionale. Ce l'avevo in mente e ieri sera l'ho fatto.

Ho aperto il fondo di una scatola di cartone (presa al posto dei sacchetti al market del biologico, dove compriamo tutte le cose per Samu), l'ho poggiato sul fasciatoio e ho letteralmente seduto Samu di fronte. Poi , con dei pupazzetti da dito trovati nell'uovo di Pasqua e con un paio di peluche, ho iniziato a fare teatro.

Ed è subito stata magia. Lui era letteralmente rapito, rideva, rideva in una maniera splendida. Gli ho mimato la celeberrima manamanà del Muppet Show.

Il teatro... ancora grazie a mio figlio che mi permette di condividere con lui (e ri-scoprire) la mia vecchia professione. Con il teatro sogneremo ancora. Basta poco per fare teatro, basta la fantasia.

Sì cari papà, fuori da ogni retorica esaltativa, semplicemente con la fantasia we can be heroes. Anche se (magari) solo per una sera.

Fammi crescere i denti davanti...

In questo periodo in cui Samu ha un po' di raffreddore e ci domandiamo tutti se questi benedettissimi dentini prima o poi spunteranno, si sprecano le leggende metropolitane. Si sente dire in giro che ci sono bambini a cui sono spuntati 12 denti simultaneamente (non so dire se in questo caso il numero 12, che è sacro e potente, abbia un qualche ruolo simbolico) o di bimbi che fino a due anni non hanno praticamente mostrato segni di dentizione.
Insomma, la narrazione mitica, con tutti i suoi colori ci viene incontro ancora una volta mettendo in chiaro i nostri timori. Dentro di me immaginavo, segretamente, la disgrazia: un bimbo completamente sdentato, un futuro adulto fatto solamente di gengive. Oppure ancora mi immaginavo, sempre in segreto ma con orgoglio di papà, un figlio che d'improvviso avrebbe sfoderato un sorriso Durbans memorabile. Sì, grazie al cielo c'è il raccontare che ci mette in contatto con parti di noi stessi con cui altrimenti non potremmo nemmen dialogare.

Certo però che la questione denti/bocca è particolare, mi sono reimbarcato in un piccolo viaggio che iniziò per caso nel 2007, poco prima di concepire Samuele. Un viaggio nella psicodonzia.

Già nel 1957 il termine psicodonzia veniva coniato e presentato al mondo scientifico da Bruno Acht, a indicare "l'intero problema dei rapporti reversibili e non reversibili tra l'equilibrio psichico e la masticazione". All'epoca la disciplina veniva presentata come essenziale nel campo dell'odonto-stomatologia, a differenza di quanto si poteva (e potrebbe) pensare non riguardava solo la gestione psicologica del paziente (la paura del dentista) quanto la complessa sfera psicologica e simbolica di cui la bocca costituisce sia l'origine che il terminale.
La psicodonzia invece indaga e tratta (per esempio) delle intime ragioni legate all'odontofobia, considerando affezioni, disfunzioni e patologie varie della bocca (e ovviamente dei denti) alla stregua di sintomi psicosomatici. Ora, al di là di una sorta di odontodeterminismo, io credo che una disciplina del genere andrebbe rivalutata. L'approccio al bruxismo per esempio, che nega la semplice rimozione del sintomo per tentare di allentare la tesnione emotiva di cui è il prodotto. Resta valido il principio della bioenergetica (che in buona sostanza va a lavorare sul sintomo somatico) ma, ripeto, sento un po' la mancanza di questo approccio.

Come spesso capita - in particolar modo in tempi d'infatuazione post new age - c'è forse anche chi esagera e costruisce una psicologia dei denti che individua in questo dente la personalità dell'idividuo, in quest'altro le sue paure, in questa affezione i suoi desideri repressi o in quest'altra ancora le sue vite precedenti.

Esiste anche un'odontolistica, vale a dire l'approccio globale alle questioni dei denti e della bocca. Qui si prende a piene mani dalle discipline non convenzionali e si usa il test EAV del medico tedesco Voll. Di quest'ultimo vale la pena segnalare la "mappa di correlazione bio-energetica denti-organi".

Non manca nemmeno la medicina vibrazionale che sfrutta i fiori di Bach.

Alla fine del viaggio non ho ancora chiaro come interpretare il fatto che a Samu non sono ancora spuntati dentini (in realtà è tutto ok, fa parte delle differenze individuali), ho scoperto però che il mio digrignare i denti di notte è collegato all'aggressività primordiale, è come se di notte tornassi un cavernicolo.

venerdì 6 febbraio 2009

Ho mangiato il mio papà

Come spesso accade i passi avanti arrivano dopo una serie di "accenni" dilazionati nel tempo. Samuele Yannick un paio di mesi fa aveva cominciato, saltuariamente, a "mordere" (tuttora non ha i denti) il mento di Paola. Poi più niente.
Stesso discorso vale per i braccioli del seggiolone.
Poi improvvisamente questo comportamento è riesploso da un paio di giorni e sembra aver assunto una funzione ludica: non solo "morde" ma gioca a vocalizzare e si diverte un mondo. Già da tempo avevo preso a giocare con la sua bocca mettendo e togliendo la mano quando urlava (alla maniera degli indiani dei film) creando momenti di vero divertimento in cui Samu sorrideva come un matto.
L'altra sera mi ha letteralmente mangiato.

Samuele ha quasi nove mesi ed è nel pieno di quella che Piaget classifica come fase 4 dello stadio senso motorio; la fase si caratterizza per la maturazione della distinzione fra mezzi e fini. La fase in cui si iniziano a spostare gli oggetti con lo scopo di afferrarne altri che stanno dietro o in cui iniziano i gesti ostensivi. Gradualmente inizia a seguire e memorizzare gli oggetti che butta per terra, li dimentica sempre meno anche se sono fuori dalla portata dello sguardo.

Non gattona ancora, del resto le variabili individuali sono tante. È comunque - e qui entro in modalità "consiglio" - utile non far mancare la motivazione per gattonare, l'ambiente ideale per un bambino in questa fase è un pavimento con un panno (oppure un tappeto) morbido e dei cuscini intorno. Il tema delle motivazioni è delicato, è consigliabile lasciare spazio attorno al bambino perché possa muoversi ed essere stimolato ad agire (per esmpio gattonare per raggiungere un oggetto) e questo schema deve valere anche per la scelta dei giocattoli: "giocattoli complicati, che magari funzionano da soli o che dopo un breve tocco iniziano a produrre suoni, si muovono o si illuminano, inibiscono l'iniziativa propria. Attraverso colore, luccichio, suoni e movimento tali oggetti attirano l'attenzione su se stessi più a lungo e con più intensità, di quanto il bambino avrebbe interesse da se stesso. Esigono troppo dalla sua capacità di ricevere e gli tolgono la possibilità di decidere da solo i tempi del gioco" [M. Aly]. Ora, io posso anche essere meno drastico ma sinceramente mi trovo a concordare quasi al 100%. Allora via con la fantasia: ogni oggetto di casa diventa un gioco strepitoso.
Altro tema che lega gattonamento ed esplorazione orale è l'igiene, ovvero la paura che il bambino possa prendersi malattie o infezioni portando alla bocca oggetti non proprio puliti. Per rispondere riprendo un intervento di Tiziana Candusso che in parole semplici spiega perché non bisogna avere timori: "dal punto di vista igienico una casa con una pulizia ben curata è più che sufficiente ad evitargli le malattie. Tutto sommato, poi, si mettono in atto anche i meccanismi della conoscenza immunologica per cui l'organismo, all'introduzione di sostanze estranee (antigeni), risponde con le difese (anticorpi)".

Mi rendo conto che ogni mia lieve stanchezza è un punto in più per il rincoglionimento di mio figlio, davvero penso che i giocattoli psichedelici, la tv e tutti i surrogati della semplicità siano uno straordinario misuratore della mia capacità di essere padre. Se "non ci sono con la testa" allora ecco che un bel giocattolone che suona e luccica tiene occupato mio figlio. La stanchezza è umana ma per fare il papà c'è bisogno che io la superi, c'è bisogno di me dalle parti di mio figlio, esserci significa sperimentare quella bellissima semplicità che mi fa guardare l'orologio solo a tarda sera e solo dopo gli sbagigli di Samuele, che mi fa scoprire che abbiamo passato una serata a divertirci con niente e a giocare insieme.
Forse la tecnologia (e il marketing) ci mette di fronte a noi stessi: siamo noi che dobbiamo diventare più interessanti dei giochi, del trastullo e della tv che non muore mai (anche quando la spegni).

domenica 1 febbraio 2009

Alla faccia della faccia: le espressioni del viso

Quanto contano le nostre proiezioni nell'interpretare il comportamento dei neonati? Molto, moltissimo. Basti pensare che la prima ricerca scientifica risale al 1924 e che già nel 1927 venne smentita in maniera clamorosa. Il comportamentista Watson definì tre espressioni-base del neonato: paura, ira e amore. La descrizione degli stati emotivi dettagliava caratteristiche del viso e dei movimenti del corpo. Nel 1927 però Sherman dimostrò, filmando solo il viso dei bambini sottoposti agli stessi stimoli usati nella ricerca di Watson, che era presente una distorsione valutativa dovuta al fatto che i ricercatori del 1924 erano a conoscenza della natura degli stimoli. Gli stimoli erano: un forte rumore improvviso, l'immobilizzazione forzata del neonato, carezze sulle labbra. Ebbene, ai ricercatori di Sherman venne mostrato solo il film senza alcun accenno alla natura degli stimoli. L'esito fu che non venne individuata alcuna espressione indicativa di particolari emozioni. Si concluse che i neonati hanno una sola modalità espressiva (o meglio una sola reazione emotiva) nel viso: l'eccitazione generalizzata. Il resto era proiezione degli adulti.

Qualche anno più tardi le ricerche iniziarono a esplorare la progressione delle differenziazioni dei diversi stati emotivi. In sostanza sia la socializzazione (l'apprendimento), sia la maturazione delle strutture nervose consentono nei primi due anni di vita di osservare la comparsa di quasi tutti gli schemi di comportamento emotivo.

Il viso però è qualcosa di particolare. Tutti noi, visti con gli occhi di un neonato, siamo ridicoli, assomigliamo più ad Ace Ventura che a una persona normale. Per far fiorire il sorriso sul viso di un bimbo arriviamo a distorcere la nostra faccia in maniere impensate, comunque in modi che mai e poi mai faremmo nella nostra usuale quotidianità. Il viso si articola, è capace sempre e comunque di inventare espressioni nuove. A inizio Novecento "Rosa schematizza il viso in otto parti simmetriche, disposte a 4 a 4 e determina come grado zero il parallelismo delle linee rispetto alle 4 orizzontali. Tale parallelismo significherebbe calma, mentre le deviazioni da questo parallelismo significherebbero gli altri affetti fondamentali" [Molinari-Ottolenghi].

È come se l'essere umano fosse predisposto per natura a riconoscere il volto di una persona. Già a tre mesi i bambini possono iniziare a riconoscere un volto e a sorridere. In realtà i bambini possono sorridere di fronte a qualsiasi cosa che abbia l'aspetto di un volto. Questa fase è molto importante perché sancisce l'uscita dall'interocezione, vale a dire che è la testimonianza che gli stati emotivi del bambino non sono più dovuti esclusivamente a mutazioni dei propri stati interni. Il sorriso al volto, spesso accompagnato dal tentativo di avvicinamento, è il primo tipo di interazione con il mondo esterno, interazione non con cose ma con persone. Un volto posto di profilo non suscita la reazione di sorriso. A otto mesi il bambino è in grado di riconoscere una decina di volti familiari e a iniziare un processo di scelta dei propri sorrisi: il sorriso è un atto riservato in maniera selettiva solo ad alcuni adulti. A tre mesi il sorriso è una risposta quasi automatica di fronte a un viso, a otto mesi no.

Già Darwin asseriva che l'espressione delle emozioni, anche la mimica facciale, fosse in gran parte dovuta anche alla socializzazione, alle abitudini. La posizione però non era così semplicistica, non si trattava di solo apprendimento ma di un modo per rendere i comportamenti simbolici, un inizio di cultura; si parla di comportamenti mutati per divenire non atti finalizzati ma gesti comunicativi. Per spiegare questa cosa possiamo ricorrere a Sapir, il quale spiega la nascita della cultura con il comportamento del bussare: si bussa non per aprire la porta ma per comunicare l'intenzione di entrare in una stanza. Questa astrazione dalla necessità concreta del gesto è l'inizio della cultura.
Allo stesso modo anche alcune espressioni del volto sono esclusivamente comunicative, così come nei cani il mostrare i denti ringhiando non è preparazione al morso ma è comunicare ostilità.
Si è a lungo dibattuto sull'universalità delle emozioni, delle modalità espressive. In qualche modo c'è una componente culturale ma si può affermare che le emozioni primarie vengono riconosciute ovunque.

È l'emisfero cerebrale destro a presiedere i compiti di decodifica delle emozioni.

Il volto è in qualche modo il concentrato dell'aspetto del corpo umano: presenta simmetria e al contempo centralità. L'espressione delle emozioni attraverso la mimica facciale è particolarmente sviluppata nei primati, negli altri animali non esistono nemmeno le strutture muscolari che possono permettere una gamma così articolata di espressioni. Il volto è il canale che la natura predilige per comunicare le emozioni, secondo alcune ricerche è più facile individuare le emozioni espresse dal volto che tramite altre modalità. Il viso è anche un elemento cardine della speculazione umana: si pensi ai bestiari del medioevo, in cui si descrivono veri e propri tipi psicologici con riferimento alla somiglianza del volto con gli animali: scimmiesco, leonino... Si pensi alla "scienza" fisionomica, si pensi al teatro (per mimica fra l'altro sarebbe corretto intendere proprio i soli movimenti del viso) che dell'analisi e della ricodifica del volto fa una delle proprie ragioni d'essere.

Per concludere: cogliere al meglio le emozioni dei propri figli implica il fare un bagno d'umiltà, il discorso è sempre quello, imparare a resettare noi stessi per capire l'alterità e limitare il rischio di proiezioni; si fa un favore ai propri bambini se ci si mette in disposizione di usare il proprio viso come strumento primario di comunicazione.

Detto ciò, quando faccio ballare Samuele io non riesco a resettarmi, lo vedo sorridere, lo sento sorridere, capisco che la mia voglia che lui ami ballare è distorsiva, ma i suoi sorrisi per me - cuore di papà rockettaro - sono chiaramente sorrisi di approvazione.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...