domenica 1 febbraio 2009

Alla faccia della faccia: le espressioni del viso

Quanto contano le nostre proiezioni nell'interpretare il comportamento dei neonati? Molto, moltissimo. Basti pensare che la prima ricerca scientifica risale al 1924 e che già nel 1927 venne smentita in maniera clamorosa. Il comportamentista Watson definì tre espressioni-base del neonato: paura, ira e amore. La descrizione degli stati emotivi dettagliava caratteristiche del viso e dei movimenti del corpo. Nel 1927 però Sherman dimostrò, filmando solo il viso dei bambini sottoposti agli stessi stimoli usati nella ricerca di Watson, che era presente una distorsione valutativa dovuta al fatto che i ricercatori del 1924 erano a conoscenza della natura degli stimoli. Gli stimoli erano: un forte rumore improvviso, l'immobilizzazione forzata del neonato, carezze sulle labbra. Ebbene, ai ricercatori di Sherman venne mostrato solo il film senza alcun accenno alla natura degli stimoli. L'esito fu che non venne individuata alcuna espressione indicativa di particolari emozioni. Si concluse che i neonati hanno una sola modalità espressiva (o meglio una sola reazione emotiva) nel viso: l'eccitazione generalizzata. Il resto era proiezione degli adulti.

Qualche anno più tardi le ricerche iniziarono a esplorare la progressione delle differenziazioni dei diversi stati emotivi. In sostanza sia la socializzazione (l'apprendimento), sia la maturazione delle strutture nervose consentono nei primi due anni di vita di osservare la comparsa di quasi tutti gli schemi di comportamento emotivo.

Il viso però è qualcosa di particolare. Tutti noi, visti con gli occhi di un neonato, siamo ridicoli, assomigliamo più ad Ace Ventura che a una persona normale. Per far fiorire il sorriso sul viso di un bimbo arriviamo a distorcere la nostra faccia in maniere impensate, comunque in modi che mai e poi mai faremmo nella nostra usuale quotidianità. Il viso si articola, è capace sempre e comunque di inventare espressioni nuove. A inizio Novecento "Rosa schematizza il viso in otto parti simmetriche, disposte a 4 a 4 e determina come grado zero il parallelismo delle linee rispetto alle 4 orizzontali. Tale parallelismo significherebbe calma, mentre le deviazioni da questo parallelismo significherebbero gli altri affetti fondamentali" [Molinari-Ottolenghi].

È come se l'essere umano fosse predisposto per natura a riconoscere il volto di una persona. Già a tre mesi i bambini possono iniziare a riconoscere un volto e a sorridere. In realtà i bambini possono sorridere di fronte a qualsiasi cosa che abbia l'aspetto di un volto. Questa fase è molto importante perché sancisce l'uscita dall'interocezione, vale a dire che è la testimonianza che gli stati emotivi del bambino non sono più dovuti esclusivamente a mutazioni dei propri stati interni. Il sorriso al volto, spesso accompagnato dal tentativo di avvicinamento, è il primo tipo di interazione con il mondo esterno, interazione non con cose ma con persone. Un volto posto di profilo non suscita la reazione di sorriso. A otto mesi il bambino è in grado di riconoscere una decina di volti familiari e a iniziare un processo di scelta dei propri sorrisi: il sorriso è un atto riservato in maniera selettiva solo ad alcuni adulti. A tre mesi il sorriso è una risposta quasi automatica di fronte a un viso, a otto mesi no.

Già Darwin asseriva che l'espressione delle emozioni, anche la mimica facciale, fosse in gran parte dovuta anche alla socializzazione, alle abitudini. La posizione però non era così semplicistica, non si trattava di solo apprendimento ma di un modo per rendere i comportamenti simbolici, un inizio di cultura; si parla di comportamenti mutati per divenire non atti finalizzati ma gesti comunicativi. Per spiegare questa cosa possiamo ricorrere a Sapir, il quale spiega la nascita della cultura con il comportamento del bussare: si bussa non per aprire la porta ma per comunicare l'intenzione di entrare in una stanza. Questa astrazione dalla necessità concreta del gesto è l'inizio della cultura.
Allo stesso modo anche alcune espressioni del volto sono esclusivamente comunicative, così come nei cani il mostrare i denti ringhiando non è preparazione al morso ma è comunicare ostilità.
Si è a lungo dibattuto sull'universalità delle emozioni, delle modalità espressive. In qualche modo c'è una componente culturale ma si può affermare che le emozioni primarie vengono riconosciute ovunque.

È l'emisfero cerebrale destro a presiedere i compiti di decodifica delle emozioni.

Il volto è in qualche modo il concentrato dell'aspetto del corpo umano: presenta simmetria e al contempo centralità. L'espressione delle emozioni attraverso la mimica facciale è particolarmente sviluppata nei primati, negli altri animali non esistono nemmeno le strutture muscolari che possono permettere una gamma così articolata di espressioni. Il volto è il canale che la natura predilige per comunicare le emozioni, secondo alcune ricerche è più facile individuare le emozioni espresse dal volto che tramite altre modalità. Il viso è anche un elemento cardine della speculazione umana: si pensi ai bestiari del medioevo, in cui si descrivono veri e propri tipi psicologici con riferimento alla somiglianza del volto con gli animali: scimmiesco, leonino... Si pensi alla "scienza" fisionomica, si pensi al teatro (per mimica fra l'altro sarebbe corretto intendere proprio i soli movimenti del viso) che dell'analisi e della ricodifica del volto fa una delle proprie ragioni d'essere.

Per concludere: cogliere al meglio le emozioni dei propri figli implica il fare un bagno d'umiltà, il discorso è sempre quello, imparare a resettare noi stessi per capire l'alterità e limitare il rischio di proiezioni; si fa un favore ai propri bambini se ci si mette in disposizione di usare il proprio viso come strumento primario di comunicazione.

Detto ciò, quando faccio ballare Samuele io non riesco a resettarmi, lo vedo sorridere, lo sento sorridere, capisco che la mia voglia che lui ami ballare è distorsiva, ma i suoi sorrisi per me - cuore di papà rockettaro - sono chiaramente sorrisi di approvazione.

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