martedì 30 giugno 2009

La prima bizza

È arrivata ieri sera, olé. La prima seria bizza.

A tavola, a ripensarci poi, dopo aver divorato la cena senza problemi di sorta, aveva lanciato delle avvisaglie. Stanno per spuntare altri dentini e questo mi bastava come spiegazione al nervosismo anche se a un certo punto Samu ha ruggito come una pantera e questo mi ha colpito.

Dopo eravamo intenti a giocare con quella fonte di magia che è lo stereo. Lui mi chiedeva di mettere un cd, poi indicava lo scaffale degli altri cd e voleva che cambiassi musica. Partecipava alzando e abbassando lo sportelletto del lettore con il tasto "eject" e premendo ripetutamente "play/pause".

Dopo diverso tempo e diversi cd ho cominciato a fargli capire che avremmo dovuto interrompere il gioco, giunti all'ultimo cd è stata la tragedia: piangeva, batteva i piedi, ringhiava, era rossissimo e sudava. Una stra-bizza in piena regola, la prima seria bizza.

Nel giro di qualche minuto si è calmato ma l'impressione è stata forte. Non è che mi abbia fatto paura o che mi abbia agitato, è che mio figlio ha davvero una forza incredibile. Era una belva.

Abbiamo associato al tempo di estinzione del pianto una serie di comportamenti diversivi discreti (senza enfasi quindi, in modo del tutto normale), dopo un po' rideva.

sabato 27 giugno 2009

A difesa dei blog genitoriali

Qualche giorno fa, al mattino, mentre stavo andando a lavorare ho sentito in radio un'intervista a Beppe Severgnini, invitato a parlare anche per presentare il suo ultimo prodotto letterario. Chi conduceva ha chiesto a Severgnini se avesse figli ottenendo per risposta una secca dichiarazione d'intenti che suonava un po' come "non parlo dei miei figli, chi ne ha voluto parlare se ne è poi sempre pentito". Assonnato (anche se non inizio prestissimo la mia giornata lavorativa ho pur sempre la pressione bassa e ci metto un po' a svegliarmi del tutto) com'ero, quella frase mi ha fatto sobbalzare. Mi sono sentito toccato in una parte viva, anzi, problematica di me. Ho subito pensato di intervenire qui su questo blog sparando a zero su Severgnini e difendendo chi, come il sottoscritto, pubblica scritti di natura pseudoprivata alla mercè di qualsiasi navigatore.

Poi però, siccome quando scrivo tento di farlo con rigore e senso deontologico (non è una professione ma ha le sue regole di condotta e d'onestà) ho deciso di aspettare e di lasciar passare del tempo. Leggevo gli interventi di Severgnini sulla rivista del Touring Club, a cui mio padre è abbonato da che io ricordi di avere ricordi. Non sono mai riuscito a spiegarmi perché uno così fosse una penna di grido del giornalismo italiano, non me lo spiego a tuttora. Scrivere degli "altri" come se i difetti e i "provincialismi" altrui fossero sempre e comunque peggio dei propri mi sembrava un atteggiamento brutto, "basso". Insomma Severgnini (che sulla caricatura dell'italiano all'estero ha fatto fortuna) non è mai stato nelle mie grazie, anzi. Gli riconosco certo la padronanza dell'arte di scrivere ma non mi è mai piaciuto. I suoi interventi li leggevo al gabinetto.

Evidentemente assieme alla reazione istintiva, Severgnini aveva toccato davvero qualcosa di irrisolto dentro di me: la paura di sbagliare, il timore di non fare bene, il sospetto di anteporre una mia presunta visibilità alle esigenze del mio bambino. Col passar dei giorni ho capito che la frase di Severgnini era dritta alla mia paura. Posso immaginare che dietro il rigoroso scudo sulla vita privata e sui figli ci fosse da parte sua una sincera necessità di mantenere i "piedi per terra" di fronte alla popolarità, ci fosse bisogno di proteggere la propria famiglia da una visibilità non cercata ma quella frase conteneva anche una condanna, un riferimento a suo modo cifrato verso chi aveva messo in piazza la vita dei propri figli (salvo pentirsene a danni fatti). Posso immaginare che il riferimento fosse a persone realmente molto popolari e che la pubblicità sui figli fosse dovuta all'esposizione su media di bassa lega, posso immaginare tante cose anche ragionevoli, rimane comunque un cespuglio di mie supposizioni.

La questione di fondo però rimane ed è topica: perché io (noi, cari "colleghi") diffondiamo in pubblico la nostra esperienza di vita familiare? E soprattutto: facciamo del male ai nostri figli?

Ovvio che the answer is blowing in the wind, chiaro, limpido. Però è bene far qualche riflessione. Parto dal dato del mezzo Internet. Internet è un medium sempre più autoprofilante (come ogni tanto diciamo noi che con la rete lavoriamo), se è vero che tutto è accessibile a tutti è altrettanto vero che difficilmente ci si "posa" su contenuti di poco interesse; ergo i miei lettori sono persone interessate a ciò che scrivo e quindi non sono IL dominio degli interi navigatori ma un sottoinsieme anche poco numeroso. Ovvio che la responsabilità di chi produce contenuti è anche quella di "etichettarli" correttamente per agevolare l'autoprofilazione. Tutto sommato l'esposizione di un blog genitoriale è poco di massa e molto di nicchia. Certo le navigazioni casuali sono sempre all'ordine del giorno ma, anche statistiche alla mano, non sono certo un blogger di grido.

Aggiungo una mia personalissima convinzione: ognuno ha il pubblico che si merita. Credo poco (a meno di evidente successo planetario) a chi deve fuggire dai propri fans. Spesso i fans sono una massa di persone molto più sensibili, educate e discrete di ciò che si immagini. A personaggi sguaiati un codazzo di fans rompipalle, a personaggi sobri ammiratori simpatici. Si tratta di una mia teoria, lo ribadisco, però credo che non sia una cosa eccessivamente balzana. Lo affermo anche sulla base della mia vita, ho spessissimo abbracciato attività e professioni che mi hanno dato una certa visibilità, sia nella città in cui vivo, sia sul territorio nazionale (sono uno di quelli che in molti hanno intercettato via satellite sugli schermi televisivi o trovato nei teatri o incontrato nelle piazze a lavorare per casting o spettacoli). L'affetto di chi mi riconosceva per strada è sempre stato bello da ricevere, mai sgarbato, mai eccessivo. Anzi, lo sforzo per vincere la timidezza di tanti che sono venuti a parlarmi mi ha sempre ricordato come sia importante essere "caldi" fra esseri umani per esperire l'essenza vera del non essere soli. I miei "fans" (lo virgoletto perché mi fa ridere parlare così in riferimento a me stesso) sono stati per me un grandissimo esempio di comportamento.

Ecco quindi che noi genitori blogger ci ritroviamo con un pubblico di lettori-partecipanti già profilato, non eccessivo e che possiamo contare su un ritorno modulato dal nostro modo di scrivere (anche se quest'ultima lo ri-ribadisco) è solo la mia teoria. Questo non risponde alle domande di cui sopra ma ci rende l'humus e la dimensione esatta in cui operiamo; ci mostra la misura della pubblicità a cui esponiamo i nostri bimbi.

Ma perché scriviamo, fotografiamo e pubblichiamo? Io rispondo per me. Io faccio tutto questo perché per me è un modo di comunicare (la parola ha una radice che significa proprio "messa in comune") ed è un modo che mi permette di avere scambi con persone al di fuori della portata fisica della mia persona. Paterpuer è un modo per cercare scambio e confronto con altri esseri umani. Essere papà mi ha cambiato la vita in meglio, di fronte a tanta gioia non riesco a tenere tutto dentro, sono fatto così, debbo condividere. Leggere blog genitoriali mi aiuta a capire quante cose ho in comune con gli altri, le esperienze degli altri mi aiutano a capire meglio le mie stesse vicende. Leggendo gli altri prendo spunti e suggestioni per essere utile. Condivido con un piccolo nucleo di navigatori-partecipanti un tema comune e una voglia condivisa di essere comunità. Parlo di mio figlio inseguendo il rigore e il rispetto.

Leggo l'allegria di Desian, leggo l'umanità di Panzallaria, leggo la sensibilità di Serena e Silvia ("sono la mamma orgogliosa di uno splendido bambino amplificato di 3 anni"... "già da quella notte lui strillava molto, ma molto più forte i tutti gli altri… E noi avremmo già dovuto capire qualcosa…"), solo per citarne alcuni, e non trovo esibizionismo né eccessi. Trovo un senso del vivere, anche se mediato dallo schermo e dalla tastiera, vitale a dismisura, trovo un'ottica molto più simile al mutuo aiuto che a qualsiasi altra cosa. Leggo che questo mezzo ci ha dato la possibilità di essere persone migliori e di solleticare altre persone a esserlo altrettanto.

Eppure sì, la paura di far del male a mio figlio è qualcosa di reale, un senso di colpa strisciante (forse atavico) che però è lo strumento che mi permette di essere tranquillo quando scrivo di Samuele Yannick. Posso anche sbagliarmi ma credo che quando mio figlio sarà più grande, se vorrà leggere Paterpuer non potrà subire traumi né scosse psicologiche (magari vorrà intervenire per dire la sua...). Magari mi sbaglio ma ho così tanto presente la possibilità di sbagliare (come genitore e come pedagogista sarebbe davvero un tracollo epocale...) che quest'allerta la tengo con me e ne faccio la misura per stare tranquillo. Azzardo ad affermarlo ma mi sembra di percepire, in comune con i miei "colleghi", questo senso del rispetto e della sobrietà.

Io voglio parlare di mio figlio e voglio confrontarmi con altri che parlano dei propri figli. Lo faccio di persona e lo faccio per "interposto modem" (questa mi è venuta carina!). I pericoli esterni poi (tanto per non ignorare un tema scottante) ci sono sul web come nella vita, è perfettamente inutile chiudersi al mondo per evitare rischi, bisogna semmai stare attenti; questa dimensione di comunità è uno dei modi migliori per darsi una mano reciprocamente.

Fra l'altro i nostri figli saranno uomini e donne di un'Italia culturalmente diversa da quella di quando eravamo noi a essere piccoli, il web non li distruggerà. Ne sono convinto. Saremo probabilmente proprio noi a stupirci quando scopriremo le "creaturine" a scrivere blog sui propri genitori...

Grazie quindi a Severgnini (che comunque non amerò nemmeno in futuro, credo) perché mi ha consentito di fare questo passo dentro di me e quest'ulteriore ri-lettura di tutto il lavoro di noi genitori-blogger.

PS: siamo nel cuore di un venerdì notte, anni fa a quest'ora ero nel pieno del ballare. Paola e Samu dormono di brutto, io no, mi sembra di vegliare sul loro sonno, mi sento - quando sono sveglio così - un papà protettivo. Mi realizzavo nel ballare, mi realizzo nel fare il papà.

martedì 23 giugno 2009

Mangiare, che bella cosa!

Serie Kitchen #2
Vedere le reazioni di mio figlio di fronte a un cibo (che lui sa essere) buono mi fa capire come noi essere umani siamo “corazzati”. Il suo corpo parla, i suoi occhi e il suo sorriso parlano, è come se fosse “nudo” di fronte al piacere del cibo. Noi adulti nascondiamo questo moto spontaneo di gioia dietro convenzioni e comportamenti stereotipati. Sappiam tutti bene come sia utile (a livello di specie) avere la possibilità di mascherarsi, ma un po' di spontaneità in più non potrebbe che farci bene. Noi ritualizziamo le reazioni di gioia verso il cibo, sin da piccoli veniamo abituati a battere le mani o a pronunciare frasi come “Viva la pappaaaa!” che si trasformano nel corso degli anni in espressioni sempre più eleganti ma sempre più distaccate. Però il piacere del gusto è più forte di tutto e alcuni di noi per contenere la gioia trabordante, per controllarla, diventano speculatori: ragionano del cibo, lo classificano, lo decompongono in frasi e gesti sempre più codificati ma legati a un registro linguistico assolutamente suggestivo e oltremisura onirico (sfido chiunque a trovare “echi di legno d'oriente” nell'aroma di un vino: quale legno? Quale oriente? Quanto è diverso l'eco dalla traccia?).

Ancora una volta il piccolino mi riporta al fatto che siamo animali. E anche belli da vedere, perdiana!

Cibo e bambini, neonati in questo caso, è una diade che spesso si carica di tinte fiammeggianti: si narra di lotte all'ultimo sangue per far ingurgitare un pezzettino di pasta al neonato, girano leggende su bimbi che non hanno mai mangiato sino ai tre anni di età, è comunque esperienza comune avere assistito alle bizze più frenetiche di qualche infante all'ora della pappa.

Non me la sento di dare consigli, richiamo però al fatto che il cibo, il mangiare è un qualcosa che ha fortissimi connotati simbolici. Mangiare è altro oltre al nutrirsi, anche per molti animali: si dice che alcuni cani si siano lasciati morire rifiutando il cibo dopo la perdita del padrone (non so se sia vero ma mi sembra plausibile). Ciò che voglio dire è che il contesto, l'humus familiare, la comunicazione intradomestica, sono elementi che possono influire in modo determinante sul rapporto con il cibo. Non dimentichiamo poi che per i bimbi la maniera migliore per fare le cose è giocare, costruire una storia attorno ai gesti. Noi adulti troppo spesso lo dimentichiamo.

Samu mangia bene, è tranquillo e - grazie al cielo - non è mai stato un “bimbo problematico”. Nella sua prima notte è rimasto attaccato al seno di Paola per 4 ore...
Eppure qualche problemino non è mancato. Io sono (lo dico a beneficio di chi non avesse letto i post precedenti e neppure il profilo) vegetariano dal lontano 1990. Spero che mio figlio decida di alimentarsi senza uccidere ma sarà una scelta sua, chi è vegetariano sa bene come sia importante poter scegliere. Io per parte mia gli fornirò un ambiente in cui poter apprezzare sia il cibo vegetariano sia l'attenzione verso il diritto altrui alla vita.
C'è stato un periodo in cui Samuele si svegliava di notte affamatissimo, urlava e si calmava solo con la poppata. Di concerto con la pediatra abbiamo aumentato le dosi di pranzo e cena e il problema è svanito, sonni tranquilli per tutti. Alcune volte però rifiuta le cena, se a pranzo va sempre tutto liscio a cena capita che inizi a mangiare e dopo un paio di cucchiai rifiuti nettamente di proseguire. A questo punto serve un pezzettino di pane o una pausa. Avendo un bimbo che ci ha sempre dimostrato appetito, all'inizio ci siamo un po' preoccupati ma poi osservando bene i suoi comportamenti siamo giunti a mettere a punto una strategia che pare vincente.
Sembra che Samuele non ami il monopasto, ha bisogno di varietà. Ama i cibi rossi. Stiamo sviluppando una serie di menù a piccole portate, piattini o ciotoline singole da cui si possa prendere qua e là. Samu ama le zucchine cotte al vapore, ama le carote, odia lo stracchino, ama la ricotta, adora il seitan. La cena di ieri per esempio era: passato di carote e zucca (ciotolina con cibo arancio), pomodorini (ciotolina con cibo rosso), seitan (marrone), pastina degli gnomi con parmigiano e carne (mista, a proposito... la mamma non è vegetariana...), carote e zucchine al vapore (verde-arancio), susine (giallo). Immancabile un po' di pane, of course.
Tante piccole porzioni con cui poter alternare il boccone sembra che combattano la noia e la sporadica inappetenza. Si aggiunga che, sempre di concerto con la pediatra, alcune volte mettiamo un pizzico di sale (quello della Camargue è particolarmente pregiato e delicato). In linea di principio stiamo tentando di cucinare per noi cose che possano andar bene anche per lui (io però adoro i peperoncini e delle volte mi faccio un piatto a parte).

Interessante notare come, al riguardo del cibo, esitano scuole di pensiero completamente diverse fra di loro: da quelli che non introducono cibi masticabili fino allo spuntare di un bel po' di denti a quelli che lasciano libero accesso a tutti i cibi degli adulti fino a coloro che stanno attentissimi a non introdurre neanche infinitesime tracce di cibi potenzialmente allergenici.

La rete è come al solito un buon punto per documentarsi ma soprattutto per studiare le esperienze degli altri. Navigando qua e là segnalo: come fare gli omogeneizzati in casa, ricette divise per età, i bellissimi piatti di Blogmamma, il libro “un mondo di pappe”, i principali alimenti per l'infanzia (segnalato anche dall'arrembante Canneori Family), le discussioni pappesche su Mammanatura, quella straordinaria risorsa che è Biocontessa e i biscotti per bimbi con pochi dentini. Segnalo anche questo specchio riassuntivo Made In Svizzera, qui si sfonda decisamente la barriera delle allergie: tuorlo d'uovo dopo i sette mesi e fragole dai dieci in poi... Dai 36 mesi in là “il bambino passerà progressivamente alla tavola famigliare, rispettando le regole seguenti:
  • salare i piatti usando unicamente sale iodato e fluorato, in quantità esigue
  • evitare i piatti speziati
  • evitare i piatti e le bevande troppo zuccherate
  • mantenere l'equivalente di 500 ml di latte adattato al giorno: latte adattato (latte di proseguimento, latte di crescita), latticini adattati, yogurt senza coloranti né aromi (ad eccezione di vaniglia e vanillina), formaggio semigrasso
  • evitare i coloranti e gli aromi (esclusa la vaniglia e la vanillina)”

Da più parti le allergie sono indicate come portato della eccessiva igiene, su questo torno di nuovo a dire di fare attenzione: i bimbi non devono vivere in un ambiente sterile ma in un ambiente naturale.

Sempre al centro della discussione il microonde. Secondo alcune voci è dannoso e si scongiura di non usarlo per scaldare il latte. In realtà esiste una ricerca del 1992 pubblicata sulla rivista Pediatrics il cui abstract si conclude con le seguenti parole: “Microwaving appears to be contraindicated at high temperatures, and questions regarding its safety exist even at low temperatures”. Si tratta quindi di pericolo per alte temperature (la ricerca parla di 72-98 gradi centigradi) perché si rischia di eliminare fattori anti infettivi. Pur permanendo perplessità pare francamente esagerato il rischio di “tumore da latte riscaldato al microonde”.
Usiamo il fornetto malefico solo quando è strettamente necessario, teniamo i bimbi a debita distanza, stacchiamo la spina quando non lo si usa ma per il resto direi di non esagerare con allarmi che non sono ben sostanziati (il dottor Hans-Urich Hertel avrebbe validato una teoria cono soli otto casi analizzati!). Un buon articolo mi pare questo, che fra l'altro ci ricorda che le microonde non permangono nei cibi una volta spento il forno. Noi scaldiamo il latte con il microonde e non siamo certo una famiglia insensibile agli allarmi-salute!

Il pericolo serio è casomai quello delle ustioni, data la particolare dinamica del riscaldamento dei cibi nel microonde.

martedì 16 giugno 2009

Che bello: il bimbo gioca da solo!

Sono figlio unico (per rubare una battuta ad Alessandro Bergonzoni dovrei aggiungere: "Per ora"), Paola no, ha una sorella, la zia Francesca.
Ho sempre pensato che i "fratelli" abbiano un bisogno eccessivo di starsene in compagnia, abituati - considerazione mia - a esser sempre una pluralità. D'altro canto io comprendo benissimo come la mia "solitudine" mia abbia forgiato verso un'eccessivo amore (solipsismo?) verso la "non pluralità". Fondamentalmente mi trovo abbastanza bene da solo (solo pochi anni fa, prima di conoscere Paola ho fatto l'ultima vacanza da solo, in moto in Sardegna).

Samuele riesce a stare delle mezz'ore da solo, giocando con niente (preferibilmente con la radio accesa perché la musica la ama in modo particolare) ed è sorprendente constatare quanto si "completi" senza il bisogno ossessivo di una qualsiasi presenza. Non è un bambino solitario, anzi, è che sa stare da solo. Abbiamo quella cosa ambigua che è il box, ambigua perché secondo molti impedisce o comunque ritarda l'acquisizione della posizione eretta, che lui non sembra percepire come gabbia bensì come "regno". Il box è utile perché quando uno dei due - genitori, I mean - non c'è, anche un'operazione banale come il cucinare può risultare difficoltosa, in particolare in una casetta tutta scale come la nostra.

La mamma lo chiama Hysterik

Siamo in quella fase che Piaget definisce “sperimentazione attiva” (siamo ancora all'interno dello stadio senso motorio); in questo periodo il bambino è portato a esplorare, a combinare e ricombinare gli oggetti, il suo campo d'azione è l'ambiente.

Samuelino non è da meno e non si stanca mai di manipolare qualsiasi cosa incontri con il suo sguardo. Per attenersi a Freud la fase orale è nel pieno del suo fulgore: pietre, adesivi, scarpe, arti dei genitori, suppellettili... Qualsiasi cosa la porta alla bocca.

Ciò che mi sorprende è (oltre al sorriso che mi illumina) constatare cosa sia davvero il gioco: tutti lo abbiamo studiato - anche sommariamente - e tutti sappiamo che il gioco è una forma di training che permette ai cuccioli di irrobustirsi e di imparare la pratica del mondo e dei comportamenti utili per la sopravvivenza. Vedere però, di persona, ogni giorno, quanto sia potente l'anima del gioco, quanta forza abbia la natura, beh è uno spettacolo sorprendente, una cosa che lascia esterrefatti. Almeno a me lascia davvero senza parole. È come essere di fronte a un biogramma, un ordine imperativo della genetica che va avanti per conto suo e tu puoi solo osservare come tutto - sembri - avere una coscienza e una volontà.

Ama tutte le cose elettro-elettroniche, come me da piccolo... Appena gli dici “Pronto?” porta all'orecchio qualsiasi cosa e mima una telefonata, è tenerissimo quando lo fa anche perché ruota tutto il dorso della mano e arriva a portarsi all'orecchio la parte esterna del polso, non le dita come faremmo noi con un qualsiasi telefono.

Appena non ottiene quello che vuole scatta l'urlo, è per questo che Paola lo chiama Hysterik, ma si calma subito e ci sorprendiamo sempre a scoprire quanto sia calmo il nostro bimbo. Ogni tanto ci capita di vedere delle vere e proprie jene, Samu si calma subito invece.

Ha iniziato a scherzare, vuole che lo insegua facendo rumore e scappa morendo dalle risate, delle volte mi insegue lui e quando io mimo una fuga pagliaccesca son di nuovo risa fragorose. Quando si avvicina a una presa elettrica a cui è collegata una spina io (anche in memoria delle mie “folgorazioni” infantili) lancio un urlaccio, lui si gira, cerca lo sguardo di qualsiasi altra persona presente in stanza, poi guarda la presa, si avvicina e io di nuovo dico un sonoro “No”. A questo punto tenta un diversivo, si allontana, fa dei movimenti, guarda di nuovo la presa e se io non ri-dico “No” tenta di avvicinarsi.
La variante allo schema è lo scherzo, lui sembra agire per proteggersi dal divieto e all'ennesimo “No”, invece di iniziare a piangere (come uno si aspetterebbe) comincia a ridere e a mimare un ripetuto avvicinamento alla presa, giocando con me o con Paola e trasformando il divieto in qualcosa che per lui non è mortificante.

La sera, quando torno a casa, vivo quell'istante di terrore bellissimo in cui temo che lui non mi riconosca. È un rito, so bene che lui mi riconoscerà e mi sorriderà, eppure quella stilettata di terrore è viva ogni giorno, è una paura vera.

Mio figlio parla col fax, forse sono prove di un fututro migliore?

Wild horse
Scollinato anche il tredicesimo mese di esistenza Samuele Yannick si è deciso ad abbandonare quasi del tutto il gattonamento. Venerdì scorso ha deciso che era giunto il momento di camminare e basta. Incredibile come - pare - gli sia scattato qualche cosa proprio nella testa per cui "Ora solo in piedi".

Nei mesi scorsi ha iniziato a emettere dei suoni in tutto e per tutto simili a quelli che fa il fax. Quando provo a parlare con lui in quello stile mi risponde, a volte ride e io mi domando che cosa mai avrò detto nel linguaggio del fax..

Si fa capire, si fa capire e come il passerotto! Indica lo stereo e vuole che venga acceso, prende le chiavi, si avvicina alla porta e chiede di uscire... Come dice la nonna di Genova "parlerà tardissimo perché si fa capire troppo bene anche senza parole".

È davvero un periodo meraviglioso questo, la primavera è sbocciata, si sta bene fuori anche la sera e domenica scorsa abbiam deciso di portarlo al mare. Meraviglia delle meraviglie il bagnasciuga è diventato il suo regno: seduto come un principino con secchiello e paletta ha passato tantissimo tempo a giocare.

Sabato sera invece ci ha presi per mano e ci ha portati in direzione pianerottolo, indicando e vocalizzando verso la porta. Morale della favola, alle 22:30 abbiam deciso di farlo uscire e passaggiare nell'ameno (si fa per dire) quartiere di Sampierdarena. Una passeggiata che mi ha fatto rendere conto di come, solo nel giro di 4 anni la zona sia cambiata. Nonostante tutto è un quartiere tranquillo (nonostante qualche furtarello e qualche baby-gang) però la morfologia, l'aspetto delle strade, l'atmosfera che si respira è diversa, è cambiata rapidissimamente. I segni dell'emarginazione si vedono.
Ho conosciuto Sampierdarena nel 2003 e l'ho vissuta (andando e tornando da Lucca) anche nelle ore notturne; nella nostra zona mi sentivo sicuro, c'era sempre in strada una variopinta popolazione sudamericana (in maggioranza dall'Ecuador) che animava le strade e le rendeva vive. Era affascinante.
Sabato scorso 3 volanti della polizia sono intervenute perché la zona adesso è popolata da persone fuori da tutto: niente protezione sociale, niente sicurezze, niente diritti, niente limiti al dolore e (conseguentemente) niente limiti all'alcol. Non si tratta di delinquenza, si tratta di emarginazione. È cambiata la popolazione, vero, non è più solamente una "succursale dell'Ecuador", ma non è che sia questa la differenza, non che che l'arrivo di persone dal Marocco o dall'Albania sia la causa dei problemi; è che è sbarcato il disagio, questo è il problema.

Perché dire queste cose sul mio blog che parla di paternità? Perché oltre alla passeggiata di sabato, giusto ieri ho sentito gente che paludiva alle "ronde nere", persone (anche di buona istruzione) che dichiaravano come illegittima la libera circolazione degli esseri umani. Perché mi rendo conto di come sia cambiato il contesto culturale in cui siamo immersi, perché non ne posso davvero più di sentire i lucchesi che asseriscono di vivere in una città pericolosa, perché so che mio figlio crescerà (fortunatamente) in asili e scuole dai mille colori e dalle mille lingue, ma si troverà a vivere un mondo adulto in cui sarà normale pensare che si possa impedire a un essere umano di avere quei diritti (siamo ai fondamenti della civiltà occidentale per chi non lo sapesse) inviolabili che lo rendono degno di esercitare la propria individualità con la motivazione che... Beh, sì, ma qual è la motivazione? Io sinceramente non ne trovo una, ammesso che il rincoglionimento di una mezza nazione non possa assurgere al ruolo di argomento.

Ho deciso di parlare di queste cose (e mi fermo qui, alle mie impressioni perché non è interessante in questo spazio parlare di dinamiche del pregiudizio) perché come papà di una persona mi spaventa molto il bisogno di punizione, di isolamento, di sottomissione, di violenza, di anestesia che trovo come naturale portato di una frase come "In Spagna gli sparano, non capisco perché qui da noi gli si permette di fare tutto, dove lavoro io ho paura a uscire anche dall'ufficio" pronunciata da un maschio bianco terntenne con studi superiori alle spalle, carriera "in coppa" e vita in una zona d'Italia fra le più tranquille in assoluto.

Allora nella mia fantasia, quando parlo "via fax" con Samuele, mi immagino che lui stia inviando fax a tutti i bambini del mondo per decidere con loro un futuro più "normale", più umano. Magari lui sta dicendo agli altri bimbi che chi sta male va ascoltato, che forse non è solo un problema di delinquenza, magari i nostri bambini si stanno già mettendo insieme per fare qualcosa; tanto sono soli in casa perché i loro genitori sono a fare le ronde...

mercoledì 3 giugno 2009

Non chiamarmi "papy"...

A pancia piena si ride meglio!

È d'obbligo partire così... Ridendo.

Sono padre da oltre un anno e ringrazio la vita per questa cosa, la paternità è una sorpresa straordinaria. Attimo dopo attimo.

Adesso cammina, camminicchia, è sempre più presente. Se gli dici "Pronto?" prende qualsiasi oggetto e lo porta all'orecchio come fosse un telefono. Gli dirò - a futura memoria - di non chiamarmi "papy"...

In questi mesi è sempre più sorprendente. Ama il gioco e le ripetizioni dello stesso gioco sembrano non stancarlo mai... Accende e spegne la luce a ripetizione, quando torna nella casetta di Genova si precipita subito al televisore perché si ricorda come si accende. Gli oggetti tech li adora...

Non c'è più latte, peccato. Abbiamo avuto qualche problemino con il latte di proseguimento, fino a trovarne uno che non generasse problemi intestinali. Adesso però con il suo "bidente" Samuelino mangia praticamente di tutto ed è uno spettacolo portarlo in pizzeria perché agguanta la focaccia con una voracità, una visceralità animalesca che è la traduzione migliore della parola "vita".

Sono padre da oltre un anno e le domande me le faccio, non tanto - come si potrebbe pensare - sul piano educativo e affettivo. No, sotto quel profilo mi sento responsabile ma so di potermela giocare, poi si vedrà come va a finire. L'educazione di mio figlio è qualcosa che posso decidere io.

Sono però un quasi quarantenne senza alcuna certezza economica e mi domando che cazzo di società ci hanno disegnato addosso; la mia paura è economica. Guardo al futuro e vedo tanto amore ma pochi soldi, troppo pochi (forse) per potergli assicurare quello che merita in termini di tranquillità di vita. Non so immaginarmi, io, come potrò essere per lui quello che i miei genitori hanno saputo essere per me (e a volte ancora lo sono...). A volte non mi basta nemmeno pensare che saremo la generazione che verrà aiutata "in casa" dai figli, non mi basta perché non mi fa ridere anche se è una boutade...

Sì, sento tutta la pesantezza del non essere adeguato. Eppure mi sento libero come non mai nel fare il papà, mi sento realizzato nello stare con lui. Sono proprio i soldi a essere un casino.

Per fortuna Samuele Yannick mi rende leggero, lo guardo, ci guardiamo, ride, è indaffarato nelle sue cose, è frenetico nel rovesciarsi come un'anguilla nel letto fra me e Paola, ci facciamo gli scherzi, ride se gli faccio il solletico, scappa dai miei agguati. Si imbufalisce per i miei "no".

Paterpuer è proprio un nome adatto perché io e il mio bambino ci "formiamo a vicenda", l'un l'altro, con una naturalezza che ogniddì mi meraviglia. Se Samu e Paola sembrano collegati da un automatismo di simbiosi (quando Samu cambia il ritmo del respiro Paola lo cambia anche lei, anche se tutti e due stanno dormendo), da una impenetrabile telepatia, io e lui è come se fossimo collegati da un'animalità subliminale (direi ampiamente precorticale). È un qualcosa che ci unisce senza spiegazioni, lui sa che questa cosa esiste, io pure lo so ed è come essere complici, fraternamente (sono figlio unico e credo di capire adesso il legame tra fratelli) ed empaticamente complici. La cosa bella è che questa intesa prescinde dal fatto che io, papà, tento di dargli dei limiti e lui, figlio, cerca di fottersi i limiti.
Bella coppia!
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...