sabato 27 giugno 2009

A difesa dei blog genitoriali

Qualche giorno fa, al mattino, mentre stavo andando a lavorare ho sentito in radio un'intervista a Beppe Severgnini, invitato a parlare anche per presentare il suo ultimo prodotto letterario. Chi conduceva ha chiesto a Severgnini se avesse figli ottenendo per risposta una secca dichiarazione d'intenti che suonava un po' come "non parlo dei miei figli, chi ne ha voluto parlare se ne è poi sempre pentito". Assonnato (anche se non inizio prestissimo la mia giornata lavorativa ho pur sempre la pressione bassa e ci metto un po' a svegliarmi del tutto) com'ero, quella frase mi ha fatto sobbalzare. Mi sono sentito toccato in una parte viva, anzi, problematica di me. Ho subito pensato di intervenire qui su questo blog sparando a zero su Severgnini e difendendo chi, come il sottoscritto, pubblica scritti di natura pseudoprivata alla mercè di qualsiasi navigatore.

Poi però, siccome quando scrivo tento di farlo con rigore e senso deontologico (non è una professione ma ha le sue regole di condotta e d'onestà) ho deciso di aspettare e di lasciar passare del tempo. Leggevo gli interventi di Severgnini sulla rivista del Touring Club, a cui mio padre è abbonato da che io ricordi di avere ricordi. Non sono mai riuscito a spiegarmi perché uno così fosse una penna di grido del giornalismo italiano, non me lo spiego a tuttora. Scrivere degli "altri" come se i difetti e i "provincialismi" altrui fossero sempre e comunque peggio dei propri mi sembrava un atteggiamento brutto, "basso". Insomma Severgnini (che sulla caricatura dell'italiano all'estero ha fatto fortuna) non è mai stato nelle mie grazie, anzi. Gli riconosco certo la padronanza dell'arte di scrivere ma non mi è mai piaciuto. I suoi interventi li leggevo al gabinetto.

Evidentemente assieme alla reazione istintiva, Severgnini aveva toccato davvero qualcosa di irrisolto dentro di me: la paura di sbagliare, il timore di non fare bene, il sospetto di anteporre una mia presunta visibilità alle esigenze del mio bambino. Col passar dei giorni ho capito che la frase di Severgnini era dritta alla mia paura. Posso immaginare che dietro il rigoroso scudo sulla vita privata e sui figli ci fosse da parte sua una sincera necessità di mantenere i "piedi per terra" di fronte alla popolarità, ci fosse bisogno di proteggere la propria famiglia da una visibilità non cercata ma quella frase conteneva anche una condanna, un riferimento a suo modo cifrato verso chi aveva messo in piazza la vita dei propri figli (salvo pentirsene a danni fatti). Posso immaginare che il riferimento fosse a persone realmente molto popolari e che la pubblicità sui figli fosse dovuta all'esposizione su media di bassa lega, posso immaginare tante cose anche ragionevoli, rimane comunque un cespuglio di mie supposizioni.

La questione di fondo però rimane ed è topica: perché io (noi, cari "colleghi") diffondiamo in pubblico la nostra esperienza di vita familiare? E soprattutto: facciamo del male ai nostri figli?

Ovvio che the answer is blowing in the wind, chiaro, limpido. Però è bene far qualche riflessione. Parto dal dato del mezzo Internet. Internet è un medium sempre più autoprofilante (come ogni tanto diciamo noi che con la rete lavoriamo), se è vero che tutto è accessibile a tutti è altrettanto vero che difficilmente ci si "posa" su contenuti di poco interesse; ergo i miei lettori sono persone interessate a ciò che scrivo e quindi non sono IL dominio degli interi navigatori ma un sottoinsieme anche poco numeroso. Ovvio che la responsabilità di chi produce contenuti è anche quella di "etichettarli" correttamente per agevolare l'autoprofilazione. Tutto sommato l'esposizione di un blog genitoriale è poco di massa e molto di nicchia. Certo le navigazioni casuali sono sempre all'ordine del giorno ma, anche statistiche alla mano, non sono certo un blogger di grido.

Aggiungo una mia personalissima convinzione: ognuno ha il pubblico che si merita. Credo poco (a meno di evidente successo planetario) a chi deve fuggire dai propri fans. Spesso i fans sono una massa di persone molto più sensibili, educate e discrete di ciò che si immagini. A personaggi sguaiati un codazzo di fans rompipalle, a personaggi sobri ammiratori simpatici. Si tratta di una mia teoria, lo ribadisco, però credo che non sia una cosa eccessivamente balzana. Lo affermo anche sulla base della mia vita, ho spessissimo abbracciato attività e professioni che mi hanno dato una certa visibilità, sia nella città in cui vivo, sia sul territorio nazionale (sono uno di quelli che in molti hanno intercettato via satellite sugli schermi televisivi o trovato nei teatri o incontrato nelle piazze a lavorare per casting o spettacoli). L'affetto di chi mi riconosceva per strada è sempre stato bello da ricevere, mai sgarbato, mai eccessivo. Anzi, lo sforzo per vincere la timidezza di tanti che sono venuti a parlarmi mi ha sempre ricordato come sia importante essere "caldi" fra esseri umani per esperire l'essenza vera del non essere soli. I miei "fans" (lo virgoletto perché mi fa ridere parlare così in riferimento a me stesso) sono stati per me un grandissimo esempio di comportamento.

Ecco quindi che noi genitori blogger ci ritroviamo con un pubblico di lettori-partecipanti già profilato, non eccessivo e che possiamo contare su un ritorno modulato dal nostro modo di scrivere (anche se quest'ultima lo ri-ribadisco) è solo la mia teoria. Questo non risponde alle domande di cui sopra ma ci rende l'humus e la dimensione esatta in cui operiamo; ci mostra la misura della pubblicità a cui esponiamo i nostri bimbi.

Ma perché scriviamo, fotografiamo e pubblichiamo? Io rispondo per me. Io faccio tutto questo perché per me è un modo di comunicare (la parola ha una radice che significa proprio "messa in comune") ed è un modo che mi permette di avere scambi con persone al di fuori della portata fisica della mia persona. Paterpuer è un modo per cercare scambio e confronto con altri esseri umani. Essere papà mi ha cambiato la vita in meglio, di fronte a tanta gioia non riesco a tenere tutto dentro, sono fatto così, debbo condividere. Leggere blog genitoriali mi aiuta a capire quante cose ho in comune con gli altri, le esperienze degli altri mi aiutano a capire meglio le mie stesse vicende. Leggendo gli altri prendo spunti e suggestioni per essere utile. Condivido con un piccolo nucleo di navigatori-partecipanti un tema comune e una voglia condivisa di essere comunità. Parlo di mio figlio inseguendo il rigore e il rispetto.

Leggo l'allegria di Desian, leggo l'umanità di Panzallaria, leggo la sensibilità di Serena e Silvia ("sono la mamma orgogliosa di uno splendido bambino amplificato di 3 anni"... "già da quella notte lui strillava molto, ma molto più forte i tutti gli altri… E noi avremmo già dovuto capire qualcosa…"), solo per citarne alcuni, e non trovo esibizionismo né eccessi. Trovo un senso del vivere, anche se mediato dallo schermo e dalla tastiera, vitale a dismisura, trovo un'ottica molto più simile al mutuo aiuto che a qualsiasi altra cosa. Leggo che questo mezzo ci ha dato la possibilità di essere persone migliori e di solleticare altre persone a esserlo altrettanto.

Eppure sì, la paura di far del male a mio figlio è qualcosa di reale, un senso di colpa strisciante (forse atavico) che però è lo strumento che mi permette di essere tranquillo quando scrivo di Samuele Yannick. Posso anche sbagliarmi ma credo che quando mio figlio sarà più grande, se vorrà leggere Paterpuer non potrà subire traumi né scosse psicologiche (magari vorrà intervenire per dire la sua...). Magari mi sbaglio ma ho così tanto presente la possibilità di sbagliare (come genitore e come pedagogista sarebbe davvero un tracollo epocale...) che quest'allerta la tengo con me e ne faccio la misura per stare tranquillo. Azzardo ad affermarlo ma mi sembra di percepire, in comune con i miei "colleghi", questo senso del rispetto e della sobrietà.

Io voglio parlare di mio figlio e voglio confrontarmi con altri che parlano dei propri figli. Lo faccio di persona e lo faccio per "interposto modem" (questa mi è venuta carina!). I pericoli esterni poi (tanto per non ignorare un tema scottante) ci sono sul web come nella vita, è perfettamente inutile chiudersi al mondo per evitare rischi, bisogna semmai stare attenti; questa dimensione di comunità è uno dei modi migliori per darsi una mano reciprocamente.

Fra l'altro i nostri figli saranno uomini e donne di un'Italia culturalmente diversa da quella di quando eravamo noi a essere piccoli, il web non li distruggerà. Ne sono convinto. Saremo probabilmente proprio noi a stupirci quando scopriremo le "creaturine" a scrivere blog sui propri genitori...

Grazie quindi a Severgnini (che comunque non amerò nemmeno in futuro, credo) perché mi ha consentito di fare questo passo dentro di me e quest'ulteriore ri-lettura di tutto il lavoro di noi genitori-blogger.

PS: siamo nel cuore di un venerdì notte, anni fa a quest'ora ero nel pieno del ballare. Paola e Samu dormono di brutto, io no, mi sembra di vegliare sul loro sonno, mi sento - quando sono sveglio così - un papà protettivo. Mi realizzavo nel ballare, mi realizzo nel fare il papà.

4 commenti:

  1. Mi unisco al tuo post, aggiungendo che io scrivo di mia figlia per lasciarle un regalo...mi piace pensare che fra qualche anno lei leggerà IOMAMMA, forse con la stessa commozione che provo io ogni volta che scrivo di lei, dei suoi progressi, della sua crescita. Qualche tempo fa, una persona mi ha definito esibizionista...io non credo che scrivere del proprio privato sul web equivalga ad esibirsi. Proprio come scrivi tu, e ti ringrazio per aver trovato le parole esatte per descrivere quello che da tempo sentivo, scrivo sul mio blog perchè l'emozione di essere genitore è talmente grande e bella e struggente allo stesso tempo, che non può essere contenuta senza rischiare di esplodere!
    Scrivere sul mio blog mi aiuta a tirare fuori tutto quello che di bello quest'avventura mi sta regalando...perchè smettere di farlo?

    RispondiElimina
  2. Sinceramente credo che la tua bambina ti ringrazierà. Ti ringrazio anche io come tuo lettore perché quando tiri "fuori quello che di bello quest'avventura [ti] sta regalando" mi aiuti a capire meglio. Mi permetti anche di conoscerti (e pure questo almeno per me) è una ulteriore ricchezza.

    RispondiElimina
  3. Questo bel post merita un ripasso ad ora meno tarda...

    Il perchè io l'ho scritto ovunque da me.

    Lo faccio per me, per catarsi, lo faccio per loro, perchè si ritroveranno un diario incredibile della loro crescita.

    Io non so se a Severgnini (che ho amato molto quando era alla prima maniera)piacerebbe poter leggere le riflessioni e i ricordi della sua mamma.
    A me si.

    PS: ti posso chiedere la cortesia di sostituire il link qui a destra con quello nuovo? Grazie.

    RispondiElimina
  4. Anche io ho sentito quella frase di Severgnini e anche io l'ho vissuta male. Ci ho pensato molto su nel corso della giornata, quasi mi sentissi in dovere di considerare la questione, che forse avevo affrontato con superficialità, o meglio con naturalezza.
    Sai cosa mi è piaciuto di meno: il tono da giorno del giudizio. "Chi ne ha voluto parlare se ne è sempre pentito"... Nella stessa intervista, poi, ha ripetuto questa frase riferita ad altre questioni che neanche ricordo: "chi ha fatto questo o quest'altro se ne è pentito ed io che sono saggio e giusto non lo farò mai". Ecco, il tono era proprio questo, e devo dire che mi ha irritato: ma che razza di "minaccia" è? Pentito di cosa?
    Hai proprio ragione: credo che ai nostri figli la rete creerà molti dubbi, patemi e riflessioni in meno, rispetto alla nostra generazione. Scriveranno, leggeranno, condivideranno, molto più di noi. A me questo non dispiace affatto.
    E poi dubito seriamente che Severgnini abbia il problema di difendere la privacy dei figli da orde di fans!
    Ehi, ma ti sei andato a ripescare addirittura brani delle nostre presentazioni? Sono lusingata!

    RispondiElimina

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...