martedì 16 giugno 2009

La mamma lo chiama Hysterik

Siamo in quella fase che Piaget definisce “sperimentazione attiva” (siamo ancora all'interno dello stadio senso motorio); in questo periodo il bambino è portato a esplorare, a combinare e ricombinare gli oggetti, il suo campo d'azione è l'ambiente.

Samuelino non è da meno e non si stanca mai di manipolare qualsiasi cosa incontri con il suo sguardo. Per attenersi a Freud la fase orale è nel pieno del suo fulgore: pietre, adesivi, scarpe, arti dei genitori, suppellettili... Qualsiasi cosa la porta alla bocca.

Ciò che mi sorprende è (oltre al sorriso che mi illumina) constatare cosa sia davvero il gioco: tutti lo abbiamo studiato - anche sommariamente - e tutti sappiamo che il gioco è una forma di training che permette ai cuccioli di irrobustirsi e di imparare la pratica del mondo e dei comportamenti utili per la sopravvivenza. Vedere però, di persona, ogni giorno, quanto sia potente l'anima del gioco, quanta forza abbia la natura, beh è uno spettacolo sorprendente, una cosa che lascia esterrefatti. Almeno a me lascia davvero senza parole. È come essere di fronte a un biogramma, un ordine imperativo della genetica che va avanti per conto suo e tu puoi solo osservare come tutto - sembri - avere una coscienza e una volontà.

Ama tutte le cose elettro-elettroniche, come me da piccolo... Appena gli dici “Pronto?” porta all'orecchio qualsiasi cosa e mima una telefonata, è tenerissimo quando lo fa anche perché ruota tutto il dorso della mano e arriva a portarsi all'orecchio la parte esterna del polso, non le dita come faremmo noi con un qualsiasi telefono.

Appena non ottiene quello che vuole scatta l'urlo, è per questo che Paola lo chiama Hysterik, ma si calma subito e ci sorprendiamo sempre a scoprire quanto sia calmo il nostro bimbo. Ogni tanto ci capita di vedere delle vere e proprie jene, Samu si calma subito invece.

Ha iniziato a scherzare, vuole che lo insegua facendo rumore e scappa morendo dalle risate, delle volte mi insegue lui e quando io mimo una fuga pagliaccesca son di nuovo risa fragorose. Quando si avvicina a una presa elettrica a cui è collegata una spina io (anche in memoria delle mie “folgorazioni” infantili) lancio un urlaccio, lui si gira, cerca lo sguardo di qualsiasi altra persona presente in stanza, poi guarda la presa, si avvicina e io di nuovo dico un sonoro “No”. A questo punto tenta un diversivo, si allontana, fa dei movimenti, guarda di nuovo la presa e se io non ri-dico “No” tenta di avvicinarsi.
La variante allo schema è lo scherzo, lui sembra agire per proteggersi dal divieto e all'ennesimo “No”, invece di iniziare a piangere (come uno si aspetterebbe) comincia a ridere e a mimare un ripetuto avvicinamento alla presa, giocando con me o con Paola e trasformando il divieto in qualcosa che per lui non è mortificante.

La sera, quando torno a casa, vivo quell'istante di terrore bellissimo in cui temo che lui non mi riconosca. È un rito, so bene che lui mi riconoscerà e mi sorriderà, eppure quella stilettata di terrore è viva ogni giorno, è una paura vera.

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