giovedì 30 luglio 2009

Ceccia!: piccoli lucchesi crescono...

Lunedì scorso la nonna di Lucca si è presentata con gli occhi spiritati annunciando che Samuele aveva imparato a sedersi.

"Ceccia" è il termine che si usa da queste parti per invitare a sedersi.

E come per magia se adesso a Samuelino si dice la parolina magica lui si siede e poi festeggia autoapplaudendosi.

Al matrimono di Gianniweb

Qualche giorno fa siamo stati invitati al matrimonio di Gianniweb. La festa si è tenuta in un posto davvero spettacolare dotato di un piscinone. Samuele mi ha riempito d'orgoglio.
Innanzitutto ha vinto di gran lunga il premio "bimbo più scatenato della serata" perché pur essendo uno dei più piccoli invitati non ne ha mai voluto sapere di dormire.
In secondo luogo si è dimostrato perfettamente a suo agio tra la folla, dopo una ventina di minuti iniziali in cui si è stabulato sotto un tavolo da cocktail si è sbloccato grazie alla musica e ha cominciato letteralmente a fare i cazzi suoi, in squisita autonomia. Giocava con Simone, con Marco (è sua la foto), con Sakura, mantenendo però l'autonomia di andarsene da solo zampettando per l'agriturismo, ogni volta che gli pareva.
Una serata bellissima in un posto ameno assieme agli amici che mi h fatto riflettere di nuovo sul come e perché siamo orgogliosi (o meno) dei nostri figli. Io proietto nella sua energia il mio sistema di valori, lo ammetto, sono un po' proiettivo. La sua autonomia mia ha davvero fatto gonfiare il petto. So che mio figlio si diverte a esplorare le cose, lo vedo, lo percepisco; il fatto che non abbia un bisogno ombelicale (ancora il fatto che sono figlio unico?!?!) di compagnia mi pare alquanto positivo. Questo fatto rende ancor più bello il rapporto fisico fatto di coccole e abbracci che Samuele ha sia con me che con Paola.

giovedì 23 luglio 2009

E procede dal figlio al padre...

Doveva prima o poi capitare che le paure e i racconti del terrore trovassero uno sbocco nella realtà. Tutti raccontano dell'incubo-nido, un incubo fatto di malattie, un incubo in cui la sola compresenza di più bimbi in un medesimo spazio cagiona pandemie a ripetizione. Un incubo in cui i figli passano un anno a casa malati e 10 giorni complessivi al nido. Mentre i genitori pagano comunque la retta...

Siamo al nido. Siamo entrati in graduatoria. Bingo! Si tratta di un nido nuovo ultimato solo pochi mesi fa. Non è che sia vicinissimo ai tragitti casa-lavoro ma va benissimo. Sugli orari sarebbe bene vomitare, in un comune in cui ci sono solo poche decine di posti disponibili (sistema scientifico per consentire al lucro privato - bel bacino elettorale - di proliferare sul mercato senza i rischi del mercato) gli orari del servizio pubblico (con rette simili ai privati) sono praticamente inutili per le famiglie: se puoi permetterti di riprenderlo al massimo alle 12:30 oppure (tempo lungo) alle 16:30 beh, significa che non lavori e che non hai necessità del nido. Lasciamo stare la polemica va beh.

Insomma pare che una decina di giorni fa Samuele, invitato a una festa fra neonati abbia preso un bel virus che attacca la gola. La pediatra ha prescritto 8 giorni di antibiotico, il piccolo ha avuto la febbre alta. Io ho preso anche i fermenti lattici (ho pensato che se ha ereditato da me la tolleranza agli antibiotici siamo fritti, a me fanno venire la forfora, la candida e le macchie sui denti: una tragedia). Quando c'è un virus di mezzo con febbre alta anche il papà più antifarmaceutico fatica a opporsi.

Non capisco perché ai bambini la febbre fa da freno solo a tratti, quando non sono rincoglioniti sono attivissimi. Samuele, a parte i momenti di picco della temperatura era sempre allegro, corricchiava, sorrideva, giocava come se nulla fosse. Non capisco perché se ai bambini la febbre non fa nulla a noi adulti spesso ci debilita.

E come nella tradizione delle migliori storie il virus è passato dal figlio al padre. Il padre però era del tutto rincoglionito e ha passato due giorni a letto con la febbre a 38. Bah... Alla fine sono a casa da cinque giorni con la placche bianche alle tonsille e dolori muscolari di ogni tipo. Non gioco mica io!

La cosa più bella di questi giorni (a parte i primi due in cui ero davvero KO) sono i risvegli. Dopo che Paola è partita per il lavoro porto Samuele con me (quando già non sia nel lettone) e attendo (dormendo o meno) che si risvegli con calma. I suoi risvegli sono meravigliosi, emozionanti come poche altre cose al mondo. Sorride, quando si sveglia al mattino apre gli occhi e mi sorride dal cuscino. È una cosa che mi tocca dentro, che fa suonare delle corde sensibili, che mi irraggia di bellezza. Difficile anche dirlo.

Al pomeriggio lo faccio addormentare con me e poi lo metto nel suo lettino. I risvegli del pomeriggio sono da comiche: si sveglia e di colpo si siede e si mette a leggere uno dei suoi tascabili illustrati che vagolano nel letto. Solo dopo un po' (un bel po') alza lo sguardo e mi sorride. Poi si rimette a leggere.

Questi giorni di malattia non li dimenticherò. È stato bellissimo averlo tutto per me.

Ora, ma da settembre in poi sarà sempre così oppure no? Saremo a casa ogni settimana a imbottirci di medicine?

Nel frattempo dobbiamo fare con i nonni la ricognizione del percorso perché, come si sa e come si deve fare, noi lavoriamo e non siamo liberi alle 12:30 o alle 16:30.

Chi si stacca troppo attacca l'asma: la rivincita del bimbo viziato

"È attraverso la vicinanza e il contatto fisico che un neonato si sente protetto. Quando lo si tiene rannicchiato, lo si culla, gli si parla o gli si canta una canzoncina, sa che qualcuno si sta occupando di lui, che gli attribuisce un valore e a sua volta si "attacca" a chi lo cura. Sorride, è contento, riconosce, imita, mostra la sua eccitazione e, col passare del tempo, si affeziona. È fragile ma se qualcuno gli vuole bene sente di essere forte" [A. Oliverio Ferraris].

Inutile commentare queste parole e inutile dire come ogni genitore, già a livello sub-liminale le possa comprendere. In realtà non sempre tutto ciò si traduce in realtà dei rapporti. Spesso sono all'opera dei pre-concetti, delle immagini che noi adulti abbiamo rispetto all'infanzia e che fungono da mascherina, da filtro che davanti agli occhi ci impedisce di vedere bene la realtà e il filtro stesso. Gli studiosi hanno di volta in volta definito una serie di pre-concetti degli adulti sui bambini, queste convinzioni sono all'opera costantemente perché determinano il modo in cui ci si comporta con i bambini. Anche i modelli di socializzazione sono influenzati in modo determinante dall'idea che gli adulti (i genitori in particolare) hanno dei bambini; i modelli di socializzazione sono quelli che ispirano direttamente un adulto nel suo interagire con i bambini. Storicamente i modelli del laissez-faire (gli aspetti basilari della personalità di un individuo sono già predeterminati alla nascita, è necessario non intervenire troppo ma fare in modo che lo sviluppo faccia il suo corso senza ostacoli) estremo e della tabula rasa (il bambino è un blocco di creta da plasmare, va quindi guidato e modellato; il prodotto finale è il solo risultato degli interventi esterni) sono stati superati a favore di un approccio che pone l'accento sul confronto (conflitto) fra adulto e bambino, in cui la socializzazione viene concepita come un'impresa dura, un bel conflitto guerresco appunto. Se al giorno d'oggi è possibile dire con una certa tranquillità che anche questo approccio è stato superato in luogo di una visione più "olistica" ed equilibrata, è pur vero che anche senza volerlo retaggi di convinzioni sbagliate e dogmatiche ci influenzano - tutti - al di là di ogni ragionevole autocritica.

Si pensi a coloro che temono che il proprio figlio diventi "viziato", si tratta di una preoccupazione ragionevole o del portato logico di un preconcetto che invece di "vedere" il figlio lo dipinge aprioristicamente come "vizioso" (mi si perdoni l'ironia del termine)? Beh, credo che la risposta esatta sia la seconda. Nottate di pianto perché "il bambino non ci può ricattare e deve capire che non siamo al suo servizio" potrebbero essere evitate facendo semplicemente un po' di vuoto attorno a sé e tentando di autorazionalizzare le proprie credenze. Eppure è difficile... Ma è tanto più difficile quanto più è necessario perché farsi prendere la mano da queste credenze (spesso frutto del proprio vissuto familiare) e ignorare i bisogni di attaccamento di un piccolo può portare a conseguenze nefaste.

Quando a 7/8 o 16/18 mesi il bambino si agita per l'assenza delle figure di riferimento non sta facendo i capricci, sta semplicemente crescendo. Si sta attrezzando per formarsi un concetto di sé e ha bisogno che l'immagine che il mondo gli restituisce di sé sia rassicurante. Nei casi detti sopra il bambino non ha la possibilità di prevedere il comportamento di quegli estranei che vede al posto della madre o del padre, si agita per questo. Solo col tempo e con il rafforzarsi dell'immagine di sé potrà essere più tranquillo. Sempre con la Oliverio Ferraris: "Quei bambini con cui inizialmente si è perduto del tempo - che sono stati amati senza condizioni, per la pura gioia di stare insieme, e le cui esigenze sono state riconosciute e soddisfatte - sono anche quelli che, a parità di altre condizioni, appaiono più sereni e ben predisposti". Eccola là, la rivincita del bambino viziato, quello che stava sempre in braccio, quello che quando piangeva la madre accorreva. Adesso è autonomo, socievole e tranquillo.

L'attaccamento alle figure genitoriali (in generale ai caretaker) è una forma di relazione, di reciprocità che è indispensabile per iniziare il processo di indipendenza. Secondo alcuni la carenza di attaccamento rende più deboli anche le difese immunitarie. Questo fatto è implicitamente confermato anche dal rilievo che alcune patologie psicosomatiche possono essere ricondotte direttamente a un attaccamento non equilibrato con le figure di riferimento. Sia chiaro, si sottolinei il possono. Asma bronchiale, colite ulcerosa e ulcera peptica sono fra le malattie la cui genesi può essere riconducibile ai rapporti di attaccamento.

Già a un anno è possibile individuare quattro stili di attaccamento del bambino alle proprie figure di riferimento: sicuro, evitante (eccessiva dipendenza mascherata da falsa autonomia), ambivalente (ansia appena la figura si allontana) e confuso (l'assenza disturba ma la presenza impaurisce).

Pensierino: i genitori non esistono

Chi è stato figlio e ha potuto avere una relazione con i propri genitori, quando diventa genitore, si accorge che i genitori non esistono, o meglio non esistono quelle figure rassicuranti ed enormi che vedeva quando era piccolo. Anche i padri, anche le madri sono bimbi che mal si trovano a vestire i panni degli adulti. Anche gli adulti continuano spesso ad avere gli stessi limiti e paure che avevano da bambini. Ma è questo che essere genitori chiede? Crescere ma non diventare grandi? Forse sì, in fin dei conti chi meglio di un bambino può stare con un bambino?

mercoledì 15 luglio 2009

La personalità autoritaria: l'importanza del grigio nell'educazione dei bambini

Nelle mie numerose esperienze lavorative figura anche un periodo di circa 4 anni passato nell'accoglienza di minori, il 99% dei quali era extracomunitario. È stato un periodo che ho vissuto male (per ragioni personali che non riguardavano il lavoro stesso), almeno nei primi tempi.

Il contatto quotidiano con le facce, le storie e le persone che avevano attraversato il mare, spesso su mezzi che chiamare imbarcazioni è eufemistico, mi ha spesso portato a constatare come a un bambino cresciuto senza padre (o con un padre in un altro continente) possa mancare un pezzo di personalità, o semplicemente la voce di qualcuno che - banalmente - ti spieghi i segreti dell'uso del trapano. In quei contesti di deprivazione della famiglia spesso mi sembrava di notare l'assenza di strutture caratteriali che tipicamente vengono associate al ruolo e all'azione del padre. Ho sempre pensato che se avrei avuto un figlio non mi sarei potuto permettere di morire prima di averlo accompagnato all'età adulta, per non fargli mancare suo padre.

Non sto assolutamente dicendo che chi ha un padre sia meglio di chi l'ha perso, dico solo che nella dinamica tradizionale che anima il nostro tempo la famiglia può giocare un ruolo fondamentale (anche per varietà di contributi) nella costruzione di una personalità equilibrata per i figli. Non sto nemmeno dicendo che allora condanno le adozioni da parte di single o di famiglie omosessuali, sgombero subito il campo e affermo che sia l'una che l'altra mi sembrano cose bellissime e auspicabili.

Il mio focus era ed è tuttora concentrato sul ruolo del padre, quindi su di me adesso.

Come sempre capita la natura delle vicende intreccia aspetti vari e non sempre collegabili direttamente. Per me immigrazione e paternità sono temi importanti, cose che percepisco come legate.

Nel 1950 trovava pubblicazione "la personalità autoritaria", opera di Theodor Adorno (e i suoi collaboratori), eminenza della cosiddetta Scuola di Francoforte. Nella ricerca si tentava (erano anni in cui i nostri erano scappati in USA a causa della persecuzione nazista) di trovare un nesso fra la struttura della personalità e le convinzioni ideologiche: "le convinzioni politiche, economiche e sociali di un individuo formano spesso un modello vasto e coerente, come se fossero collegate da una mentalità o 'spirito', e che questo modello è un'espressione di tendenze profonde della sua personalità". Se le convinzioni ideologiche appaiono in superficie (era una delle tesi), nel profondo della persona si intrecciano forze, stili percettivi e fantasie. L'idea era di realizzare una mappa della personalità autoritaria, per definirla, comprenderla e combatterla. Non esente da critiche contrarie, alcune anche sensate, la ricerca rimane una pietra miliare sotto il profilo della psicologia e della sociologia. Adorno aveva individuato 4 scale i cui punteggi rendevano una costellazione di autoritarismi sia netti sia sfumati.

In questi periodi si assiste al progressivo disconoscimento della "umanità" di alcune categorie di persone come - appunto - gli individui extracomunitari. Pare che l'Italia sia convinta che sia bene limitare la libera circolazione di queste persone. Pare che l'Italia ne percepisca il pericolo.

Adorno spiega come le posizioni ideologiche e le convinzioni di discriminazione siano spesso prive di qualsiasi fondamento logico-razionale. Il "rapporto sulla criminalità in Italia" del 2007 ad esempio, ci spiegava come all'epoca il furto in abitazione avesse il tasso più basso dell'ultimo ventennio...

Si gioca con il terrore da una parte, con le ristrettezze economiche dall'altra. Il tutto è condito da un modello, da uno schema di ragionamento che è fortemente influenzato (il medium è davvero il "massaggio" e non solo il messaggio) dagli stilemi tipici della comunicazione televisiva. Siamo troppo ignoranti, incapaci di criticare noi stessi, incapaci di pensare e fatalmente preoccupati di non perdere quel poco di "benessere" acquisito.

Però mio figlio ha diritto di crescere in un mondo in cui gli strumenti del pensiero non siano ridicolizzati. Ha diritto di muoversi fra una terra e l'altra e di incontrare altre persone che a loro volta si muovono liberamente. Ha diritto di crescere in un mondo che riconosce l'altro come persona, come cittadino (del mondo) e non come appartenente a un clan.

Cicerone: Quid est civitas, nisi juris societas? Che cos'è una città se non una società di diritto? Alla base della nostra civiltà europea-occidentale c'è un passo: "l'appartenenza etnica che attribuisce una patria naturale in virtù della nascita, passa in secondo piano rispetto all'appartenenza civica, che assegna una patria d'accoglienza in virtù dei diritti di cui siamo titolari. L'etnicità cede il posto alla cittadinanza" [Jean Cuisenier].

Adorno attribuisce un ruolo fondamentale all'educazione. Fra i tratti accessori della personalità gregario-autoritaria il fastidio verso incertezza e ambiguità, spinto fino al livello percettivo. A mio figlio non voglio far mancare tutto quello che ho sempre legato alla figura paterna (usare il trapano, riparare la macchina, fare impianti elettrici, una certa dose di disciplina...) ma oggi più che mai sono convinto che non gli farò mancare la mia debolezza, l'ammissione di aver paura, il pianto, il senso di inadeguatezza e il grigio, quel colore che non è bianco e non è nemmeno nero ma è (inspiegabilmente) entrambi. È una sintesi simile al congedo di Marchbanks da Candida - Shaw la vedeva giusta - me ne rendo conto ma è esattamente quello che penso. Vorrei davvero che il mio bambino potesse ammettere in sé la debolezza per non condannarla negli altri, vorrei che sentisse di essere diverso per non appigliarsi a presunte diversità degli altri, che - si voglia o meno - sono tutti sui fratelli.

Quando qualche settimana fa Samuele in spiaggia ha salutato con mano e sorriso un ragazzo senegalese che passava vendendo magliette io e il senegalese ci siamo guardati negli occhi un po' commossi e ci siamo sentiti fratelli. Semplicemente grazie al sorriso di un bambino.

Purtroppo constato che ci sono bimbi che alla vista del "nero" già si allarmano...

lunedì 13 luglio 2009

Alcolici bambini

Il commento di Desian al post sullo sviluppo del linguaggio mi stimola. Mi stimola e mi affascina il mondo della "sapienza popolare", corroborato spesso dalla scienza ufficiale, anche se dopo secoli.

Nel posto dove sono tornato ad abitare nel 2000, un paesino da cui proviene la mia famiglia, sia paterna che (in parte) materna, ormai gli anziani quelli storici, stanno scomparendo. Tutti.

Ricordo però molti dei loro racconti, spesso non strutturati ma spontanei e sotto forma di aneddoti.

Patrimonio comune di quasi tutti gli anziani era l'essersi ubriacati, da piccoli, col "vino di strizzo", la prima spremitura, il vino ultranovello.

Ovviamente sono qui a deprecare la somministrazione di alcolici ai bambini, però constato come quella società semplice e poverissima, avesse trovato un rapporto sano con quell'elemento che accompagna l'uomo da tempo immemore: l'alcol.

A differenza di noi contemporanei, che vietiamo tutto e conseguentemente facciamo crescere sia il gusto del proibito sia la disabitudine a padroneggiare le cose della vita, loro avevano fatto in modo di allestire uno spazio protetto in cui i bambini potessero iniziare a prendere confidenza con quella bestia imprevedibile che è l'alcol. I bambini diventavano ragazzi e poi uomini imparando a gestire l'alcol passo-passo. Da adulti e ancor prima da adolescenti erano in grado di padroneggiarlo molto meglio di quanto noi si riesca a fare adesso. Gli alcolizzati cronici c'erano anche allora ma quella società era in grado di proteggere il percorso di crescita delle persone in maniera molto efficace.

Assisto, come tutti, alle ubriacature devastanti di adolescenti che toccano l'alcol da soli, senza protezione e si schiantano con lo scooter, assisto ai disastri provocati dall'ebbrezza di trentenni al volante. Constato che se fossimo un po' più semplici, come società, riusciremmo a evitare parte (e sottolineo parte) di queste tragedie. Sicuramente potremmo evitare un rapporto così assurdo con l'alcol e in generale con i mezzi di "evasione".

Quella società a suo modo ci era riuscita. Una società tenerissima che per evitare ai bambini di temere il buio era solita dire ai bimbi: "Ma guarda che se tu hai paura della notte anche gli altri, anche i malintenzionati hanno paura. Cammina pure che non c'è nessuno che possa farti male".

Il 14 luglio 2009 questo blog fa SCIOPERO

Perché la libertà di espressione e informazione è un bene prezioso a cui tengo e che voglio che sia patrimonio inviolabile del mondo che vedrà mio figlio quale adulto.

Personalmente ritengo che tutto il decreto sia da abbattere ma intanto chiedo la rettifica obbligatoria all'estensore del testo.

















La prima parola: bau

What are u doing with that flash!?!?!
Ufficialmente Samuelino ha iniziato a produrre parole. Nei mesi scorsi (e già da parecchi mesi) le lallazioni e i suoni simili a "mamma" hanno spesso riempito la nostra casa. Da pochi giorni però la musica è cambiata. Samuele dice "bau" riferito a Rasta (il mio cane) o Pulce (il cane di Paola) e a qualsiasi altro cagnolotto o cagnolino che gli si pari nella visuale. Si tratta di una parola intenzionale con un significato referenziale. Chiaramente è una parola onomatopeica, il processo di associazione è iniziato verosimilmente per imitazione dell'abbaiare, per poi trasferirsi sul piano semantico. È stato emozionante constatare come Samu abbia iniziato a parlare, non ci credevo, facevo mille verifiche e alla fine l'ho abbracciato colmo di lacrimoni per questa meraviglia.

Combinando suoni e gesti (quella che tecnicamente può definirsi una olofrase) si faceva ormai intendere da parecchio tempo (ho fisso davanti agli occhi il suo sguardo con un vocalizzo e l'indice puntati verso lo stereo) ma qui siam di fronte a un passo di portata superiore.

Mi viene da parafrasare un'espressione strausata e frutto della mente di un buon creativo politico: "È un piccolo passo per un uomo ma un grande passo per l'umaniità". Mi viene da dire che iniziare a possedere un vocabolario in "uscita" (in "entrata" lo possedeva - piccolo ma essenziale - ovviamente già da tempo) è un piccolo passo per l'umanità ma un balzo in avanti gigantesco per un bambino. M'invaghisco della bellezza di questo stadio dello sviluppo, le suggestioni che mi arrivano alla mente sono tantissime, su tutte uno dei modi in cui Sapir illustra il concetto di cultura: quando furono inventate le porte qualcuno un giorno decise di bussare anziché entrare; quel gesto, che comunicava sul piano astratto un'intenzione, costituisce la nascita della cultura. Constatando che ogni cane è "bau" posso ritenere che Samu abbia iniziato anche a prendere possesso delle categorie. Che meraviglia...

Come avviene che, a un certo punto, si inizia a parlare? Per capirlo noi adulti dobbiamo assolutamente evitare (e cito un personaggio strambo ma decisamente acuto) di far "confusione tra l'apprendimento di una seconda lingua da parte dell'adulto e l'apprendimento della lingua materna, e quindi del linguaggio, da parte del bambino". Errore che sarebbe madornale.

Negli anni Cinquanta lo studio dell'apprendimento del linguaggio era appannaggio dei comportamentisti.

Fino al termine degli anni Sessanta le ricerche erano stranamente condotte solo sul singolo individuo, senza tener conto del contesto di vita e delle relazioni. Una mente illuminata come quella di Noam Chomsky in "aspetti della teoria della sintassi" sosteneva che il linguaggio fosse una funzione del singolo necessitante solo di essere attivata ma si era nel 1965 e quella teoria era già comunque un buon passo in avanti. Si andava acquisendo, grazie alla discussione nel mondo scientifico, la nozione che l'apprendimento (o forse è meglio parlare di sviluppo) del linguaggio avesse a che fare con una serie complessa di fatti, interazioni, funzioni, comportamenti.

Uno dei ruoli fondamentali (e comunque uno degli aspetti più interessanti) è quello agito dal "motherese", vale a dire il tipo di linguaggio che la madre parla con il bambino, in generale il linguaggio degli adulti con i bambini. Si tratta di un linguaggio semplificato e chiaro, molto più semplice e univoco rispetto al modo in cui noi adulti parliamo fra di noi. Chi può dimenticare la scena della culla in "Senti chi parla"? In realtà Chomsky stesso e altri autori hanno messo in luce come il motherese non sempre risulti semplice, chiaro e "pulito"; in alcuni casi può essere addirittura meno comprensibile del linguaggio ordinario che si usa fra adulti.

L'interazione fra madre (adulto) e figlio (neonato) è anche una sorta di meta-apprendimento: interagendo si impara l'interazione stessa, elemento fondamentale per lo sviluppo di un comportamento dialogico. Di rilievo sono, come sempre, i feedback e la coerenza dei comportamenti (si usa il termine turn-taking per designare un comportamento "interattivamente coerente") dell'adulto. Secondo alcuni studi, il neonato è biologicamente portato all'interazione. In questo senso la madre è plausibilmente portatrice (assolutamente sana) di distorsioni nell'interazione stessa perché attribuisce intenzionalità ai gesti (alle reazioni sarebbe meglio dire) del bambino quando è tecnicamente impossibile che ci sia intenzione. Si tratta della traduzione scientifica di "ogni scarrafone...". In generale minore è il livello di interazione generale fra adulti e neonati, più povero è lo sviluppo linguistico. Bruner si spinge oltre e individua dei format interattivi prevedibili e rassicuranti che nei bambini andrebbero a costituire l'humus ideale per lo sviluppo del linguaggio:

  • le frasi dell'adulto sono qui ripetitive e comprensibili

  • il bambino può applicare una strategia di produzione del linguaggio riconoscendo una situazione e ripetendo (o tentando di ripetere) ciò che l'adulto in quella situazione dice usualmente.

Nel 2001 venne scoperto il gene Foxp2, che subì "una mutazione fissata nella nostra specie circa 120-200 mila anni fa. Grazie alle proteine prodotte in più dalla nuova sequenza genica, bocca e laringe si sono perfezionate tanto da permettere l´articolazione di suoni complessi". La dialettica (e qui la schematizzazione è volutamente sommaria) fra innatisti e teorici dell'apprendimento, come si può intuire, non smette mai di trovare cibo per alimentarsi...

Noi, dal canto nostro, cerchiamo di venirne fuori, anche perché gli studi che affrontano singoli temi (analisi delle funzioni del linguaggio, contingenza non verbale, aspetti del linguaggio materno e influenza sul linguaggio del bambino ecc.) si sprecano. A mio avviso (personalissima opinione) si sprecano anche le seghe mentali di sedicenti filosofi che nel corso della storia hanno squisitamente prodotto pensieri confusi e teorie inutili.

Quello che è possibile dire è che:

  • gli esseri umani sono naturalmente predisposti al linguaggio

  • il linguaggio lo si apprende anche imparando i comportamenti interattivi

  • rinforzare l'apprendimento con feedback costanti, coerenti e positivi è molto importante

  • la lingua diventa progressivamente linguaggio interno, funzione mentale per sviluppare il pensiero

  • per favorire lo sviluppo generale del bambino è bene costruire un ambiente attorno a lui che sia in grado di cogliere gli stimoli del bambino stesso e di alternare "rumore e silenzio"

Parliamo quindi con i nostri bimbi, teniamoli con noi quando parliamo con altri adulti, ascoltiamoli, sorridiamo, reagiamo. E poi, ogni tanto stiamo in silenzio e lasciamo che il silenzio faccia il suo lavoro.

venerdì 10 luglio 2009

Missiva: pater & puer al concerto, ovvero can't find my way home



Caro Samu, quando sarai più grande e leggerai questa lettera (nonostante la mia attuale professione internettiana conservo uno strano pudore a usare termini come post) spero che ti sia di ricordo per una serata magica che io e te, da soli abbiamo passato martedì 7 luglio 2009.

Ti ho portato a Sesto Fiorentino al concerto di Steve Winwood. Mamma era in giro con la sua amica francese e noi due siamo partiti per farci un bagno di musica.

Sì, ti avevo già fatto ascoltare un bel po' di roba dei Traffic, spiegandoti il ruolo che hanno avuto nella storia del rock e raccontandoti un sacco di volte di quella volta che avevo visto dal vivo il duo Winwood-Capaldi. Avevi ascoltato anche un bootleg, pensa un po'!

Insomma, si può tranquillamente dire che ti ci ho portato a forza.

Sono uscito in anticipo dal lavoro, una luce diversa rispetto a quella preserale che conosco e che illumina la strada di casa ogni giorno. Tu eri con i nonni ed eri allegrissimo. Abbiamo mangiato assieme e poi siamo partiti.

In macchina sei stato tranquillissimo, come tuo solito, poi hai dormito.

Arrivati là smaniavi per usire dal seggiolone, anche se eri rincoglionitissimo dal pisolino. Steve sembra averci aspettato perché le prime note le suonate appena abbiamo varcato la soglia di quel posto magico che è Villa Solaria.

Non dimenticherò mai questa serata. All'inizio eri spaventato dal buio e dalla vastità del parco in cui eravamo. Le frequenze di alcuni strumenti ti disturbavano nonstante fossimo a distanza di sicurezza per evitare il volume troppo alto. Ma non "carburavi", avevi un bisogno fatale di stare in braccio a me. Eppure quel palco, quella luce, quella musica in qualche modo ti stavano sciogliendo...

Abbiamo passeggiato moltissimo.

Non dimenticherò mai la diligenza con cui applaudivi alla fine dei pezzi, quando sentivi che il pubblico batteva le mani. Non dimenticherò mai nemmeno quando in una pausa di una canzone, non sentendo la musica hai iniziato ad applaudire...

Poi, dopo esserti innamorato del banchetto con le magliette e del porchettaro illuminato, dal palco è salita la musica di Can't Find My Way Home. E lì è stato magia. Hai voluto salire sulle mie spalle ("a caribicci" per quelli di Lucca "camalletta" per i genovesi). Eri come rapito, ballavi in cima alla mia testa e con le mani sembrava che stessi dirigendo la musica come un direttore d'orchestra. Un'esperienza bellissima.

Da lì in poi hai carburato e volevi andare sempre più vicino al palco. E ballavi, e volevi ballare anche in braccio a me.

Anche con il medley Low Spark Of High Heeled Boys - Empty Pages ti sei esaltato. Poi, prima della fine perché era tardi siamo andati. Di fronte a un poliziotto ti sei messo in posa come un pistolero al duello: ridevano congiuntamente i corpi armati lì presenti.

Nel tragitto in macchina, in autostrada, eri "con gli occhi a mezz'asta" ma era come tu stessi sognando, non hai mai dormito.

A letto, anche questo rimarrà indelebile nella mia mente. Invece di dormire cantavi. Mamma (che al mattino dopo avrebbe dovuto svegliarsi alle 6:00 per una trasferta milanese) non sapeva se ridere o piangere.

La nottata è finita con te e me sulla sedia a dondolo della tua cameretta, in attesa che tu smettessi di cantare e finalmente prendessi sonno.

Spero che dentro il tuo cuore rimanga una - seppur flebile - traccia mnestica di questa serata. Spero anche che la musica ti sia davvero piaciuta. Ogni mattina prima ancora di spalancare completamente gli occhi indichi lo stereo...

Grazie passerotto.

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