giovedì 23 luglio 2009

Chi si stacca troppo attacca l'asma: la rivincita del bimbo viziato

"È attraverso la vicinanza e il contatto fisico che un neonato si sente protetto. Quando lo si tiene rannicchiato, lo si culla, gli si parla o gli si canta una canzoncina, sa che qualcuno si sta occupando di lui, che gli attribuisce un valore e a sua volta si "attacca" a chi lo cura. Sorride, è contento, riconosce, imita, mostra la sua eccitazione e, col passare del tempo, si affeziona. È fragile ma se qualcuno gli vuole bene sente di essere forte" [A. Oliverio Ferraris].

Inutile commentare queste parole e inutile dire come ogni genitore, già a livello sub-liminale le possa comprendere. In realtà non sempre tutto ciò si traduce in realtà dei rapporti. Spesso sono all'opera dei pre-concetti, delle immagini che noi adulti abbiamo rispetto all'infanzia e che fungono da mascherina, da filtro che davanti agli occhi ci impedisce di vedere bene la realtà e il filtro stesso. Gli studiosi hanno di volta in volta definito una serie di pre-concetti degli adulti sui bambini, queste convinzioni sono all'opera costantemente perché determinano il modo in cui ci si comporta con i bambini. Anche i modelli di socializzazione sono influenzati in modo determinante dall'idea che gli adulti (i genitori in particolare) hanno dei bambini; i modelli di socializzazione sono quelli che ispirano direttamente un adulto nel suo interagire con i bambini. Storicamente i modelli del laissez-faire (gli aspetti basilari della personalità di un individuo sono già predeterminati alla nascita, è necessario non intervenire troppo ma fare in modo che lo sviluppo faccia il suo corso senza ostacoli) estremo e della tabula rasa (il bambino è un blocco di creta da plasmare, va quindi guidato e modellato; il prodotto finale è il solo risultato degli interventi esterni) sono stati superati a favore di un approccio che pone l'accento sul confronto (conflitto) fra adulto e bambino, in cui la socializzazione viene concepita come un'impresa dura, un bel conflitto guerresco appunto. Se al giorno d'oggi è possibile dire con una certa tranquillità che anche questo approccio è stato superato in luogo di una visione più "olistica" ed equilibrata, è pur vero che anche senza volerlo retaggi di convinzioni sbagliate e dogmatiche ci influenzano - tutti - al di là di ogni ragionevole autocritica.

Si pensi a coloro che temono che il proprio figlio diventi "viziato", si tratta di una preoccupazione ragionevole o del portato logico di un preconcetto che invece di "vedere" il figlio lo dipinge aprioristicamente come "vizioso" (mi si perdoni l'ironia del termine)? Beh, credo che la risposta esatta sia la seconda. Nottate di pianto perché "il bambino non ci può ricattare e deve capire che non siamo al suo servizio" potrebbero essere evitate facendo semplicemente un po' di vuoto attorno a sé e tentando di autorazionalizzare le proprie credenze. Eppure è difficile... Ma è tanto più difficile quanto più è necessario perché farsi prendere la mano da queste credenze (spesso frutto del proprio vissuto familiare) e ignorare i bisogni di attaccamento di un piccolo può portare a conseguenze nefaste.

Quando a 7/8 o 16/18 mesi il bambino si agita per l'assenza delle figure di riferimento non sta facendo i capricci, sta semplicemente crescendo. Si sta attrezzando per formarsi un concetto di sé e ha bisogno che l'immagine che il mondo gli restituisce di sé sia rassicurante. Nei casi detti sopra il bambino non ha la possibilità di prevedere il comportamento di quegli estranei che vede al posto della madre o del padre, si agita per questo. Solo col tempo e con il rafforzarsi dell'immagine di sé potrà essere più tranquillo. Sempre con la Oliverio Ferraris: "Quei bambini con cui inizialmente si è perduto del tempo - che sono stati amati senza condizioni, per la pura gioia di stare insieme, e le cui esigenze sono state riconosciute e soddisfatte - sono anche quelli che, a parità di altre condizioni, appaiono più sereni e ben predisposti". Eccola là, la rivincita del bambino viziato, quello che stava sempre in braccio, quello che quando piangeva la madre accorreva. Adesso è autonomo, socievole e tranquillo.

L'attaccamento alle figure genitoriali (in generale ai caretaker) è una forma di relazione, di reciprocità che è indispensabile per iniziare il processo di indipendenza. Secondo alcuni la carenza di attaccamento rende più deboli anche le difese immunitarie. Questo fatto è implicitamente confermato anche dal rilievo che alcune patologie psicosomatiche possono essere ricondotte direttamente a un attaccamento non equilibrato con le figure di riferimento. Sia chiaro, si sottolinei il possono. Asma bronchiale, colite ulcerosa e ulcera peptica sono fra le malattie la cui genesi può essere riconducibile ai rapporti di attaccamento.

Già a un anno è possibile individuare quattro stili di attaccamento del bambino alle proprie figure di riferimento: sicuro, evitante (eccessiva dipendenza mascherata da falsa autonomia), ambivalente (ansia appena la figura si allontana) e confuso (l'assenza disturba ma la presenza impaurisce).

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