mercoledì 15 luglio 2009

La personalità autoritaria: l'importanza del grigio nell'educazione dei bambini

Nelle mie numerose esperienze lavorative figura anche un periodo di circa 4 anni passato nell'accoglienza di minori, il 99% dei quali era extracomunitario. È stato un periodo che ho vissuto male (per ragioni personali che non riguardavano il lavoro stesso), almeno nei primi tempi.

Il contatto quotidiano con le facce, le storie e le persone che avevano attraversato il mare, spesso su mezzi che chiamare imbarcazioni è eufemistico, mi ha spesso portato a constatare come a un bambino cresciuto senza padre (o con un padre in un altro continente) possa mancare un pezzo di personalità, o semplicemente la voce di qualcuno che - banalmente - ti spieghi i segreti dell'uso del trapano. In quei contesti di deprivazione della famiglia spesso mi sembrava di notare l'assenza di strutture caratteriali che tipicamente vengono associate al ruolo e all'azione del padre. Ho sempre pensato che se avrei avuto un figlio non mi sarei potuto permettere di morire prima di averlo accompagnato all'età adulta, per non fargli mancare suo padre.

Non sto assolutamente dicendo che chi ha un padre sia meglio di chi l'ha perso, dico solo che nella dinamica tradizionale che anima il nostro tempo la famiglia può giocare un ruolo fondamentale (anche per varietà di contributi) nella costruzione di una personalità equilibrata per i figli. Non sto nemmeno dicendo che allora condanno le adozioni da parte di single o di famiglie omosessuali, sgombero subito il campo e affermo che sia l'una che l'altra mi sembrano cose bellissime e auspicabili.

Il mio focus era ed è tuttora concentrato sul ruolo del padre, quindi su di me adesso.

Come sempre capita la natura delle vicende intreccia aspetti vari e non sempre collegabili direttamente. Per me immigrazione e paternità sono temi importanti, cose che percepisco come legate.

Nel 1950 trovava pubblicazione "la personalità autoritaria", opera di Theodor Adorno (e i suoi collaboratori), eminenza della cosiddetta Scuola di Francoforte. Nella ricerca si tentava (erano anni in cui i nostri erano scappati in USA a causa della persecuzione nazista) di trovare un nesso fra la struttura della personalità e le convinzioni ideologiche: "le convinzioni politiche, economiche e sociali di un individuo formano spesso un modello vasto e coerente, come se fossero collegate da una mentalità o 'spirito', e che questo modello è un'espressione di tendenze profonde della sua personalità". Se le convinzioni ideologiche appaiono in superficie (era una delle tesi), nel profondo della persona si intrecciano forze, stili percettivi e fantasie. L'idea era di realizzare una mappa della personalità autoritaria, per definirla, comprenderla e combatterla. Non esente da critiche contrarie, alcune anche sensate, la ricerca rimane una pietra miliare sotto il profilo della psicologia e della sociologia. Adorno aveva individuato 4 scale i cui punteggi rendevano una costellazione di autoritarismi sia netti sia sfumati.

In questi periodi si assiste al progressivo disconoscimento della "umanità" di alcune categorie di persone come - appunto - gli individui extracomunitari. Pare che l'Italia sia convinta che sia bene limitare la libera circolazione di queste persone. Pare che l'Italia ne percepisca il pericolo.

Adorno spiega come le posizioni ideologiche e le convinzioni di discriminazione siano spesso prive di qualsiasi fondamento logico-razionale. Il "rapporto sulla criminalità in Italia" del 2007 ad esempio, ci spiegava come all'epoca il furto in abitazione avesse il tasso più basso dell'ultimo ventennio...

Si gioca con il terrore da una parte, con le ristrettezze economiche dall'altra. Il tutto è condito da un modello, da uno schema di ragionamento che è fortemente influenzato (il medium è davvero il "massaggio" e non solo il messaggio) dagli stilemi tipici della comunicazione televisiva. Siamo troppo ignoranti, incapaci di criticare noi stessi, incapaci di pensare e fatalmente preoccupati di non perdere quel poco di "benessere" acquisito.

Però mio figlio ha diritto di crescere in un mondo in cui gli strumenti del pensiero non siano ridicolizzati. Ha diritto di muoversi fra una terra e l'altra e di incontrare altre persone che a loro volta si muovono liberamente. Ha diritto di crescere in un mondo che riconosce l'altro come persona, come cittadino (del mondo) e non come appartenente a un clan.

Cicerone: Quid est civitas, nisi juris societas? Che cos'è una città se non una società di diritto? Alla base della nostra civiltà europea-occidentale c'è un passo: "l'appartenenza etnica che attribuisce una patria naturale in virtù della nascita, passa in secondo piano rispetto all'appartenenza civica, che assegna una patria d'accoglienza in virtù dei diritti di cui siamo titolari. L'etnicità cede il posto alla cittadinanza" [Jean Cuisenier].

Adorno attribuisce un ruolo fondamentale all'educazione. Fra i tratti accessori della personalità gregario-autoritaria il fastidio verso incertezza e ambiguità, spinto fino al livello percettivo. A mio figlio non voglio far mancare tutto quello che ho sempre legato alla figura paterna (usare il trapano, riparare la macchina, fare impianti elettrici, una certa dose di disciplina...) ma oggi più che mai sono convinto che non gli farò mancare la mia debolezza, l'ammissione di aver paura, il pianto, il senso di inadeguatezza e il grigio, quel colore che non è bianco e non è nemmeno nero ma è (inspiegabilmente) entrambi. È una sintesi simile al congedo di Marchbanks da Candida - Shaw la vedeva giusta - me ne rendo conto ma è esattamente quello che penso. Vorrei davvero che il mio bambino potesse ammettere in sé la debolezza per non condannarla negli altri, vorrei che sentisse di essere diverso per non appigliarsi a presunte diversità degli altri, che - si voglia o meno - sono tutti sui fratelli.

Quando qualche settimana fa Samuele in spiaggia ha salutato con mano e sorriso un ragazzo senegalese che passava vendendo magliette io e il senegalese ci siamo guardati negli occhi un po' commossi e ci siamo sentiti fratelli. Semplicemente grazie al sorriso di un bambino.

Purtroppo constato che ci sono bimbi che alla vista del "nero" già si allarmano...

2 commenti:

  1. il seme del razzismo sta ricominciando a germogliare, vuoi celato setto un alone di protezionismo o quant'altro ma io sempre razzismo lo chiamo, non siamo piu tolleranti come una volta e non vogliomo esserlo. Sulla figura del padre, conconrdo con te, se manca e come se mancasse un pezzo di puzzle perfetto e fatto salvo quando si tratta di cause naturali, ogni bambino ha diritto ad avere una figura autoritaria e protettiva a cui rifarsi, ma si sa nel nostro paese i diritto li gridiamo e li pretendiamo ai quattro venti ma poi alla fine...finisce tutto in un pugno di mosche. Complimenti per il blog.

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  2. Grazie. Sulle pagine del tuo blog si legge davvero tanta freschezza.

    Io non mi capacito del perché siamo così matti da non essere più in grado di guardarci negli occhi. Mi viene in mente spesso uno come Gaber (e Luporini) che aveva sintetizzato con estrema lucidità la nostra condizione di eterni allarmati.

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