giovedì 13 agosto 2009

Due note ed ecco il gioco: com'è bello regredire!

Mi manca, ho cavalcato l'autostrada dopo una giornata (e un'annata) di lavoro troppo duro e troppo sottopagato e, ai margini della notte (Lemmy Caution mi è testimone) ho fatto al volo un Lucca-Genova-Lucca per portare Samu e Paola (accidenti a lei che è già in ferie!) in Liguria. Loro sono poi andati in campagna, in Piemonte. Anche Paola mi manca moltissimo. Io ho ancora qualche giorno da lavorare.

Il trappolino mi manca e d'improvviso la casa mi sembra più grande, sembra davvero grande. Mi manca lui e mi manca il suo modo di camminare agitando su e giù le braccia. Penso meglio a cosa mi manca di lui ed esce che la differenza più grossa fra prima, quando c'era e adesso che è in vacanza con la mamma è il mondo dei suoni.

Da un po' di tempo ha preso a fare quello che nel mondo dei fumetti può essere scritto come "uh-uh", due suoni, uno più alto, l'altro leggermente più basso che aprono e chiudono una frase musicale che è quella e si conclude lì. Due suoni - me ne rendo conto solo adesso - popolarissimi nel mondo, lo stesso intervallo di toni degli annunci negli aeroporti o del classico dlin-dlon dei campanelli di casa. È un gioco, è una sottolineatura, è un'interiezione, è un segno d'interpuzione ma è anche un modo per dialogare, lo fa con me, lo fa col nonno di Lucca, scambia frasi fatte di quei due suoni. Gioca, si diverte, si diverte anche da solo.

Giocare è bellissimo. Lui gioca tantissimo, adesso non c'è ma mi pare di vederlo lì a buttare fuori tutto da un cassetto e poi rimettere tutto dentro, mi pare di vedere noi a scoprire che abbiamo dato il via a una lavatrice che conteneva sì i panni e la biancheria ma anche un CD o una vecchia cassetta. Mi pare di vederci ridere. Il gioco fa ridere.

Mi sta facendo regredire. Una regressione prodigiosa, solo così mi viene da definirla.

Nel corso della storia l'infanzia, intesa proprio come concezione, ha subito l'influsso di mode di pensiero, necessità socioeconomiche e conquiste culturali. Lo spazio dei giochi di conseguenza.

Nel medioevo i bambini perdevano il diritto all'infanzia a sette anni, per lavorare ed essere piccoli uomini. In epoca moderna l'infanzia era gestita "in conto terzi" dalle istituzioni, con la loro funzione normativa e sociale (forse l'epoca migliore, fra l'altro). In anni recenti si è assistito al sequestro dell'infanzia da parte dei mercati e dei media: dopo gli anni Settanta sono "scomparsi" i giochi nella fascia di età scolare prima a favore della fruizione televisiva, poi dei videogiochi e poi della frequenza ad attività organizzate. Questa "scomparsa" del giocare è descritta in diverse ricerche.

Il gioco negli adulti ha pure subito le influenze della storia, fino a venire quasi rimosso sostituito solo da pratiche competitive. Hassefink nel 1982 andava predicando un giorno al mese di gioco per qualsiasi adulto (meglio due sottolineava). Non è mai stata troppo vaga l'ipotesi di derivazione freudiana in base a cui certi comportamenti degli adulti fossero surrogati in grado di soddisfare una innata necessità di giocare. Ma non tutti i giochi sono uguali, e non sempre il gioco è quella libertà che vorremmo.

Carse, filosofo e non pedagogista, individuava i giochi in finiti e infiniti: "Un gioco finito si gioca per vincerlo, un gioco infinito per continuare a giocare". Giocare, giocare e giocare, non essere competitivi, non vincere, non produrre, essere gratis. Il gioco è improduttivo e inutile chiosava anche Marcuse. Il gioco è questo, forse l'antitesi del mondo in cui viviamo. Il gioco ha il potere di dissipare molte ansie e tensioni, fra l'altro.

È una regressione quella a cui mi chiama Samuele che mi riporta all'essenzialità delle cose e che mi fa rendere conto di quanto (e lo dice uno che è giocoso per antonomasia) io non sia ancora capace di giocare come lui, di quanto (si perdoni il termine forse un po' ideologico) io sia "inquinato".

Regredire non è sempre stato facile, oggi siamo fortunati perché tutto sommato possiamo permettercelo. Esiste una regressione che non è molto sana è una regressione che fa affondare nei propri ricordi e che porta gli adulti a essere tali ma a comportarsi come bambini. Non è di questa che sto parlando, parlo della regressione dell'adulto capace di tornare come un bambino. È la regressione senza cui probabilmente non sarò mai capace di essere una persona equilibrata e senza cui tutta la "fuffa" e la teoria non mi permetterà di comunicare appieno col mio piccolino.

Allora mi trovo per casa, col cane, a fare "uh-uh" e a sorridere. In quel momento i kilometri di distanza fra me e Samuele si annullano ed è come sorridersi. Ora che è lontano capisco bene quello che mi chiede. Scusa piccino, papà a volte è un po' duro di comprendonio.

Detto ciò riguardo con fiducia alle sette promesse che la pedagogia si è idealmente assunta per questo secolo, i sette diritti inalienabili da garantire a bambini e bambine: comunicazione, socializzazione, autonomia, movimento, esplorazione, conoscenza e fantasia. Se per far questo sarà necessario che gli adulti tornino a leggere il vecchio Homo Ludens di Huizinga, beh, belìn, non ci rimane che regalarlo. Io per parte mia l'ho rimesso sul comodino.

In alternativa - direbbe un amico mio - spargere THC sulle città con gli aerei da irrigazione è un metodo che garantisce sempre collettività serene.

3 commenti:

  1. Oddio, è vero. Me ne ero dimenticata, ha un periodo specifico quel suono lì e io che non ho Tv mi chiedevo sempre se i bambini lo avevano imparato dai Teletubbies, o sono i Teletubbies che lo hanno imparato dai bambini.

    Dai, dai, tieni duro, che adesso tocca anche a te la vacanza.

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  2. Commento fuori tema.
    Ti abbiamo consegnato un blog-premio:
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  3. Questi commenti sono sempre a tema!!! Incuriositossimo per prima cosa ringrazio, per secundis volo a vedere... :-)

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