mercoledì 11 agosto 2010

Un passo indietro. Per umiltà.

Ci sono cose complicate, sono cose che necessitano di analisi approfondite e difficili da praticare (ma anche da seguire). C'è poi la tendenza che abbiamo quasi tutti a complicare le cose, a iperspeculare, a farsi - in qualche caso - delle ricche seghe mentali. Questa tendenza a volte avviluppa di menate anche le cose che non lo necessiterebbero.

Prima o poi capiterà che Samuele mi chieda conto del mio essere vegetariano. Capiterà in un contesto in cui è naturale avere un papà che non mangia animali, con un bambino che sin dallo svezzamento ha iniziato a mangiare tofu e seitan, con un papà che mette le zanzare in un bicchierino e le butta fuori di casa invece di schiacciarle, con un bambino che avrà sempre ricevuto l'impulso a comprendere e amare la natura piuttosto che a servirsene senza remore.

Capiterà, come è normale che sia, in un contesto particolare. Un contesto che spero gli lasci ampia libertà di scelta, mi adopero ogni giorno per questo.

Capiterà e capiterà di dover sostenere, corroborare, argomentare in modo serio la mia posizione. Capiterà di dover rispondere alle critiche (di norma i non vegeriani rompipalle per prima cosa ti dicono: "Ma allora le piante? Non soffrono le piante?").

A tutto si può rispondere e tutto si può argomentare.

Però...

Però mi rendo conto di quante seghe mentali ci si facciano pur di trovare risposte incontrovertibili a un presunto o presumibile diritto della natura. Ho presente il lavoro speculativo - tanto per fare un esempio - di Helmut Heid, professorone tedesco di pedagogia (uno importante) con un background filosofico incline alla perenne sega mentale. Per carità, tutto il rispetto per le speculazioni e lo spaccare il capello in quattordicimila.

Però...

Però quando leggo le sue speculazioni sulla natura mi viene proprio da pensare che un qualunquismo d'annata alla Tonino Carotone ("Meno ostie e più trobate") potrebbe essere la chiosa decisiva per interrompere la lettura. Ho trovato anche su Google Libri un contributo in chiaro che può essere interesante. Lascio la lettura a chi vuole.

Ma sarà davvero così complicato spiegare a mio figlio perché amo la vita? Ma mai qualche vegetariano nel cosmo avrà maturato le proprie convinzioni sulla base della speculazione? Ma non è tutto inutile?

Certo, per carità, le argomentazioni a sostegno di una scelta sono necessarie, sempre. Però ci vuole tanto a spiegare che chi ama la vita degli altri esseri viventi lo fa per umiltà? Lo fa perché ritiene di non essere il doge assoluto?

Per carità, mi capita di citare quello straordinario personaggio che fu il Kroeber (l'intera famiglia è straordinaria se si pensa che la figlia è Ursula le Guin e che la moglie Theodora non fu meno importante) che ebbe a ricordare una cosa molto semplice e lineare: l'uomo è superiore agli altri animali, non lo è per ciò che possiede (mano, corteccia cerebrale ecc.) ma per ciò che queste cose rendono possibile. Una delle cose possibili è la coscienza, il senso morale. La superiorità come la esercito però? Faccio i cavoli miei e dispongo degli animali a piacimento oppure ne traggo un senso di responsabilità e mi adopero per loro?

Capita di citare il lavoro sistematico e ben argomentato di Luisella Battaglia così come di quei teologi che considerano le violenze sugli animali violenze irreparabili (perché gli animali non hanno un'anima e non possono trovare la salvezza eterna).

Però sono convinto che, pur senza scadere in un semplicismo stupidotto, si possa fare un passo indietro. Forse pretendendo meno dalla filosofia e puntando di più sull'empatia.

Chissà, forse fra me e mio figlio ci sarà un confronto serrato e iperspeculativo, credo però che dare il giusto valore all'empatia sia non solo pedagogicamente necessario ma che costituisca anche un viaggio straordinario nelle cose che ci circondano.

Quando troviamo una farfalla, una formica, un'ape, ci mettiamo a parlare: "Che cosa mangerà stasera? Che cosa guarderà alla tv? Ma dove sarà la sua mamma?". Fuori da ogni tentativo di umanizzare anche i microbi, credo che sia uno straordinario punto di vista, straordinario nel vero senso del termine: non convenzionale. Cogliere un animale nel suo "sentire" è un qualcosa che può scardinare anche la più dotta delle argomentazioni.

Alla faccia dei pippaioli.

lunedì 9 agosto 2010

Ma voi siete i Subsonica?

La musica ci accompagna spesso. Samuele ha già preso parte a una caterva di concerti. Sin dai suoi primi mesi di vita lo abbiamo portato con noi ad ascoltare la musica dal vivo.

Ultima esperienza il live della Bandabardò a Firenze, a luglio.

In macchina con me pretende la "Bandabaddó" mentre con Paola vuole i Subsonica.

Lo scorso week end ci siamo regalati una minivacanza a Moneglia, sul mare della Liguria, esperienza piacevolissima culminata con la gita in canoa che ieri mattina io e Samu abbiamo fatto per una buona mezz'ora.

Arrivati da poco io e Samu siamo stati sorpresi dalle campane della chiesa (piccola perla con tele di Rubens e Cambiaso) che suonavano You get what you give dei New Radicals. Il mio passato da speaker radiofonico si è eccitato e mi sono messo a spiegare a Samu le vicende del gruppo e i retroscena del video che accompagnò questa bellissima hit. Non so quanto mi abbia ascoltato.

Ieri però durante questa suggestiva escursione in canoa (esperienza che avevamo già provato a giugno all'Isola d'Elba), abbiamo visto una "barcata" di sub e Samu si è messo a chiedere chi fossero, cosa facessero e dove andassero. Poi abbiamo incrociato una canoa con un paio di sub a bordo (avevano tuta, pinna e maschere) e Samu di nuovo a chiedere chi fossero. Io gli ho detto che anche quelli erano sub; quando siamo stati a tiro di voce Samuele si è rivolto a loro e ha chiesto: "Ma voi siete i Subsonica?".

lunedì 2 agosto 2010

Quando un papà riscopre il corpo

Si sente dire che la paternità cambi le persone, che i figli cambino la vita. Ho già avuto modo di dire che considero queste asserzioni una generalizzazione pressappoco insulsa: mio figlio ha cambiato la MIA vita, in meglio, ma la mia, posso racontare solo della mia e non legiferare sulla vita degli altri.

Chissà, forse qualcosina di vero c'è sempre e comunque, forse Samu è la causa scatenante, la scintilla che ha avviato un processo in preparazione da anni. Bah... chi lo sa?


Insomma, io negli anni giovanili ho anche insegnato discipline legate alla corporeità, ho addirittura condotto attività psicomotorie negli asili verso la fine degli anni Novanta. Bene, i casini frenetici della vita mi avevano portato un po' distante dal mio corpo.

In quest'ultimo anno è finalmente successo qualcosa: sono riuscito a cambiare il mio corpo.

Mi sento raggiante.

Sì, l'entusiasmo per la vita dovuto alla paternità ha il suo peso in tutto questo. È successo che sono finalmente riuscito a trovare dentro di me una cosa pressoché sconosciuta: la costanza. Già l'anno scorso mi ero fatto diversi mesi di palestra quotidiana, avevo preso la cintura arancione di kick boxing e mi ero sorpreso di me stesso.

Da settembre 2009 a oggi è inziata per me una cavalcata attraverso il corpo che mi ha cambiato davvero. Ho scoperto una dieta meravigliosa e un amico inaspettato: il cardiofrequenzimetro. Sono rinato. Ho perso stabilmente 8 (otto!) Kg e sono una persona nuova: un papà più giovane e scattante, un genitore con gli addominali!!!

Ho sempre fatto sport, anche a livello agonistico ma nel corso degli anni birra, negroni, fame chimica e voracità mi avevano decisamente allargato il giro vita. Un processo lento, iniziato dopo i vent'anni e proseguito più o meno in maniera costante negli anni. Ho sempre fatto sport ma dopo i vent'anni mi è sempre mancata la costanza che solo l'agonismo può dare. Sì, ho fatto una decina di campionati di calcio (tra l'altro senza legamenti) e 2 o 3 campionati di calcetto ma non era agonismo vero. Magro, magro, ma con il "buzzino". E così, non accettandomi mi allontanavo.

La base della dieta (l'ha illustrata Tito Stagno in radio) che ho trovato è la necessità di far riposare lo stomaco dalle 4:00 alle 12:00 (secondo la teoria della dieta in questo lasso di tempo l'organismo si "spurga" attraverso lo stomaco). Fino alle 12:00 solo frutta, anche in grandissime quantità (che secondo la teoria impegna l'intestino ma non lo stomaco). Alle 12:00 mi faccio un primo qui in ufficio - abbiamo la cucina - che di solito è grano saraceno (ma van bene anche gli avanzi della sera prima) e poi alle 13:00-13:30 via in palestra. Spezza la giornata di lavoro, rilassa, tonifica. E in palestra questo nuovo alleato, il cardiofrequenzimentro, ha fatto il resto, permettendomi di conoscere il modo in cui lavora il mio corpo.

Nel frattempo ho preso la cintura successiva.

Il processo che mi ha visto mutare in questi mesi mi ha portato a ristrutturare completamente il mio corpo ma soprattutto la percezione del mio corpo. Mi sono reso conto di essermi coperto per vent'anni con maglie extra large e camicie decisamente oversize. Sarebbe bastato meno a coprire la pancetta ma io avevo bisogno di cose sempre più larghe...

Ho scoperto di essere stato un po' dismorfofobico. Non avevo una percezione corretta di ciò che era il mio corpo, sia in eccesso che in "ristrettezza". Compravo maglioni grandissimi (trooooppo grandi per me) e mi accanivo nel cercare pantaloni al limite del mio respirare, che poi regolarmente non riuscivo a mettere.

Che soddisfazione impagabile mettermi quei jeans comprati a gennaio 2008 per festeggiare l'ecografia che ci avrebbe rivelato il sesso della nostra creatura e che, nonostante la mia autoconvizione ("appena viene primaverà mi asciugherò e potrò metterli senza problemi") non mi erano mai entrati. Che meraviglia mettere quella maglia iperaderente da discoteca comprata al mercatino di Livorno nel 1994 e mai messa causa pancetta! Sì, sono un uomo nuovo e mi piace perdermi nello specchio per vedere questo cambiamento che, alla soglia dei 40 anni non avrei più sperato.

Venerdì la mia palestra ha chiuso per ferie. In pausa pranzo oggi sono andato in piscina. Non sono diventato un maniaco, sono semplicemente una persona che ha trovato un nuovo punto di equilibrio.

Eh sì, che casino anche per i papà il rapporto con il proprio corpo. Quello che è successo in questi mesi mi ha reso una persona migliore, forse più sensibile a queste cose. Queste vicende hanno fatto di me un papà più atletico ma anche più pronto a capire i disagi che qualsiasi uomo può vivere e che sono tanto più difficili da superare quanto più legati al proprio lato sensibile.

Paradossale vero? Si diventa più forti e virili e in realtà ci si apre a una maggiore sensibilità.

venerdì 4 giugno 2010

Il figlio del leone che dirà?

Essia! Domattina farò la parte del leone nella storia di Pik Badaluk alla festa-recita dell'asilo nido di Samuele. La "parte del leone" in realtà non è la migliore perché il leone viene straucciso... Per un vegetariano non è proprio il massimo ma, va beh, si tratta pur sempre di una festa, cribbio.

Tutti i bambini mi si fionderanno addosso trafiggendomi con ogni tipo di arma. Storiella un po' violenta ma ci sta, le maestre sono brave e mi fido del loro modo di fare le cose. La raccontasse - che ne so - Briatore, sarebbe diverso, sarebbe moolto brutto.

Ho parlato con Samuele dicendogli che quando faremo Pik Badaluk sarà per finta, che il leone (il papà) sarà attaccato solo per gioco. Avevo qualche timore che potesse prenderla male... Credo invece che si divertirà un mondo!

Ci siam visti qualche settimana fa con le maestre e gli altri genitori per preparare oggetti scenografici e costumi, sarà da ridere...

Io avrò addirittura la coda.

I bimbi invece saranno tutti Pik Badaluk, tutti neri.

mercoledì 2 giugno 2010

Quanto son lunghe le gambe delle bugie?

Ci sono luoghi in cui, ovunque si vada a parare, si trova sempre qualcosa di interessante. Qui è nato qualcosa che mi ha stimolato a riflettere. Era interessante il punto di partenza, poi i commenti hanno preso un’altra via, altrettanto interessante. È nato uno spunto:la bugia.

Dalle mie parti le striature bianche (le nuvolette, o meglio le lunule) presenti sulle unghie dei bambini son chiamate bugie. Una nuvoletta per ogni bugia detta. Sì, dire questo ai bambini èmentire. Però è una bella storia.

Di questi tempi scopro le bugie sulle unghie di Samuele Yannick e, magicamente, noto che inizia a raccontare le prime frottole.

Paul Ekman, psicologo decisamente esperto nel campo della menzogna, rileva come molti bambini ritengano diverso il mentire dall’omettere di dire la verità.

Mentire è un atto che può avere molte funzioni: si mente per proteggere (sé stessi o qualcun altro), per evitare una punizione, per trarre vantaggio da una situazione, per esercitare un dominio su qualcuno, per aggirare una situazione critica, per incoraggiare qualcuno… Poi c’è anche la menzogna patologica che però rientra in un’altra fattispecie.

L’altra faccia della medaglia è il raccontare la verità. Si può dire la verità per proteggere (sé stessi o qualcun altro), per trarre vantaggio da una situazione, per esercitare un dominio su qualcuno, per far soffrire qualcuno… Insomma, più o meno la stessa cosa. Secondo un punto di vista squisitamente filosofico la verità è sempre soggettiva mentre nel concreto esiste la realtà, che è oggettiva.

Omettere di dire la verità è un caso a sé, si tratta di un comportamento che è in qualche modo socialmente legittimato (i bambini di Ekman non hanno quindi tutti i torti): in tribunale – per esempio – si ha il diritto di non rispondere.

Essere sinceri però è una forma di correttezza morale che rende solide le relazioni. Anche in un rapporto educativo o familiare c’è bisogno di sincerità (concetto che si associa non solo al dire la verità ma più in generale alla correttezza e al disinteresse). Per capire meglio è utile tentare di ribaltare la prospettiva: mettiamoci nei panni di chi “subisce” una menzogna e non solo nei panni di chi la “agisce”.

L’errore comune a noi genitori è il sottostimare la capacità e la sensibilità dei nostri figli. I bimbi – anche piccolissimi – capiscono (o comunque captano). I bimbi si sentono traditi. Quando si incrina un rapporto di fiducia la vittima può tendere a proiettare su di sé la delusione, attribuendosi colpe e responsabilità per l’accaduto. Un bambino può subire un piccolo/grande trauma se scopre che l’adulto in cui riponeva la totale fiducia gli ha mentito.

Attenzione però: nel valutare queste cose non sottostimiamo di nuovo la maturità dei nostri figli. La tipica bugia sull’esistenza di Babbo Natale non si trasformerà mai in un trauma, Babbo Natale non è cosa che riguarda l’intimo di un bambino (anzi, la scoperta di questa menzogna è quasi un rito di passaggio al mondo dei “grandi”, cosa che disarma qualsiasi possibile effetto-delusione). Una bugia che tradisce e che può far male è raccontare a qualcuno un segreto che nostro figlio ci ha confidato, o qualcosa di cui si vergogna. Questo no, non si deve fare.

Ci sono vari studi che permettono di supporre che anche i bambini di 3 anni mentano consapevolmente. Nell’esperienza di molti genitori è comune rendersi conto che già molto prima di quell’età i bambini possono raccontare qualche frottola. Un lavoro del 1984 (Wimmer, Gruber Penner) indica come per i bambini dai 4 ai 6 anni una menzogna sia tale anche se detta in buona fede (dire a un bambino che andremo a trovarlo ma non poterlo fare perché ci siammala è essere bugiardi agli occhi del piccolo). Parimenti i bambini sono in grado di dare giudizi morali sui “mentitori” assolvendo le persone che dicono bugie non intenzionali. I bambini sanno che mentire è sbagliato, lo apprendono dai genitori e lo codificano a seconda dello sviluppo del proprio senso morale. I bambini molto piccoli hanno un senso morale legato ai propri deisderi, progressivamente acquisiscono concetti morali più complessi e interconnessi con le regole sociali e le relazioni. È verso i dieci anni che i bambini iniziano a realizzare il valore della sincerità come elemento di fiducia nei rapporti interpersonali.

Omettere di dire la verità o semplicemente avere un segreto da non rivelare ai genitori segna un primo passo verso l’autonomia (un po’ come per il primo “no”:  se si ha un segreto si esiste, si è qualcuno che non è i genitori).

Crescendo la menzogna diventa strumento di autonomia e indicatore di affinazione del pensiero strategico (sempre Ekman: “Il bravo mentitore tiene conto del punto di vista della sua vittima” cosa assai complicata di cui tener conto).

I casini grossi capitano sovente nel periodo dell’adolescenza perché i ragazzi tendono a costruirsi una costellazione autonoma di valori. Il senso di colpa per le bugie, trasmesso dai genitori (e legato alla relazione stessa con i genitori) può rischiare di venir meno proprio per un bisogno di autonomia. Si tratta di un fenomeno che deve allarmare solo se di proporzioni clamorose.

Come dicevano molti dei nostri padri e probabilmente molti dei loro padri: “Su tutto vale l’esempio”. Ogni relazione è un dare e avere e si ottiene anche in base alla qualità di ciò che si dà. Pretendere dai figli la verità ma essere esempio quotidiano di menzogne non funziona. Mentire sulle tasse, ai vigili, ai vicini di casa, ingannare deliberatamente qualcuno, sono tutti esempi di menzogna; esempi da cui i nostri figli imparano la menzogna come metodo e come valore in sé. Mi viene alla mente quell’episodio di un film, di cui adesso non ricordo il nome, in cui Alberto Sordi oltrepassava la coda di automobili nel traffico facendo fingere al proprio figlio un malore. Come andò a finire?

Ma quali sono le bugie che si possono (e a volte si debbono) dire ai figli? Domanda da sei milioni di dollari…

Ci sono cose della vita troppo complesse per un bimbo piccolo. Dire a un bimbo che ha perso una persona cara e vicina che questa è “andata in cielo” non è una bugia grave. La morte è un fatto senza speranza ed è difficile da comprendere. Essere in cielo è qualcosa di più possibilistico ma soprattutto più comprensibile. Quando guardo il cielo ricordo ancora le discussioni con mio padre a cui raccontavo che il mio nonno (suo padre) stava aggiustando le stelle in cielo (io ero convinto che fossero lampadine) perché “di elettricità ci capisce”. Più tardi, con calma, ho realizzato cosa fosse la morte. Questa menzogna me la porto ancora dentro come un atto d’amore (e di educazione) dolcissimo.

Incoraggiare i propri figli di fronte a una difficoltà, magari mentendo un po’ sui limiti di preparazione o bravura, affinché possano avere più fiducia in sé stessi e abbiano il coraggio
di affrontare le prove
, beh, questa è una bugia addirittura auspicabile. I bambini hanno bisogno di sentire la fiducia dei genitori. Basta non esagerare e non passare dall’incoraggiare al “montare la testa”.

Quando Samuele sa di aver commesso una marachella e non lo vuol dire si mette le mani dietro alla schiena e muove il busto a destra e sinistra. Fa così anche in momenti di timidezza (per esempio di fronte a un bambino che non conosce). Secondo Allan Pease mettere le mani dietro la schiena, l’una dentro il palmo dell’altra, è un gesto di sicurezza che indica controllo e calma.

Quando invece una mano tiene il polso dell’altra o addirittura muove a tenere l’avambraccio o il gomito, siamo di fronte a uno stato di frustrazione. Più alta la mano in direzione del gomito, più alto il livello di frustrazione.

Samuele tiene le mani in modalità relax. Sono convinto che sia un gesto naturale, un istinto. Credo che questo gesto lo aiuti a non perdere il controllo, non tanto quindi (o forse non solo) una conseguenza di una calma ipotetica quanto piuttosto un richiamo che parte dal corpo a un auspicabile relax. La bugia, comunque la si veda, genera stress.

martedì 1 giugno 2010

Le vacanze della famiglia: dove che sì, dove che no

Ho ancora in mente questo vecchio post di MammaImperfetta in cui si dice di non voler regalare link così, a cuor leggero.

Lo confesso, io a volte un po' leggero lo sono.

Certo è che, quando un ristorante o una struttura di accoglienza (ma il discorso è valido per qualsiasi "agenzia") mi lasciano soddisfatto ho piena voglia di recensire e omaggiare con un link. Stessa cosa per quei posti in cui stai male, magari dove si dimostrano anche un po' stronzetti. Qui però i link vanno inseriti con più cura (il contesto deve esser chiaro) per fare in modo che non diventi un'azione SEO ma una vera e propria recensione negativa.

Orbene, qui siamo al punto delle vacanze estive.

Io, personalmente, adoro la Sardegna, quella parte di isola che sta sotto Arbatax e immaediatamente a ridosso di Bari Sardo. Si tratta di una parte "incantata" di costa, selvaggia, con poco turismo di massa (niente roba stile villaggio-vacanze), con un mare meraviglioso, con spiagge pulite e con servizio di salvataggio, il tutto a prezzi straordinariamente abbordabili. Una situazione in cui si riesce ad avere dei rapporti umani caldi e tranquilli anche con gli esercenti.

Abbiam cercato ma non abbiamo trovato la soluzione adatta.

Per la terza volta da quando è nato Samu torneremo in Toscana. Sinceramente, a parte alcuni posti, mi sento di sconsigliare a tutti la Toscana. E lo dice un toscano.

Siamo in una regione meravigliosa ma la stirpe dei commercianti non sempre onora la tradizione culturale che gli sta alle spalle. In Toscana si vive troppo sul mito, sul nome, sulla fama. In Toscana i prezzi sono mooolto cari, troppo, a fronte di servizio e cordialità su cui sarebbe bene (troppo spesso) soprassedere...

Ricercando strutture per far passare una settimana di mare a me, mio figlio e la mia compagna ho trovato prezzi esorbitanti e neologismi spaziali: in Toscana c'è l'altissima stagione (e non è solo nella settimana di ferragosto...).

Alla fine abbiam trovato un posto che sembra paradisiaco e grazie a una serie di combinazioni fortunate siamo riusciti a ottenere un buon prezzo. Il viaggio non sarà eccessivamente lungo, il mare è pulito e questo ci basta.

Mi è capitato però di trovarmi in appartamenti d'estate senza zanzariere... senza comodini... senza lenzuola ("ah sì, ve le metto subito", ma poi erano lenzuola singole per un matrimoniale)... interi territori in cui si paga solo ed esclusivamente in contanti (e avere la ricevuta è come chiedere un favore)... senza la minima attrezzatura per i bimbi... potrei continuare. Mi fermo però su un dato: l'inaccessibilità delle spiagge.

Sia d'estate che d'inverno (ebbene sì, anche in inverno!!!) in Versilia è praticamente impossibile accedere alla spiaggia. I bagni cinturano l'accesso anche nella stagione fredda. D'estate poi è più facile che una Camel passi per la cruna di un ago che un essere umano non pagante riesca ad arrivare a piedi sulla battigia.

Il mare della Versilia poi, francamente, è brutto, con la "rena" che intorbidisce le acque.

Nelle ultime domeniche abbiamo fatto il confronto tra Versilia e mare della Liguria. Il risultato è impietoso come al solito, è come far giocare una squadretta aziendale contro il Brasile.
In Versilia spiaggia libera sempre meno numerosa con tutto lo sporco (ripulito anche dalla parte di spiaggia in concessione) ammassato lì, per i poveri non paganti i cui figli dovevano schivare merdacce d'ogni tipo.
In Liguria lavori in corso nei bagni ma sorriso e saluto anche da parte degli operai che offrono le scale dei singoli stabilimenti per far accedere tutti al mare (io, abituato agli sguardi "torvi" della Versilia ero gobbo e quasi in colpa...); spiaggia linda e mare cristallino. Addirittura in Liguria ci sono spiagge in cui il Comune garantisce pulizia e docce... Roba spaziale per me..

Ma i divieti? Divieto di accesso notturno, divieto di fare i castelli di sabbia, divieto di camminare a dorso nudo, divieto di ascoltare la musica... divieto di mangiare un panino sugli scalini delle chiese... In Toscana se c'è la bandiera rossa e fai il bagno ti fanno la multa. Ora io dico, è sacrosanto, col mare agitato, non garantire il soccorso: si issa la bandiera rossa e tutti sanno che il baywatch di turno non è disponibile. Ma una persona maggiorenne, magari un buon nuotatore, avrà la minchia di diritto di farsi due bracciate anche con il mare grosso? Avrà un individuo nel pieno dei diritti civili e politici, magari pure con le rotelle a posto, la possibilità di buttarsi in acqua consapevole che in caso di bisogno sono fatti suoi?!? Ho come la sensazione che in Toscana si pensi alle persone come esseri non in grado di convivere, c'è bisogno dell'autorità...

Eh sì, la Toscana, la regione in cui anche per andare a far funghi devi pagare la tassa. I vecchi, che da una vita curano il sottobosco, commettono un'infrazione se vanno per "fungi" senza pagare il dazio. A me sembra un'allucinazione ma purtroppo non lo è.

Please: andate oltre. Andate nelle Marche, in Val d'Aosta, in Croazia...

Attenzione, regalo un link a una famiglia di Cortona. www.casaelena.net, ci siamo andati a dicembre 2009, sono stati favolosi (accoglienza con torta fatta in casa e pieno di legna per il camino), gentili e comprensivi (Samu si era ammalato e abbiamo dovuto ripartire prima del previsto e ci hanno scalato i giorni concordati dal prezzo finale). Gli appartamenti sono molto belli e i prezzi ottimi. Questa sì che è la Toscana che consiglio a tutti.

mercoledì 19 maggio 2010

Il primo NO

Qualche sera fa, dopo cena, Samuele è andato in cameretta per giocare. Lo abbiamo chiamato per una sorpresa: gli avevamo preparato un paio di fragole.

Lui è venuto verso la cucina, io gli ho detto: "Samu per favore spegni la luce in camera tua", lui mi ha guardato fisso e dritto negli occhi e ha detto: "No". Poi l'ha ripetuto, guardandomi sempre negli occhi, altre 2 o 3 volte.

Io ero incredulo e gioioso. Incredulo perché non me lo aspettavo, gioioso perché in questo modo Samu segnalava la sua crescita.

Fino a quella sera lì i "no" di Samuele erano capricci o lamenti. Con quella opposizione ferma e - a suo modo - divertita, ha definitivamente compiuto un gran passo avanti nella presa coscienza di sé.

Uno degli esperimenti più divertenti è quello della macchia rossa (o comunque colorata) sul naso. Fu condotto da Lewis e Brooks-Gunn alla fine degli anni Settanta e consisteva nel porre di fronte a uno specchio dei bambini fra i 9 mesi e i 2 anni di età. Nell'esperimento (l'analisi delle risultanze avvenne su videoregistrazioni) le mamme dei bambini dipinsero di rosso il naso di questi ultimi, per riportalri poi di nuovo di fronte agli specchi. Nel caso in cui i piccoli avessero toccato il proprio naso (e non tentato di toccare il naso riflesso nello specchio) si sarebbe concluso che sì: c'era una forma di autoriconoscimento. Nel celebre esperimento (replicabile da tutti i genitori o nonni a casa) l'età dell'autoriconoscimento iniziava a partire dai 15-18 mesi.

La questione della coscienza di sé è dibattuta da tempo immemore, ovviamente dai filosofi ma anche da psicologi e pedagogisti. Le teorie che si sono susseguite hanno - al solito - tutte un fascino speciale.

Interessante la prospettiva interazionista in base a cui l'immagine di sé è un qualcosa che dipende anche dal modo in cui l'ambiente percepisce il bambino. Interiorizzare, appropriarsi, assimilare gli schemi di comportamento degli altri, replicare il modo in cui questi agiscono aiuta i piccoli a costituire la coscienza di sé.

Ma torniamo al "no" di mio figlio. Samu ha compiuto 2 anni il 15 maggio, pochi giorni fa. Si tratta dell'età magica in cui la potenzialità del "no" viene disvelandosi.

Dire "no" a qualcosa significa opporre una volontà, quindi un punto di vista, una identità. Per dire "sì" a qualcosa che è proposto non importa avere una volontà, un punto di vista e in ultima analisi una identità. Siamo forse su un piano eccessivamente speculativo ma speculare a volte è utile.

In questa età di crescita frenetica i bambini sperimentano una continua ristrutturazione della realtà e dei modi di interagire con il mondo. Camminare, mangiare da soli, "parlicchiare"... La progressiva indipendenza nel compiere piccole e grandi azioni rende un'immagine positiva si sé.

Cito volentieri la Oliverio Ferraris (autrice con cui non sempre mi sento allineato): «Non tutti i "no" del bambino hanno lo stesso significato. Solo alcuni sono atti di sfida e di disobbedienza, molti altri sono segnali di un desiderio di partecipazione. In altre parole, nella mente di un bambino di 2, 3 anni - il cui linguaggio non può ancora esprimere pienamente ciò che sente - il "no" rappresenta spesso l'inizio di una conversazione, non la fine. Dietro a un "no" ci può essere un'intera frase: "No, anch'io ho qualcosa da dire", "Basta col passeggino, voglio camminare", "Ho bisogno di più tempo", "Spiegati meglio, ho paura", "Perché non ce ne andiamo da questo posto noioso". I bambini vogliono il controllo, ma vogliono anche coinvolgerci. Il "no" è uno dei mezzi più efficaci che hanno a disposizione per suscitare delle reazioni. Se poi queste reazioni sono negative non importa, sono comunque interessanti per loro che stanno scoprendo il mondo. Molte delle incomprensioni che a questa età si verificano tra grandi e piccini potrebbero essere evitate se i grnadi non prendessero alla lettera i "no" dei bambini, ma prestassero attenzione ai segnali».
Ferraris, Sarti e Conti proseguono poi specificando a che tipo di segnali si deve prestare attenzione: contesto, umore, tono, linguaggio del corpo.

Il modo in cui si legge e si reagisce al "no" è quindi fondamentale per gestire al meglio (per i bambini ma perché no, anche per noi genitori) le situazioni di "opposizione".

In parole povere: "la disobbedienza, se c'è, è negli occhi di chi guarda". Non è proprio così ma questa è una buona prospettiva da assumere per oltrepassare la pigrizia. Sì, la pigrizia che spesso fa guardare solo la bizza, la pigrizia (io me la riconosco) che impedisce di compiere un piccolo sforzo per affrancarsi dall'agonismo me-mio figlio per capire invece di partecipare alla lotta.

L'altra sera - tanto per aggiungere variabili all'algoritmo - Paola, mentre io guardavo con orgoglio Samuele, se nè uscita con una frase che aveva tutto l'ardire dell'imperativo: "Non vorrai mica fargliela passare lisciscia?!?". Io, che come tutti debbo anche tenere la barca pari, ho dovuto far valere l'autorità con Samuelino e fare la voce grossa, ma - sinceramente - credo che il sorriso che avevo dentro rendesse davvero poco convincente il tutto.

Si, vabbè, ma come fare di fronte ai "no"? Ok, qualche suggestione: personalmente credo che l'atrtitudine (e l'abitudine) alla spiegazione sia di fondamentale importanza, quindi suggersisco di tentare sempre di far comprendere le ragioni di un'imposizione dall'alto.

A me piace proporre alternative ma soprattutto inventare storie, qualche tempo fa, in piena crsi di "moccio", quando la sola vista dell'aerosol scatenava reazioni isteriche mi sono inventato la "polvere delle stelle". A lume di candela le goccioline dell'aerosol si sono trasformate in polvere di stelle da annusare e mangiare, da lì è diventato tutto più facile.

Le regole però sono importanti, anche per rassicurare i bambini di fronte a una realtà troppo vasta per poter essere compresa da soli. Quello che non si deve fare è cadere nel meccanismo del "se fai... allora puoi...". Così le regole si depotenziano in quanto tali. Le regole debbono diventare parte normale della vita, con un senso intrinseco, ridurre il tutto a un meccanismo di contrattazione significa comunicare che (e formare a) il motivo per cui si accetta la volontà delle figure di riferimento è semplicemente avere una wild card per fare i cazzi propri.

No, così non va, come direbbe Samuele: "Queste cose non si fanno".

Che cosa è successo oggi all'asilo?

Quando Samuele torna dal nido sta con i nonni, si adorano, tutti i nonni lo adorano e lui adora tutti i suoi nonni, con una predilezione speciale per nonno Franco e nonno Beppe. È un peccato non esserci mai quando esce dal nido (io una decina di giorni fa ho fatto una breve improvvisata e sono andato a prenderlo), quando passa i pomeriggi "ordinari".

La sera tentiamo di rifarci. Lo stimoliamo a raccontarci le vicende e le curiosità della giornata.

Quando è in vena è davvero uno spettacolo sentirlo raccontare.

Pater: "Cosa è successo oggi all'asilo?".
Puer: "Olivia piangiato".
Pater: "Piangiato? Come mai?".
Puer: "Cacca addosso".
Pater: "Cacca addosso? E hanno cambiato il pannolino?".
Puer: "Tata cambiato pannolo".
Pater: "Ma tu cosa hai detto a Olivia?".
Puer: "No, no piangere Olivia".

Oppure.

Pater: "Stamani Giacomo è venuto all'asilo?".
Puer: "Giacomo fa il buffone".
Pater. "Fa il buffone?!? E tu cosa gli hai detto?".
Puer: "Giacomo, queste cose non si fanno!".

I compagni d'asilo, Giacomo, Matteo ("Matteo no parla"), Olivia, Nives, Evita, Greta, la tata (che secondo Samu di nome fa "Maestra"), la cuoca (o meglio la "cuocua"), Pietro (secondo Samu Pietro piange sempre), sono entrati a far parte della nostra vita e trascorrono con noi le serate. Quando Samu racconta rinnova inconsapevolmente il potere immaginifico che è proprio di qualsiasi narrazione: coinvolgere, far immaginare, rendere concrete le suggestioni.

Questi mesi del 2010 stanno passando fra i personaggi e le vicende dell'asilo e Samuele che riconosce tutti i numeri, alcune lettere, sa giocare al domino e non smette di adorare i bus.

New entry è la macchina del cartone "Cars", la mitica "Saetta Mc Queen" con cui passa decine e decine di minuti giocando in cameretta sua, accostando la porta e inscenando vicende immaginarie accompagnate da rumori, parole ed esclamazioni.

venerdì 23 aprile 2010

Il maschiaccio si acquieta per natura

Una serie di studi par confermare una tesi bizzarra ma suggestiva: la natura protegge i piccoli dai padri, dal maschiaccio inselvatichito che c'è in ogni uomo.

Nel 2005 un team capeggiato da Peter B. Gray (vero e proprio esperto del testosterone), rilevò che nei padri i livelli di testosterone calano.

In seguito una ricerca su alcuni maschi di scimmia (uso il termine generico, si trattava in realtà di Callithrix jacchus) il semplice odore dei propri piccoli faceva calare in 20 minuti i livelli di testosterone.

Un'ulteriore conferma all'ipotesi arriva da una ricerca che sancisce come in alcune popolazioni tanzaniane le attenzioni parentali siano associate a bassi livelli di testosterone.

Secondo alcuni il motivo è proprio una protezione nei confronti dei piccoli, che vengono tutelati dalle ire paterne e dalle "furibondità" testosteroniche.

Su alcune testate si sta di nuovo dibattendo la questione, era noto che in seguito alla paternità si abbassassero i livelli di testosterone, paiono però ancora distanti le conslusioni sui motivi: cementazione del nucleo familiare o tutela dell'integrità dei figli?

Io non lo so, però la cosa mi affascina.

Da capire se anche la depressione post-partum femminile abbia funzioni particolari.

martedì 13 aprile 2010

Gesti d'amore: stupore mattutino

Ieri mattina. Presto. Paola e io a fare i soliti equilibrismi tra le colazioni, le docce, il far fare la cacca sul vasino e il prepaprarci per uscire.

Paola mi fa: "Hai visto la spazzola? Non la trovo.", io: "Credo che sia sotto il letto, mi sa che è caduta ieri sera". Samuele se ne va e noi continuiamo a prepararci.

Dopo un po' sento un piccolo pianto soffocato... Vado in camera e vedo Samuele che spunta piangendo da sotto al lettone con in mano la spazzola.

Aveva ascoltato la conversazione e si era precipitato sotto il letto per prendere la spazzola e portarla alla sua mamma. Gonfio d'orgoglio, nell'uscire da sotto al letto aveva picchiato una testata nelle doghe di legno.

Piccolo - bellissimo - stupore mattutino.

venerdì 19 febbraio 2010

Bibliiiii!!!

Al di là di ogni cosa, osservazione o imitazione di noi, il piccolino (ormai abbastanza lungo in realtà) dimostra una serie di preferenze, gusti e amori assoltuamente personali (più durevoli della kittymania).

Fra le passioni di Samu le pile e gli autobus. Però c'è qualcosa di più...

La nostra casa è piena di libri, ok, così come lo sono i comodini, però è bellissimo accendere la tv davanti a Samu e vedere la sua reazione: chiede di spegnere per leggere i "bibli".

Ama i "bibli", li ama come oggetto ed è pazzo di amore per farseli leggere. È assai imperativo: "Leggi!". Due sere fa (mamma era a Milano per lavoro e rientrava tardissimo) gli ho regalato un "biblo" nuovo. Se l'è portato in camera sua e mentre cucinavo sentivo un reverenzialissimo silenzio. Ogni tanto andavo a osservarlo e lo vedevo meravigliato, lì seduto (ogni tanto addirittura "panciato") leggere il suo nuovo "biblo" e seguire con il dito gli oggetti sulla pagina. Lo vedevo lì che sibilava "Ucca" toccando il disegno della mucca, "Pea" toccando il disegno dela pera, "Etto" toccando il disegno del berretto. Ammirazione, stupore, quasi una forma di rispetto ammirante era quello che leggevo nei suoi occhi.

È bello poi quando scrive, quando tenta di disegnare il profilo della sua mano, quando ardisce e addirittura tenta di disegnare il profilo del naso (una scena straordinaria).

È una magia da guardare quello che i libri fanno per i bambini. È bello ri-constatare sempre come gli oggetti inanimati (termine usato un po' a casaccio, lo ammetto) siano scintille per la fantasia. È bello vedere come Samu mi chieda di espandere la vita dei libri, ad esempio mettendo in scena fra di noi le situazioni narrate.

Amo questo suo amore per i "bibli". Lo amo ancor di più perché è spontaneo. Come molti bimbi contemporanei è un vero e proprio "nativo digitale" che sa usare stereo, telefono, alzacristalli elettrici, tastiera del PC (col rischio-formattazione sempre in agguato), telecomando della tv ecc. In questo contesto nessuno gli ha imposto i libri ma i libri lo colpiscono e lo emozionano.

Specchio delle mie brame (di me ?)

TuttunoBellissimo vedere come i nostri bambini ci prendano a modello per farsi un'idea di come debbano comportarsi nel mondo.

Samuele Yannick ci vede cucinare e per lui è naturale cucinare. Abbiamo sempre tentato di condividere con lui la gioia del cibo, dalla preparazione alla “consumazione” (non riesco a non metterci le virgolette). Spesso tributa delle vere e proprie ovazioni al cibo che arriva in tavola, o meglio sul seggiolone. È dal seggiolone che domina la scena della cucina, l'ambiente che (anche geograficamente) è il fulcro del nostro stare in casa.


Quello che ci vede fare sempre diventa per lui la normalità delle cose.
È così che a un certo punto ha iniziato a usare il biberon come noi usiamo la bottiglia dell'olio e “condire” tutte le sue portate dicendo: “Oio”.
È così che ha preteso di non bere più dal biberon ma dal bicchiere, come noi.
È così che ha imparato a voler tagliare le verdure (con un papà vegetariano ne vede mille tutti i giorni) e la frutta ed è così che siamo riusciti a trovare delle verdure giocattolo (con coltellino di plastica incluso) che si tagliano e si ricompongono.
È così che per lui preparare il cibo è diventato normale, prendersi cura di noi come noi ci prendiamo cura di lui.
È così che alla fine si ritrova una serie di pentolini, bicchierini e posate con cui, dopo cena, ci prepara pappe e succhi.
È così che mi graffia il cuore quando prende due bicchierini e li rovescia e inizia a premere e girare quello che sta sopra e poi mi chiama dicendo: “Papà, succo!”; sì, mi prepara le spremute nello stesso modo in cui io le preparo per lui.


È dal seggiolone che fa cadere un po' di tutto, a volte facendo casini. Del resto nel ventiduesimo mese di età è al termine di quello che Piaget chiama stadio sensomotorio, esattamente nella fase della comparsa della funzione simbolica. In questa fase, dove domina la curiosità, ha bisogno di esplorare il mondo, capire i rapporti di causa-effetto, iniziare a sviluppare la funzione simbolica. Sta lavorando perché nella sua mente la nozione della caduta del piatto dal seggiolone possa sostituire l'effettivo far cadere l'oggetto a terra. A 2 anni quindi dovrebbe passare allo stadio preoperatorio e smetterla con i “lanci”. Dovrebbe. Sennò pazienza.


Sì, mi ci vedo. Ma è con gioia che ci vedo Paola, i nonni, la zia, tutti noi. È uno specchio deformante, in meglio però.

Hello Kitty è stata deportata

Abbiamo avuto un paio di mesi di smarrimento, adesso che il pericolo pare scemato posso parlarne: a Samu era venuta la hellokittymania.

Guardando fuori ci eravamo accorti che la hellokittymania aveva contagiato mezzo mondo (in una città piccola come Lucca hanno addirittura aperto un Hello Kitty Point...) e trovavamo cioccolatini di Hello Kitty, merendine di Hello Kitty, vestiti griffati Hello Kitty, scarpine di Hello Kitty, fazzolettini di Hello Kitty, quaderni di Hello Kitty, addirittura (segno evidende della popolarità) un vibratore chiamato Hello Clitty. Insomma un vero e proprio virus ipercontagiante che ci stupiva e ci scoraggiava.

Samu pareva ammaliato da Kitty, lo abbiamo assecondato e gli abbiam preso i DVD (la serie in pongo è molto carina per i bimbi, lenta, rassicurante e con proporzioni dei personaggi ben studiate), i libri e anche un piatto. A Natale qualcuno non gli ha fatto mancare il pupazzetto, tanto per non sbagliare.

Sono stati tempi in cui Hello Kitty riempiva le nostre giornate. Che palle però, al mattino la prima cosa che diceva era "Kitty". Roba abbastanza da incubo.

Lentamente la passione si è ricomposta. Il piatto è finito in frantumi (Samu l'ha rotto e pare non essersene nemmeno dispiaciuto) e il pupazzetto ora viene coccolato solo ogni tanto. Adesso quando gli prende vuole vedere i DVD (e quando inizia vuole guardare tutti gli episodi) ma non si può assolutamente parlare di mania.

Ho anche pensato che Kitty fosse una sorta di simbolo transazionale ma è stata solo una passione, sconfinata ma ormai superata.

Sì, una sera gli ho detto: "Hello Kitty è stata deportata". Poi però ci siamo messi a ridere insieme.

Un episodio tenerissimo

La mia mamma mi ha raccontato qualche settimana fa una cosa che mi ha commosso.

Stava addormentando Samu dopo pranzo e lo aveva messo nel lettino, aveva abbassato le luci e gli stava cantando la ninna nanna.

Quando Samu sembrava aver preso sonno lei aveva smesso di cantare e aveva iniziato ad allontanarsi in silenzio.

Samu allora si era alzato e applaudendo con un sorrisone aveva iniziato a gridare "Brava, brava, brava!".

mercoledì 3 febbraio 2010

Le analisi del sangue

Abbiamo dovuto portare Samuelino a fare le analisi del sangue dopo un febbrone improvviso (che veniva dopo una serie di malannucci vari presi presumibilmente in quel del nido).

Ieri mattina siamo andati all'ospedale con un Samuele in forma strepitosa, solare, sorridente, un vero compagno di merende.

L'infermiere specializzato nei prelievi ai neonati era in ferie, ci hanno rimbalzato un po' qua e là ma alla fine ci hanno accolto al centro prelievi ordinario. Ci son volute tre infermiere (una deputata al'estrazione, una al cobloccaggio del bambino e una che "pompava" il braccino per far uscire il sangue). In realtà Samu è stato bravissimo, ha pianto solo un poco quando gli hanno stretto il laccio emostatico ma poi era tranquillo e incuriosito.

Alla fine, dopo aver raccolto il sangue nelle provette colorate si sono rese conto che il sangue avrebbe potuto esser poco e si sono messe a discutere se fosse stato meglio aggiungere del sangue alla provetta viola, a quella rossa, a quella verde... Samu le osservava e dopo un po' che assisteva alla scena, con piglio da decisionista consumato, alzando la voce ha ordinato: "GIALLA, GIALLA, GIALLA!". Hanno eseguito in silenzio senza fiatare.

Che spettacolo!

La sera prima avevamo discusso sul pericolo che potesse essere un'esperienza traumatica. Il piccolino però si è divertito come un matto. Questo per dire che alle volte i nostri figli sono molto più forti (e meno impressionabili) di quanto si pensi, a volte basta avere (in loro) un po' di fiducia.
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