mercoledì 9 novembre 2011

Tutta la sensibilità di G.

G. abita a qualche decina di metri da casa nostra. Ha un anno in più rispetto a Samuele. Ha una sorella più grande, di diversi anni, e una sorella gemella, N.. G. ed N. frequentano la scuola materna di Samuele.

Non sono mai riuscito a entrare in contatto con G. e N., sono amico sin dall'infanzia del loro papà, conosco ovviamente la loro mamma ma io e Samuele non avevamo mai avuto la possibilità di farci rispondere a un saluto. G. e N. si giravano, timidi, dall'altra parte, sempre.

Poi in un periodo di lavoro che mi aveva visto fuori casa anche durante sabati, domeniche e feste da calendario, ho trovato la forza di accompagnare Samuele alla festicciola di Halloween organizzata al circolino del nostro paese. Non avevo avuto il tempo materiale per pensare all'acquisto anche di un semplice cappellino (non volevo che fosse l'unico bambino privo di maschera) e prima di uscire dal posto in cui stavo lavorando mi ero stampato 4 zucche prese al volo da Internet con l'intenzione di ritagliarle e attaccarle sulla maglia di Samu con il biadesivo.

La cosa gli è piaciuta: una zucca appiccicata a Paola, una a me e due a lui (una davanti e una di dietro). Così siam partiti e appena usciti di casa abbiamo incontrato uno dei bimbi grandi con un teschio al posto della faccia. Samuele ha subito fatto marcia indietro chiedendo di tornare a casa. Ho insistito, l'ho preso in braccio, l'ho rassicurato ma anche una volta all'interno del circolino non ne voleva sapere di staccarsi da me.

Raggiunto il piano di sopra, quello riservato ai piccolini, era sempre addosso a me. Poi, con i suoi tempi ha cominciato a sciogliersi grazie alle torte, alle patatine e ai succhi di frutta. Poi ha cominciato a parlare con S., bambina dolcissima e sempre col sorriso (secondo me lui faceva anche un po' il "galletto") finché non è arrivato L., bimbo più grande che è letteralmente il mito di Samuele. L. non lo cagava, non rispondeva nemmeno ai suoi saluti e a Samu luccicavano un po' gli occhioni.

L'avventura è iniziata proprio qui, con l'arrivo di G. e N. che, al solito, si voltavano dall'altra parte.

Poi i bambini sono entrati in gioco...

Una mamma ha staccato i palloncini dal trave del soffitto per distribuirli, Samuele e G. si sono messi alla finestra e hanno finalmente cominciato a parlare. Ero contentissimo, da lì a prendersi allegramente a "palloncinate" è stato un attimo. Tutto scorreva liscio fin quando il palloncino di Samuele è scoppiato con un fragore che ha zittito tutti (e tutti gli sguardi si sono convogliati su di lui...). Nel silenzio si è sentito un singhiozzo, lui si è letteralmente collassato stringendosi addosso a me. In questo silenzio solo una persona ha capito cosa fare. G. con intuito e sensibilità è scattato, ha preso un altro palloncino e l'ha portato a Samuele.

Come si dice spesso "si è aperto un mondo", G. è un bambino sensibilissimo e simpaticissimo. Un bambino che non finirò mai di ringraziare per quel gesto tanto repentino quanto azzeccato. La serata è proseguita in un crescendo di divertimento tra Samuele, G., N. e gli altri bambini. Con piacere a un certo punto mi hanno incluso nei giochi usandomi come bersaglio per i palloncini, e in questo caso la più divertita era N.!

A fine serata Samuele moriva dalla voglia di raccontare tutto quanto a Paola.

mercoledì 12 ottobre 2011

Di Edipo, del suo complesso e dei distacchi creativi

È successo qualche giorno fa e ha tutta l'aria di essere una di quelle cose che rimangono impresse per tutta la vita. A me, comunque, rimarrà per sempre.

Per carità, successivamente - come sempre capita con i bimbi - ci son stati passi indietro e ritorni varii ma il dado è tratto e io sono felicissimo. Attenzione però: di quella felicità agrodolce che solo il veder crescere un figlio riesce a innescare.

Ma insomma, cosa è successo?

Erano ancora i primi giorni (mai troppi per un bimbo) di scuola materna e Samuele era sempre sull'orlo del pianto al momento dei saluti. Poi una mattina l'ho accompagnato (in macchina soundtrack by Bandabardò come al solito) e invece di fare il "labbrino" e chiedermi di restare si è allontanato, poi è tornato con passo deciso (risolutissimo!) e guardandomi dritto negli occhi con una fierezza degna di un animale selvatico mi ha "colpito" in fronte con l'indice e se ne è andato via, verso gli altri bambini. Senza dire niente e senza più voltarsi.

Quella risolutezza, quel gesto e quel dito usato come un'arma mi hanno lasciato senza parole, consapevole di essere stato ucciso, seppur simbolicamente. Come in un flash mi sono apparse le immagini di Candida, quando Marchbanks le svela che sta usando l'attizzatoio come un'arma a separarla da lui, ho cioè ricondotto d'istinto una scena sconosciuta a un qualcosa di familiare. Ma non eravamo in una commedia di Shaw, ero ella mia vita ed ero senza parole.

Ecco, lì mi sono sentito un po' vecchio, lì ho percepito che tra me e mio figlio era iniziata una nuova era. Lì sono stato fiero e orgoglioso di lui. Lì ho anche capito che, in qualche modo ha iniziato a fare i conti con il suo complesso edipico.

Samuele ha quasi tre anni e mezza, è tecnicamente nella "seconda infanzia", quella in cui iniziano i percorsi edipici.
Freud pubblica i primi riferimenti al complesso di Edipo (secondo la mitologia greca Edipo uccise, senza saperlo, suo padre e sposò, senza saperlo, sua madre) nell'Interpretazione dei sogni, (anno 1900). In realtà i primi accenni risalgono addirittura al 1897: in un carteggio privato Freud ne rivelava l'idea a seguito di un'autoanalisi condotta dopo la morte del padre. Freud ritorna successivamente a rielaborare la teoria, in particolare relativamente al complesso edipico nella bambina.

Per Freud è un complesso filogenetico (cioè universale) e secondo alcune ipotesi l'incesto è socialmente considerato un delitto "non già per nozioni eugenetiche sulla labilità costituzionale della prole dei consanguinei, bensì per la presenza di questa tappa generale costante nello sviluppo della personalità, rappresentata dal superamento della fase edipica, allorché il bambino impara a rinunciare ad avere la madre tutta per sé, accettando e facendo propria la limitazione imposta dal padre" (Canestrari).

Ma cosa significa esattamente "complesso di Edipo"?
È il triangolo la figura di riferimento. Il bambino è attratto dalla madre, ma il totale possesso della madre è impedito dalla presenza del padre. Padre e madre sono legati fra di loro e per il bambino l'unica via di successo è la "distruzione" del rivale. Il rivale è però forte, è importante e in qualche modo ammirato. Il padre è un rivale ma è anche un modello che ispira e detta le regole diventando una figura di identificazione. Il padre entra - letteralmente - a far parte della personalità del figlio che dovrà affrancarsene operando una fagocitazione e una "distruzione" simbolica per superarne la dipendenza.
Superare questa fase significa crescere, poter ri-amare il padre, poter limitare i desideri di possesso assoluto della madre; ma si tratta di una lotta sfiancante (seppur naturale per ogni bambino) che coinvolge sentimenti, pulsioni e sensi di colpa.
Troppo tecnica forse la nozione di pre-edipico, ma è giusto citarla, così come accennare al fatto che esiste anche la visione di Melanie Klein.

Perché mi è venuto in mente il complesso di Edipo? Per 2 motivi:

  1. si tratta di un episodio di "superamento" del padre
  2. il superamento è avvenuto con una firma propria, personale, individuale

Periodo ricco di sorprese questo (e di stimoli per noi), la spiccata tendenza all'elaborazione grafica di Samuele (lettere, numeri, disegni) sta letteralmente esplodendo in queste ultime settimane, da qualche giorno noi dettiamo le parole facendo spelling e lui scrive. La scuola materna evidentemente lo aiuta ma a me piace pensare che ci sia dell'altro. E di nuovo sul distacco mi viene da puntare, sull'autonomia.

Non c'è solo la teoria classica per tentare di comprendere le dinamiche dell'attaccamento e dell'autonomia...

Winnicott lancia una suggestione che ho sempre trovato molto intrigante: "Propongo come idea, per discuterne il valore, la tesi che per il gioco creativo e per l'esperienza culturale, fino ai suoi sviluppi più sofisticati, la posizione è lo spazio potenziale tra il bambino e la madre". Winnicott spiega che il bambino può diventare autonomo solo se la madre è disponibile a lasciarlo andare, e che lo spazio potenziale (popolato dal gioco prima e dalla cultura poi) è tanto più esteso quanto più il bambino ritiene la madre "attendibile", quando cioè il bambino è sicuro dell'amore che la madre ha per lui. Il distacco diventa allora uno spazio da riempire con la creatività.
"La prima necessità [...] è di proteggere il rapporto bambino-madre e bambino-genitore nella prima fase dello sviluppo di ciascun bambino, maschio o femmina, così che possa verificarsi l'esistenza dello spazio potenziale in cui grazie alla fiducia il bambino è in grado di giocare creativamente".

Con quel dito, usato come una lancia, mio figlio mi ha tirato una stoccata dal valore simbolico devastante. Mi ha fatto capire che lotta per crescere, e che ogni giorno fatica per diventare più grande, una fatica di cui io sono parte e che (non troppo di riflesso) anche a me tocca fare per rimanere al passo con lui.

Sta dicendo invece a Paola (a lei in particolare) che sente tutta la potenza del suo amore per lui e lo dice disegnando, e disegnando sorride.

lunedì 26 settembre 2011

Little alien

Questo post è in qualche modo off topic, non si parla di mio figlio. Si parla però (in qualche modo) del suo papà

Io al MomCamp 2011: un papà in mezzo a un mammodromo colorato, I'm a little alien, sì, non capivo se ero un pesce fuor d'acqua o nel bel mezzo del mio elemento naturale.

A pochi passi dal luogo del raduno ho cominciato a sentire un po' l'emozione, lo confesso. Tanta gente, sorrisi, la proverbiale paura adolescenziale di essere impacciati.

Mi son piaciute l'energia e la solarità di chi c'era.

Vista coi miei occhi quest'esperienza mi ha sorpreso. Il mondo dei genitori blogger mi piace moltissimo perché trovo persone che sanno scrivere bene e la cantano giusta. Eserci di persona mi ha fatto toccare con mano le cose in comune: voglia, forza, entusiasmo, determinazione.

Il giorno dopo leggo tanto entusiasmo nei blog di chi ha partecipato, leggo anche quelche post che sa di occasione mancata.

Perché? È questa benedetta determinazione delle donne che - secondo me - dipinge i resoconti ombrosi, quella determinazione che ha fatto sì che moltissime (uso il femminile perché tanto l'unica declinazione maschile tra le relazioni era la mia) mamme abbiano interpretato il tema ("il futuro delle mamme online e non solo") come ipotesi di un futuro professionale tracciato grazie all'attività di blogger. Molte già lo fanno del resto. Il tema in sé però non comportava in maniera automatica questa strada. Di fronte a un tema aperto il senso di insoddisfazione è frutto della determinazione a proseguire un'attività che - evidentemente - entusiasma e che molte vogliono scegliere come mestiere. Quasi una ricerca di indicazioni più pratiche, più operative; quasi come se il tema del MomCamp fosse già stato superato con un balzo: noi sappiamo quale futuro vogliamo, aiutateci a costruirlo. Ben più di un interrogarsi sul futuro!

Lancio l'idea per il prossimo passo: workshop?

Alcuni degli interventi mi hanno fatto risuonare qualcosa, altri meno. Ciò che però mi ha fatto risuonare l'anima al completo sono state le persone. Un po' pesce fuor d'acqua lo ero (le mamme online giustamente rivendicano un'identità di genere che nel quotidiano è difficile da esercitare, a partire dai congedi per maternità) ma rimanere in posizione defilata mi ha lasciato il tempo per sentire le cose e percepirne la bellezza.

C'è un piccolo movimento, c'è un'epoca che ha un nuovo protagonista, c'è una tecnologia che è stata interpretata al meglio. Spero solo che all'inevitabile incontro con le aziende i protagonisti di questo movimento arrivino preparati, solidi e tenaci. Le aziende dal canto loro  hanno ancora tanta strada da fare, quelli del marketing, quelli della comunicazione, gli amministratori delegati... Chissà che non si possa ipotizzare un MomCamp 2012 in cui le aziende vengono a chiedere cosa e come vogliamo i prodotti.

Mi sento di dover ringraziare col cuore chi ha organizzato il tutto, chi c'era e chi ha dispensato sorrisi. Io per parte mia, tanto a mio agio con un microfono in mano, tanto prudente senza, ho vissuto una bella giornata e spero che tutta quell'energia si trasformi in forza. Una forza che andrà a beneficio sia di chi non c'era ma è comunque parte del gioco, sia di tutti gli altri. Un'organizzazione sociale che consideri la maternità un fatto sano e reale della vita è un miglioramento per tutti, nessuno escluso.

Essere l'unico maschio relatore (ma non l'unico partecipante registrato), essere un'anomalia, è stato un piacere, ma al di là dei dati oggettivi che mi vogliono quale altra metà del cielo, io c'ero perché mi sento parte di una categoria più ampia, che è quella dei genitori che si affidano alla rete per parlare, condividere e confrontarsi.

venerdì 16 settembre 2011

La parte migliore di noi

Ci fa piacere quando ci assomigliano, i figli, ma personalmente credo sia ancora più bello quando fanno vibrare la prte più bella di noi.

Alcune sere fa Samu, dopo aver mangiato poco a cena, prima di andare a letto ha cominciato a ripetere che aveva fame. Dopo un po' ho cominciato a essere perentorio sul "no", al che lui ha - giustamente - chiesto il perché. La mia risposta è stata d'istinto una roba del tipo: "Perché questa è la regola, si mangia a cena". Non l'avessi mai fatto...

Il piccino ha attuato una strategia degna del miglior avvocato. Ha dapprima deviato chiedendo chi avesse creato questa regola, alla mia risposta che la regola l'avevamo creata noi (noi persone), mi ha seccato dicendo testualmente: "Ma la fame non rispetta le regole che facciamo noi".

D'un tratto questa cosa mi ha riportato alla luce tutte le lotte contro le convenzioni fatte da adolescente e mi ha messo di fronte il semplicissimo dato di fatto che sì, è bene mangiare quando si ha fame.

A quel paese dunque le regole del galateo che invano si tentò d'impormi a suon di "Stare a tavola anche quando non si ha fame è segno di buona educazione", al diavolo la buona creanza, evviva la sincerità: quella semplicità che è la parte migliore di noi.

Per la cronaca si rinunciò presto a darmi un'impronta di maniere civili, son sempre stato più consono al comportarmi come un animale.

Quel che succederà tra me e mio figlio - ho sempre sognato di poterlo dire!!! - presto su queste pagine.

venerdì 9 settembre 2011

Quel gran progetto dell'Ufficio Mensa...

Ieri riunione preliminare dei genitori in vista dell'ingresso alla scuola materna. La lettera di convocazione riportava con chiarezza la richiesta di non portare i bambini. Ovviamente qualcuno ha ben pensato di portarli (magari non aveva nessuno cui lasciarli) ma doverli tenere lì nella stanza di una riunione... Insomma, un casino micidiale. Non si capiva ua pippa.

A un certo punto una delle maestre dice: "Alle 9:30 è prevista la merenda, volevo informarvi sul progetto che abbiamo in essere da alcuni anni con l'Ufficio Mensa: niente merendine, solo frutta o yogurt". Sinceramente mi sarei aspettato di sentire una parola come "biologico" ma insomma, eravamo comunque ben impressionati tutti quanti. Poi dopo una breve pausa aggiunge, con una naturalezza straordinaria: "La frutta dovete portarla già lavata e tagliata, in un contenitore ad hoc".

È seguito lo sconcerto. Gente in bilico tra lo sbattere la testa nel muro, il ridere isterico o il diventare alcolista. Il menù lo decide l'Ufficio Mensa ma il cibo lo portano i genitori (ma a che serve pagare la mensa se non ad avere il cibo per i bambini?).

Complimenti all'Ufficio Mensa, che ha ben pensato di escludere la merenda dai pasti resi dal servizio mensa ma giustamente impone ai genitori di dare ai propri figli ciò che decide lui. E bravo il mio Ufficio Mensa, bello questo progetto, bravi davvero... Un po' come quelli che, quando chiedi che lavoro fanno, alzano gli occhi al cielo e dicono: "Io coordino gli altri che lavorano".

Sono ancora incredulo.

giovedì 8 settembre 2011

MomCamp & DaddyCamp

A Genova domenica 11 settembre ci sarà il DaddyCamp, a Milano il 24 si terrà il MomCamp. Iniziative decisamente diverse fra di loro ma che meritano ugualmente una segnalazione.

Sarò al MomCamp, per cui sto strutturando un piccolo intervento dal titolo "La fine dei mommy blog e i suoi antidoti: mamme a propulsione d'invidia e inevitabilità del raccontare".

Sono curioso ed emozionato. Mi stuzzica molto l'idea di un raduno con alcune delle blogger che apprezzo di più.

lunedì 29 agosto 2011

Il fascino del tempo è eterno

Prima delle vacanze ho portato Samu a far visita ai morti. A quelli che lo hanno preceduto e che ci hanno lasciato (grazie al cielo) qualcosa. Eravamo lì con un secolo di generazioni a portata di sguardo, lui mi chiedeva tutto: chi era questo, cosa aveva fatto quest'altra, in che posti aveva viaggiato quest'altro ancora. Per ognuno un ricordo o un aneddoto, per ognuno un aggettivo.

Sarà che ho appena fatto il mio ingresso negli "anta" ma mi fa un certo effetto pensare che anche io sarò vecchio, pazzesco pensare addirittura a mio figlio vecchio, con le rughe, incanutito...

Eppure il tempo che passa ha il suo fascino, ed è il caso di dire che è un fascino eterno.

Pensare a Samu non solo come a figlio mio e di Paola ma anche come al prodotto di un mescolarsi di genìe, influenze, caratteri ereditari mi fa capire quanto sia complesso parlare di famiglia (ma anche di individuo). Siamo la cresta dell'onda corrente di un sommovimento d'acqua che dura da un'infinità. Siamo il tempo presente la cui direzione è figlia del tempo che fu.


Piaget legava la nozione di tempo nei bambini a quella dello spazio, o meglio a quella del movimento e della velocità. Se osservo me e Paola mi accorgo di quanto ci aiutiamo con i gesti o di quanto automaticamente scivoliamo nelle figure retoriche per spiegare il tempo. Eh sì, forse è un po' difficile anche per noi.

Samu dimostra da diversi mesi di avere voglia di capirci qualcosa, ci chiede spesso quando sarà domani ("Prima si dorme?" chiede in relazione a qualcosa che avverrà il giorno dopo) e avolte, dopo aver dormito il pomeriggio, guarda stupito il cielo che rimanda agli inequivocabili segni della sera. A volte mi dice: "Papà, sai che quando tu eri piccolo io ho visto un treno tutto rosso...", come a dimostrare uno sforzo continuo di padroneggiare il tempo.

Ma è proprio il passare del tempo che ci ha permesso, durante queste splendide vacanze, di essere più famiglia rispetto al semplice fatto di vedersi nel tardo pomeriggio, cenare e prepararci per la nanna. È il tempo necessario ad aprirsi quello che ci ha regalato la vacanza, un periodo in cui siamo stati assieme tutti e tre 24 ore su 24; finalmente.

Aprirsi alla confessione di paure - forse ataviche - come quella di dirsi: "Ma se arrivasse qualcuno che dicesse di essere lui genitore di Samuele? Come potremmo dimostrarlo senza l'esame del DNA?" e scoprire che il pensiero è comune e che la paura è condivisa. Come il tempo.

giovedì 7 luglio 2011

Timido o Malpelo?

"Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo", ovvero del pericolo della profezia che si autoavvera...

"Quando incontra i bambini è troppo timido, ha bisogno di stare di più con i bambini" - "Non è troppo timido, è ok così, sta coi bambini tutti i giorni al nido ed è inserito alla perfezione nel gruppo" - "Non riesce a inserirsi abbastanza bene tra i bimbi" - "Ha semplicemente bisogno di conoscere un po' le persone per aprirsi" - "Sta troppo con gli adulti" - "Ma se quando non ti caga per stare con qualche bambino non fai altro che lamentarti!" - "Sì ma non lega abbastanza" - "Non è vero, ha semplicemente i suoi tempi, è segno che ha personalità".

Potrei continuare per ore e schermate di blog. Si tratta della drammatizzazione di una discussione-tipo fra me e Paola. Io sono un timido, uno che per scavalcare la timidezza nei rapporti si è messo a lavorare in tv, in radio e sui palchi degli spettacoli. Lei è una che fronteggia la (naturale) timidezza con la forza e la competenza, oltre che - accidenti a chi può - con il sorriso della sua belleza. L'altro, il piccino, è Samuele.

Timido? Non timido? Mai come nella valutazione dei bambini gli adulti-genitori proiettano il proprio vissuto, si tratta di una proiezione spesso involontaria contaminata non di rado dall'agonismo delle discussioni, con la sua connaturata necessità di prevalere sull'avversario della disputa (verbale ma anche più ampia perché può riguardare il possesso del timone nell'educazione dei figli). Si incrociano meccanismi di difesa, in-group e out-group anche nel valutare il modo in cui altri adulti educano i bambini; inoltre è frequente l'attribuzione di caratteristiche negative sugli adulti, a partire dal fatto che i relativi figli non si comportano nel modo in cui il giudicante ritiene che si debbano comportare.

Frequente anche la rabbiosa considerazione - quasi un'imprecazione sorda - che per "raddrizzare" certi manigoldi, sarebbe stato necessario picchiarli da piccoli e perché no, riempire di botte anche i loro genitori.

Insomma, l'educazione è centrale nella vita perché anche se non tutti lo ammettiamo, è una delle variabili attraverso cui ci formiamo idee e opinioni sul mondo. Detto in soldoni: è un casino superincasinato di casini.

Alcuni manualetti di pedagogia avvertono che uno degli errori che risultano più frequenti in educazione è il pensare che "Se tutti avessero ricevuto l'educazione che ho ricevuto io allora sì che sarebbero persone equilibrate". Questo è già un giudizio sugli altri! Ed è proprio il solito concetto, la nozione dell'alterità, che può risultare utile per ripulire un po' lo sguardo, a partire dal modo in cui guardiamo i nostri figli.

Uno dei meccanismi centrali in questo ravanare di casini è proprio la proiezione. La proiezione è un meccanismo di difesa in cui si investe l'altro (persona, animale, oggetto) con proprie ansie o conflitti. Ecco un classico esempio da letteratura: “Un tale che aveva mal di denti incontrò un altro che stava urlando a squarciagola e gli chiese che cosa avesse; e quando il poveretto gli rispose che una vipera l’aveva morso, osservò: credevo che ti facesse male un dente!”.

L'equilibrio fra timidezza e socializzazione è sempre in bilico anche fra gli adulti. Si pensi a quando si viene invitati in un gruppo di persone che si conoscono bene fra di loro mentre noi non conosciamo nessuno. Anche se si ostenta tranquillità e "ridancianeria", si è sempre un po' più tesi del normale. Assieme ai nostri amici siamo in grado di attraversare una stanza senza preoccuparci di dove mettiamo i piedi. Con un gruppo di sconosciuti stiamo attenti al pericolo di inciampare di fronte a tutti. I rapporti sociali sono il terreno fertile per proiettare le proprie ansie. Ecco allora che un genitore che non viva bene la propria timidezza potrà essere portato a sottolineare come difetto un normale imbarazzo del proprio figlio o a indulgere in maniera eccessiva di fronte a comportamenti al limite del patologico.

La timidezza è quasi sempre legata alla paura del giudizio altrui. È preoccupante quando impedisce il contatto con gli altri o la normale vita di relazione. Timidezza è spesso sinonimo di forte sensibilità che si traduce nel bambino in un senso di vulnerabilità. La timidezza è un modo per difendersi a cui si reagisce con l'impaccio o con aggressività e opposizione (anche i cosiddetti bambini oppositivi possono avere il proprio mopndo interiore da difendere dagli altri, e lo fanno spostando l'attenzione su un territorio in cui si sentono meno minacciati: meglio una punizione che aprire la propria anima).

Se un genitore non comprende che la timidezza è qualcosa di universale i cui fondamenti sono paure condivise da tutte le persone, non potrà mai scendere sul terreno emotivo del proprio figlio. È necessario ri-conoscere le proprie paure, comprendere (prendere con sé) le paure dei bimbi e rassicurarli.

Una delle cose peggiori che si possono fare è raccontare ad altri (in presenza del bambino) i propri dubbi sull'eccessiva timidezza del proprio figlio: si sentirà giudicato e problematico. Attenzione, è davvero deleterio, i bambini vengono incasellati col rischio della deriva-Malpelo.

È difficile ma per fare tutto questo bisogna limitare sé stessi e guardarsi con occhio critico.

Ieri sera Samuele ha giocato con alcuni bambini mai visti prima. Non solo ci ha giocato ma ha inventato uno stratagemma per sbloccare la situazione (si guardavano tutti mangiando un gelato e non c'era nessuno che avviava l'interazione): ha tirato fuori dalla borsa - dal cilindro mi verrebbe da dire - i suoi trenini Thomas e come per magia tutti si sono messi a giocare come fossero vecchi amici. Anche gli altri avevano una borsa coi giochi e dopo pochi minuti c'era il "comunismo dei giocattoli" e dei sorrisi.

Tornando a casa io e Paola ci siamo isolati, ognuno ripensando alla percezione che ha della presunta timidezza di Samu, realizzando - credo - che non è nemmeno timido, è semplicemente un bambino riflessivo.

giovedì 23 giugno 2011

Ok le regole. Ma le emozioni?

Ieri sera avevo voglia di musica a palla. Samuele giocava coi trenini sul tavolo, io lo guardavo in piedi e Paola era seduta. La musica era alta. Paola mi dice: “Ma hai freddo?”, io: “No, è l’emozione della musica”. Mi sono accorto che mentre lo dicevo stavo guardando lui e non lei, e lui mi guardava.

Di fronte al fatto che un bambino non ha tutte le menate degli adulti e si scaccola quando ha voglia di scaccolarsi, mangia con le mani, imbratta con leggerezza la maglina bianca appena indossata, noi adulti siamo portati a pensare che impartire delle regole sia necessario. Anche io la penso così. Le regole servono ai nostri figli, sono limiti, convenzioni, codici, copioni, che danno sicurezza ai bambini e comunicano il fatto che esse fanno parte della normalità.
Poi succede che la relazione fra grandi e piccoli sia molto più complessa e premiamo sul pedale delle regole quando la frustrazione di non capire o non saper gestire (termine brutto se si parla di persone) i comportamenti dei nostri figli ci mandano fuori di testa. Quando ci sentiamo illuminati siamo addirittura in grado di fungere da buon esempio sia per il rispetto delle regole, sia per la condivisione dei valori.

La realtà però è altra ed è spesso difficile da comprendere al meglio.

Ok le regole. Ma – per esempio – le emozioni? Come e quanto, dove e quando sappiamo far crescere i nostri figli anche sotto il profilo emotivo? Una buona scusa è sentirsi convinti del fatto che “queste cose non si possono insegnare” o addirittura sancire che “le emozioni è bene che ognuno impari a viverle da solo, sennò si rischia di perdere una parte importante della crescita personale, chi pretende di insegnare le emozioni vuole che i propri figli siano bamboccioni che non ragionano con la propria testa”.

La verità è (umilmente credo) che affiancare (è questo il termine esatto per una figura che stia educando) qualcuno nella propria crescita emotiva è terribilmente faticoso. Lo è perché impegna, lo è perché mette in gioco, lo è perché noi adulti abbiamo spesso un rapporto conflittuale con la sfera emotiva nel suo insieme, se è vero che qualcuno ha dovuto inventarsi l’esistenza di una “parte femminile dei maschi” per l’impossibilità di dire in italiano che gli uomini provano dolore, paura, gioia.

Come fare quindi? Come posso stare vicino a Samuele nella sua crescita emotiva? Non ho certo soluzioni, però inizio con il pensarci su, qualcosa verrà fuori…

Intanto la questione nazionale dei referendum: qualche genio ha detto che il voto è stato influenzato dall’onda emotiva dovuta al disastro nucleare giapponese. Niente di più cavernicolesco di considerare ancora (siamo nel 2011!!!) pensiero logico razionale e sfera emotiva come separati (con una immotivabile superiorità del pensiero logico razionale). Si può dire anzi che mai come in questo caso l’emozione ha illuminato il pensiero razionale sul fatto che i rischi ci sono. Cazzo, l’onda emotiva è stata proprio una cosa bella e sana!

Poi la questione dell’autostima, di come l’attaccamento genitori-figli sia determinante nella percezione di sé. Come un rapporto aperto e “amoroso” faccia crescere bambini equilibrati in grado di affrontare la vita, e come uno stile di attaccamento censorio o insicuro abbia ripercussioni negative sul modo di essere dei futuri adulti. Dallo stile di attaccamento (che in soldoni significa sapere che i nostri genitori ci amano) possono derivare sensi di colpa, anaffettività, sfiducia, ansia...

Negli altri ci rispecchiamo e i nostri figli hanno in noi un’immagine di loro stessi, se li amiamo impareranno ad amarsi perché le emozioni che esprimiamo si riflettono su di loro e risuonano fino a influenzare il loro stato d’animo. Se scarichiamo rabbia e frustrazione attiveremo stati d’animo corrispondenti. Attenzione però: anche noi abbiamo un’immagine di noi stessi attraverso di loro.

E quindi Samuele cosa ha da dirmi a proposito di me?

Specchiarmi in lui mi sovrasta, ha uno spettro emotivo decisamente più ampio del mio. Questo mi fa riflettere su quanto la vita rischi di incancrenirmi e di rendermi solo una persona che lavora, paga (o tenta di pagare) conti, tasse e bollette per poi dormire ed essere di nuovo al lavoro l’indomani. Questo non è un genitore,  non è nemmeno un essere umano. Per quanto mi riguarda non è neppure un organismo biologico. È un cyber-scrondo.
Allora lo osservo, cerco di guardare il mondo coi suoi occhi, di far battere il mio cuore in risonanza col suo. Lui dal canto suo sa bene come farmi emozionare (sa bene anche come farmi incazzare quel batuffolo!), gli basta uno sguardo, una parola.

Ma a che cosa servono le emozioni? Ed è sufficiente parlare di emozioni?

Per tutti è d’obbligo citare Goleman con i suoi lavori sull’intelligenza emotiva, saggi che al piglio divulgativo uniscono una documentazione accurata. Libri da leggere e rileggere, che possono “aprire un mondo”. Non sarebbe male, anche per curiosità, riuscire a trovare “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali” (1872) a firma nientepopodimenoche di mr. Darwin, il quale si avvalse della collaborazione di diverse decine di antropologi e studiosi in varie parti del mondo per corroborare l’ipotesi secondo cui esistono emozioni universali (Darwin descrisse una serie di espressioni facciali rilevate in Europa e associate a particolari emozioni: “Lo stupore viene dimostrato  spalancando gli occhi e la bocca e tenendo sollevate le sopracciglia”) condivise ovunque sulla Terra.

Nel corso dei decenni psicologi e psicofisiologi hanno dibattuto a lungo sul che cosa fossero le emozioni. Non c’era però una chiara distinzione tra emozioni, stati d’animo e sentimenti.
Su che cosa sia l’emozione le teorie sono tante, a partire da quella di James-Lange (William James, psicologo e Carl Lange, fisiologo) che a fine Ottocento conclusero che le emozioni dovessero avere una componente fisica. Interessanti le ipotesi di Scachter e Singer che all’inizio degli anni Sessanta elaborarono un modello detto “teoria del juke box” che prevedeva la sequenza: stimolo-attivazione generalizzata-valore cognitivo-emozione. La teoria prevedeva che a fronte di un’attivazione fisiologica fosse la componente cognitiva a determinare il “segno” dell’emozione.
Nel decennio successivo dominò la scena la teoria di Solomon e Corbit (teoria del processo in opposizione) secondo cui l’organismo produce sempre risposte emozionali opposte (la paura e il sollievo ad esempio); l’emozione in opposizione ha un’attivazione più lenta e ha la funzione di smorzare la risposta primaria per evitare sovraccarichi. In questo caso l’emozione “B” avrebbe anche il compito di preservare l’organismo e la specie perché emozioni troppo forti possono essere debilitanti o interferire con l’apprendimento di nuove informazioni.

Anche grazie ai contributi di Le Doux (“Il cervello emotivo” del 1998 è una gran lettura) si può definitivamente concordare (era l’ora dopo un secolo di teorie!) che le emozioni siano una componente fisiologica arcaica, primitiva, animalesca.

Sulla questione delle emozioni di base, se è universalmente condiviso il fatto che esistano, è difficile orientarsi.  Watson nel 1924 individua tre emozioni presenti già a livello neonatale: paura, ira e amore. Nel 1932 la Bridges classifica una serie di emozioni differenziate e complesse già all’età di due anni, a partire da uno stato di eccitazione indifferenziata proprio del neonato nei primi giorni di vita; secondo la sua teoria quasi tutti gli schemi di comportamento emotivo dell’adulto sono evoluzioni di queste emozioni “di base”. Schlosberg nel 1952 in una ricerca sulle espressioni facciali delle emozioni elabora uno schema che si estende lungo una doppia dimensione: piacevolezza/spiacevolezza, interesse/rifiuto; lo schema ricomprende all’interno di questi assi, qualsiasi emozione. Plutchick negli anni Ottanta determina 8 emozioni primarie (amore, ottimismo, aggressività, disprezzo, rimorso, delusione, spavento, sottomissione) e 8 emozioni che derivano dall’associazione di coppie di emozioni primarie. È del 1992 il lavoro di Paul Ekman in cui si individuano 6 emozioni di base (gioia, sofferenza, rabbia, paura, sorpresa, disgusto). Nel 2004 Evans definisce le “reazioni emotive di base”: paura, collera, dolore, gioia.

Personalmente opto per Ekman.

Insomma, l’emozione è innanzitutto del corpo, parte da una “scossa” fisica e solo successivamente viene interpretata sulla base di ricordi, situazioni contingenti, stati d’animo ecc. L’emozione ha una componente fisiologica ma anche corporea e facciale (Leone Augusto Rosa in “Espressione e mimica” divide il viso in 8 parti simmetriche, disposte 4 a 4 e indica un grado zero le cui deviazioni corrispondono all’espressione degli “affetti fondamentali”).

Utilissimo per capire questo mondo e avere dei solidi strumenti per interpretare (e per agire) il contributo di Dario Ianes “Educare all’affettività” che schematizza il quadro emotivo:
  • Stimoli scatenanti
  • Emozioni di base (sono a livello fisiologico e spesso “travolgono”)
  • Stati d’animo (modalità affettive stabili, durature, complesse. Sono gli umori generali come l’essere di indole allegra, scontrosa, ottimista, pessimista ecc.)
  • Sentimenti e passioni (valori, motivazioni, desideri, sogni, speranze)
  • Atteggiamenti grovigli di opinioni, stereotipi, pregiudizi, una sorta di occhiali – a loro modo deformanti - con cui guardare il mondo)
  • Opinioni (livello più teorico che reale che comprende opinioni e giudizi formulati almeno apparentemente per via razionale)
Si va a delineare quindi il campo dell’educazione emotiva, un campo vasto e complesso che ci chiama in gioco. Si tratta di un gioco che non può vederci spettatori, esserci è troppo importante per i nostri bimbi e per noi: l’intelligenza emotiva è “la capacità di conoscere le emozioni, di orientarle, di interagire con altri in modi efficaci. Non è soltanto una questione di temperamento ma anche di apprendimento. Un bambino impulsivo con buona capacità emotiva riesce a controllarsi meglio di quanto non riesca un bambino altrettanto impulsivo ma con un basso livello di competenza emotiva. Un bambino timido con un buon livello di comprensione emotiva impara strategie che lo rendono man mano più sicuro nei rapporti con gli altri. Chi non sviluppa l’intelligenza emotiva rischia di confondere le proprie emozioni con quelle degli altri, di pretendere l’impossibile, di avere scarsa tolleranza alle frustrazioni,  di offendersi per un nonnulla […] Una scarsa alfabetizzazione emotiva rende anche più difficile tollerare i segni del disagio negli altri e favorisce la tendenza a fuggire di fronte alla manifestazione delle emozioni altrui” (A. Oliverio Ferraris).

È necessario fornire ai bambini gli strumenti per cogliere e gestire emozioni, stati d’animo e sentimenti. Un primo passo può essere riconoscere in noi stessi il ruolo che hanno emozioni come la rabbia. Mi sono spesso trovato a rendermi conto che con Samuele in macchina non posso mandare a quel paese gli automobilisti che (faccio un esempio) svoltano senza metter la freccia. Cosa sto comunicando a mio figlio in quel momento? A posteriori mi vergogno di me ma lì sono preda di un’emozione, di pensieri “tossici” e mi trovo a esser convinto che tutti dovrebbero guidare esattamente come guido io e allora sì che le strade sarebbero dei bei luoghi… Questi pensieri sono ciò che Mario Di Pietro chiama “doverizzazioni” e sono errati. Al volante pensieri, pregiudizi ed emozioni si danno man forte e troppo spesso io non li governo. Sono vittima di una spirale che si autogiustifica. Ecco, se io imparo a riconoscere questa deriva, a controllarla e a non esserne vittima, allora ho acquisito un bel po’ di intelligenza emotiva.

L’esempio della guida è fortemente paradigmatico: magari al mattino si è in ritardo e questo ci agita, il comportamento degli altri al volante lo prendiamo come un affronto personale, i ragionamenti che facciamo paiono darci l’ok all’incazzatura, alla fine perdiamo il controllo e scarichiamo la rabbia sul primo malcapitato mandandolo affanculo.

Se io riconosco nelle persone che mi circondano segnali emotivi, indizi o pensieri “tossici” (“non me ne va mai bene una”, “non valgo nulla”, “non tollero che”, “è terribile”…) e se provo ad avvicinarmi, allora ho fatto ancora un passo.

Se scorgo i segnali lessicali tipici dei pensieri tossici (“che cosa stupida ha fatto quello stupido lì!”) e tento di chiamare le cose con il loro nome, allora ho fatto ancora un passo.

Se mi avvicino a mio figlio e tento di comprendere il suo stato d’animo, aiutandolo a dargli un nome, allora lo aiuto ad accrescere la sua solidità emotiva.
Questa solidità lo aiuta a fidarsi dei suoi sentimenti, a gestirli e a riconoscerli negli altri.
Sempre Ianes viene in aiuto con uno schema d’azione:
  • Osservare, osservare, osservare i segni affettivi
  • Allearsi con il vissuto affettivo, dare ascolto empatico
  • Dare un nome ai vissuti emotivi (anche per questo il dilungarsi su cosa siano le emozioni gli stsi d’animo ecc.)
  • Elaborare strategie d’azione

Le esperienze che ha fatto al nido sono state straordinariamente utili per Samuele. In casa non sempre c’è spazio e modo di far casino con la farina, l’acqua o lo zucchero. Al nido sì. A casa non c’è la possibilità di avere un’area per le attività psicomotorie che al nido lo hanno introdotto alle gioie del movimento libero e all’espressione di tutto ciò che il suo corpo porta con sé. Esperienze, non regole. Esperienze straordinarie anche perché fatte in gruppo: “l’intelligenza sociale è fondamentale per la vita di relazione. Essa comprende un insieme di abilità come: la capacità di capire le persone, tenere separati i propri sentimenti, desideri o aspirazioni da quelli degli altri, comprendere situazioni diverse, sapersi destreggiare in contesti sociali difformi, imparare le regole della vita di gruppo cogliendone pregi e limiti, sviluppare relazioni, scambi comunicativi e strategie di interazione efficaci e differenziate. Queste abilità si sviluppano attraverso l’esercizio attivo” (A. Oliverio Ferraris).

Vedere ciò che fanno le maestre mi migliora anche come genitore. Se invece di chiudermi e pensare che “io sono il padre e non sbaglio mai”, guardo con umiltà quella che è un’alterità (il modo di educare delle maestre) e cerco di rivedere i miei modi in senso critico, allora ho fatto ancora un passo.

Ieri sera dopo cena abbiamo guardato le foto che le fantastiche maestre del nido hanno raccolto in questi due anni di frequenza. Samuele letteralmente non si teneva dall’emozione e saltava scomposto, batteva le mani, rotolava e tamburellava con forza sulle gambe di mamma Paola. Se invece di capire la sua emozione avessi guardato solo il fatto che quel comportamento era un oggettivo disturbo, cosa avrei fatto alla sensibilità emotiva di mio figlio?

Ecco, sono argomenti complessi ma a volte basta poco per fare la cosa giusta, basta lasciarsi andare e farsi contagiare dalle emozioni. È utile e bello.

venerdì 10 giugno 2011

La casa magica - quattro raccontini scritti per mio figlio

Hai mai sentito parlare di magie? Di maghi? Di maghe? Di incantesimi e misteri? E… della casa magica?
Tutto cominciò con una bicicletta… e finì proprio con una bicicletta, anzi, un monociclo…


FILOPPO
Anche se non ne aveva mai posseduta una, Filoppo era appassionatissimo di biciclette, aveva una maglia con una bicicletta, un bicchiere con una bicicletta e dormiva con una coperta che aveva un grande ricamo a forma di bicicletta.

Per addormentarsi chiudeva gli occhi e contava le biciclette… Una notte di luna piena, sognando come al solito un mondo fatto di biciclette, parlò nel sonno e disse: “Voglio una biciclettaaa…”.

Al mattino, dopo tanto cercare e tanto sperare, il suo sogno si avverò: mentre stava tagliando l’erba di un campo, sentì la falce sbattere contro qualcosa di duro, durissimo, così duro che tutto il braccio cominciò a tremare; prese un bastone per far luce su quell’oggetto misterioso e… meraviglia delle meraviglie… una bicicletta! Sì, una vera bicicletta! I suoi occhi si illuminarono e cominciò a sudare dall’emozione. Finalmente anche a lui la fortuna aveva fatto un regalo: possedeva una bicicletta.

Ecco… non è che fosse proprio una bella bicicletta, era vecchia, arrugginita e ammaccata un po’ ovunque ma era una bicicletta, e questo bastava!

Filoppo tagliò con cura tutta l’erba intorno, alzò la bicicletta e se la portò a casa.

La notte dormì in garage, abbracciato alla bici.

Il mattino dopo decise di iniziare a ripulirla ben bene ma non aveva attrezzi, gli mancavano cacciavite, martello, pinze, chiave inglese e carta vetrata.

Come fare?

Disperato cominciò a piangere e piangendo singhiozzava: “Ma perché, ma perché, ma perché non ho gli attrezzi per aggiustare la mia bici?”. All’ennesima, disperatissima lacrima, cominciò a grattarsi il naso. Grattava, grattava, grattava così tanto che gli venne uno starnuto enorme, un rumore così forte che fece cadere alcuni libri dallo scaffale.

Meraviglia delle meraviglie… dietro ai libri, c’era una scatola, una scatola mai vista prima. Era di color arancione e Filoppo si alzò e corse subito a prenderla.

Era pesante e dal rumore che faceva doveva certamente contenere dei ferri. La mise sul tavolo e aprì le due serrature bianche. Quando alzò il coperchio i suoi occhi iniziarono a sorridere: c’erano cacciavite, martello, pinze, chiave inglese, carta vetrata e addirittura pennelli e colori!

“Che bello - pensò - posso riparare la mia bicicletta e iniziare a pedalare!”.

Detto-fatto si mise al lavoro. Dopo sette giorni la sua bicicletta era pronta. Non aveva un casco e così si arrotolò un grosso asciugamano in testa, si mise la sua maglia con la bicicletta, bevve un sorso d’acqua e partì…

Iniziò a pedalare felice, così felice che ancora oggi, c’è qualcuno che racconta di averlo visto pedalare all’equatore, qualcuno che giura di averlo visto pedalare al polo Nord, qualcuno che è sicuro che stia pedalando nel deserto.

Quello che è certo è che Filoppo non tornò più nella sua casa e che visse felice e contento pedalando in qualche parte del mondo…


La casa dove aveva vissuto Filoppo rimase disabitata per molti anni, ma un giorno…

ESTRAGOLO
Aveva un nome assai strano: Estragolo, e gli piacevano tantissimissimo i libri. Gli piacevano così tanto che, un giorno, per inseguire una pagina portata via dal vento, iniziò a scalare le montagne, a scendere le valli e percorrere la pianura fino a ritrovarsi in un paesino attraversato da una ferrovia. In quel paesino, finalmente, riuscì a prendere la pagina che era volata via.

Alzò gli occhi e rimase così affascinato da quelle casette tutte colorate da decidere, in un solo secondo, che avrebbe vissuto lì.

Mise la pagina nel suo zaino e pensò: “Devo trovare una casa e cercare lavoro se voglio vivere qui”.

Allora cominciò a camminare e incontrò un vecchio signore a cui chiese: ”Avete un barbiere in questo posto? Io vorrei vivere qui e mi piacerebbe fare il barbiere”. “Eh no – disse il signore – abbiamo già un barbiere, e tutti gli vogliono bene, devi trovare un altro mestiere”.

Estragolo allora disse: “ Ma… un lattaio? Ce l’avete qui un lattaio?”. Il signore si gratto la barba e rispose:” Mio caro giovanotto, qui da noi abbiamo tutti una mucca e il lattaio proprio non ci serve”.

“Un imbianchino c’è?”. “Ce ne sono quattro – rispose il signore strabuzzando gli occhi – sono quattro fratelli che non fanno cadere mai una goccia di vernice!”.

“E allora cosa potrei fare?” chiese Estragolo sconsolato.

“Potresti alzare e abbassare le sbarre del passaggio a livello, qui da noi passa il treno ma non c’è nessuno che controlla le sbarre, prima o poi succederà un incidente se non troviamo un casellante”.

“Sììììì” esplose con gioia Estragolo, “Io sarò il vostro casellante! Ma… - agiunse – dove vivrò? Ci sono case libere?”. Il vecchio si grattò ancora la barba e disse: “C’è la casa di Filoppo, è quella laggiù, con il terrazzo viola, va un po’ ripulita ma è libera e sicuramente ha voglia di accogliere qualcuno”.

E così Estragolo si trasferì nella sua nuova dimora e iniziò a fare il casellante.

Il suo posto di lavoro era su un enorme seggiolone. Un seggiolone altissimo, così alto che poteva controllare tutta la valle e avvistare i treni in tempo per abbassare le sbarre del passaggio a livello. Estragolo rimaneva sul seggiolone da mattina a sera ed era contentissimo perché poteva leggere tutti i libri che voleva.

Passarono gli anni ed Estragolo diventò vecchio, così vecchio che non riusciva più a portare i libri nello zaino.

Una notte di luna piena sognò di essere al suo posto di lavoro sul seggiolone. Nel sogno non riusciva a salire gli scalini perché lo zaino con i libri era troppo pesante e si lamentava gridando: “Ohi-ohi, povero me, non ho più forza per portare i libri, bisognerebbe che i libri avessero le gambe per venire qui sul seggiolone”.

Al mattino dopo portò con sé solo un libriccino piccolo e leggero che stava tutto in una tasca. Mentre leggeva si accorse che stava passando un treno supervelocissimo e abbassò le sbarre più in fretta che poté. Nell’abbassare le sbarre però trascurò il libriccino che fu portato via dal vento e volò fino al treno. Che botta! Le pagine furono strappate in centomila pezzettini.

Ma… meraviglia delle meraviglie… una volta passato il treno e rialzate le sbarre, i pezzettini cominciarono a muoversi come se ballassero e alla fine delle danze si misero insieme formando tanti piccoli libri che… avevano le gambe!!!

Da quel giorno i libri iniziarono ad andare da soli su e giù per le scale del seggiolone. Al mattino seguivano Estragolo fino in cima al seggiolone e alla sera tornavano da soli nella libreria accanto al caminetto.

I libri con le gambe seguirono Estragolo per moltissimissimi anni, fino a quando passò di lì un treno-biblioteca ed Estragolo decise di salirci sopra per inseguire nuove avventure.

Nessuno lo vide più in paese ma ogni tanto arrivava una cartolina con i saluti da qualche stazione ferroviaria o da qualche biblioteca.


La casa che fu di Filoppo e poi di Estragolo rimase di nuovo disabitata finché…

BLAFUNIA
Dall’altra parte del mondo viveva una bambina che amava scavare. Quando le davano da mangiare un panino, prima scavava col dito un bel buco e solo dopo cominciava a mangiare. Metteva le dita nell’acqua per bucarla ma bucare l’acqua era difficile, scavava nel gelato, scavava la frittata, scavava i pomodori ma soprattutto scavava la terra.

Un giorno qualcuno, non si sa bene chi, le regalò un bellissimo badile, e per lei fu il più bel regalo del mondo…

Si mise a scavare, scavare, scavare per giorni e settimane. Attraversò rocce durissime, acqua, terra fredda, terra secca, terra umida e terra caldissima fino a quando dai suoi scavi spuntò il sole. Blafunia, che abitava dall’altra parte del mondo, aveva scavato fino a spuntare nel giardino della casa che fu prima di Filoppo e poi di Estragolo.

Uscì dalla terra così sporca che gli abitanti del paese la scambiarono per un verme gigantesco ed ebbero paura. Blafunia fu subito conquistata dalla bellezza di quel giardino e di quella casa. Vedendo che non c’era nessuno aprì la porta e andò a farsi la doccia. Alla sera, lavata e pulita di tutto punto, decise di uscire di casa per cercare qualcosa da mangiare. Quando uscì dalla porta sentì mille voci che dicevano tutte insieme “Oooooh…!”. Gli abitanti del paese, temendo di essere invasi dai vermi giganti, si erano rimpiattati dietro ai cespugli del giardino, pronti ad attaccare e mai si sarebbero aspettati di veder uscire una bambina – pulita e lavata – dalla porta della vecchia casa.

Per festeggiare Blafunia fu organizzata una festa e tutti mangiarono e ballarono fino a notte fonda.

Blafunia si trovava bene in quel paese, essendo bravissima a scavare, aiutava tutti i contadini, che per ringraziarla le facevano trovare sempre frutta, grano e verdura di fronte alla porta di casa.

Anche la casa era bella, addirittura il pavimento della camera aveva un piccolo buco tondo, grosso come il tubo di una stufa, che permetteva di guardare la cucina al piano di sotto. Al mattino si preparava latte e caffè, appena spento il fuoco tornava per qualche minuto nel letto, con le coperte ancora calde, per sentire il profumo della colazione che arrivava in camera passando dal buco nel pavimento.

Arrivò il giorno in cui fu deciso di scavare un grossissimo canale per annaffiare l’acqua dei campi e Blafunia fu invitata a dirigere i lavori.

Lavorava dall’alba al tramonto e arrivava a casa stanchissima.

In una notte di luna piena Blafunia fu svegliata da strani rumori. Dal buco sul pavimento vedeva una luce. Chi era? Chi era entrato in casa sua? Erano ladri? Cosa le avrebbero fatto?

Iniziò a tremare dalla paura, e tremava e sudava, e piangeva e pregava mentre sentiva alcuni passi salire le scale per venire al piano di sopra, quello della sua camera…

Impaurita e disperata cominciò a sussurrare: “Aiuto, aiuto, a-i-u-t-o, voglio cacciare i ladri, aiutatemiiii…”.

Meraviglia delle meraviglie… Blafunia iniziò ad avere caldo… ops: le sembrava che spuntassero dei peli sulle sue braccia, e le unghie poi, non le aveva mai avute così appuntite…

Non sentì più i passi dei ladri ma degli strani versi di animale, di topo! All’improvviso si sentì coraggiosa come un leone, uscì dal letto e si gettò per le scale alla rincorsa dei ladri ma trovò solo qualche topo che vedendola se le dette a gambe.

Si sentiva strana però e decise di guardarsi allo specchio. Ciò che vide la meravigliò così tanto che, dalla sorpresa si addormentò di colpo: si era trasformata in una gattona e capì che per una strana magia i ladri si erano trasformati in topi.

Quando si risvegliò Blafunia non era più una gatta, era di nuovo lei, Blafunia. Andò a lavorare e nel giro di poche settimane il canale per l’acqua fu completato. Il canale era così bello che dopo un po’ fu deciso di allungarlo fino a raggiungere il mare. A scavare fu chiamata Blafunia che, dopo avere completato i lavori, scavò un tronco, ne fece una barca, si mise in acqua e raggiunse il mare.

Secondo la leggenda Blafunia divenne un’esploratrice che navigò per i sette mari. Quello che è certo è che nessuno la vide mai più in paese.


E ancora una volta la casa che fu di Filoppo, di Estragolo e poi di Blafunia rimase disabitata per lungo tempo, fino a quando quel disgraziato di Gianfaldone andò a chiudercisi dentro…

GIANFALDONE
Gianfaldone era ricchissimo, così ricchissimo che aveva sempre paura di essere derubato. Viaggiava con una diligenza enorme tutta piena di denaro, chiusa con trentacinque lucchetti.

Quando passò dal paese e vide la casa disabitata decise di andarci a vivere e di metterci dentro tutto il suo denaro.

Per paura di essere derubato non usciva mai di casa. Aveva inventato un sistema per rimanere sempre chiuso in casa. Quando aveva fame chiamava il contadino, calava una corda con un cestino giù dalla finestra, ci metteva qualche soldo, e il contadino gli portava frutta, pane e verdura.

E quando aveva sete? Per la sete gli bastava allungare un secchio con il bastone fino alla fontana e il gioco era fatto: aveva l’acqua fresca.

Se aveva bisogno di una camicia nuova chiamava il sarto, gli tirava qualche soldo e il sarto gli spediva la camicia a bordo di un piccione viaggiatore.

Gianfaldone era proprio contento ma aveva sempre paura per i suoi soldi, “E se me li rubassero anche qui in casa?”. Decise allora di compiere un grande passo: decise di murare la porta.

“Adesso sì che mi sento sicuro” pensò Gianfaldone ammirando e rimirando il cemento che ostruiva la porta.

In una notte di luna piena non riusciva a prendere sonno e sentì una vocina che diceva “Apri la porta… apri la porta… apri la porta…”. Pensò di essere pazzo e la notte dopo si mise dei tappi nelle orecchie.

Lui non sentiva niente ma la casa, si proprio lei, la casa magica, quella che aveva esaudito le preghiere di Filoppo, Estragolo e Blafunia, continuò a implorare ogni notte: “Apri la porta… apri la porta… apri la porta…”.

Anche la pazienza delle case ha un limite e siccome non c’è peggior sordo di colui che non vuol sentire, la casa magica decise di vendicarsi.

Una mattina mentre il contadino stava per portare frutta, pane e verdura a Gianfaldone, tutto il paese cominciò a sentire uno strano rumore. Era un rumore veramente strano, a metà fra la ferraglia che canta, il flauto che suona e la palla che rimbalza.

Si fermarono tutti ad ascoltare. Gianfaldone aveva ancora i tappi nelle orecchie che si era messo per dormire e non sentire la vocina della casa, e iniziò a sbraitare contro il contadino che si era fermato ad ascoltare quello strano rumore che stava diventando un suono dolcissimo e irresistibile. Quando si accorse che il contadino e tutti gli altri abitanti del paese stavano andando in piazza, Gianfaldone si tolse i tappi dalle orecchie e anche lui fu rapito da quel suono magico.

Ma chi era che suonava? Era un giocoliere venuto in bicicletta, anzi, in monociclo, un giocoliere sconosciuto che suonava e giocava.

Il giocoliere si fermò in piazza, ad aspettarlo c’era tutto il paese, come se ognuno sapesse già che l’appuntamento era proprio lì, nella piazza.

E Gianfaldone? Gianfaldone voleva andare anche lui in piazza, finalmente, dopo tanti anni in cui era rimasto chiuso in casa. Voleva andare ma anni prima aveva murato la porta con il cemento e adesso non riusciva a buttarla giù… Voleva saltare giù dalla finestra ma la finestra era troppo alta…

Il giocoliere, giunto in piazza, si fermò di colpo e tutti trattennero il respiro. “Io conosco il segreto della felicità – disse - e lo rivelerò a tutti quelli che mi sorrideranno”. Gli abitanti del paese, che non erano certo degli sciocchi, cominciarono a sorridere e ad abbracciare il misterioso giocoliere che d’un tratto – BUUM!!! - scomparve in una nuvola di fumo.

Quando il fumo si fu diradato tutti si accorsero di essere felici e decisero di ballare e far festa fino al mattino dopo.

Dal quel giorno quello è il paese della felicità, tutti gli abitanti sono felici e ogni persona che passa dal paese diventa felice.

Gianfaldone fu condannato a rimanere chiuso in casa, triste e solitario in un paese felice di persone felici, prigioniero del suo denaro e della sua stupidità.


Da allora la casa magica, delusa dagli uomini, non ha mai più voluto ospitare nessuno.
Oggi è una casa diroccata abitata solo dalle formiche ma è impossibile entrarci dentro perché la porta è murata e la finestra è troppo alta…

martedì 31 maggio 2011

Ma… siamo in farmacia o alla Esso?

Entrare in farmacia può essere frustrante per coloro che cercano un consiglio (o anche un’offerta di prodotti) su cosmetici e medicinali che abbiano composizioni un po’ meno chimiche del solito. Capita che i farmacisti guardino con aria interrogativa o esterrefatta il genitore che chieda shampoo senza silicone o cremina senza petrolio; alzano le spalle, si portano allo scaffale, consultano le etichette e poi il vuoto.

C’è da chiedersi quali siano i piani di studio delle facoltà che rilasciano il diploma di dottore in farmacia se alla prima - normale in epoca di consumatori 2.0 - domanda di limitazione di impatto chimico sulla pelle dei bambini è decisamente improbabile che qualcuno sappia rispondere. Siamo consumatori 2.0? In parte sì ma al di là di affermazioni suggestive come questa c’è addirittura Eurisko che sancisce l’attenzione a naturalità e sostenibilità come dato rilevante nell’Italia di oggi.

Perché accanirsi contro petrolio e silicone? Per il motivo, semplice, che sono tra le cose più presenti nella cosmetica per bambini.

Perché chiedere meno petrolio? Innanzitutto perché è una risorsa esauribile la cui estrazione e lavorazione sono inquinanti. Poi, sinceramente, è difficile pensare che per proteggere i capelli o la pelle sia necessario ricorrere alla materia prima da cui si sintetizzano il diesel e la benzina. Di più: sono molte le fonti che allertano sulla nocività dei derivati petroliferi. Ancora: il fatto che molti produttori adottino la tattica di stampigliare la formulazione dei prodotti cosmetici solo sulla confezione in cartone (la cosa che finisce subito tra i rifiuti – ancorché differenziati) rendendo di fatto impossibile un controllo sui componenti successivo al momento dell’acquisto, suona quasi come una conferma ai sospetti…

Come se non bastasse si registra il fatto che alcuni produttori mainstream iniziano a proporre sugli scaffali linee di prodotti senza paraffine e siliconi.

Del resto è pur vero che i produttori non pubblicizzano una cosa come “agli estratti del petrolio baltico” quanto piuttosto come “agli estratti naturali di jojoba”.

Io per mio figlio cerco di limitare al massimo i prodotti chimici, per la normale sopravvivenza la storia ci dice che non ce n'è bisogno.

Ma come orientarsi? Beh, in rete si trova una risorsa decisamente interessante: il biodizionario, sito che tenta di spiegare cosa si nasconde dietro nomi latineggianti, sigle alfanumeriche e formule “anglosimili”. L’attendibilità del biodizionario è da chiarire, ognugno però può fare un piccolo esperimento: prendere tutte le voci e confrontarle con la definizione che ne danno altri siti o testi cartacei. Io ho provato e mi sembra di poter affermare che l’attendibilità è ottima. Anche una sommaria indagine reputazionale mi ha restituito risultati confortanti (non posso dire lo stesso per i giganti del farmaco).

Secondo le fonti “naturiste” i derivati del petrolio – per esempio - fanno sì che la pelle possa apparire idratata grazie a un artificio: una “patina” che, coprendo l’epidermide rende un effetto di bellezza e lucidità, ma ne impedisce la naturale idratazione e la fisiologica rigenerazione. Insomma, una roba del tipo: una mano di vernice a coprire la muffa, che intanto sotto si moltiplica.

Stesso discorso per i siliconi (non biodegradabili), falsamente magici per i capelli. Ecco perché ho i riccioli belli-belli solo se uso quel balsamino particolare: il silicone avvolge i capelli e li fa sembrare splendidi, ma sotto il capello è più arido che mai!

Tossicità? Non sono un medico ma temo che l’allarme che si legge in giro per il web sia ad alto tasso di attendibilità.

Trovo interessante anche la guida (è presente un’edizione aggiornata) Mondo Bimbo, brochure che tocca diversi aspetti della cura neonatale e che ha un focus sulla questione dei detergenti. Fra le altre cose Mondo Nuovo (a cui si deve la guida) ricorda che “i neonati si orientano nel mondo e trovano conforto e sicurezza proprio tramite gli odori di mamma e papà, della casa, del fratellino, l’odore proprio, gli odori naturali. Qualunque tipo di profumo, anche quello di detersivi e ammorbidenti, lo disturba e lo disorienta”.

Quando arriva un bambino abbiamo tutti paura di sbagliare, cerchiamo spesso di esagerare nell’igiene e affidandoci a marchi conosciuti e “tradizionali”, magari più costosi, crediamo di fare il bene dei nostri figli. È invece opportuno fermarsi a riflettere e riprendere in mano sia il nostro ruolo di genitori responsabili, sia i nostri diritti di consumatori.

Ecco allora che cercando informazioni salta fuori che ingredienti come Petrolatum, Paraffinum Liquidum, Mineral Oil vengono descritti come derivati dalla raffinazione del petrolio da evitare nel modo più assoluto.

Altri nomi di prodotti derivati dal petrolio sono: Paraffinul, Paraffin, Vaselina, Vaselina Petrolatum, Ozokerite, Ceresin, Synthetic Wax, Carbomer. I siliconi spesso finiscono in –one, -thicone, -siloxane; fra i più comuni: Dimethicone, Dimethiconol, Cyclomethicone, Cyclopentasiloxane, Quaternium. Da evitare anche: PEG, Cocamide Dea, Cocamide Tea, Cocamide Mea, Cocamide Mipa, EDTA, Carbomer, Crosspolymer, Acrylates, Siloxane.

Questo tipo di prodotti si trova normalmente anche nei supermercati.

Ma perché insistere sulla farmacia e non rivolgersi solo a erboristerie o negozi specializzati? Per due motivi:

  1. non posso permettermi un mutuo per comprare una crema dopo sole, come sarebbe necessario rivolgendosi a negozi che vendono solo cose naturali
  2. in farmacia è più facile avere alcune garanzie come la data di scadenza dei prodotti, ed è comunque un luogo in cui vorrei poter chiedere consigli a persone titolate a darli.
Riporto, a puro titolo esemplificativo, l’etichetta di alcuni prodotti per bambini acquistati in farmacia in questo ultimo anno tra Liguria, Piemonte e Toscana. Ovviamente salvo errori di sintassi. Fra parentesi il bollino del biodizionario (rosso, giallo o verde dagli ovii significati) e relativa definizione. Di norma i componenti riportati per primi sono quelli presenti in maggior misura, l’ordine di trascrizione rispetta l’ordine riportato in etichetta.
NB: il biodizionario ha due livelli di verde e di rosso, che qui unisco per praticità.

Angstorm Bambini [Latte Spray Solare Ultra-Protettivo con Foto-Stabilizzatore]:

  • Aqua (verde –solvente)
  • Octocrylene (giallo – filtro UV)
  • Dycaprilyl Carbonate
  • Ethylhexyl Cocoate
  • Ethylhexyl Methoxycinnamate (rosso – filtro UV)
  • Glycerin
  • Titanium Dioxyde (verde - opacizzante)
  • Ethylhexyl Salicylate
  • Bis-ethylhexyloxyphenol Methoxyphenyl Triazine
  • Butyl Methoxydibenzoylmethene (giallo – filtro UV)
  • Methylene Bis-benzotriazolyl Tetramethylbutylphenol
  • Lauryl Polyglucose (verde - tensioattivo)
  • Polyglyceryl-2
  • Dipolyhydroxystearate
  • Hydrogenated Dimer Dilinoleyl/Dimethylcarbonate Copolymer
  • Magnesium Aluminium Silicate (giallo – assorbente/opacizzante/viscosizzante)
  • Phenoxyethanol (giallo)
  • Cocos Nucifera Oil
  • Polyhydroxystearic Acid (verde)
  • Decyl Glucoside (verde – tensioattivo)
  • Stearalkonium Hectorite
  • Alumina
  • Bisabolol
  • Parfum
  • Sodium Benzoate (verde – preservante)
  • Stearic Acid (verde – emulsionante/stabilizzante)
  • Xantham Gum
  • Benzoic Acid (giallo – conservante)
  • Disodium Edta (rosso – sequestrante)
  • Propylene Carbonate (giallo – solvente)
  • Dehydroacetic Acid (giallo – conservane)
  • Caprylic/Capric Triglyceride (verde – emolliente)
  • Dimethicone (rosso – antischiuma)
  • Buddleja Davidii Extract
  • Etylhexyglycerin
  • Propylene Glycol (rosso – umettante)
  • Dimethylacrylamide/Acrylic Acid Polystyrene Ethyl Methacrylate Copolymer
  • Oryza Sativa Bran Extract
  • Diethylhexyl Syringylidene Malonate

Giuro che quando studiavo dizione gli esercizi difficili erano molto più facili da pronunciare di questa lista ingredienti. A proposito, la lista degli ingredienti è definita INCI.

Babygella Shampoo delicato [Lo shampoo studiato per i capelli e la cute sensibile del bambino]:

  • Aqua (verde – solvente)
  • Cocamidopropyl Betaine (giallo – tensioattivo)
  • Sodim Myreth Sulfate (giallo – emulsionante/tensioattivo)
  • Hydroxypropyltrimonium Honey
  • Polyquaternium-7 (rosso – antistatico/filmante)
  • Sodium Cocoamphoacetate (verde – tensioattivo)
  • Caprylyl Glycol
  • PEG-4 Rapeseedamide (rosso – viscosizzante)
  • Salvia Officinalis Extract
  • Chamomilla Recutita Extract
  • Cocamidopropylamine Oxide (verde – tensioattivo)
  • Propylene Glycol (rosso – umettante)
  • Disodium EDTA (rosso – sequestrante/viscosizzante)
  • Sodium Hydroxide (verde – agente tampone)
  • Profumo

Riporto anche, per un confronto, l’etichetta di un prodotto della linea Amidosan, prodotta dalla Farmacon. Si tratta di una linea di prodotti che uso per Samuele e con cui mi trovo bene. Anche in questo caso la lista degli ingredienti (INCI) è riportata solo sulla confezione, su cui però si trova anche la descrizione di una serie di sostanze presenti nel prodotto. La confezione riporta la dicitura “SENZA Lauryl/Laureth Sulfate, Siliconi, Vaseline, Paraffine o altri derivati minerali. Profumo senza allergeni. LEGGI SEMPRE GLI INGREDIENTI”.

Amidosan baby II natura [Bagnetto Shampoo Nutriente Delicato 100% origine vegetale]:

  • Aqua (verde –solvente)
  • Sodium Cocoamphoacetate (verde – tensioattivo)
  • Lauryl Glucoside (verde – tensioattivo non ionico dolce)
  • Glycerin (verde – denaturante/umettante)
  • Sodium Cocoyl Glutamate (verde – tensioattivo)
  • Sodium Lauryl Glucose Carboxylate (giallo – tensioattivo anionico)
  • Coco-Glucoside (verde – tensioattivo)
  • Glyceryl Oleate (verde – emolliente/emulsionante)
  • Sodium Hydroxypropyl Oxidized Starch Succinate
  • Panthenol (verde – antistatico)
  • Bisabolol (verde – additivo)
  • Hydrolized Corn Protein
  • Lactic Acid (verde – agente tampone / umettante)
  • Potassium Sorbate (verde – conservante)
  • Sodium Benzoate (verde – preservante)
  • Sodium Lactate (verde – agente tampone / umettante)
  • Urea (verde – antistatico/umettante)
  • Parfum

Come si vede il confronto non lascia tema di discussione. Questa linea la trovo nella farmacia più vicina a casa (abbiamo trovato ottima anche la crema per il sederino) ma è decisamente difficile trovarla ovunque. Non voglio far pubblicità, però da papà mi sento di consigliare questi prodotti a chi cerca detergenti naturali. 

APPENDICE 1: LEMMARIETTO
EMOLLIENTE – in farmacologia si dice di preparato in grado di rilassare e decongestionare i tessuti infiammati
EMULSIONE – mescolanza di due liquidi non solubili tra loro, uno dei quali è disperso nell’altro sotto forma di minutissime gocce
SOLVENTE – si dice di sostanza, generalmente liquida, che ha la proprietà di sciogliere altre sostanze senza alterarne la natura chimica
TENSIOATTIVO – si dice di sostanza che diminuisce la tensione superficiale di un liquido […] provocando determinati effetti (schiuma…)
SILICONE – nome di polimeri organici del silicio, di origine sintetica, con proprietà e applicazioni assai varie (lubrificanti, vernici, isolanti…)
UMETTARE – bagnare leggermente

APENDICE 2: DISCLAIMER
Mi perdoneranno i titolari dei marchi trattati ma il presente scritto è redatto ai sensi del diritto di libera espressione e senza pretese pseudomedicali; mi perdoneranno per la possibile ricaduta negativa su alcuni dei loro prodotti, ricaduta evitabile con un’inversione della politica aziendale e una svolta verso la naturalità. Io, del resto, vi ho già perdonati; la pelle di mio figlio in alcuni casi (non parlo di prodotti vostri, questo lo posso garantire, ma di prodotti allegramente chimicheggianti) no.
Mi perdoneranno i farmacisti, a cui auguro percorsi formativi migliori e più in linea con un concetto globale di salute piuttosto che con la distribuzione dei più forti player del settore.
Mi perdoneranno i genitori che troveranno poche indicazioni mediche ma solo spunti di riflessione; io non sono medico, sono solo un genitore che si fa alcune domande.
Mi perdoneranno infine la palmare violazione dei diritti di riproduzione quelli de La biblioteca di Repubblica, dal cui dizionario ho riportato le definizioni. Ho scelto di avvalermi dei contributi in questione come tributo alla scelta aziendale di realizzare in carta UNO PRIME (prodotta con cellulose senza cloro gas provenienti da foreste controllate e certificate) detta serie di volumi.

mercoledì 25 maggio 2011

Nel boschetto della mia fantasia [reloaded] l'armonia disallena lo sguardo

Mi sorprendo a condividere col mio bambino una serie di personaggi, di sogni, di fantasie che da oltre trenta anni attendevano di essere condivisi con qualcuno. Sono personaggi, situazioni e nomi che mi ero inventato da piccolo e che avevo sempre tenuto per me. Oggi è normale che facciano parte dei racconti che narro a Samu. La cosa che a lui piace di più è il "porcino della marmellata", strano animale simile a un canguro grigio un po' bolso che può assaggiare i cibi anche con la coda, è un animale che sognai alle elementari. Da quanti anni questi ricordi erano lì fermi nella mia mente in una sorta di stand-by...

Rendersi conto di quanto sia bello per me (senza alcuna ragione apparente) poter fare l'esperienza di una ri-vivificazione delle mie fantasie infantili e poterle regalare a lui mi ha spinto a riprendere in mano la questione del pensiero narrativo.

In pedagogia si farisalire a Bruner la prima seria concettualizzazione del pensiero narrativo, in realtà tutta la scienza si stava muovendo da tempo attorno alla questione della narrazione. Ci si stava accorgendo che, in qualche modo, la narrazione aveva un correlato cognitivo tutto suo, indipendentemente da contributi come quelli di Ong sulla questione dell'oralità.

Un lavoro italiano che all'epoca tentò di fare il punto sulla narrazione è "Il pensiero narrativo" di Andrea Smorti, che uscì alla metà degli anni Novanta. Si trattava di un bel compendio sulle teorie, le ricerche e lo stato dell'arte sul tema della narrazione. Negli anni successivi si verificò un lento e inesorabile boom di lavori (non sempre all'altezza) che riguardavano l'autobiografia, coinvolgenti e divulgativi quanto spesso poco chiari sotto il profilo metodologico.

Raccontare è comunque importante, tanto quanto ascoltare i racconti.

Se Bruner individuava nove caratteristiche tipiche della narrazione (sequenzialità, concretezza, intenzionalità, opacità referenziale, componibilità ermeneutica, violazione dei canoni, composizione pentadica, incertezza e appartenenza a un genere), mi stimola in modo particolare approfondire la violazione dei canoni. È ovvio, mi piace rompere gli schemi...

Ma andiamo per ordine. Esiste un pensiero logico-scientifico che è sistematico "ricorre alla categorizzazione, è teso a trascendere il particolare e a conseguire un elevato grado di astrazione". Esiste un pensiero narrativo che è tipico del ragionamento quotidiano e trova la sua naturale applicazione nel mondo sociale. Si tratta di un pensiero ideografico (ricerca le leggi relative al caso singolo) che è "sensibile" al contesto (e alle relazioni tra persone che costituiscono il contesto) e soprattutto costruisce storie.

Si tratta di due modalità di funzionamento della mente che non si escludono e che possono integrarsi.

Se lo schema narrativo organizza scenari attesi, la violazione delle aspettative genera incertezza e sorpresa ed è in grado di favorire la produzione del pensiero narrativo. Una ricerca del 1990 (Canonicality and consciousness in child narrative) dimostra che, se ai bambini viene raccontata una storia in cui a un certo punto si verifica una discrepanza tra lo scenario atteso e i fatti narrati, questi sono spinti a spostarsi dal piano oggettivo (le attese canoniche) al piano soggettivo e a cercare di immedesimarsi negli stati d'animo dei protagonisti. Una storia che racconta cose inaspettate - in sostanza - è una storia stimolante.

Il raccontare è utile anche perché "crea" e rinforza i rapporti, raccontando si mette in comune la fantasia, la gestualità, la voce; si vive assieme un'emozione.

Come tutti sappiamo, le favole per bambini riportano spesso eventi drammatici o terrificanti, sono zeppe di orchi e di ingiustizie, di catastrofi e di violenze. Ai bambini questo serve perché possono riconoscere le proprie paure e rielaborarle in un contesto protetto (vado per semplificazione) con la presenza rassicurante di una figura parentale.
Le favole (le buone storie in genere) servono a questo, a consentire al bambino il riconoscimento di emozioni, sentimenti e stati d'animo, siano essi positivi o negativi. Quando un papà o una mamma raccontano, lo fanno vivendo quello che raccontano, la condivisione delle emozioni della storia permette al bambino di riconoscere e convalidare le esperienze emotive narrate; riconoscerle dentro sé e convalidarle grazie al fatto che anche i suoi genitori le stanno provando (paura, gioia, invidia...) lì, in quel momento assieme a lui.

Paolo Roccato usa il termine "risonanza emotiva", credo che sia decisamente adatto e che si spieghi da solo.

Il valore simbolico delle storie permette ai piccoli di prendere ciò di cui necessitano senza dover vivere in prima persona le esperienze più tragiche: una storia in cui un bambino è abbandonato aiuta il bambino a riconoscere i momenti in cui ha avuto paura di essere abbandonato, permettendogli una elaborazione. Perché tutto questo è importante? Beh, per esempio perché consente di costruire la propria immagine del mondo, perché il linguaggio struttura i ricordi e la propria identità...

A differenza della tv, la storia narrata permette di costruire nuove storie basandosi non solo sulla percezione ma sulla generazione fantastica. Lo spazio mentale dalla narrazione è uno spazio infinito, la tv, se è il solo mezzo di apprendere le storie è uno spazio definito e concreto.

Per raccontare una storia la tv ha bisogno di immagini o di filmati, a noi genitori basta la voce, lasciando ai bambini il compito di elaborare le proprie immagini e la possibilità di esercitarsi nell'arte di creare. Tra immagini e cose rappresentate c'è analogia, isomorfismo, la parola invece è digitale, suggerisce ma non rappresenta ed è per questo che accende la creatività.

Samuele Yannick, che ha appena compiuto 3 anni è abilissimo con il linguaggio, da tempo sta compiendo la sua rivoluzione linguistica e lo fa con gioia e divertimento. Da un paio di mesi sta tentando di collocare il tempo, soprattutto il futuro.

Su quanto sia complesso l'universo del pensare nei bambini è uscito solo pochi giorni fa un bell'articolo (taglio filosofico) di Michele Smargiassi su repubblica.

mercoledì 11 maggio 2011

Avere un figlio e la paura di morire

Un po' di mal di stomaco, poi il male cresce, diventa insopportabile. Samuele Yannick si era preso un virus intestinale, lo avevo collegato a quello.

Poi di nuovo male allo stomaco, insopportabile. Poi il dottore che mi tranquillizza, poi ancora male, sempre più insopportabile. Strano per uno che non aveva mai capito cosa fosse lo stomaco.

Poi gli esami e la certezza di un'operazione, piccola, semplice grazie al cielo ma pur sempre un'operazione.

Quindi tutto il resto, il trovarsi coinvolto in pensieri che solo fino a qualche anno fa non avrebbero avuto nemmeno diritto di cittadinanza nella testa: la paura di morire. Un qualcosa di nuovo che mi capita di provare da quando c'è il mio bambino.

Succede, a volte, che io e Paola si viaggi assieme per lavoro; lì l'irrazionale mi prende, mio malgrado. Penso: "E se - per disgrazia - dovessimo morire tutti e due?", "Chi lo coccolerà?", "Come ne sarebbe segnato?". Ma anche in quelle rare serate di uscita che ci concediamo assieme io e lei un pensierino paurosetto bussa qua e là fra il vario cogitare.

Figurarsi quindi quando si tratta di roba da ospedali, anche se di roba tranquilla (oserei dire tranquillissima). Nonostante tutto la mente si apre alle paure apocalittiche, ai fantasmi della malasanità, al fato, alle catastrofi...

C'è di più però. Se scavo e scompongo la paura mi accorgo che c'è anche una piccola componente di egocentrismo: "Non potrà crescere avendo l'educazione che gli darei io", "Ma mi ricorderebbe? Ricorderebbe il mio viso, la mia voce, il mio modo di stare con lui?"...

Uno strano mix che mi rende fallibile e terreno ma mi spinge a considerare come urgenti e primarie le sue proteste quando mi dice che non gioco abbasatnza con lui, che sono sempre a cucinare la sera quando torno dal lavoro.

Ecco quindi che anche la paura mi restituisce una delle sue funzioni: avvertire, riassestare, allertare per ristruttuare una vita migliore. In questi giorni di forzata sosta a casa (alternata a giornate di lavoro) e con la prospettiva di un piccolo periodo di riposo, mi accorgo che il loop che mi anima la mente non è più quello della paura ma quello della creatività. Come passare le giornate con lui? Cosa inventarsi per creare nuovi mondi avventurosi? Quante ore da vivere a dormire abbracciati nel lettone?

Per magia la paura si è trasformata in una voglia di rallentare, in accordo con i miei desideri e i suoi bisogni.

martedì 22 marzo 2011

Prima volta a teatro: Pippo Pettirosso

Sabato scorso, per la festa del papà, ho portato Samuele a teatro.
Abbiamo visto Pippo Pettirosso, dal libro di Altan, con Elena De Tullio e Loris Dogana che, in scena hanno portato tutta la magia dell'arte teatrale.

Samuele è rimasto letteralmente ipnotizzato, lì sulle mie gambe è rimasto come rapito dalla storia e da quella magia che è piccoli trucchi scenici essenziali: una coperta, dei pupazzi, la voce, la coreografia, la musica, le luci, i rumori, la semplicità.

Quando abbiamo parlato alla fine dello spettacolo, mi ha detto che Pippo Pettirosso gli era piaciuto, che la cosa più bella era l'ape che pungeva tutti ma anche che la prossima volta avrei dovuto portarlo "in un teatro più zitto". Sì, le mamme coi tacchi che inseguivano i bambini, i piccoli un po' "caratteriali" che sguaiavano, quelli delle ultime file che riuscivano con difficoltà a seguire la storia e parlavano tra di loro l'avevano disturbato.

Intolleranza? No, io credo che abbia percepito come sacra quella magia, lui voleva partecipare applaudendo, ridendo e dialogando con gli attori in scena, il resto era come se fosse un po' blasfemo.

martedì 1 marzo 2011

Un papà col magone...

Eccolo qua, un papà col magone. In ufficio, a lavorare ma con il cuore e la testa lì al nido dove c'è Samu.

Stamani ho perso un po' la pazienza, ero in piedi dalle 6:30 ed eravamo in anticipo, in netto anticipo. Voleva il latte, gliel'avevo versato nella sua tazza preferita.

Mi assento un attimo per chiudere la finestra e... appena rientro in cucina trovo un lago di latte.

Voleva versarne ancora, ci ha provato da solo, come è giusto che sia ma ha versato un litro di latte sul tavolo, addosso, sul pavimento, sui cuscini... Piccino, il brick era pesante e non ce l'ha fatta a controllare i gesti.

Solo 5 minuti prima ci eravamo abbracciati dicendoci: "Ti voglio bene". Alla vista del "disastro" mi sono un po' arrabbiato, ho capito che lui era dispiaciuto e in deriva verso il mortificato ma avevo bisogno di sfogare la rabbia e invece di controllarmi ho continuato a fare gli occhi cattivi. E a dirgli che così non si fa, che così non si fa, che così non si fa...

Quando mi sono calmato gli ho offerto di nuovo il latte ma lui mi ha detto che no, non lo voleva perché temeva di non riuscire a sollevare la tazza.

Questa cosa mi ha letteralmente paralizzato. Abbiamo parlato, gli ho chiesto scusa e ci siamo riabbracciati, all'asilo ci siamo dati un bacio e fatti un sorriso ma ho dentro un malessere e un senso di colpa da paura...

Solo parole un po' arrabbiate ma ai bimbi fanno male.

È uno dei misteri della vita quel momento liminale in cui sai di non doverti arrabbiare ma decidi di tracimare, sai che non devi ma lo fai lo stesso. Per carità, noi adulti sui 40 siamo una generazione di sfigati che - solo per lo stress della precarietà - ha ragione da vendere quando si arrabbia con il mondo, però...

Però c'è che con i bambini uno non deve alzare la voce, soprattutto quando non riescono a fare le cose ma ci provano, e ogni volta che ci provano lo fanno con entusiasmo. Come si fa, dico, come si fa a far sentire in colpa tuo figlio perché ritarderai sul lavoro?!?!?! Non si può essere alienati così.

lunedì 21 febbraio 2011

IOSO

In camera di Samuele c'è una lavagna con i gessi, regalo dei nonni di Genova, che è un po' lo sbocco ideale per la sua passione relativa a lettere e numeri. Ci chiede di scrivere le cose e, a più riprese, si cimenta nella scrittura. La sua specialità sono lo zero, a "O", la "P" di parcheggio (ama alla follia la segnaletica stradale), la "Q" (naturale evoluzione della "O"), la "T" e la "I".

Un paio di sere fa, mentre eravamo in cameretta a giocare (c'è un tappetone di gomma componibile su cui avevamo appiccicato dei fogli di carta e avevamo diegnato una città con i pennarelli), si ferma di colpo e - come ispirato - mi fa: "Adesso papà cancello tutto e ti scrivo una parola difficilissima".

Va alla lavagna, cancella tutto e comincia a scrivere da destra verso sinistra (spesso "legge" anche da destra verso sinsitra): prima una bella "O", poi un'increbidile "S", poi ancora la "O" e infine un'altissima "I". "Che c'è scritto papà?". C'era scritto "IOSO", io avevo le lacrime agli occhi dall'emozione quando ho chiamato Paola a vedere l'opera. All'arrivo della mamma lui si era lì impettito e orgoglioso come un professorino, con la mano sinistra agganciata alla lavagna e la mano destra dietro di sé che teneva il gesso.

"IOSO", tutto maiuscolo.

Penso che non potrò mai dimenticare.

martedì 15 febbraio 2011

Talking machine

È uno dei nomi con cui lo chiamo (gli altri vanno da puzzola a cuccurullu, da batuffolo a bestiolina...) ed è forse il più azzeccato: macchinetta parlante.

Samuele Yannick ha bruciato le tappe del parlare, ha subito amato anche i simboli: lettere e numeri. E così la mia macchinetta parlante è ormai un partner a tutti gli effetti che parla, ragiona, tenta - qualche volta - di argomentare e soprattutto gioca con le parole: cambia vocali e sillabe ai nomi e alle canzoni, producendosi in un gioco combinatorio esilarante (anche lui sorride quando combinando le vocali arriva a chiamarmi "papà, pepè, popò!).

In questi mesi son successe tante cose, ad agosto Paola, complice il contratto di lavoro che le permette di avere settimanate di ferie, ha "spannolinato" Samuele col classico metodo pavloviano (chicco per pisciata) e debbo dire che è stata davvero brava. È stata brava sia perché in pochissimo tempo abbiamo detto addio al pannolino (già dall'età di sei mesi Samu faceva pipì e cacca nel vasino e quindi i pannolini erano solo una sicurezza psicologica), sia perché ha governato con fermezza il meccanismo contrattuale del "Se... allora".

Poi con naturalezza il dormire nel lettone è passato ad essere l'addormentarsi nel lettino.

Ricadute? Ogni tanto, come è naturale che sia (come la settimana scorsa in cui Samu mi ha pisciato addosso giustificadosi con un: "Ho pisciato su papà perché mi piaceva"), ma è tutta un'altra vita.

Samuele è definitivamente entrato nella fase che Piaget definisce "Stadio pre-operatorio". Si tratta di una fase in cui il gioco simbolico (alla base di cose come l'arte, se vogliamo dirla tutta) è preponderante. Due scarpe in fila diventano un treno, un bicchiere diventa una torre e così via.
Altre caratteristiche del pre-operatorio riguardano la connessione fra causa ed effetto (cose che accadono in sincronia sono percepite come legate da un rapporto di causa-effetto) e il proverbiale egocentrismo intellettuale (realismo): essendo inconsapevole dei propri processi mentali, il bambino considera il proprio punto di vista come obiettivo, assoluto e condiviso da tutti.

Qualche giorno fa però la mia macchinetta parlante mi ha sorpreso. Gli avevo "intimato" di non gettare a terra una cartaccia ma lui lo aveva fatto lo stesso, scientemente. Era iniziato un testa a testa, gli avevo ripetuto con calma che quella era una cosa che non andava fatta. Alla fine, in silenzio e senza protestare, è andato, ha raccolto la cartaccia e l'ha buttata nel cestino.
Ecco, questo ripensare, questo rielaborare in silenzio mi ha sorpreso, ha fatto una cosa che spesso noi adulti non siamo in grado di fare: tornare sui propri passi. Bravo piccolo!!!
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