mercoledì 25 maggio 2011

Nel boschetto della mia fantasia [reloaded] l'armonia disallena lo sguardo

Mi sorprendo a condividere col mio bambino una serie di personaggi, di sogni, di fantasie che da oltre trenta anni attendevano di essere condivisi con qualcuno. Sono personaggi, situazioni e nomi che mi ero inventato da piccolo e che avevo sempre tenuto per me. Oggi è normale che facciano parte dei racconti che narro a Samu. La cosa che a lui piace di più è il "porcino della marmellata", strano animale simile a un canguro grigio un po' bolso che può assaggiare i cibi anche con la coda, è un animale che sognai alle elementari. Da quanti anni questi ricordi erano lì fermi nella mia mente in una sorta di stand-by...

Rendersi conto di quanto sia bello per me (senza alcuna ragione apparente) poter fare l'esperienza di una ri-vivificazione delle mie fantasie infantili e poterle regalare a lui mi ha spinto a riprendere in mano la questione del pensiero narrativo.

In pedagogia si farisalire a Bruner la prima seria concettualizzazione del pensiero narrativo, in realtà tutta la scienza si stava muovendo da tempo attorno alla questione della narrazione. Ci si stava accorgendo che, in qualche modo, la narrazione aveva un correlato cognitivo tutto suo, indipendentemente da contributi come quelli di Ong sulla questione dell'oralità.

Un lavoro italiano che all'epoca tentò di fare il punto sulla narrazione è "Il pensiero narrativo" di Andrea Smorti, che uscì alla metà degli anni Novanta. Si trattava di un bel compendio sulle teorie, le ricerche e lo stato dell'arte sul tema della narrazione. Negli anni successivi si verificò un lento e inesorabile boom di lavori (non sempre all'altezza) che riguardavano l'autobiografia, coinvolgenti e divulgativi quanto spesso poco chiari sotto il profilo metodologico.

Raccontare è comunque importante, tanto quanto ascoltare i racconti.

Se Bruner individuava nove caratteristiche tipiche della narrazione (sequenzialità, concretezza, intenzionalità, opacità referenziale, componibilità ermeneutica, violazione dei canoni, composizione pentadica, incertezza e appartenenza a un genere), mi stimola in modo particolare approfondire la violazione dei canoni. È ovvio, mi piace rompere gli schemi...

Ma andiamo per ordine. Esiste un pensiero logico-scientifico che è sistematico "ricorre alla categorizzazione, è teso a trascendere il particolare e a conseguire un elevato grado di astrazione". Esiste un pensiero narrativo che è tipico del ragionamento quotidiano e trova la sua naturale applicazione nel mondo sociale. Si tratta di un pensiero ideografico (ricerca le leggi relative al caso singolo) che è "sensibile" al contesto (e alle relazioni tra persone che costituiscono il contesto) e soprattutto costruisce storie.

Si tratta di due modalità di funzionamento della mente che non si escludono e che possono integrarsi.

Se lo schema narrativo organizza scenari attesi, la violazione delle aspettative genera incertezza e sorpresa ed è in grado di favorire la produzione del pensiero narrativo. Una ricerca del 1990 (Canonicality and consciousness in child narrative) dimostra che, se ai bambini viene raccontata una storia in cui a un certo punto si verifica una discrepanza tra lo scenario atteso e i fatti narrati, questi sono spinti a spostarsi dal piano oggettivo (le attese canoniche) al piano soggettivo e a cercare di immedesimarsi negli stati d'animo dei protagonisti. Una storia che racconta cose inaspettate - in sostanza - è una storia stimolante.

Il raccontare è utile anche perché "crea" e rinforza i rapporti, raccontando si mette in comune la fantasia, la gestualità, la voce; si vive assieme un'emozione.

Come tutti sappiamo, le favole per bambini riportano spesso eventi drammatici o terrificanti, sono zeppe di orchi e di ingiustizie, di catastrofi e di violenze. Ai bambini questo serve perché possono riconoscere le proprie paure e rielaborarle in un contesto protetto (vado per semplificazione) con la presenza rassicurante di una figura parentale.
Le favole (le buone storie in genere) servono a questo, a consentire al bambino il riconoscimento di emozioni, sentimenti e stati d'animo, siano essi positivi o negativi. Quando un papà o una mamma raccontano, lo fanno vivendo quello che raccontano, la condivisione delle emozioni della storia permette al bambino di riconoscere e convalidare le esperienze emotive narrate; riconoscerle dentro sé e convalidarle grazie al fatto che anche i suoi genitori le stanno provando (paura, gioia, invidia...) lì, in quel momento assieme a lui.

Paolo Roccato usa il termine "risonanza emotiva", credo che sia decisamente adatto e che si spieghi da solo.

Il valore simbolico delle storie permette ai piccoli di prendere ciò di cui necessitano senza dover vivere in prima persona le esperienze più tragiche: una storia in cui un bambino è abbandonato aiuta il bambino a riconoscere i momenti in cui ha avuto paura di essere abbandonato, permettendogli una elaborazione. Perché tutto questo è importante? Beh, per esempio perché consente di costruire la propria immagine del mondo, perché il linguaggio struttura i ricordi e la propria identità...

A differenza della tv, la storia narrata permette di costruire nuove storie basandosi non solo sulla percezione ma sulla generazione fantastica. Lo spazio mentale dalla narrazione è uno spazio infinito, la tv, se è il solo mezzo di apprendere le storie è uno spazio definito e concreto.

Per raccontare una storia la tv ha bisogno di immagini o di filmati, a noi genitori basta la voce, lasciando ai bambini il compito di elaborare le proprie immagini e la possibilità di esercitarsi nell'arte di creare. Tra immagini e cose rappresentate c'è analogia, isomorfismo, la parola invece è digitale, suggerisce ma non rappresenta ed è per questo che accende la creatività.

Samuele Yannick, che ha appena compiuto 3 anni è abilissimo con il linguaggio, da tempo sta compiendo la sua rivoluzione linguistica e lo fa con gioia e divertimento. Da un paio di mesi sta tentando di collocare il tempo, soprattutto il futuro.

Su quanto sia complesso l'universo del pensare nei bambini è uscito solo pochi giorni fa un bell'articolo (taglio filosofico) di Michele Smargiassi su repubblica.

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