giovedì 23 giugno 2011

Ok le regole. Ma le emozioni?

Ieri sera avevo voglia di musica a palla. Samuele giocava coi trenini sul tavolo, io lo guardavo in piedi e Paola era seduta. La musica era alta. Paola mi dice: “Ma hai freddo?”, io: “No, è l’emozione della musica”. Mi sono accorto che mentre lo dicevo stavo guardando lui e non lei, e lui mi guardava.

Di fronte al fatto che un bambino non ha tutte le menate degli adulti e si scaccola quando ha voglia di scaccolarsi, mangia con le mani, imbratta con leggerezza la maglina bianca appena indossata, noi adulti siamo portati a pensare che impartire delle regole sia necessario. Anche io la penso così. Le regole servono ai nostri figli, sono limiti, convenzioni, codici, copioni, che danno sicurezza ai bambini e comunicano il fatto che esse fanno parte della normalità.
Poi succede che la relazione fra grandi e piccoli sia molto più complessa e premiamo sul pedale delle regole quando la frustrazione di non capire o non saper gestire (termine brutto se si parla di persone) i comportamenti dei nostri figli ci mandano fuori di testa. Quando ci sentiamo illuminati siamo addirittura in grado di fungere da buon esempio sia per il rispetto delle regole, sia per la condivisione dei valori.

La realtà però è altra ed è spesso difficile da comprendere al meglio.

Ok le regole. Ma – per esempio – le emozioni? Come e quanto, dove e quando sappiamo far crescere i nostri figli anche sotto il profilo emotivo? Una buona scusa è sentirsi convinti del fatto che “queste cose non si possono insegnare” o addirittura sancire che “le emozioni è bene che ognuno impari a viverle da solo, sennò si rischia di perdere una parte importante della crescita personale, chi pretende di insegnare le emozioni vuole che i propri figli siano bamboccioni che non ragionano con la propria testa”.

La verità è (umilmente credo) che affiancare (è questo il termine esatto per una figura che stia educando) qualcuno nella propria crescita emotiva è terribilmente faticoso. Lo è perché impegna, lo è perché mette in gioco, lo è perché noi adulti abbiamo spesso un rapporto conflittuale con la sfera emotiva nel suo insieme, se è vero che qualcuno ha dovuto inventarsi l’esistenza di una “parte femminile dei maschi” per l’impossibilità di dire in italiano che gli uomini provano dolore, paura, gioia.

Come fare quindi? Come posso stare vicino a Samuele nella sua crescita emotiva? Non ho certo soluzioni, però inizio con il pensarci su, qualcosa verrà fuori…

Intanto la questione nazionale dei referendum: qualche genio ha detto che il voto è stato influenzato dall’onda emotiva dovuta al disastro nucleare giapponese. Niente di più cavernicolesco di considerare ancora (siamo nel 2011!!!) pensiero logico razionale e sfera emotiva come separati (con una immotivabile superiorità del pensiero logico razionale). Si può dire anzi che mai come in questo caso l’emozione ha illuminato il pensiero razionale sul fatto che i rischi ci sono. Cazzo, l’onda emotiva è stata proprio una cosa bella e sana!

Poi la questione dell’autostima, di come l’attaccamento genitori-figli sia determinante nella percezione di sé. Come un rapporto aperto e “amoroso” faccia crescere bambini equilibrati in grado di affrontare la vita, e come uno stile di attaccamento censorio o insicuro abbia ripercussioni negative sul modo di essere dei futuri adulti. Dallo stile di attaccamento (che in soldoni significa sapere che i nostri genitori ci amano) possono derivare sensi di colpa, anaffettività, sfiducia, ansia...

Negli altri ci rispecchiamo e i nostri figli hanno in noi un’immagine di loro stessi, se li amiamo impareranno ad amarsi perché le emozioni che esprimiamo si riflettono su di loro e risuonano fino a influenzare il loro stato d’animo. Se scarichiamo rabbia e frustrazione attiveremo stati d’animo corrispondenti. Attenzione però: anche noi abbiamo un’immagine di noi stessi attraverso di loro.

E quindi Samuele cosa ha da dirmi a proposito di me?

Specchiarmi in lui mi sovrasta, ha uno spettro emotivo decisamente più ampio del mio. Questo mi fa riflettere su quanto la vita rischi di incancrenirmi e di rendermi solo una persona che lavora, paga (o tenta di pagare) conti, tasse e bollette per poi dormire ed essere di nuovo al lavoro l’indomani. Questo non è un genitore,  non è nemmeno un essere umano. Per quanto mi riguarda non è neppure un organismo biologico. È un cyber-scrondo.
Allora lo osservo, cerco di guardare il mondo coi suoi occhi, di far battere il mio cuore in risonanza col suo. Lui dal canto suo sa bene come farmi emozionare (sa bene anche come farmi incazzare quel batuffolo!), gli basta uno sguardo, una parola.

Ma a che cosa servono le emozioni? Ed è sufficiente parlare di emozioni?

Per tutti è d’obbligo citare Goleman con i suoi lavori sull’intelligenza emotiva, saggi che al piglio divulgativo uniscono una documentazione accurata. Libri da leggere e rileggere, che possono “aprire un mondo”. Non sarebbe male, anche per curiosità, riuscire a trovare “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali” (1872) a firma nientepopodimenoche di mr. Darwin, il quale si avvalse della collaborazione di diverse decine di antropologi e studiosi in varie parti del mondo per corroborare l’ipotesi secondo cui esistono emozioni universali (Darwin descrisse una serie di espressioni facciali rilevate in Europa e associate a particolari emozioni: “Lo stupore viene dimostrato  spalancando gli occhi e la bocca e tenendo sollevate le sopracciglia”) condivise ovunque sulla Terra.

Nel corso dei decenni psicologi e psicofisiologi hanno dibattuto a lungo sul che cosa fossero le emozioni. Non c’era però una chiara distinzione tra emozioni, stati d’animo e sentimenti.
Su che cosa sia l’emozione le teorie sono tante, a partire da quella di James-Lange (William James, psicologo e Carl Lange, fisiologo) che a fine Ottocento conclusero che le emozioni dovessero avere una componente fisica. Interessanti le ipotesi di Scachter e Singer che all’inizio degli anni Sessanta elaborarono un modello detto “teoria del juke box” che prevedeva la sequenza: stimolo-attivazione generalizzata-valore cognitivo-emozione. La teoria prevedeva che a fronte di un’attivazione fisiologica fosse la componente cognitiva a determinare il “segno” dell’emozione.
Nel decennio successivo dominò la scena la teoria di Solomon e Corbit (teoria del processo in opposizione) secondo cui l’organismo produce sempre risposte emozionali opposte (la paura e il sollievo ad esempio); l’emozione in opposizione ha un’attivazione più lenta e ha la funzione di smorzare la risposta primaria per evitare sovraccarichi. In questo caso l’emozione “B” avrebbe anche il compito di preservare l’organismo e la specie perché emozioni troppo forti possono essere debilitanti o interferire con l’apprendimento di nuove informazioni.

Anche grazie ai contributi di Le Doux (“Il cervello emotivo” del 1998 è una gran lettura) si può definitivamente concordare (era l’ora dopo un secolo di teorie!) che le emozioni siano una componente fisiologica arcaica, primitiva, animalesca.

Sulla questione delle emozioni di base, se è universalmente condiviso il fatto che esistano, è difficile orientarsi.  Watson nel 1924 individua tre emozioni presenti già a livello neonatale: paura, ira e amore. Nel 1932 la Bridges classifica una serie di emozioni differenziate e complesse già all’età di due anni, a partire da uno stato di eccitazione indifferenziata proprio del neonato nei primi giorni di vita; secondo la sua teoria quasi tutti gli schemi di comportamento emotivo dell’adulto sono evoluzioni di queste emozioni “di base”. Schlosberg nel 1952 in una ricerca sulle espressioni facciali delle emozioni elabora uno schema che si estende lungo una doppia dimensione: piacevolezza/spiacevolezza, interesse/rifiuto; lo schema ricomprende all’interno di questi assi, qualsiasi emozione. Plutchick negli anni Ottanta determina 8 emozioni primarie (amore, ottimismo, aggressività, disprezzo, rimorso, delusione, spavento, sottomissione) e 8 emozioni che derivano dall’associazione di coppie di emozioni primarie. È del 1992 il lavoro di Paul Ekman in cui si individuano 6 emozioni di base (gioia, sofferenza, rabbia, paura, sorpresa, disgusto). Nel 2004 Evans definisce le “reazioni emotive di base”: paura, collera, dolore, gioia.

Personalmente opto per Ekman.

Insomma, l’emozione è innanzitutto del corpo, parte da una “scossa” fisica e solo successivamente viene interpretata sulla base di ricordi, situazioni contingenti, stati d’animo ecc. L’emozione ha una componente fisiologica ma anche corporea e facciale (Leone Augusto Rosa in “Espressione e mimica” divide il viso in 8 parti simmetriche, disposte 4 a 4 e indica un grado zero le cui deviazioni corrispondono all’espressione degli “affetti fondamentali”).

Utilissimo per capire questo mondo e avere dei solidi strumenti per interpretare (e per agire) il contributo di Dario Ianes “Educare all’affettività” che schematizza il quadro emotivo:
  • Stimoli scatenanti
  • Emozioni di base (sono a livello fisiologico e spesso “travolgono”)
  • Stati d’animo (modalità affettive stabili, durature, complesse. Sono gli umori generali come l’essere di indole allegra, scontrosa, ottimista, pessimista ecc.)
  • Sentimenti e passioni (valori, motivazioni, desideri, sogni, speranze)
  • Atteggiamenti grovigli di opinioni, stereotipi, pregiudizi, una sorta di occhiali – a loro modo deformanti - con cui guardare il mondo)
  • Opinioni (livello più teorico che reale che comprende opinioni e giudizi formulati almeno apparentemente per via razionale)
Si va a delineare quindi il campo dell’educazione emotiva, un campo vasto e complesso che ci chiama in gioco. Si tratta di un gioco che non può vederci spettatori, esserci è troppo importante per i nostri bimbi e per noi: l’intelligenza emotiva è “la capacità di conoscere le emozioni, di orientarle, di interagire con altri in modi efficaci. Non è soltanto una questione di temperamento ma anche di apprendimento. Un bambino impulsivo con buona capacità emotiva riesce a controllarsi meglio di quanto non riesca un bambino altrettanto impulsivo ma con un basso livello di competenza emotiva. Un bambino timido con un buon livello di comprensione emotiva impara strategie che lo rendono man mano più sicuro nei rapporti con gli altri. Chi non sviluppa l’intelligenza emotiva rischia di confondere le proprie emozioni con quelle degli altri, di pretendere l’impossibile, di avere scarsa tolleranza alle frustrazioni,  di offendersi per un nonnulla […] Una scarsa alfabetizzazione emotiva rende anche più difficile tollerare i segni del disagio negli altri e favorisce la tendenza a fuggire di fronte alla manifestazione delle emozioni altrui” (A. Oliverio Ferraris).

È necessario fornire ai bambini gli strumenti per cogliere e gestire emozioni, stati d’animo e sentimenti. Un primo passo può essere riconoscere in noi stessi il ruolo che hanno emozioni come la rabbia. Mi sono spesso trovato a rendermi conto che con Samuele in macchina non posso mandare a quel paese gli automobilisti che (faccio un esempio) svoltano senza metter la freccia. Cosa sto comunicando a mio figlio in quel momento? A posteriori mi vergogno di me ma lì sono preda di un’emozione, di pensieri “tossici” e mi trovo a esser convinto che tutti dovrebbero guidare esattamente come guido io e allora sì che le strade sarebbero dei bei luoghi… Questi pensieri sono ciò che Mario Di Pietro chiama “doverizzazioni” e sono errati. Al volante pensieri, pregiudizi ed emozioni si danno man forte e troppo spesso io non li governo. Sono vittima di una spirale che si autogiustifica. Ecco, se io imparo a riconoscere questa deriva, a controllarla e a non esserne vittima, allora ho acquisito un bel po’ di intelligenza emotiva.

L’esempio della guida è fortemente paradigmatico: magari al mattino si è in ritardo e questo ci agita, il comportamento degli altri al volante lo prendiamo come un affronto personale, i ragionamenti che facciamo paiono darci l’ok all’incazzatura, alla fine perdiamo il controllo e scarichiamo la rabbia sul primo malcapitato mandandolo affanculo.

Se io riconosco nelle persone che mi circondano segnali emotivi, indizi o pensieri “tossici” (“non me ne va mai bene una”, “non valgo nulla”, “non tollero che”, “è terribile”…) e se provo ad avvicinarmi, allora ho fatto ancora un passo.

Se scorgo i segnali lessicali tipici dei pensieri tossici (“che cosa stupida ha fatto quello stupido lì!”) e tento di chiamare le cose con il loro nome, allora ho fatto ancora un passo.

Se mi avvicino a mio figlio e tento di comprendere il suo stato d’animo, aiutandolo a dargli un nome, allora lo aiuto ad accrescere la sua solidità emotiva.
Questa solidità lo aiuta a fidarsi dei suoi sentimenti, a gestirli e a riconoscerli negli altri.
Sempre Ianes viene in aiuto con uno schema d’azione:
  • Osservare, osservare, osservare i segni affettivi
  • Allearsi con il vissuto affettivo, dare ascolto empatico
  • Dare un nome ai vissuti emotivi (anche per questo il dilungarsi su cosa siano le emozioni gli stsi d’animo ecc.)
  • Elaborare strategie d’azione

Le esperienze che ha fatto al nido sono state straordinariamente utili per Samuele. In casa non sempre c’è spazio e modo di far casino con la farina, l’acqua o lo zucchero. Al nido sì. A casa non c’è la possibilità di avere un’area per le attività psicomotorie che al nido lo hanno introdotto alle gioie del movimento libero e all’espressione di tutto ciò che il suo corpo porta con sé. Esperienze, non regole. Esperienze straordinarie anche perché fatte in gruppo: “l’intelligenza sociale è fondamentale per la vita di relazione. Essa comprende un insieme di abilità come: la capacità di capire le persone, tenere separati i propri sentimenti, desideri o aspirazioni da quelli degli altri, comprendere situazioni diverse, sapersi destreggiare in contesti sociali difformi, imparare le regole della vita di gruppo cogliendone pregi e limiti, sviluppare relazioni, scambi comunicativi e strategie di interazione efficaci e differenziate. Queste abilità si sviluppano attraverso l’esercizio attivo” (A. Oliverio Ferraris).

Vedere ciò che fanno le maestre mi migliora anche come genitore. Se invece di chiudermi e pensare che “io sono il padre e non sbaglio mai”, guardo con umiltà quella che è un’alterità (il modo di educare delle maestre) e cerco di rivedere i miei modi in senso critico, allora ho fatto ancora un passo.

Ieri sera dopo cena abbiamo guardato le foto che le fantastiche maestre del nido hanno raccolto in questi due anni di frequenza. Samuele letteralmente non si teneva dall’emozione e saltava scomposto, batteva le mani, rotolava e tamburellava con forza sulle gambe di mamma Paola. Se invece di capire la sua emozione avessi guardato solo il fatto che quel comportamento era un oggettivo disturbo, cosa avrei fatto alla sensibilità emotiva di mio figlio?

Ecco, sono argomenti complessi ma a volte basta poco per fare la cosa giusta, basta lasciarsi andare e farsi contagiare dalle emozioni. È utile e bello.

venerdì 10 giugno 2011

La casa magica - quattro raccontini scritti per mio figlio

Hai mai sentito parlare di magie? Di maghi? Di maghe? Di incantesimi e misteri? E… della casa magica?
Tutto cominciò con una bicicletta… e finì proprio con una bicicletta, anzi, un monociclo…


FILOPPO
Anche se non ne aveva mai posseduta una, Filoppo era appassionatissimo di biciclette, aveva una maglia con una bicicletta, un bicchiere con una bicicletta e dormiva con una coperta che aveva un grande ricamo a forma di bicicletta.

Per addormentarsi chiudeva gli occhi e contava le biciclette… Una notte di luna piena, sognando come al solito un mondo fatto di biciclette, parlò nel sonno e disse: “Voglio una biciclettaaa…”.

Al mattino, dopo tanto cercare e tanto sperare, il suo sogno si avverò: mentre stava tagliando l’erba di un campo, sentì la falce sbattere contro qualcosa di duro, durissimo, così duro che tutto il braccio cominciò a tremare; prese un bastone per far luce su quell’oggetto misterioso e… meraviglia delle meraviglie… una bicicletta! Sì, una vera bicicletta! I suoi occhi si illuminarono e cominciò a sudare dall’emozione. Finalmente anche a lui la fortuna aveva fatto un regalo: possedeva una bicicletta.

Ecco… non è che fosse proprio una bella bicicletta, era vecchia, arrugginita e ammaccata un po’ ovunque ma era una bicicletta, e questo bastava!

Filoppo tagliò con cura tutta l’erba intorno, alzò la bicicletta e se la portò a casa.

La notte dormì in garage, abbracciato alla bici.

Il mattino dopo decise di iniziare a ripulirla ben bene ma non aveva attrezzi, gli mancavano cacciavite, martello, pinze, chiave inglese e carta vetrata.

Come fare?

Disperato cominciò a piangere e piangendo singhiozzava: “Ma perché, ma perché, ma perché non ho gli attrezzi per aggiustare la mia bici?”. All’ennesima, disperatissima lacrima, cominciò a grattarsi il naso. Grattava, grattava, grattava così tanto che gli venne uno starnuto enorme, un rumore così forte che fece cadere alcuni libri dallo scaffale.

Meraviglia delle meraviglie… dietro ai libri, c’era una scatola, una scatola mai vista prima. Era di color arancione e Filoppo si alzò e corse subito a prenderla.

Era pesante e dal rumore che faceva doveva certamente contenere dei ferri. La mise sul tavolo e aprì le due serrature bianche. Quando alzò il coperchio i suoi occhi iniziarono a sorridere: c’erano cacciavite, martello, pinze, chiave inglese, carta vetrata e addirittura pennelli e colori!

“Che bello - pensò - posso riparare la mia bicicletta e iniziare a pedalare!”.

Detto-fatto si mise al lavoro. Dopo sette giorni la sua bicicletta era pronta. Non aveva un casco e così si arrotolò un grosso asciugamano in testa, si mise la sua maglia con la bicicletta, bevve un sorso d’acqua e partì…

Iniziò a pedalare felice, così felice che ancora oggi, c’è qualcuno che racconta di averlo visto pedalare all’equatore, qualcuno che giura di averlo visto pedalare al polo Nord, qualcuno che è sicuro che stia pedalando nel deserto.

Quello che è certo è che Filoppo non tornò più nella sua casa e che visse felice e contento pedalando in qualche parte del mondo…


La casa dove aveva vissuto Filoppo rimase disabitata per molti anni, ma un giorno…

ESTRAGOLO
Aveva un nome assai strano: Estragolo, e gli piacevano tantissimissimo i libri. Gli piacevano così tanto che, un giorno, per inseguire una pagina portata via dal vento, iniziò a scalare le montagne, a scendere le valli e percorrere la pianura fino a ritrovarsi in un paesino attraversato da una ferrovia. In quel paesino, finalmente, riuscì a prendere la pagina che era volata via.

Alzò gli occhi e rimase così affascinato da quelle casette tutte colorate da decidere, in un solo secondo, che avrebbe vissuto lì.

Mise la pagina nel suo zaino e pensò: “Devo trovare una casa e cercare lavoro se voglio vivere qui”.

Allora cominciò a camminare e incontrò un vecchio signore a cui chiese: ”Avete un barbiere in questo posto? Io vorrei vivere qui e mi piacerebbe fare il barbiere”. “Eh no – disse il signore – abbiamo già un barbiere, e tutti gli vogliono bene, devi trovare un altro mestiere”.

Estragolo allora disse: “ Ma… un lattaio? Ce l’avete qui un lattaio?”. Il signore si gratto la barba e rispose:” Mio caro giovanotto, qui da noi abbiamo tutti una mucca e il lattaio proprio non ci serve”.

“Un imbianchino c’è?”. “Ce ne sono quattro – rispose il signore strabuzzando gli occhi – sono quattro fratelli che non fanno cadere mai una goccia di vernice!”.

“E allora cosa potrei fare?” chiese Estragolo sconsolato.

“Potresti alzare e abbassare le sbarre del passaggio a livello, qui da noi passa il treno ma non c’è nessuno che controlla le sbarre, prima o poi succederà un incidente se non troviamo un casellante”.

“Sììììì” esplose con gioia Estragolo, “Io sarò il vostro casellante! Ma… - agiunse – dove vivrò? Ci sono case libere?”. Il vecchio si grattò ancora la barba e disse: “C’è la casa di Filoppo, è quella laggiù, con il terrazzo viola, va un po’ ripulita ma è libera e sicuramente ha voglia di accogliere qualcuno”.

E così Estragolo si trasferì nella sua nuova dimora e iniziò a fare il casellante.

Il suo posto di lavoro era su un enorme seggiolone. Un seggiolone altissimo, così alto che poteva controllare tutta la valle e avvistare i treni in tempo per abbassare le sbarre del passaggio a livello. Estragolo rimaneva sul seggiolone da mattina a sera ed era contentissimo perché poteva leggere tutti i libri che voleva.

Passarono gli anni ed Estragolo diventò vecchio, così vecchio che non riusciva più a portare i libri nello zaino.

Una notte di luna piena sognò di essere al suo posto di lavoro sul seggiolone. Nel sogno non riusciva a salire gli scalini perché lo zaino con i libri era troppo pesante e si lamentava gridando: “Ohi-ohi, povero me, non ho più forza per portare i libri, bisognerebbe che i libri avessero le gambe per venire qui sul seggiolone”.

Al mattino dopo portò con sé solo un libriccino piccolo e leggero che stava tutto in una tasca. Mentre leggeva si accorse che stava passando un treno supervelocissimo e abbassò le sbarre più in fretta che poté. Nell’abbassare le sbarre però trascurò il libriccino che fu portato via dal vento e volò fino al treno. Che botta! Le pagine furono strappate in centomila pezzettini.

Ma… meraviglia delle meraviglie… una volta passato il treno e rialzate le sbarre, i pezzettini cominciarono a muoversi come se ballassero e alla fine delle danze si misero insieme formando tanti piccoli libri che… avevano le gambe!!!

Da quel giorno i libri iniziarono ad andare da soli su e giù per le scale del seggiolone. Al mattino seguivano Estragolo fino in cima al seggiolone e alla sera tornavano da soli nella libreria accanto al caminetto.

I libri con le gambe seguirono Estragolo per moltissimissimi anni, fino a quando passò di lì un treno-biblioteca ed Estragolo decise di salirci sopra per inseguire nuove avventure.

Nessuno lo vide più in paese ma ogni tanto arrivava una cartolina con i saluti da qualche stazione ferroviaria o da qualche biblioteca.


La casa che fu di Filoppo e poi di Estragolo rimase di nuovo disabitata finché…

BLAFUNIA
Dall’altra parte del mondo viveva una bambina che amava scavare. Quando le davano da mangiare un panino, prima scavava col dito un bel buco e solo dopo cominciava a mangiare. Metteva le dita nell’acqua per bucarla ma bucare l’acqua era difficile, scavava nel gelato, scavava la frittata, scavava i pomodori ma soprattutto scavava la terra.

Un giorno qualcuno, non si sa bene chi, le regalò un bellissimo badile, e per lei fu il più bel regalo del mondo…

Si mise a scavare, scavare, scavare per giorni e settimane. Attraversò rocce durissime, acqua, terra fredda, terra secca, terra umida e terra caldissima fino a quando dai suoi scavi spuntò il sole. Blafunia, che abitava dall’altra parte del mondo, aveva scavato fino a spuntare nel giardino della casa che fu prima di Filoppo e poi di Estragolo.

Uscì dalla terra così sporca che gli abitanti del paese la scambiarono per un verme gigantesco ed ebbero paura. Blafunia fu subito conquistata dalla bellezza di quel giardino e di quella casa. Vedendo che non c’era nessuno aprì la porta e andò a farsi la doccia. Alla sera, lavata e pulita di tutto punto, decise di uscire di casa per cercare qualcosa da mangiare. Quando uscì dalla porta sentì mille voci che dicevano tutte insieme “Oooooh…!”. Gli abitanti del paese, temendo di essere invasi dai vermi giganti, si erano rimpiattati dietro ai cespugli del giardino, pronti ad attaccare e mai si sarebbero aspettati di veder uscire una bambina – pulita e lavata – dalla porta della vecchia casa.

Per festeggiare Blafunia fu organizzata una festa e tutti mangiarono e ballarono fino a notte fonda.

Blafunia si trovava bene in quel paese, essendo bravissima a scavare, aiutava tutti i contadini, che per ringraziarla le facevano trovare sempre frutta, grano e verdura di fronte alla porta di casa.

Anche la casa era bella, addirittura il pavimento della camera aveva un piccolo buco tondo, grosso come il tubo di una stufa, che permetteva di guardare la cucina al piano di sotto. Al mattino si preparava latte e caffè, appena spento il fuoco tornava per qualche minuto nel letto, con le coperte ancora calde, per sentire il profumo della colazione che arrivava in camera passando dal buco nel pavimento.

Arrivò il giorno in cui fu deciso di scavare un grossissimo canale per annaffiare l’acqua dei campi e Blafunia fu invitata a dirigere i lavori.

Lavorava dall’alba al tramonto e arrivava a casa stanchissima.

In una notte di luna piena Blafunia fu svegliata da strani rumori. Dal buco sul pavimento vedeva una luce. Chi era? Chi era entrato in casa sua? Erano ladri? Cosa le avrebbero fatto?

Iniziò a tremare dalla paura, e tremava e sudava, e piangeva e pregava mentre sentiva alcuni passi salire le scale per venire al piano di sopra, quello della sua camera…

Impaurita e disperata cominciò a sussurrare: “Aiuto, aiuto, a-i-u-t-o, voglio cacciare i ladri, aiutatemiiii…”.

Meraviglia delle meraviglie… Blafunia iniziò ad avere caldo… ops: le sembrava che spuntassero dei peli sulle sue braccia, e le unghie poi, non le aveva mai avute così appuntite…

Non sentì più i passi dei ladri ma degli strani versi di animale, di topo! All’improvviso si sentì coraggiosa come un leone, uscì dal letto e si gettò per le scale alla rincorsa dei ladri ma trovò solo qualche topo che vedendola se le dette a gambe.

Si sentiva strana però e decise di guardarsi allo specchio. Ciò che vide la meravigliò così tanto che, dalla sorpresa si addormentò di colpo: si era trasformata in una gattona e capì che per una strana magia i ladri si erano trasformati in topi.

Quando si risvegliò Blafunia non era più una gatta, era di nuovo lei, Blafunia. Andò a lavorare e nel giro di poche settimane il canale per l’acqua fu completato. Il canale era così bello che dopo un po’ fu deciso di allungarlo fino a raggiungere il mare. A scavare fu chiamata Blafunia che, dopo avere completato i lavori, scavò un tronco, ne fece una barca, si mise in acqua e raggiunse il mare.

Secondo la leggenda Blafunia divenne un’esploratrice che navigò per i sette mari. Quello che è certo è che nessuno la vide mai più in paese.


E ancora una volta la casa che fu di Filoppo, di Estragolo e poi di Blafunia rimase disabitata per lungo tempo, fino a quando quel disgraziato di Gianfaldone andò a chiudercisi dentro…

GIANFALDONE
Gianfaldone era ricchissimo, così ricchissimo che aveva sempre paura di essere derubato. Viaggiava con una diligenza enorme tutta piena di denaro, chiusa con trentacinque lucchetti.

Quando passò dal paese e vide la casa disabitata decise di andarci a vivere e di metterci dentro tutto il suo denaro.

Per paura di essere derubato non usciva mai di casa. Aveva inventato un sistema per rimanere sempre chiuso in casa. Quando aveva fame chiamava il contadino, calava una corda con un cestino giù dalla finestra, ci metteva qualche soldo, e il contadino gli portava frutta, pane e verdura.

E quando aveva sete? Per la sete gli bastava allungare un secchio con il bastone fino alla fontana e il gioco era fatto: aveva l’acqua fresca.

Se aveva bisogno di una camicia nuova chiamava il sarto, gli tirava qualche soldo e il sarto gli spediva la camicia a bordo di un piccione viaggiatore.

Gianfaldone era proprio contento ma aveva sempre paura per i suoi soldi, “E se me li rubassero anche qui in casa?”. Decise allora di compiere un grande passo: decise di murare la porta.

“Adesso sì che mi sento sicuro” pensò Gianfaldone ammirando e rimirando il cemento che ostruiva la porta.

In una notte di luna piena non riusciva a prendere sonno e sentì una vocina che diceva “Apri la porta… apri la porta… apri la porta…”. Pensò di essere pazzo e la notte dopo si mise dei tappi nelle orecchie.

Lui non sentiva niente ma la casa, si proprio lei, la casa magica, quella che aveva esaudito le preghiere di Filoppo, Estragolo e Blafunia, continuò a implorare ogni notte: “Apri la porta… apri la porta… apri la porta…”.

Anche la pazienza delle case ha un limite e siccome non c’è peggior sordo di colui che non vuol sentire, la casa magica decise di vendicarsi.

Una mattina mentre il contadino stava per portare frutta, pane e verdura a Gianfaldone, tutto il paese cominciò a sentire uno strano rumore. Era un rumore veramente strano, a metà fra la ferraglia che canta, il flauto che suona e la palla che rimbalza.

Si fermarono tutti ad ascoltare. Gianfaldone aveva ancora i tappi nelle orecchie che si era messo per dormire e non sentire la vocina della casa, e iniziò a sbraitare contro il contadino che si era fermato ad ascoltare quello strano rumore che stava diventando un suono dolcissimo e irresistibile. Quando si accorse che il contadino e tutti gli altri abitanti del paese stavano andando in piazza, Gianfaldone si tolse i tappi dalle orecchie e anche lui fu rapito da quel suono magico.

Ma chi era che suonava? Era un giocoliere venuto in bicicletta, anzi, in monociclo, un giocoliere sconosciuto che suonava e giocava.

Il giocoliere si fermò in piazza, ad aspettarlo c’era tutto il paese, come se ognuno sapesse già che l’appuntamento era proprio lì, nella piazza.

E Gianfaldone? Gianfaldone voleva andare anche lui in piazza, finalmente, dopo tanti anni in cui era rimasto chiuso in casa. Voleva andare ma anni prima aveva murato la porta con il cemento e adesso non riusciva a buttarla giù… Voleva saltare giù dalla finestra ma la finestra era troppo alta…

Il giocoliere, giunto in piazza, si fermò di colpo e tutti trattennero il respiro. “Io conosco il segreto della felicità – disse - e lo rivelerò a tutti quelli che mi sorrideranno”. Gli abitanti del paese, che non erano certo degli sciocchi, cominciarono a sorridere e ad abbracciare il misterioso giocoliere che d’un tratto – BUUM!!! - scomparve in una nuvola di fumo.

Quando il fumo si fu diradato tutti si accorsero di essere felici e decisero di ballare e far festa fino al mattino dopo.

Dal quel giorno quello è il paese della felicità, tutti gli abitanti sono felici e ogni persona che passa dal paese diventa felice.

Gianfaldone fu condannato a rimanere chiuso in casa, triste e solitario in un paese felice di persone felici, prigioniero del suo denaro e della sua stupidità.


Da allora la casa magica, delusa dagli uomini, non ha mai più voluto ospitare nessuno.
Oggi è una casa diroccata abitata solo dalle formiche ma è impossibile entrarci dentro perché la porta è murata e la finestra è troppo alta…
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