martedì 17 aprile 2012

"Ho paura di essere abbandonato"

Quando Samu mi ha detto, con voce pacata e un po' solenne, che aveva paura di essere abbandonato è stato come ricevere una mattonata in faccia. Mi ha intenerito e ho cominciato a rassicurarlo e abbracciarlo. Ma mi sono anche trovato in uno stato di agitazione, come se qualcosa dentro di me non avesse pace.

È successo alla vigilia di una piccola vacanza pasquale nelle Marche.

Attorno ai 3-4 anni è una paura usuale, quella dell'abbandono, assieme alla paura del buio. Questo però non mi consolava. Non mi consolava nemmeno l'evidente passo avanti di mio figlio nel prendere consapevolezza con il lutto (e la conseguente paura di perder chi si ama).

Il meccanismo (a volte così egocentrico da impedire di vedere la realtà) della auto-colpevolizzazione è partito per la propria strada e ci ho messo tempo e fatica per governarne le redini.

Forse un litigio di troppo di fronte a lui, forse un'espressione di rabbia (sopra le righe per un adulto ma forse così complicata da gestire per un esserino che deve ancora compiere 4 anni). Forse quella tensione latente dei periodi in cui a una coppia le cose non filano tutte liscie. Forse le 10-11 ore passate quotidianamente fuori da casa per lavorare.
O forse Samu non "digerisce" quei rari momenti in cui io e Paola usciamo da soli?

Col passare dei giorni ho meso a fuoco che da almeno un paio di mesi ci coinvolgeva ripetutamente nel giocare a nascondersi. Lo sparire/riapparire è un modo simbolico con cui i bambini - invero un po' più piccoli di samuele - tentano di padroneggiare l'ansia del distacco: giocando possono controllare l'allontanamento della figura di riferimento e dar sempre un "lieto fine" alla storia.
Ho riconsiderato sotto un nuovo punto di vista anche altri fatti come la giocosa riduzione della realtà alla triade mamma-papà-bambino che Samu ha sempre operato ("Ecco i cartelli stradali, la freccia è il papà, lo stop è la mamma e il numeretto dei chilometri è il figliolino") opure il suo bisogno (e la sua gioia) di fare le cose assieme, tutti e tre.

Insomma, razionalizzazione sì, problematizzazione anche ma pure un po' di coscienza sporca.

Ho tentato, comunque, di indagare, lui mi ha raccontato che alla materna il papà di un bambino aveva perso il lavoro ed era dovuto andare lontano per lavorare, chissà però se sia vero...

Samuele ha un attaccamento sicuro e positivo con noi e con le altre figure importanti, grazie al cielo siamo lontani dalle degenerazioni della triade di Bowlby (lo schema secondo cui un bambino che subisce la separazione dalla madre o dalle altre figure di riferimento prima protesta, poi si dispera e infine agisce un distacco emotivo, stato che se non recuperato può portare all'anaffettività, tipica prevenzione contro il dolore della separazione).

Resta il fatto che la paura di essere abbandonati è una paura tanto comune quanto fondamentale per ogni essere umano. Si tratta di una paura che trova il suo significato sotto l'aspetto evoluzionistico: il cucciolo di uomo non è autosufficiente, da solo è vulnerabile e il suo timore d'essere senza compagnia è decisamente giustificato.

Le paure possono condizionare la vita, addirittura Laing descrive un "insicurezza primaria" alla base di alcune personalità adulte la cui esistenza è impoverita dal considerar qualsiasi cosa come fonte di pericolo. Paura è però anche limite utile, è grazie al timore se noi (e i nostri antenati) sopravviviamo, è la paura a farci evitare comportamenti scellerati.
La paura è prima di tutto un'emozione, vale a dire uno stato interiore prodotto (spesso) da stimoli esterni. Nelle emozioni è il corpo ad avere una parte da protagonista, sia perché le emozioni di base sono espresse da espressioni del volto (il volto è un pezzo di corpo!) universalmente riconosciute, sia perché le risposte fisiologiche alle emozioni ne segnano il grado di intensità.

La componente fisiologica della paura è uno degli stati più articolati, mettendo in gioco il sistema nervoso simpatico e l'adrenalina (ormone epinefrina secreto dalle ghiandole surrenali):
  • aumento del ritmo e della profondità del respiro
  • aumento del ritmo cardiaco e della quantità di sangue pompato
  • aumento della pressione sanguigna
  • aumento del sangue diretto ai muscoli e diminuzione del sangue diretto agli organi interni
  • aumento della componente zuccherina nel sangue
  • diminuzione della saliva e del muco
  • dilatazione delle pupille
  • GSR (Risposta Galvanica Cutanea: aumento della resistenza elettrica della pelle)
Paura è anche apprendere ad avere paura e rappresentarsi mentalmente uno stato di pericolo quando si è di fronte a un determinato scenario, per dirla con la Oliverio Ferraris: "Crescendo, la paura non è più soltanto, come nei primi anni di vita, la risposta diretta a uno stimolo ma assume forme immaginarie e di natura simbolica". Con la fantasia e la crescita le paure mutano, si evolvono e possono allontanarsi dagli oggetti che le hanno generate.

Quanto più un bambino percepisce come poco solido il proprio ambiente, tanto più le paure (anche relative alle figure della propria famiglia) possono accentuarsi. Ecco, è proprio questo che non vorrei, non voglio, non vorrò mai dovermi rimproverare.
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