martedì 1 ottobre 2013

Felicità (che sapore, odore, forma, suono, consistenza ha?)

TV, asilo, cronaca. Poi tutto quel bagaglio di atteggiamenti, sensibilità, valori, detto e non detto che gli trasmettiamo per "osmosi". Poi gli amici, i nonni. Senza dimenticare il suo sguardo, i suoi occhi originali sul mondo.

Poi però c'è questa cosa che penso si possa chiamare ideologia, è l'humus, la cultura, il b.

Samuele Yannick frequenta la scuola materna, le sue maestre sono meravigliose. Però sono - appunto - maestre, donne, come se l'istituzione stesse dicendogli una cosa precisa: la cura dei bambini è roba da donne. Quanto vale essere una persona aperta, egualitaria, rincorrere un'idea di paternità dolcemente visionaria di fronte al fatto che non esistono maestri (maschi) di asilo nido o scuola materna (eh già, perché non è nemmen pensabile chiamarla scuola "paterna")?

Cosa gli sta inculcando questa benedetta società? E domani alla scuola primaria (fu elementare)? Cosa gli comunicherà la scuola come istituzione? Non è che finirà con il tentativo di formare persone in grado di riconoscere e obbedire all'autorità, in competizione con i propri pari?

E l'idea (ideologia!) di cooperare, tutti uguali, tutti assieme, per traguardi che non siano esclusivi ma inclusivi?

In una società in cui il valore che permea qualsiasi cosa si chiama mercato, il concetto stesso di cooperazione è un concetto debole, di seconda fascia.

Come posso io intervenire su tutto questo? Come posso aiutare mio figlio a comprendere che il successo, la performance, la competitività non sono tutto? Che una persona non è solo quella roba lì? Come aiutarlo a fare luce sulla bellezza dell'idea di uguaglianza o sul sublime che può esserci in qualcosa di non-produttivo? Come, se spesso anche a tavola sente me e Paola che ci lamentiamo delle scarse performance di questo o quel collega?

Il fatto è che questo humus sarà determinate per la sua felicità e per le sue frustrazioni. Questo humus contribuisce alla sua definizione di felicità. Cazzarola, ho il dovere di fare qualcosa!

Nel corso dei millenni, di felicità han discusso e speculato filosofi e psicologi, fino ad arrivare a una delle bassezza più devastanti per la storia del pensiero: anche gli ospiti del marito di Maria de Filippi hanno pubblicamente discettato intorno all'idea di felicità.

Ok, ma di cosa si parla quando si ragiona di felicità?

A me è cara la psicologia - deformazione curriculare - e mi si stampa in testa subito, così, al volo, la piramide di Maslow. Possiamo pensare che sia comunque frutto di un humus occidentale e dominante ma sinceramente il buon vecchio non è che ci sia andato tanto lontano: corpo, prospettive, relazioni, realizzazione, successo.

La filosofia si è divisa fra eudemonia, benessere interiore, virtù, atarassia, bene, morale, giustizia, utilitarismo... Grandi idee che a leggerle e approfondirle mi lasciano sempre un po' insoddisfatto. Sì, per me meglio un po' di psicologia.

La sua felicità è per me un chiodo fisso ma non è un'ossessione. È un chiodo fisso perché spesso mi dice, con quella lucidità da adulto che mi lascia senza respiro "Papà, io mi sento una tristezza che non so cos'è". Capita la sera, allo spegnersi della luce. Lo so, c'ho questa laurea in pedagogia che dovrebbe aiutarmi a comprendere quanto questa tristezza sia altro e non tristezza o spleen, però il cuore mi si svalvola ogni volta,  non posso - in onestà - tacere l'effetto che mi fa la sensazione precisa che in quei momenti i miei abbracci siano un lenitivo solo parziale perché anche quella tristezza lì ha comunque radici profonde.

Poi grazie al cielo c'è il sole e di giorno mi sento dire una cosa che nella sua immanenza scarta e supera tutte le seghe mentali dei filosofi:
"Papà sono proprio felice"
"Raccontami"
"I muratori che hanno rifatto il tetto alla casa del nonno mi hanno lasciato tenere il cartello con scritto 'divieto di accesso al cantiere'. Papà, sono proprio fortunato!".

Ecco, alla fine di tante domande è - al solito - lui a suggerire la risposta: stupore, semplicità.

mercoledì 11 settembre 2013

Un pesce che (forse) si chiama troia: la cerniera intergenerazionale

Io sono il "papà scherzone", una delle cose che Samu mi dice più spesso è: "Ma è vero, papà?". Invento, invento e invento - del resto inventare è proprio il mio mestiere - perché mi piace giocare con le parole. Ogni volta che può mi chiede di raccontargli una storia e decide se la vuole vera o inventata, spesso mi ordina anche: "Raccontami una storia che parla di 12 treni, ci deve essere un Frecciarossa e poi anche un regionale. E anche Italo".

Quella sera, per addormentarsi, mi chiese di raccontargli qualcosa di vero che mi era accaduto da bambino. Non so come ma la prima cosa che mi venne alla mente fu un episodio antecedente al 1979: la mia mamma aveva cucinato l'aringa. Io ero schizzinoso - lo sono rimasto per anni - e l'odore dell'aringa mi faceva proprio vomitare. La mattina dopo avevo deciso di farmi una tazza di latte con i biscotti. Non so se fu la suggestione d'aver visto una macchiolina nel bricco per scaldare il latte, non se se fu l'odore ancora presente in cucina o non so se fu davvero la persistenza dell'aringa ma ricordo che il latte mi fece davvero schifo. Mi sembrò all'aroma di aringa e piantai una supergrana con la mia mamma.

Dopo il racconto un bacio e via verso le braccia di Morfeo.

Qualche giorno dopo la mia mamma mi ferma per raccontarmi che Samuele le aveva raccontato di come io, da piccolo avessi quasi vomitato una tazza di latte perché nel pentolino lei aveva cucinato un pesce che "forse si chiama troia" (trota NDR). Lei non ricordava assolutamente l'episodio ed era rimasta sorpresa da come io lo ricordassi con nitidezza.

Questa cosa mi fa riflettere su come i bambini siano (al netto della volontà di nonni e genitori), un elemento di raccordo fra generazioni. Dentro di me, probabilmente, qualcosa ha chiesto a lui di far sapere ai miei genitori quanto quell'episodio reclamasse un chiarimento (roba da ridere a distanza di qualche decennio, no?). Insomma, volenti o nolenti i bambini aiutano i genitori e i nonni a dirsi quelle cose che non si direbbero mai. Tutto questo è molto bello ma anche molto pericoloso.

Essere messaggero non è cosa da poco, specie se qualcuno inizia a "sfruttare" un esserino di pochi anni d'età per veicolare messaggi che è difficile recapitare di persona. Se accade in modo leggero e inconsapevole è pura magia della vita, se diventa usuale e infido è proprio brutto.

Quanto difficile - mi domando - può essere dirsi tutto. Quanto un genitore può soffrire muto mentre vede suo figlio allontanarsi per fare la propria vita? Quanto dolore muto può esserci nel vedere un figlio soffrire? Quanto non detto può esserci nel silenzio di un padre che vede suo figlio crescere e non riuscire a realizzarsi? Quanto vorrei ma non so come può esserci negli occhi di chi ha messo al mondo una creatura per vederla diventare prima dottore, poi "masterizzato", poi stagista e poi precario a vita? Quanta rabbia nel cuore di una famiglia che vorrebbe semplicemente equità per i propri ragazzi? Quante parole dette solo con la mente, con i gesti ma mai con la voce?

Si dice che l'arrivo di un bimbo sia sempre e comunque una gioia. È così e forse lo è anche per questo.

Il fascino della divisa...

Era lì, bello, giovane e fiero. In divisa. E io mi sono sciolto in lacrimucce...

Ho capito cosa fosse il fascino della divisa, l'ho capito in un battibaleno...

Sia chiaro: non si trattava di una divisa militare. Quello che può fare un campo estivo lo sa solo Cristo, e lui - di solito - è uno che la sa lunga.

Dopo una serie di discussioni, decisioni, contro decisioni, ripensamenti e altro abbiam deciso, a fine luglio, di mandarlo al campo estivo di atletica. Il mio nuovo sport, proprio dal primo luglio scorso, è proprio la corsa (hanno spostato l'ufficio vicino a un campo di atletica).

Tutti i giorni vedevo questi frugoletti che partecipavano alle attività e si divertivano. Erano tanti, sempre di più. Poi ho incontrato un vecchissimo amico che andava a riprendersi il figlio e gli ho chiesto come si trovasse.

Alcuni giorni dopo Samuele iniziava la sua attività. La divisa era parte del pacchetto: un cappellino, 2 magliette e pantaloncini.

I nostri timori erano nell'ordine: lo stiamo forzando e odierà lo sport per tutta la vita; perché non lo diciamo anche al suo migliore amico, da solo si sentirà isolato e si dispererà; ci sono troppi bimbi grandi, lo soverchieranno; ma questa gente sarà affidabile? Son timori genitoriali, sono proiezioni di un vissuto antico, sono traumi infantili e familiari mai risolti, sono sensi di colpa perché il tempo passato accanto a lui è sempre poco e mentre lo forzi (sarebbe meglio dire lo "spingi") a fare qualcosa che non ha chiesto, non sai ancora se potrai portarlo in vacanza.

Come spesso capita in casi simili, tutte le preoccupazioni si dimostrano vere e proprie seghe mentali.
Si è divertito, molto, moltissimo ed è cresciuto, molto. Nessun problema con gli educatori (davvero bravi), nessun problema di ambientamento, nessun problema coi bimbi grandi, nessun odio per lo sport, nessun rancore. Solo gioia e divertimento. Le risorse dei bambini sono superiori!

Constatando la cura e l'orgoglio con cui teneva la sua divisa, la voglia con cui la portava, oltre alle lacrimucce ho toccato con mano quanto si abbia bisogno di appartenere. Quanto la divisa sia stata per lui segno distintivo di un'esperienza collettiva, di un riconoscimento, di un ruolo nella società che non fosse quello di figlio, nipote o scolaro: lì era un piccolo atleta ed era orgoglioso di esserlo stato.

Sì, lo so... da pedagogista dovrei sapere quali menate albergano nella testa dei genitori e quanto sia importante affrancarsene ma sono comunque un normalissimo genitore che a volte s'imbarca nelle imperturbabili vie delle seghe mentali. E in fondo è giusto che sia così.

Sono felice di avere spinto (non "forzato") il mio piccolo tesoro verso un'esperienza che lo ha reso migliore e che gli ha dato modo di camminare e correre insieme ad altri bambini su quella meraviglia che è la pista in tartan, oggetto magico e teatro delle imprese di qualsiasi atleta, anche - appunto - del più piccolo dei camminatori.

Lui è rimasto col rammarico di non aver avuto il permesso di lanciare il giavellotto. Per questo forse, c'è da aspettare qualche anno.

giovedì 28 marzo 2013

Quando l'amore taumaturgico non è si scopre la misura (e io faccio festa per averla scoperta)


Capita spesso di ritrovarmi a pensare d'amore, di rivivere, a volte con trasporto, a volte con nostalgia, a volte con la netta sensazione di averla scampata bella, i miei amori passati. Credo capiti a molti fra coloro che hanno la fortuna (o il dramma) di avere amori passati.

Quando i ricordi vagano mi si aprono alla mente le atmosfere, le persone, il contesto, gli amici legati a ciascuna storia. Mi rivedo, mi ripenso, in alcuni casi mi vergogno un po' di me...

Rivedo anche quelle situazioni in cui l'amore si fa taumaturgico ma siccome taumaturgico non è, diventa scudo, schermo opaco, barriera per non vedere la realtà. La realtà di un amore che magari non stava più in piedi nemmeno a pregare.

Vedo come un percorso che oggi mi fa dire di essere cresciuto ma mi ripeto che domani probabilmente dirò d'esser migliore di oggi. L'amore è strano, quasi quanto le persone.

Oggi, tranquillo - si fa per dire - overquarantenne, osservo che questo atteggiamento, questa aspirazione taumaturgica non appartiene solo all'amore di coppia ma all'amore in generale. Lo vedo nei nonni che lasciano trasparire la convinzione di poter essere il meglio del meglio per Samuele, lo vedo in Paola, lo vedo in me. Siamo tutti accomunati da un tratto di convinzione superlativa, siamo tutti convinti di essere il meglio del meglio per quel pargoletto che cresce ogni giorno sotto gli occhi di una famiglia che si allarga dalla Toscana alla Liguria e di cui lui è inevitabilmente divenuto il fulcro.

In psicologia questa tendenza verrebbe forse assimilata alla dipendenza affettiva, ma qui non c'è reciprocità (la dipendenza affettiva è quasi sempre una dinamica a due). Si tratta forse di un bisogno di controllo? Forse sì.

È certo però che gli anni che passano aiutano a vedere le cose con sguardo disincantato e in qualche misura oggettivo. Questa visione retrospettiva mi ha illuminato sul modo in cui l'amore a volte ignora l'alterità. Ho visto (credo in maniera chiara) come si rischia di soffocare l'altro, anche quando è bambino, guardando esclusivamente il mondo con i nostri occhi. Eppure "l'oggetto" d'amore è qualcuno - non qualcosa - con un nome, con una vita propria, con propri gusti e aspirazioni, insomma, "l'oggetto" è altro da noi. Ma... un "oggetto" bambino è delicato più di altri?

La risposta che mi restituisco è no. No perché quando mi lascio prendere la mano dalla taumaturgia vedo i suoi occhi che mi richiamano e quando non vedo i suoi occhi sento le sue parole che mi dicono che lui la pensa in modo diverso, che vuole seguire i suoi sogni, non i miei. E mi dice anche che a volte il suo papà sbaglia e che a volte gli altri non sbagliano. Debbo così accettare (come è normale che sia) che nonne e nonni in alcuni casi facciano meglio di me e questo è un sollievo perché so che quando è con loro è in ottime mani.

Quello che mi è ben chiaro, in questo viaggio che sembra avere la funzione di mettere assieme tante tessere sparse a comporre un mosaico ricco di senso e insegnamenti, è che la natura ha pensato proprio a tutto, ha pensato a rendere le persone un po' sorde alle esigenze altrui ma ha pensato anche agli antidoti, in questo caso l'antidoto è la forza dei bambini.

Quello che tutto ciò mi ha insegnato è la bellezza (e la necessità) della misura. Ho sempre pensato che la misura fosse arida ma semplicemente non avevo capito cosa sia la misura. La misura non è limitazione, è semplicemente consapevolezza. Il mio amore per Paola è devastante, il mio amore per Rasta (la mia principessa che ha quattro zampe e abbaia) è devastante, il mio amore per Samuele è devastante. Devastante perché sconvolge ogni più intima e piccola fibra del mio essere. Però devastante non può significare soffocante, perché anche l'amore infinito ha bisogno di una misura: non un limite all'estensione o all'intensità ma un atto di consapevolezza.

Oggi sì, posso dire di essere un po' cresciuto. Continuerò con i miei errori, forse ripeterò gli stesi errori di sempre ma la cosa meravigliosa che oggi mi ha insegnato mio figlio è che la sua crescita mi rende una persona migliore.

Grazie piccolo, ti voglio bene.

lunedì 11 marzo 2013

Ma come facciamo a salvarli se balliamo?



Qualche sera fa ho proposto a Samuele di fare una cosa assieme, partecipare a un flash mob per salvare gli agnellini dalla macellazione pasquale. Lui ha ormai metabolizzato il fatto di avere un papà vegetariano che ogni settimana fa anche un vegan day, ci scherza su e ogni tanto mi chiede come va e se sono felice di essere vegetariano.

Ha chiesto perché a Pasqua vengano uccisi gli agnellini, io ho risposto con sincerità: per tradizione, perché così si fa da sempre. A lui sono venuti i lacrimoni.

Mi ha chiesto allora cosa avremmo dovuto fare per salvarli, io ho spiegato sommariamente cosa fosse un flash mob, alla fine del quale si balla.

Lui allora ha lasciato andare le lacrime e con rabbia ha inveito contro di me: "Ma come facciamo a salvarli se balliamo!!!?".

Ecco qua, servita su un piatto (mai come in questo caso la metafora fu più azzeccata) d'argento la cruda verità: a che pro manifestare a favore della vita di qualcuno se non per stringersi fra coloro che si sentono simili e quietare un po' la coscienza?

Quanto di ego-diretto c'è in una cosa del genere? Quanto di inutile? Quale il ruolo di un'agenzia di comunicazione che - magari - ha bisogno di mettere a portfolio un'azione del genere?

Beh, il discorso è lungo e annoso. Io sono consapevole di non essere in grado di fare ciò che realmente sarebbe necessario, posso solo iniziare da me stesso, sfruttare la rete e fare cose simili al flash mob. Ma non posso dimenticarmi che ci vuole tempo, tempo che questi animali non hanno.

Il pensiero lineare di un bambino, nella sua semplicità è efficace. Anche a smorzare l'entusiasmo di un adulto che, pur di fare qualcosa, a volte fa anche qualche cazzata la cui utilità c'è ma il cui effetto è onestamente poca roba.
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