giovedì 28 marzo 2013

Quando l'amore taumaturgico non è si scopre la misura (e io faccio festa per averla scoperta)


Capita spesso di ritrovarmi a pensare d'amore, di rivivere, a volte con trasporto, a volte con nostalgia, a volte con la netta sensazione di averla scampata bella, i miei amori passati. Credo capiti a molti fra coloro che hanno la fortuna (o il dramma) di avere amori passati.

Quando i ricordi vagano mi si aprono alla mente le atmosfere, le persone, il contesto, gli amici legati a ciascuna storia. Mi rivedo, mi ripenso, in alcuni casi mi vergogno un po' di me...

Rivedo anche quelle situazioni in cui l'amore si fa taumaturgico ma siccome taumaturgico non è, diventa scudo, schermo opaco, barriera per non vedere la realtà. La realtà di un amore che magari non stava più in piedi nemmeno a pregare.

Vedo come un percorso che oggi mi fa dire di essere cresciuto ma mi ripeto che domani probabilmente dirò d'esser migliore di oggi. L'amore è strano, quasi quanto le persone.

Oggi, tranquillo - si fa per dire - overquarantenne, osservo che questo atteggiamento, questa aspirazione taumaturgica non appartiene solo all'amore di coppia ma all'amore in generale. Lo vedo nei nonni che lasciano trasparire la convinzione di poter essere il meglio del meglio per Samuele, lo vedo in Paola, lo vedo in me. Siamo tutti accomunati da un tratto di convinzione superlativa, siamo tutti convinti di essere il meglio del meglio per quel pargoletto che cresce ogni giorno sotto gli occhi di una famiglia che si allarga dalla Toscana alla Liguria e di cui lui è inevitabilmente divenuto il fulcro.

In psicologia questa tendenza verrebbe forse assimilata alla dipendenza affettiva, ma qui non c'è reciprocità (la dipendenza affettiva è quasi sempre una dinamica a due). Si tratta forse di un bisogno di controllo? Forse sì.

È certo però che gli anni che passano aiutano a vedere le cose con sguardo disincantato e in qualche misura oggettivo. Questa visione retrospettiva mi ha illuminato sul modo in cui l'amore a volte ignora l'alterità. Ho visto (credo in maniera chiara) come si rischia di soffocare l'altro, anche quando è bambino, guardando esclusivamente il mondo con i nostri occhi. Eppure "l'oggetto" d'amore è qualcuno - non qualcosa - con un nome, con una vita propria, con propri gusti e aspirazioni, insomma, "l'oggetto" è altro da noi. Ma... un "oggetto" bambino è delicato più di altri?

La risposta che mi restituisco è no. No perché quando mi lascio prendere la mano dalla taumaturgia vedo i suoi occhi che mi richiamano e quando non vedo i suoi occhi sento le sue parole che mi dicono che lui la pensa in modo diverso, che vuole seguire i suoi sogni, non i miei. E mi dice anche che a volte il suo papà sbaglia e che a volte gli altri non sbagliano. Debbo così accettare (come è normale che sia) che nonne e nonni in alcuni casi facciano meglio di me e questo è un sollievo perché so che quando è con loro è in ottime mani.

Quello che mi è ben chiaro, in questo viaggio che sembra avere la funzione di mettere assieme tante tessere sparse a comporre un mosaico ricco di senso e insegnamenti, è che la natura ha pensato proprio a tutto, ha pensato a rendere le persone un po' sorde alle esigenze altrui ma ha pensato anche agli antidoti, in questo caso l'antidoto è la forza dei bambini.

Quello che tutto ciò mi ha insegnato è la bellezza (e la necessità) della misura. Ho sempre pensato che la misura fosse arida ma semplicemente non avevo capito cosa sia la misura. La misura non è limitazione, è semplicemente consapevolezza. Il mio amore per Paola è devastante, il mio amore per Rasta (la mia principessa che ha quattro zampe e abbaia) è devastante, il mio amore per Samuele è devastante. Devastante perché sconvolge ogni più intima e piccola fibra del mio essere. Però devastante non può significare soffocante, perché anche l'amore infinito ha bisogno di una misura: non un limite all'estensione o all'intensità ma un atto di consapevolezza.

Oggi sì, posso dire di essere un po' cresciuto. Continuerò con i miei errori, forse ripeterò gli stesi errori di sempre ma la cosa meravigliosa che oggi mi ha insegnato mio figlio è che la sua crescita mi rende una persona migliore.

Grazie piccolo, ti voglio bene.

lunedì 11 marzo 2013

Ma come facciamo a salvarli se balliamo?



Qualche sera fa ho proposto a Samuele di fare una cosa assieme, partecipare a un flash mob per salvare gli agnellini dalla macellazione pasquale. Lui ha ormai metabolizzato il fatto di avere un papà vegetariano che ogni settimana fa anche un vegan day, ci scherza su e ogni tanto mi chiede come va e se sono felice di essere vegetariano.

Ha chiesto perché a Pasqua vengano uccisi gli agnellini, io ho risposto con sincerità: per tradizione, perché così si fa da sempre. A lui sono venuti i lacrimoni.

Mi ha chiesto allora cosa avremmo dovuto fare per salvarli, io ho spiegato sommariamente cosa fosse un flash mob, alla fine del quale si balla.

Lui allora ha lasciato andare le lacrime e con rabbia ha inveito contro di me: "Ma come facciamo a salvarli se balliamo!!!?".

Ecco qua, servita su un piatto (mai come in questo caso la metafora fu più azzeccata) d'argento la cruda verità: a che pro manifestare a favore della vita di qualcuno se non per stringersi fra coloro che si sentono simili e quietare un po' la coscienza?

Quanto di ego-diretto c'è in una cosa del genere? Quanto di inutile? Quale il ruolo di un'agenzia di comunicazione che - magari - ha bisogno di mettere a portfolio un'azione del genere?

Beh, il discorso è lungo e annoso. Io sono consapevole di non essere in grado di fare ciò che realmente sarebbe necessario, posso solo iniziare da me stesso, sfruttare la rete e fare cose simili al flash mob. Ma non posso dimenticarmi che ci vuole tempo, tempo che questi animali non hanno.

Il pensiero lineare di un bambino, nella sua semplicità è efficace. Anche a smorzare l'entusiasmo di un adulto che, pur di fare qualcosa, a volte fa anche qualche cazzata la cui utilità c'è ma il cui effetto è onestamente poca roba.
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