mercoledì 11 settembre 2013

Un pesce che (forse) si chiama troia: la cerniera intergenerazionale

Io sono il "papà scherzone", una delle cose che Samu mi dice più spesso è: "Ma è vero, papà?". Invento, invento e invento - del resto inventare è proprio il mio mestiere - perché mi piace giocare con le parole. Ogni volta che può mi chiede di raccontargli una storia e decide se la vuole vera o inventata, spesso mi ordina anche: "Raccontami una storia che parla di 12 treni, ci deve essere un Frecciarossa e poi anche un regionale. E anche Italo".

Quella sera, per addormentarsi, mi chiese di raccontargli qualcosa di vero che mi era accaduto da bambino. Non so come ma la prima cosa che mi venne alla mente fu un episodio antecedente al 1979: la mia mamma aveva cucinato l'aringa. Io ero schizzinoso - lo sono rimasto per anni - e l'odore dell'aringa mi faceva proprio vomitare. La mattina dopo avevo deciso di farmi una tazza di latte con i biscotti. Non so se fu la suggestione d'aver visto una macchiolina nel bricco per scaldare il latte, non se se fu l'odore ancora presente in cucina o non so se fu davvero la persistenza dell'aringa ma ricordo che il latte mi fece davvero schifo. Mi sembrò all'aroma di aringa e piantai una supergrana con la mia mamma.

Dopo il racconto un bacio e via verso le braccia di Morfeo.

Qualche giorno dopo la mia mamma mi ferma per raccontarmi che Samuele le aveva raccontato di come io, da piccolo avessi quasi vomitato una tazza di latte perché nel pentolino lei aveva cucinato un pesce che "forse si chiama troia" (trota NDR). Lei non ricordava assolutamente l'episodio ed era rimasta sorpresa da come io lo ricordassi con nitidezza.

Questa cosa mi fa riflettere su come i bambini siano (al netto della volontà di nonni e genitori), un elemento di raccordo fra generazioni. Dentro di me, probabilmente, qualcosa ha chiesto a lui di far sapere ai miei genitori quanto quell'episodio reclamasse un chiarimento (roba da ridere a distanza di qualche decennio, no?). Insomma, volenti o nolenti i bambini aiutano i genitori e i nonni a dirsi quelle cose che non si direbbero mai. Tutto questo è molto bello ma anche molto pericoloso.

Essere messaggero non è cosa da poco, specie se qualcuno inizia a "sfruttare" un esserino di pochi anni d'età per veicolare messaggi che è difficile recapitare di persona. Se accade in modo leggero e inconsapevole è pura magia della vita, se diventa usuale e infido è proprio brutto.

Quanto difficile - mi domando - può essere dirsi tutto. Quanto un genitore può soffrire muto mentre vede suo figlio allontanarsi per fare la propria vita? Quanto dolore muto può esserci nel vedere un figlio soffrire? Quanto non detto può esserci nel silenzio di un padre che vede suo figlio crescere e non riuscire a realizzarsi? Quanto vorrei ma non so come può esserci negli occhi di chi ha messo al mondo una creatura per vederla diventare prima dottore, poi "masterizzato", poi stagista e poi precario a vita? Quanta rabbia nel cuore di una famiglia che vorrebbe semplicemente equità per i propri ragazzi? Quante parole dette solo con la mente, con i gesti ma mai con la voce?

Si dice che l'arrivo di un bimbo sia sempre e comunque una gioia. È così e forse lo è anche per questo.

Il fascino della divisa...

Era lì, bello, giovane e fiero. In divisa. E io mi sono sciolto in lacrimucce...

Ho capito cosa fosse il fascino della divisa, l'ho capito in un battibaleno...

Sia chiaro: non si trattava di una divisa militare. Quello che può fare un campo estivo lo sa solo Cristo, e lui - di solito - è uno che la sa lunga.

Dopo una serie di discussioni, decisioni, contro decisioni, ripensamenti e altro abbiam deciso, a fine luglio, di mandarlo al campo estivo di atletica. Il mio nuovo sport, proprio dal primo luglio scorso, è proprio la corsa (hanno spostato l'ufficio vicino a un campo di atletica).

Tutti i giorni vedevo questi frugoletti che partecipavano alle attività e si divertivano. Erano tanti, sempre di più. Poi ho incontrato un vecchissimo amico che andava a riprendersi il figlio e gli ho chiesto come si trovasse.

Alcuni giorni dopo Samuele iniziava la sua attività. La divisa era parte del pacchetto: un cappellino, 2 magliette e pantaloncini.

I nostri timori erano nell'ordine: lo stiamo forzando e odierà lo sport per tutta la vita; perché non lo diciamo anche al suo migliore amico, da solo si sentirà isolato e si dispererà; ci sono troppi bimbi grandi, lo soverchieranno; ma questa gente sarà affidabile? Son timori genitoriali, sono proiezioni di un vissuto antico, sono traumi infantili e familiari mai risolti, sono sensi di colpa perché il tempo passato accanto a lui è sempre poco e mentre lo forzi (sarebbe meglio dire lo "spingi") a fare qualcosa che non ha chiesto, non sai ancora se potrai portarlo in vacanza.

Come spesso capita in casi simili, tutte le preoccupazioni si dimostrano vere e proprie seghe mentali.
Si è divertito, molto, moltissimo ed è cresciuto, molto. Nessun problema con gli educatori (davvero bravi), nessun problema di ambientamento, nessun problema coi bimbi grandi, nessun odio per lo sport, nessun rancore. Solo gioia e divertimento. Le risorse dei bambini sono superiori!

Constatando la cura e l'orgoglio con cui teneva la sua divisa, la voglia con cui la portava, oltre alle lacrimucce ho toccato con mano quanto si abbia bisogno di appartenere. Quanto la divisa sia stata per lui segno distintivo di un'esperienza collettiva, di un riconoscimento, di un ruolo nella società che non fosse quello di figlio, nipote o scolaro: lì era un piccolo atleta ed era orgoglioso di esserlo stato.

Sì, lo so... da pedagogista dovrei sapere quali menate albergano nella testa dei genitori e quanto sia importante affrancarsene ma sono comunque un normalissimo genitore che a volte s'imbarca nelle imperturbabili vie delle seghe mentali. E in fondo è giusto che sia così.

Sono felice di avere spinto (non "forzato") il mio piccolo tesoro verso un'esperienza che lo ha reso migliore e che gli ha dato modo di camminare e correre insieme ad altri bambini su quella meraviglia che è la pista in tartan, oggetto magico e teatro delle imprese di qualsiasi atleta, anche - appunto - del più piccolo dei camminatori.

Lui è rimasto col rammarico di non aver avuto il permesso di lanciare il giavellotto. Per questo forse, c'è da aspettare qualche anno.
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