mercoledì 11 settembre 2013

Il fascino della divisa...

Era lì, bello, giovane e fiero. In divisa. E io mi sono sciolto in lacrimucce...

Ho capito cosa fosse il fascino della divisa, l'ho capito in un battibaleno...

Sia chiaro: non si trattava di una divisa militare. Quello che può fare un campo estivo lo sa solo Cristo, e lui - di solito - è uno che la sa lunga.

Dopo una serie di discussioni, decisioni, contro decisioni, ripensamenti e altro abbiam deciso, a fine luglio, di mandarlo al campo estivo di atletica. Il mio nuovo sport, proprio dal primo luglio scorso, è proprio la corsa (hanno spostato l'ufficio vicino a un campo di atletica).

Tutti i giorni vedevo questi frugoletti che partecipavano alle attività e si divertivano. Erano tanti, sempre di più. Poi ho incontrato un vecchissimo amico che andava a riprendersi il figlio e gli ho chiesto come si trovasse.

Alcuni giorni dopo Samuele iniziava la sua attività. La divisa era parte del pacchetto: un cappellino, 2 magliette e pantaloncini.

I nostri timori erano nell'ordine: lo stiamo forzando e odierà lo sport per tutta la vita; perché non lo diciamo anche al suo migliore amico, da solo si sentirà isolato e si dispererà; ci sono troppi bimbi grandi, lo soverchieranno; ma questa gente sarà affidabile? Son timori genitoriali, sono proiezioni di un vissuto antico, sono traumi infantili e familiari mai risolti, sono sensi di colpa perché il tempo passato accanto a lui è sempre poco e mentre lo forzi (sarebbe meglio dire lo "spingi") a fare qualcosa che non ha chiesto, non sai ancora se potrai portarlo in vacanza.

Come spesso capita in casi simili, tutte le preoccupazioni si dimostrano vere e proprie seghe mentali.
Si è divertito, molto, moltissimo ed è cresciuto, molto. Nessun problema con gli educatori (davvero bravi), nessun problema di ambientamento, nessun problema coi bimbi grandi, nessun odio per lo sport, nessun rancore. Solo gioia e divertimento. Le risorse dei bambini sono superiori!

Constatando la cura e l'orgoglio con cui teneva la sua divisa, la voglia con cui la portava, oltre alle lacrimucce ho toccato con mano quanto si abbia bisogno di appartenere. Quanto la divisa sia stata per lui segno distintivo di un'esperienza collettiva, di un riconoscimento, di un ruolo nella società che non fosse quello di figlio, nipote o scolaro: lì era un piccolo atleta ed era orgoglioso di esserlo stato.

Sì, lo so... da pedagogista dovrei sapere quali menate albergano nella testa dei genitori e quanto sia importante affrancarsene ma sono comunque un normalissimo genitore che a volte s'imbarca nelle imperturbabili vie delle seghe mentali. E in fondo è giusto che sia così.

Sono felice di avere spinto (non "forzato") il mio piccolo tesoro verso un'esperienza che lo ha reso migliore e che gli ha dato modo di camminare e correre insieme ad altri bambini su quella meraviglia che è la pista in tartan, oggetto magico e teatro delle imprese di qualsiasi atleta, anche - appunto - del più piccolo dei camminatori.

Lui è rimasto col rammarico di non aver avuto il permesso di lanciare il giavellotto. Per questo forse, c'è da aspettare qualche anno.

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