giovedì 9 ottobre 2014

Sarebbe bello organizzare la giornata universale della noia (e onorare i gran cavalieri della fannullìa)

Io li vedo, quando li vedo li giudico pure.
Solo dopo un po' mi accorgo di esser simile a loro. Sono gli adulti (i genitori) che spippolano ossessivamente sugli smartphone aspettando i figli in piscina, sono i bimbi che giocano al ristorante, sono le famiglie che non sanno stare in silenzio, sono quelli che vanno a correre con le cuffie alle orecchie.

Siccome guardando loro e guardando me succede che prima o poi razionalizzo, allora mi distacco. E agisco.

Ho introdotto la noia fra le cose che desidero per mio figlio e che impongo, quando possibile, per me. La noia, cioè - etimologicamente - "l'avere in odio".

Basta con la necessità del trastullo, basta con l'aria sonorizzata che riempie il silenzio, basta con la deriva che emargina il non aver niente da fare.

Ecco, se devo pensare a qualcosa che sia una (una sola delle tante, per carità) delle basi del benessere psicologico modernamente inteso "Lo stato emotivo, mentale, fisico, sociale e spirituale di ben-essere che consente alle persone di raggiungere e mantenere il loro potenziale personale nella società" (rapporto della Commissione Salute dell'Osservatorio europeo su sistemi e politiche per la salute), mi viene in mente la noia. Da figlio unico ho attraversato sovente il silenzio, l'ho spesso contrastato ma ho imparato ad apprezzarlo e lo ricerca quando voglio stare con me stesso. Mi fa paura chi non sa stare in silenzio.

Durante un viaggio, alcuni ani fa, ho avuto l'occasione di sperimentare per diversi giorni il non avere una pippa (ma proprio una pippa) da fare. Non mi sono annoiato. È a lavorare che mi stanco...

Quando vedo che in pizzeria i bimbi sono equipaggiati con consolle portatili, quando mi sorpassano i SUV con i pargoli intrattenuti dai cartoni animati proiettati nei visori sui poggiatesta, quando sento mio figlio che mi dice "Ma io mi sto annoiando...", dentro mi scatta qualcosa.

Paola Maugeri è una donna cazzuta, ho avuto occasione di apprezzarla in primavera, durante un incontro pubblico. Fra le mille cose ragionevoli che ha detto, c'era l'appello alla noia, "Perché annoiarsi è importante".

Dietro (o dentro) alla noia c'è un mondo da scoprire, c'è una felicità, una bellezza, una ricchezza che è nostra, solo nostra e che non possiamo farci rubare dal primo signor Nintendo che passa.
Già agli inizi del secolo (1914) Le Savoureux studiava la noia, che considerava sentimento primario allo stesso titolo del piacere e del dolore, caratterizzato da assenza di interessi, monotonia delle impressioni, sensazione d’immobilità, vuoto interiore, rallentamento del corso del tempo [Fabrizio Di Maio]. Poi un susseguirsi di ricerche, teorie, studi che classificano la noia: cronica, morbosa, malinconica o secondo la classificazione di Emilio Tiberi banale, culturale, metafisica, patologica [Misurazione della noia cronica].

A me colpisce la definizione di Anne Clancier: "Un’attesa vaga di qualche cosa e incapacità di tollerare questa attesa". C'è da aggiungere altro?

Questa noia è amica, questa noia va conosciuta, questa noia va cercata e creata. Silenzio, assenza di stimoli, solo lì il viaggio dentro di sé può completarsi, solo lì si trovano quelle risorse che sono fatalmente mancanti nella nostra quotidianità.

Difficile rendersene conto ma fondare la noia come elemento educativo è difficile, implica un re-set del nostro stato mentale, necessita di energie e creatività. meglio tamponare e dare ai figli la playstation... Meglio sederli di fronte a un cartone, non abbiano mai a chiedere amore e risposte...

Quando Samu mi dice "Ma io mi sto annoiando..." io gli rispondo che annoiarsi è bello. Dopo un po' di proteste accade la magia e si innesca la sua creatività. È meraviglioso.

Penso allora che sarebbe bello organizzare la giornata universale della noia, una giornata in cui si spengono tutti gli apparecchi di trastullo e si attraversa il niente, una giornata in cui il cervello possa funzionare - finalmente - in maniera differente, un assaggio (forse) di quella che è la ricchezza della meditazione (anche qui, pur con mille distinguo ci vengono in aiuto diversi studi scientifici, a partire dalle osservazioni di Maslow fino a questa ricerca, una delle ultime, che ne indica i benefici psichici e fisiologici).

Insomma, c'è un modo là fuori che è fatto di "funzionare in maniera diversa" e che ci chiede di essere scoperto e goduto. Solo allora, solo potendo affrontare questo viaggio il benessere psicologico di una persona avrà buone probabilità di essere un bagaglio amichevole nella vita.

Eppure c'era qualcuno che diceva non solo "Medium is the mEssage" ma anche "Medium is the mAssage"...


Questo post partecipa al blogstorming.


Blogstorming

mercoledì 24 settembre 2014

Il privilegio della normalità

No, non è un post senile, anche se comprendo bene che possa sembrarlo. È che provo una gioia immensa nelle cose normali. Da una settimana Samu è alle elementari (primarie, I beg you pardon) e mi sembra di essere in un mondo di fuochi pirotecnici.

Ricordo benissimo la sera che precedette il mio primo giorno di scuola, ricordo che eravamo tornati dal mare e che al giornale radio raccontavano del dispiacere provato da tutti i bambini d’Italia per il fatto che le scuole ricominciassero.

Ricordo che chiedevo incredulo al mio papà il perché di questo dispiacere, visto che io invece, morivo dalla voglia di iniziare l’avventura. Si tratta di ricordi che risalgono a 37 anni fa...

Chissà se anche per lui ci saranno questi ricordi, chissà se fra 37 anni penserà all’eccitazione che lo tarantolava la sera prima, chissà se ricorderà l’ingresso, la foto che gli ho fatto, l’accoglienza dei bambini del secondo anno con le bandierine personalizzate preparate per ogni "primino" e "primina". Chissà...

Quello che è certo è che questa cosa, del tutto normale (l'andare a scuola) mi sta facendo vibrare. Tremo e fremo di gioia nel vedere questa vita avida di esperienze che muore dal desiderio di raccontare la sua giornata scolastica e al contempo si vergogna, nel vedere la costruzione del suo mondo, nel constatare che la sua personalità si sta formando, nell’accorgermi di quanto quello sguardo sul mondo, quei particolari occhi siano un’unicità.

È cosa piccola la normalità e magnificarla come se fosse un’eccezionalità è forse un po’ senile, quando non addirittura patetico, è comunque genitorialità da romanzo d’appendice. Eppure c’è una forza nella normalità, una forza che non mi sarei aspettato di trovare. Cresciuto nella cosmogonia dell’affermazione individuale, del successo sopra a ogni cosa, nella rincorsa del primato, mi accorgo di come la normalità dell’essere papà sia qualcosa di devastante – positivamente devastante – per la mia vita e per i miei valori.

Trovo una gioia immensa in questa normalità e trovo che i miei vecchi sogni di gloria siano ossature preconfezionate su cui avevo, semplicemente, messo sopra i miei abiti. La normalità non mi toglie l’ambizione, ero, sono e rimango ambizioso; ero, sono e rimango convinto di essere meglio rispetto alla mia “posizione”, è solo che non me ne importa un cazzo. È solo che la mia percezione del mondo è cambiata, è solo che – forse e finalmente – comprendo bene come una casa la si debba costruire dal basso e come le ambizioni siano il tetto, il comignolo, l’antenna che si può posizionare solo quando ci sono tutti i piani più bassi, nessuno escluso.

L’invidia c’è quando sento il mio vecchio compagno di studi che fa il nomade digitale, anche io vorrei quella vita, almeno un po’. L’invidia c’è quando incontro vecchi amici che, a differenza di me, fecero a suo tempo il grande salto e adesso sono in carriera nella city. La rabbia c’è quando vedo chi è andato avanti e penso alle mie capacità. L’invidia però è reciproca, la vita la si sceglie ma è anche vero che la vita càpita. A ognuno manca qualcosa e ognuno ha raggiunto qualcosa. Ciò che questa gioia della normalità mi fa comprendere è che la mia vita non avrebbe potuto essere che questa, che le mie ambizioni erano di costruire il tetto senza passare dalla costruzione della mansarda... La forza devastante di queste gioie ha illuminato la mia mansarda, tutta ancora da finire.

Si ha a che fare con una sensazione strana quando si dice che la propria realizzazione è nell’essere padre. Non si capisce se si stia abbassando il tiro, se ci si stia accontentando, se si rasenti la pateticità, se si stia diventando asessuati. Io ho a che fare con queste sensazioni e confesso che sì, mi ci vuole un po’ di coraggio a definirmi felice per il solo fatto di avere un figlio, la stranezza è però nelle orecchie di chi ascolta perché io le mie incertezze me le son chiarite... Avere a che fare anche con una dimensione altra da quella del lavoro, quando ci si definisce, è una cosa che lascia straniti, anche se è del resto un tratto tipico della contemporaneità; la rete ci permette di essere mille dimensioni, mentre prima l’unica (o quasi) dimensione che ci collocava nel mondo era il lavoro, ed era una dimensione che potenzialmente inchiodava. Adesso siamo in relazione con dimensioni altre, strane, originali, che ci rendono più equilibrati perché ci consentono di trovare affinità con altre persone e comprendere che non si è strani.

Cosa avrebbero pensato negli anni Ottanta leggendo queste righe? Che uomo strano sarei sembrato? Oggi è probabile che chi mi legge sia addirittura contento di trovare Paterpuer.

Eccomi allora qui a rivendicare la mia piccola porzione di normalità, a gridare con forza che è bellissimo condividere la vita con una vita che fiorisce. A 43 anni mi par di intuire una inaspettata coerenza nella mia vita, una strada teleguidata da una volontà ferrea contro la quale ho combattuto per anni e che però non è stata più forte del mio destino. Oggi chi sono io? Sono un uomo che cerca di scoprirsi, sono un creativo d’agenzia di comunicazione, sono un vegetariano ormai quasi vegano, sono malato di sport, sono quello che si appassiona per le strane teorie del complotto, sono l’originale del gruppo che s’intrippa per la medicina germanica o la disciplina del digiuno, sono una specie di bamboccione ma sono soprattutto un papà che si sente realizzato quando può fare (essere) il papà.

La mia normalità, che ad alcuno può sembrare "bassa" all’orizzonte, è cielo irraggiungibile per molti. Non solo avere un bambino ma poterlo abbracciare, vederlo sano e felice, camminare con lui, sono cose che fanno parte del mio giorno ma che non per tutti sono così normali. Io non mi rassegno ad avere ciò che ho, anzi: adoro quello che la vita mi ha regalato.

martedì 9 settembre 2014

Il primo sito web di mio figlio

Lo presento con orgoglio paparinesco, qualche lacrimuccia e un po' di straniamento: http://targhettefrutta.wordpress.com/ si tratta di un sito che ha ideato lui a partire dal nome, una raccolta di targhette (etichette) della frutta.

Ha fatto lui anche le foto.

:-D

PS: a casa nostra viaggiamo ancora a 52 K, quando va bene.

lunedì 16 giugno 2014

Il lascito emozionale delle maestre d'asilo

Non so a quanti sia capitato ma in questi 3 anni di scuola dell’infanzia (fa sempre un certo effetto questa terminologia, come è del resto strano per me, che sono felicissimamente papà, parlare di scuola materna escludendo con una semplice parola la pertinenza di una figura come la mia, nell'ambito dell'età pre-scolare) a noi è sempre importato molto di essere presenti e partecipi ai colloqui con le insegnanti (eh sì, alla "materna" i maestri pare siano una rarissima rarità).

Niente di particolare da dire - grazie al cielo - una lunga, lunghissima attesa e poi una chiacchierata in libertà, la condivisione dell'aneddotica, uno sguardo sulle relazioni e qualche indicazione sulle attitudini del bambino.

Niente di particolare da dire sino all'ultimo incontro. Lì qualcosa sì. Innanzitutto la scheda di valutazione, un report a metà fra la classificazione numerica che tanto ridurrà i soggetti a somme, formule e inferenze negli anni a seguire, e una mappatura di reale utilità sullo stato dell'arte evolutivo; utilità che ci sarebbe però se lo Stato si dimostrasse in grado, una volta acclarato che ci fossero degli interventi da fare per sostenere la crescita armoniosa dei bambini, di agire. Poi il vero motivo per cui questi colloqui sono necessari e a parer mio imperdibili: il lascito emozionale.

Chi insegna, ed essere maestri d'asilo è insegnare al pari di essere docenti alla Bocconi (tranne la busta paga), lavora con materie, obiettivi ma soprattutto con le persone. Di più: al nido e alla materna si ha a che fare con quella delicatissima fase in cui si imposta la vita, il ciò che si sarà. Qualcosa che prima Gilles Deleuze e poi Pierre Levy ebbero a chiamare "virtuale" (Levy: "Contrariamente al possibile, statico e già costituito, il virtuale è come il complesso problematico, il nodo di tendenze e di forze che accompagna una situazione, un evento, un oggetto o un'entità qualsiasi, e che richiede un processo di trasformazione: l'attualizzazione. […] Il problema del seme, per esempio, è di far crescere un albero. Il seme "è" questo problema, anche se non si esaurisce in esso. Questo non significa che il seme "conosca" esattamente quale sarà la forma dell'abero che in seguito stenderà il fogliame sopra di lui. A partire dai vincoli che gli sono propri, dovrà inventarlo, coprodurlo insieme alle circostanze in cui si imbatterà").

Chi non ha mai "lavorato" con le persone difficilmente potrà capire cosa significhi operare attraverso la relazione umana, che è anche e soprattutto affetto ma che qui è strumento. Ci si conosce, ci si apre, si diventa amici, ci si ama o ci si odia, si entra gli uni nella quotidianità degli altri, ci si lascia e ogni volta che ci si lascia è una piccola morte.

La famosa sindrome da burnout, cioè l'essere spompati (secondo me in italiano si dovrebbe dire "devastati"), svuotati e incapaci di dare alcun che, conosciuta e in qualche modo gestita per le cosiddette professioni d'aiuto, non è concepita per le maestre d'asilo. A torto.

Difficile se si è scelto un mestiere così non amare i cuccioli di essere umano, impossibile non soffrire a morte per la fine di un ciclo che sarà assenza di figure che si sono amate per 1, 2, 3 anni e che non ci saranno più, esserini per i quali non si sarà mai più rifugio, sicurezza, confidenza e che nella maggior parte dei casi non si ricorderanno di te.

Ecco che questi colloqui diventano un appoggio, una condivisione ricchissima di sentimenti, ansie, speranze, investimenti emotivi. Ecco perché sono imperdibili, lo sono perché chi prende per mano i nostri cuccioli e li accompagna tutti i giorni ha bisogno di essere ascoltato, lo sono anche perché esserci significa non comprendere quanto sia importante far parte di questa dimensione di vita dei propri figli.

Al nostro ultimo incontro le maestre avevano gli occhi sull'orlo del pianto, erano in difficoltà, ho capito quanto necessario fosse, per loro, averci lì, a braccia aperte, disposti - semplicemente - ad ascoltare. Un momento che mi ha fatto ricordare anche quanto sia alienante il mio lavoro, bello ed eccitante quanto si vuole ma così poco importante, così arido, così poco necessario. Un lavoro invece, quello delle maestre d'asilo, così significativo per le "cose" che rendono la vita degna d'esser vissuta come vocazione all'amore.

Grazie Valentina, Elena, Elisa e Simona. Grazie Emiliana, che ci hai lasciati all'improvviso ma che ci hai cambiato la vita in meglio.

giovedì 12 giugno 2014

Il segno + e il segno - nella fantasia

Ha fantasia da distribuirsi a badilate, fantasia, proprio quella cosa che corre veloce come un cavallo selvatico per - mi si passi la citazione - i boschi narrativi. La fantasia è un valore assoluto, può andare dal massimo del positivo al massimo del negativo.

Ha solo 6 anni però, e due sere fa mi ha ricordato che alla sua età la fantasia può anche andare verso il basso.

Secondo Piaget un bimbo di sei anni si avvia dalla fase del "pensiero intuitivo" a quella delle "operazioni concrete", all'alba del pensiero induttivo (aggiorno le età perché i bimbi di oggi son svegli, sveglissimi) ma ancora immerso nel pensiero magico, quello grazie a cui ci si convince che la realtà si possa "fare", che questa "facitura" avvenga attraverso gesti o pensieri. Una fase complessa in cui si è presenti a sé stessi ma non se ne è affrancati: insomma, un gran casino in cui gli oggetti hanno vita e anima e ogni cosa deve trovare un posto, una spiegazione.

I bambini, quindi, tentano di spiegare le cose che gli capitano, che provano. Non sempre ci riescono e a volte capita che la spiegazione più semplice sia il senso di colpa.

Attenzione: non sto parlando di un senso di colpa strutturale o frutto di una identificazione proiettiva che abbia bisogno di trasferire sulla colpa un malcelato bisogno di controllo, magari aggressivo.

Sto parlando di qualcosa che può nascere, per esempio, dal parlare al passato. È capitato di parlare con Paola di cose che avevamo fatto in passato, anzi, che "facevamo" in passato. È capitato e Samu, sentendoci, abbia maturato una conclusione: "Facevano, ora non fanno più. Non lo fanno più da quando sono nato, è colpa mia".

Piccolo, piccolino, scricciolo di fronte alla vita. Era una sera strana, si sentiva inquieto e non sapeva perché, chissà da quanto teneva dentro questi brutti pensieri. Chissà, dove la sua fantasia l'aveva portato. Poi con precisione chirurgica e tempismo teatrale ha trovato l'istante e le modalità adatte per condividere la sua paura.

Affinché il semplice senso di colpa - che in molti casi è addirittura soldatino al servizio della civiltà - non finisca per diventare sentimento di colpa, strutturato e duraturo, è necessario decespugliare queste erbacce.

A volte basta una leggerezza per ferire chi si ama, so che è vero per gli adulti, ci voleva la fantasia di un seienne a ricordarmi che lo è ancor di più per uno scricciolo.

lunedì 28 aprile 2014

I danni dell'amore condizionale

Arrivo da lui dopo una settimana di assenza (era con i nonni) e il suo sorriso mi accoglie scendendo di corsa le scale e mostrandomi il libro che ha spolverato dai vecchi scaffali: "Papà, è un libro che parla degli animali, l'ho preso per te". Io però sono angosciato da mille altri pensieri, sono stanco, sono irritato per fatti miei e quasi evito di concedere troppi sorrisi, lo tratto con troppa freddezza. Paola me lo fa notare ma io sono "sequestrato" dal mio stato d'animo e non riesco a prendere le redini. È capitato la settimana scorsa, capita anche a chi si rappresenta bene nei blog, di essere qualcosa di diverso dal desiderabile.

A bocce ferme mi domando se Samu abbia voluto essermi vicino pensando a me con spirito d'empatia o se le mie testarde idee animaliste lo abbiano indotto a cercare amore facendo ciò che - sapeva - avrei potuto gradire.

L'amore è incondizionato (specialmente quello dei genitori deve esserlo), non è cieco, è amore e basta. Non è privo di consapevolezza, non manca alle sue responsabilità educative, è e deve essere senza condizioni (ora, se proprio uno c'ha per figlio Hitler magari se ne può anche parlare...).

In alcuni contesti borghesi la freddezza è uno strumento pedagogico, madri nullafacenti attente alla rappresentazione sociale di sé (ciò che in pubblicità e marketing chiamiamo "posizionamento strategico") che si scioglie solo se i figli adottano le regole della società; lo stesso schema di comportamento vede come protagonisti genitori anaffettivi (sì, il termine è ormai abusato ma è pur sempre valido); voglio però che non colpisca me e mio figlio.

Se fai quel che ti dico, se dici quel che voglio tu dica, se sei come io decido che tu sia, allora ti voglio bene. Le peggiori torture psicologiche non sono ad esclusivo appannaggio di chi non bazzica gli anfratti dei manuali di psicologia, riguardano anche me, il sottoscritto. Però non voglio.

In un contesto in cui tutto è performance, in cui ci si descrive per il proprio lavoro, in cui la misura della persona è sempre più determinata da un feedback legato al salario, in cui tweet e post, iPad e iTunes, digitale terrestre e satellitare, aperitivi e selfie ostacolano il silenzio, avere la sicurezza dell'amore incondizionato è quantomai necessario per crescere in equilibrio. In questo humus i bambini hanno bisogno di poter dare un nome a ciò che provano, di poterne parlare e soprattutto di poter vivere sentimenti ed emozioni. Tutto questo non è possibile se chi li affianca è incapace di distinguere fra amore e approvazione; se chi li guida è alessitimico (cioè non sa dare nome ai propri stati emotivi e non sa comunicare le proprie emozioni).

Quando l'amore condizionale diventa la regola, si cresce con la logica (il valore) della merce, si sviluppa una personalità contrattuale, si diventa bottegai dei sentimenti, si rischia di voler raccattare amore ovunque, senza rispetto per sé, senza logica, senza esito; si finisce per vivere male qualsiasi relazione.

Serve una alfabetizzazione emotiva? Sì, serve, e serve soprattutto perché troppe cose ci portano lontano dall'autenticità delle emozioni e del sentire. Serve perché se è normale domandarsi cosa faranno i nostri figli, chiedersi se riusciranno ad avere un lavoro stabile e gratificante, deve essere ancora più normale chiedersi quale ricerca di senso, di identità, di vita sia presente nel loro cuore. Eppure è una domanda che spesso non ci sfiora nemmeno.

Io penso che tuffarsi e nuotare insieme nelle emozioni sia una delle cose più belle della vita, una delle cose più intime e necessarie che genitori e figli possano fare assieme. L'altra sera sono rimasto a bordo vasca e spero proprio che la scelta dello stile di nuoto non sia stata condizionata dai miei gusti (anche se poi siamo rimasti tutti e due all'asciutto).

giovedì 24 aprile 2014

Desiderabilissima, amarissima, bellissima, temutissima autonomia

Fra poco più di due settimane mio figlio compirà sei anni di età. Sì, un po' mi sento vecchio... Però reggo bene il colpo.

Ogni giorno la sua tendenza all'autonomia si fa sempre più marcata: dalle lementele per non poter decidere l'orario della dormita, le uscite della famiglia, l'ennesimo cartone animato, al rivendicare di essere in grado di fare cose come cucinare da solo, vestirsi di tutto punto ecc.

Intendiamoci, quando non vuol fare le cose è sempre pronto a dire che non ce la fa senza aiuto, però la sua autonomia è sempre più oggetto centrale della nostra vita.

Uno dei passi più importanti per la costruzione dell'identità è il "no". Quando un bimbo inzia a dire "no", prende avvio un processo di distinzione fra sé e la madre, un processo che - tradotto in parole semplici - sta a indicare che il bambino inizia a essere consapevole di esistere come entità, diversa dagli altri e unica. Acconsentire alle decisioni altrui non necessita di essere qualcuno, dire di no e opporre una volontà propria sì.

Vedo il mio bimbo che cresce, sviluppa amicizie e mi domando come sarà da grande, come si muoverà nel mondo. Vedo le sue strategie per spiegarsi le cose, vedo i suoi talenti, vedo come reagisce a seconda delle situazioni. E lo adoro, così piccolo e così umano.

La settimana scorsa, dopo il corso di nuoto è andato con i nonni a fare merenda. Hanno beccato un bar dove stava iniziando l'aperitivo, i nonni si sono guardati sgomenti non sapendo che cosa fare (cercavano un bar con succhi di frutta e focaccine), lui in un battibaleno aveva già preso un piattino iniziando a servirsi, a suo agio, come se l'avesse sempre fatto (e in effetti di aperitivi in giro ne facciamo assai...).

Cosa ci aspetta nei prossimi anni?

Beh, la risposta è forse proprio nell'aperitivo e negli amici. A quest'età i bambini iniziano a percepire in maniera chiara quanto il mondo sia dotato di regole, iniziano ad assimilalrle e a sapersi regolare. La psicologa Lavinia Barone riassume in cinque punti quello che accade dai sei ai dieci anni:
  1. capacità di regolazione dei propri impulsi 
  2. capacità di spostare sul piano simbolico del gioco i conflitti e la competizione
  3. lo sviluppo di relazioni amicali e il bisogno di riconoscere nello sguardo degli altri un'immagine di sé il più possibile positiva
  4. la creazione di legami di attaccamento multipli e differenziati con le figure di riferimento
  5. la comprensione, sempre più chiara, degli stati d'animo interiori
I legami di un bambino in età scolare sono importanti, sono linfa. Attraverso gli altri si cerca accettazione, riconoscimento, con gli altri si inizia a lavorare sulle capacità empatiche, a partire dalla capacità di assumere la prospettiva altrui. Se in tutto questo è il gruppo dei "pari" a essere al centro della scena, la famiglia è importante perché rende i colori della cosa, comunica i valori, costruisce l'ABC dell'espressione delle emozioni.

Io e Paola stiamo entrando in una fase in cui il rapporto con la madre cambierà, allentandosi - per così dire - in favore del rapporto con il padre e del legame con altre figure. Noi saremo entità sempre meno vicine fisicamente e sempre più ricercate emotivamente.

A che pro? È una strategia della natura che serve a fare in modo che le capacità relazionali si sviluppino in modo flessibile, che l'identità si definisca, che la dipendenza dai genitori (o comunque dalle figure di riferimento) sfumi. In sostanza tutto questo serve a raggiungere l'autonomia. Per raggiungere l'autonomia serve capacità simbolica e la capacità simbolica la si affina attraverso il gioco, il linguaggio, il ragionamento.

È bello ma anche un po' triste (me lo si conceda) se visto dagli occhi di chi fino a poco tempo fa era il re dell'universo (per il proprio figlio). In tutto questo, noi genitori possiamo spronare, accogliere, stare vicini ma il gran lavoro spetta a loro, ai figli. Quello che possiamo fare è però ostacolare ed è esattamente ciò che non dobbiamo permetterci nemmeno di pensare, a cominciare da quelle frasi del cazzo del tipo: "Ma non mi dai più nemmeno un bacino? Una volta eri così affettuoso...". La crescita è una meraviglia e nella tristezza che accompagna la consapevolezza del distacco, c'è la gioia del partecipare all'avvio della rincorsa che porterà i figli a volare, basta saperla (anzi: VOLERLA) vedere e provare. Suscitare sotterranei sensi di colpa per il semplice fatto che un bimbo cresce ed è normale nella sua crescita è qualcosa che i genitori del 2014 non possono fare.

Quando un bimbo insegna ai nonni il modo di partecipare a un aperitivo, oltre allo scatenare un sorriso, sta dicendo che è in grado di trasferire know how, sta mettendo in comune una conoscenza, sta assurgendo a un ruolo assertivo che solo qualcuno sicuro di sé è in grado di ricoprire. Mica roba da poco!

mercoledì 19 marzo 2014

La festa dei papà-minoranza

Io sono un padre non sposato, e sono un medio esempio di persona disadattata.

Non sono ricco, non sono stabile, non mangio esseri viventi, non seguo la moda, non voto quasi più, non faccio la settimana bianca, non sto nelle maggioranze.

Credo che il papa polacco si sia fatto sparare, credo che Bush abbia spedito gli aerei contro le torri gemelle, credo che Weltroni sia un agente della CIA, credo che la famiglia tradizionale sia una scelta evitabile, credo che l'orgia sia il destino naturale dell'umanità, credo che le banche siano associazioni a delinquere che debbano essere sterilizzate e rese di proprietà collettiva (così come la moneta), credo che l'anarchia sia il pensiero più alto e dolce che mente umana abbia mai potuto cogliere.

Eh sì, sono un po' una minoranza deambulante.
Eppure ci sono padri che sono molto più minoranza di me: padri resi clandestini da leggi neofasciste, padri omosessuali spostati al margine di tutto dalla violenza ideologica dei benpensanti, padri schiavi a beneficio della leva dei prezzi o della tratta umana, padri troppo poveri per vivere che sono materiale di scarto dell'economia di mercato.

Ecco, a questi padri mi vien da pensare oggi, perché la mia felicità per esser papà non sarà mai completa fino a quando anche per loro non ci sarà il diritto di essere - ancor prima che padri - persone.

mercoledì 12 febbraio 2014

Primaria, Watson: andrò alle elementari, so leggere e ho una teoria della mente

Confesso che nonostante la mia aria giovanile e i miei studi pedagogici, parlare di scuole “primarie” e non di “elementari” mi fa sempre un po’ ridere. Chissà, forse mi confondo con le elezioni primarie, americanata che la politica poteva evitarsi, oppure scatta in me la reazione di fronte a una delle mode che qui in Italia ci travolgono: quella di cambiare il nome alle cose per poi non cambiare le cose stesse.

Ieri ho perfezionato l’iscrizione del nostro batuffolo alle scuole primarie. In casa c’è dibattito da oltre un anno, Paola sosteneva che sarebbe stato meglio farlo andare a scuola con una stagione d’anticipo, temendo che le sue abilità di lettura e scritura l’avrebbero in qualche maniera eslcuso dal gruppo-classe, formato per lo più da scolari totalmente ignari delle magie del sistema letterale. La paura era ed è condivisibile.

Le maestre dell’asilo ebbero a confermarci che Samuele, in classe, assieme al suo amichetto del cuore (che anche lui si chiama Samuele), agiva una funzione di equilibrio nel gruppo, mediando, intercedendo e aiutando. Alcuni bambini lo chiamavano “sapientone” ma – sempre stando alle maestre – non si era mai permesso l’aria saccente da maestrino impertinente. Anzi.

La mia riflessione si era sviluppata su tre fronti:
  1. il suo gruppo-classe è il suo humus sociale, un humus in cui è sbocciato e in cui ha trovato una sua dimensione, toglierglielo per paura che non sappia cavarsela da solo sarebbe un arbitrio al limite del sopruso
  2. l’apprendimento non è solo questione cognitiva ma è anche (e per certi versi soprattutto) un fatto affettivo e in qualche modo pure relazionale
  3. non è da escludere che una serie di competenze sovrabbondanti rispetto alla media della classe, gli permettano di definirsi quel ruolo sociale di facilitatore che si è definito da solo, in relazione con quel gruppo di amici.
Certo, i timori rimangono, la paura che tanta passione per la lettura, la scrittura, i conti, il disegno, possa inaridirsi di fronte a un muro di noia, rimane. Dal canto suo lui, a fine anno, aiutò il suo amico a imparare a leggere, dandoci un chiaro ma inconsapevole messaggio. Adesso anche l’altro Samuele legge e addirittura divora i fumetti di Tex...

Iscrizione a scuola, quindi, a età regolamentare. Scuola prescelta: quella verso cui ha convèrso il 90% dei bambini della sua classe.

Viviamo in un paesino, una zona periferica della città, un’area che possiamo definire protocampagnola. Ecco quindi che salta fuori l’inghippo: ci sono troppe iscrizioni (stando alle ricognizioni fatte alla materna) per mantenere una sola classe ma troppo poche per poter richiedere due classi. Il rischio è che alcuni bambini vengano esclusi d’ufficio dalla scuola che scelta, con conseguente dirottamento presso altre scuole con minor numero di richieste.

Se il passaggio fra materna ed elementare (primarie, I beg your pardon) ha anche il senso di un rito iniziatico, beh, ok. Però poter mantenere unito nell’avventura scolastica un nucleo di bambini che si percepisce come gruppo, è un valore che non credo sia possibile trascurare con leggerezza. Si tratta di affetto, relazioni ma pure di quella brutta cosa che deve esser scegliere chi escludere e chi privilegiare. La dirigente scolastica ci ha illuminati sul fatto che lei non può far altro che chiedere e che farà il possibile per mantenere unito il gruppo, garanzie però non ce ne sono.

Ci sono mamme che sanno sempre tutto. Io non so come sia possibile ma alcune mamme, ai compleanni, dimostrano di conoscere non solo la vita e gli altarini degli altri genitori ma anche meccanismi, pratiche e iter burocratici del circolo didattico. Come facciano non so, forse hanno tanto tempo libero a disposizione, a naso mi sembra però che la percentuale di minchiate totalmente inventate sia copsicua.

Se non ci sarà la possibilità di mantenere questo bel gruppo di amici Samu si troverà davvero in un rito di passaggio che sono certo riuscirà a rafforzarlo e farlo essere un bambino ancora più adorabile. Se quest’evenienza dovesse accadere, per noi sarebbe abbastanza tragico il dover gestire il sabato mattina. Abbiamo scelto la scuola anche in base al fatto che era l’unica a offrire il sabato libero; per una famiglia in cui papà e mamma lavorano da mane a sera e in cui mezza parentela abita in un’altra regione, preservare il sabato per stare assieme, fare il corso di nuoto, viaggiare o vedere gli altri nonni è vitale.

È un bel gruppo, non c’è che dire, basti pensare che in classe i bambini si coalizzano gli uni con gli altri, strategia adottata per esempio per fare in modo che i maschietti maneschi la smettano di picchiare, lo fanno non escludendo ma coinvolgendo. Una bella lezione davvero, lezione di fronte a cui avremmo il dovere di reagire con altrettanto spirito collettivistico.

C’è un legame insospettabile fra questi aspetti; lettura e socialità sono interconnessi.

Il senso sociale, il comportamento prosociale, l’idea del collettivo, che a livello di progetto politico trova probabilmente la sua massima espressione nel pensiero anarchico, hanno una propria specifica neurale. Se nei mammiferi la dimensione fisica del cervello co-varia assieme alla stazza, nei primati il volume cerebrale ha proporzioni superiori, specie nell’area della corteccia frontale. È dato quasi per certo che questa espansione sia dovuta alle necessità che gli esseri umani hanno dovuto fronteggiare in relazione alla complessità della loro vita sociale. Secondo una corrente di studi ben accreditata lo sviluppo delle aree prefrontali è la base fisica della “teoria della mente”, (ToM) cioè la capacità di immaginare stati mentali negli altri individui.

“Avere una Teoria della Mente significa comprendere che gli esseri umani sono entità dotate di stati mentali quali credenze, desideri e intenzioni, e che questi stati mentali sono in relazione causale con gli eventi del mondo fisico, ovvero che ne possono essere sia la causa che l’effetto.” [M. Adenzato – I. Enrici]

Lo sviluppo della teoria della mente si lega al Role-taking (capacità di assumere la prospettiva dell’altro) e al Perspective-taking (percettivo: immaginare il modo in cui un oggetto viene percepito da un’altra persona; cognitivo: immaginare pensieri, intenzioni e motivazioni altrui; emotivo: comprendere gli stati emotivi altrui).

Per un animale socialmente complesso come l’essere umano, le capacità socio-relazionali (stringere alleanze, fronteggiare, persuadere…) sono fattori di successo ed evoluzione importanti quanto lo sono lo sviluppo delle attività tecniche di qualsiasi altro genere. Studi di questo tipo fanno parte delle cosiddette “neurosceinze sociali”, che attraverso un lavoro mutuato sui piani sociale, cognitivo e neurale, tentano di comprendere se nel cervello ci siano aree (termine comune ma obsoleto perché oggi sappiamo che il funzionamento cerebrale non è differenziato per aree ma integrato in circuiti) specificatamente dedicate alla competenza sociale o se questa sia spiegabile come semplice evoluzione di competenze linguistiche, mnemoniche o attentive.

È straordinariamente affascinante scoprire come noi umani si cooperi in modo innato sin da piccolissimi (anche a 1 anno di età), mentre questo tipo di comportamento sia del tutto assente in esseri socialmente e intellettivamente sofisticati come gli altri primati. Eh sì, le scimmie non cooperano, possono collaborare a uno scopo comune ma (per dirla in soldoni) se ti vedono in difficoltà non ti aiutano e non si aspettano che tu li aiuti quando, per esempio, non riescono a trovare qualcosa che stanno cercando.

Certi comportamenti sono nostri, solo nostri, solo noi li concepiamo e solo noi li agiamo. Poi succede che a volte il nostro sguardo sia corto-corto sull’orizzonte dell’ombelio ma - come suol dirsi – questa è un’altra storia.

Dalla teoria della mente, ipotesi che risale al 1978, si è passati al “mentalizing” e in anni recenti uno studio italiano pare avere trovato conferma del fatto che ci siano circuiti (corteccia paracingolata anteriore) che si attivano in maniera specifica di fronte a comportamenti che richiedono una comprensione e una riposta di carattere sociale.

E il leggere?

Beh, secondo una ricerca di David Comer Kidd ed Emanuele Castano, la lettura di opere letterarie di spessore produce effetti positivi sulla capacità di comprendere gli stati emotivi altrui. L’alta letteratura (non quindi il leggere in sé, né il leggere narrativa “di genere”) predispongono il cervello a un pensiero creativo più ricco, a un approfondimento intellettivo più esigente. Nello sforzo che si opera per comprendere i micro-rivoli delle storie e le sfaccettature dei personaggi complessi ci si abitua a essere animali sociali migliori, più efficienti nello scrutare la profondità delle persone con cui interagiamo.

La lettura dei blog (credo) non fa tutto questo. Rassegnamoci...

giovedì 6 febbraio 2014

L'odore di stress, le parole per le cose, lo sviluppo del cervello

Il corpo reagisce. Noi reagiamo. E reagiscono i nostri figli, anche senza parole, anche senza la loro o nostra consapevolezza, al nostro stress.

Una vita più umana, ecco cosa ci vorrebbe. Fra i tanti mali contemporanei lo stress è davvero una delle bestie più orribili.

Lo stress produce la secrezione di particolari "feromoni d'allarme", lo stress si suda e sudandolo lo si sparge in aria. Questa reazione d'allarme viene percepita dai figli che diventano inquieti senza motivi scatenanti. I bimbi vanno in risonanza con lo stress.

Il modo migliore di combattere lo stress è lo yoga, che permette al cervello di funzionare in modalità rilassata e riequilibra corpo e spirito.

Il mondo degli odori è affascinante, per me è fondamentale e ogni cosa che lo riguarda mi colpisce e mi intriga. A distanza di oltre 10 anni per me l'odore di Paola è, se possibile, ancor più inebriante di quando ne venni investito la prima volta, innamorandomene all'istante.

Percepiamo l'odore attraverso "cellule pluriciliate" che si trovano assieme a cellule di sostegno in un epitelio all'interno delle cavità nasali. Il meccanismo principale dell'olfatto non è del tutto svelato ma secondo diverse fonti è composto oltre che da un fattore meccanico (l'aria che si inspira sposta l'aria stabilmente presente nel naso) e un fattore chimico (la mediazione di enzimi presenti nel muco). Una notizia: il nostro olfatto è molto più sviluppato di quanto si possa pensare.

Tecnicamente parlando una quantità infinitesimale di sostanza odorosa provoca la percezione generica di un odore ("soglia di sensibilità"), mentre la "soglia specifica" è il limite minimo che permette di riconoscere l'identità di un odore.

Abbiamo poche parole per definire gli odori, questo è prodotto e progetto della scarsa attenzione verso la sfera olfattiva, che pure determina le relazioni in modo sostanziale (i feromoni attivano comportamenti primari). La questione delle parole è decisamente rilevante, a partire (almeno idealmente) dalle teorie del Sapir sul rapporto fra lingua e percezione del mondo reale: "Le lingue modellano il modo di conoscere e concettualizzare il mondo, le operazioni cognitive sono dipendenti dalla lingua usata. Chi conosce linguisticamente il mondo in un certo modo, ne sarà influenzato di conseguenza.
Questa teoria è conosciuta come ipotesi di Sapir-Whorf" [Veronica Valdegamberi].

Un grande lavoro in questo senso, con contributi anche recenti, è stato fatto da numerosi studiosi nel campo dei colori "La percezione categorica (categorical perception, CP) si rivela quando stimoli che stanno a cavallo tra due categorie vengono percepiti come più distinti rispetto a stimoli interni ad una categoria, distanziati tra loro in modo uguale rispetto ai primi nello spazio colore percettivo utilizzato. Siccome i confini tra categorie, secondo l'ipotesi relativista, variano da lingua a lingua, i parlanti di lingue diverse apprendono il colore in modo diverso; queste differenze linguistiche sembrano quindi effettivamente causare differenze cognitive" [Veronica Valdegamberi]. Alcune popolazioni hanno un vocabolario molto limitato per classificare i colori, questo non corrisponde a limitate capacità percettive ma influenza il tipo di discernimento fra varianti di colore.

Se questo accade - con tutta l'elaborazione problematica del caso - per i colori, figuriamoci cosa può accadere per gli odori...

Sullo stress, storicamente, sono stati fatti studi massicci in relazione all'area dello stomaco. Già a inizio Novecento W. B. Cannon osservava variazioni nella mobilità gastrica di alcuni animali in conseguenza a stati di paura o rabbia indotti. J. V. Brady, R. W. Porter e un altro gruppo di sciamannati nel 1958 fecero morire 4 scimmie nel corso di un esperimento; le povere bestiole morirono letteralmente di stress, che provocò loro lancinanti ulcere gastriche. La fine di questi animali fu oggetto di teorie e contro-teorie, di altri studi e contro-studi sui quali non è utile soffermarsi perché il dato è semplice: lo stress strapazza e dissesta il corpo.

Attenzione: una giusta quantità di stress migliora le performance di ogni tipo, gli americani lo chiamano "entrare nel flusso", ma l'eccesso di stress danneggia la possibilità di effettuare qualsiasi compito. Il relativo grafico è una sorta di normale di Gauss.

Oltre a noi, oltre ai rapporti familiari, lo stress (sono le risultanze di uno studio capitanato da Clancy Blair) ingolfa le connessioni neurali della corteccia prefrontale, predisponendo l'organismo (e la mente) a risposte automatizzate e semplificate. Questa configurazione impedisce il problem solving, il ragionamento. "Lo stress disturba l'apprendimento" afferma Blair, supportato anche da un'ampia ricerca sulla persistenza dei livelli di cortisolo (l'ormone dello stress) in bambini provenienti da situazioni familiari stressogene.

Un genitore sotto stress è intellettualmente più povero (quindi meno stimolante),  relazionalmente più arido, empaticamente meno capace. Soldi, precarietà, preoccupazioni di lavoro o salute rischiano di farci diventare più scemi (automatizzando risposte cerebrali semplici) e più stronzi (impedendoci relazioni "calde"). I nostri figli crescono di conseguenza...

Di fronte a un "sequestro emotivo", non possiamo pretendere che un piccolino di pochi anni razionalizzi, discerna e si adegui (come magari il nostro livello di stress pretenderebbe per avere silenzio in casa). Abbracciare, comprendere, accompagnare, è questa la soluzione, la più difficile quando si è stressati.

Può sembrare strano ma una doccia è in grado di lavare via l'odore di stress e rendere la casa più serena, che dire, provare per credere.

Ieri sera Samuele mi ha detto che i clown, per lo più, hanno la parrucca "magenta". Sua madre è una delle massime esperte italiane di colori tipografici e questa ricchezza lessicale sui colori si spiega anche così, ma esplorare assieme il mondo dei sensi, degli odori in particolare, è qualcosa che debbo ancora strutturare. Penso che il termine "strutturare" sia adeguato, perché ritengo che sia non tanto un obiettivo ma una necessità educativa, una di quelle cose di cui debbo avere la responsabilità.

Si accettano suggerimenti.

Nel frattempo io e Paola lottiamo contro lo stress, in una condizione in cui lavorare è stressante in modo automatico e totalizzante. Le passioni, il dialogo, il guardarsi negli occhi ogni giorno, il forzarsi a trovare spazi di vita sono soluzioni praticabili ma è difficile. Tremendamente difficile...

mercoledì 5 febbraio 2014

A cosa servono i papà [part two]

In un intervento su Psicologia Contemporanea (un saggio datato 2006), Jolanda Stevani simbolizza il rapporto fra padre e figlio con le dimensioni verticale e orizzontale: "Nella paternità c'è dinamismo, costruzione, progettualità: tutte dimensioni che servono alla crescita e all'integrazione sociale. Tuttavia, affinché i padri possano esercitare questa importante funzione, è necessario che recuperino quella dimensione verticale che rende possibile la trasmissione dell'esperienza e che consente al figlio di uscire dalla condizione infantile per accedere al mondo adulto. Ma essere padri "verticali", anciché "orizzontali", richiede sicurezza personale e un buon inserimento nel tessuto sociale".

La dimensione verticale fonda la trasmissione delle regole, quelle norme che, oltre a essere elemento contenitivo, orientano il mondo dei valori. La dimensione verticale però non basta, non può bastare perché limita i rapporti, la confidenza. Essere "la" regola può ostacolare quella vicinanza affettiva che tutti noi cerchiamo con i nostri figli.

L'eccessiva orizzontalità non consente però ai figli di formarsi una personalità autonoma e ben definita, rendendo lacerante (per il padre) ritornare a essere colui che detta (e a volte impone) le regole.

È bello leggere le interviste, sia quelle sinteticamente riportate dalla Stevani, che quelle in "Nuovi padri?" Francesca Zajczyk ed Elisabetta Ruspini presentano a integrazione del loro lavoro.

Io mi ci rivedo, e dove non mi rivedo riconosco un'alterità che in qualche modo mi definisce meglio. Leggere le storie che le persone raccontano è un viaggio dentro ogni dimensione.

Veniamo a noi.
Ora, uno come Garimberti urlerebbe sguaiatamente a sentir parlare di contrattazione, lui è uno che perentoriamente asserisce che "I genitori non devono essere contrattuali". Io credo però che crescere un figlio con regole inderogabili affiancate a regole trattabili sia un buon metodo per trasmettere sia la norma (e la forma mentis "normativa") che la democrazia, la co-costruzione. Che un po' di regole le si possano decidere assieme, di volta in volta, è positivo.

Samuele tenta ovviamente di calcare la mano ogni volta, sta a me poi rimarcare il limite invalicabile. Noto però che quando chiede deroghe è in grado di argomentare, sia esplicando desideri, sia articolando ragionamenti più complessi che riguardano anche il suo status di bambino che anela a camminare da solo.

Emanare e far rispettare regole (almeno per me, personalmente) induce a non mettere in discussione le regole stesse; come se l'inerzia bloccasse tutto. Con l'obiettivo di essere necessari per la crescita, a volte si rischia di impedirla la crescita. È il caso del pericolo.

Affrontare il pericolo è necessario per crescere, per conoscere la paura, per imparare sbagliando. Concedere ai piccoli la loro dose di pericolo è oggi un lusso. Io sono consapevole di pericoli di ogni tipo, almeno credo. Se mi domando perché, posso solo rispondermi che ho subìto tante botte...

Proiettare la mia paura su di lui non è un buon modo per farlo crescere in armonia. Il mio compito di papà è esserci e lasciarlo sbagliare, valutando quali sono i pericoli eccessivi e quando sia invece il momento di farlo rischiare. La (mia) paura tenderebbe a bloccarmi se non ci fosse lui a chiedere più libertà, a chiedere in sostanza il suo spazio vitale.

È un lusso, dicevo, perché in pochi hanno la possibilità di affrontare un ambiente senza il bisogno di guardare a vista i bambini, penso alle città, al traffico, ai non-luoghi che (volenti o nolenti) costituiscono parte della nostra vita quotidiana. Un campo aperto, un boschetto, un semplice prato dove far vivere i figli in libertà è roba per pochi (e poi anche nell'erba, mio Dio, ci son le vipere!).

Leggo e sento dire di quanto fare esperienze assieme, coinvolgere nelle passioni, sia importante per insegnare ai figli modi costruttivi per incanalare le energie. Leggo di quanto lo sport sia utile allo scopo. Penso però che una bella riflessione sul pericolo debba proprio esser fatta. Il pericolo fa crescere, in qualche modo completa le persone.

Secondo alcuni abbiamo tutti bisogno di una dose di pericolo, dose che va assunta alle età giuste, quelle che ci formano, quelle in cui l'incoscienza e la pesantezza si bilanciano. In mancanza di pericolo precoce, in troppi tendono a sperimentare l'incoscienza in età troppo avanzate, con i risultati che spesso animano la cronaca...

Percepisco che di fronte alla semplice idea di pericolo mio figlio si sente sicuro se io ci sono. In qualche modo lui mi assegna, da solo, la funzione di gestore del pericolo. Se debbo cercare definizioni per me, questa devo tenerla presente perché è reale.

Non credo troppo alla distinzione dei ruoli, propendo per la completezza delle funzioni ...ma non posso negare di essere maschio, e di riconoscermi in alcuni attributi fallici.

"Attraverso la rivalità fallica organizzata secondo la privazione, l'interdizione e la frustrazione, il bambino scopre del pari che la madre è dipendente dal desiderio del padre. Di conseguenza, il desiderio del bambino per la madre non può più evitare di scontrarsi con la legge del desiderio dell'altro (il padre) attraverso il desiderio della madre. È così che il bambino acquisisce la nuova prescrizione che regolerà l'economia del suo desiderio: il desiderio di ciascuno è sempre sottomesso alla legge del desiderio dell'altro" [Joël Dor]

Ecco, sì, "Il desiderio di ciascuno è sempre sottomesso alla legge del desiderio dell'altro" anche il mio esser padre è sottomesso al desiderio di mio figlio di esser figlio. Uno scambio, una tensione, una dialettica, un braccio di ferro, una staffetta.
Sono consapevole che in futuro la lotta sarà dura ma che bello esserci e sapere che lui c'è, cazzuto come non mai.

martedì 4 febbraio 2014

A cosa servono i papà

A sentire mio figlio i papà servono a due cose:
  1. a fare la pasta
  2. a raccontare le storie.
Non male direi, constato che il ruolo del lavoratore che assicura i soldi alla famiglia, vecchia icona della paternità, manco gli passa per la testa...
È bello ma è anche il corroborarsi di una situazione epocale di fragilità che non è di ruoli ma squisitamente economica. In casa nostra quella in carriera è lei. Io viaggio solo a ruota.

Ho fatto questa domanda ieri sera a Samu, così per sentire un po' che cosa volesse da me e come mi percepisse, dovendo dire a Unsanullino che cosa siano i papà.

In tutta sincerità pensavo che mi avrebbe detto qualcosa di virile, tipo litigare al volante, esplorare strade ignote nei boschi, sollevare le cose pesanti ecc... Invece l'immagine che mi restituisce è un po' diversa, o meglio, molto più reale delle mie raffigurazioni mentali.

Sono per lui quello che cucina (da sempre mi rimprovera di cucinare, pure troppo) ma anche quello che lo prende per mano e lo porta a esplorare i boschi, soprattutto quelli della fantasia. Mi chiede in continuazione di inventare storie, come se mi usasse per toccare la sua stessa fantasia. Quando io invento ho spesso l'impressione di essere lui che inventa e io fungo da semplice medium.

Se mi pongo la domanda "A cosa servono i papà?" salgono alla mente alcuni scenari:
  • la fantasia femminile del "possiamo fare tutto da sole" (rielaborazione in chiave yuppie del dibattito femminista) fantasia strisciante negli anni Ottanta
  • la ricorrente narrazione contemporanea sulla mancanza del ruolo del padre
  • la vecchia narrazione del padre-padrone
  • la fobia "chiesarotta" sul pericolo della confusione dei ruoli
Ma allora, a parte "Mettere il semino che poi quando il papà e la mamma si baciano nasce il figliolino", a che cacchio serve un papà?

La risposta più corretta è che non serve a niente. È fatale (e anche palmare) che al centro ci sia la madre (o forse no...). Il padre, secondo diversi orientamenti psicologici, è una figura necessaria perché consente il processo di distacco dalla madre e di acquisizione delle prospettive di autonomia dall'unicum mater-puer. Si tratta di una funzione che può essere svolta da qualsiasi persona, maschio o femmina che sia. In pratica è buona cosa che esista una figura alternativa a quella principale (che a questo punto può anche non essere la madre stessa) grazie a cui strutturare una propria identità in separazione. L'ideale, in sintesi, è poter crescere con due figure di riferimento, una materna e una paterna, l'ideale (ma non necessario) è che la prima sia incarnata dalla mamma e la seconda dal papà.

Su quali siano i connotati esatti della maternità e della paternità si dibatte da una vita e la percezione condivisa dei due aspetti varia al mutare delle epoche, delle esperienze personali, della cultura di riferimento. È possibile andare oltre la biologia per definire con oggettività ciò che è paterno e ciò che è materno? Secondo me sì - almeno in parte - e almeno in parte quanto appena detto sul distacco risponde già alla domanda.

Approcci come quello alla Risé ("Il buon papà non è il mammo, che si limita a scimmiottare la mamma. Il padre certamente dona se stesso al bambino, ma in modo diverso dalla madre. Lui dona la sua esperienza di vita e indirizza i comportamenti del figlio. Per farlo, gli è richiesta soprattutto una buona coerenza nei principi e nei comportamenti [...] La mancanza di un ruolo guida, di un punto di riferimento forte che insegni lo spirito di sacrificio e il senso di responsabilità è un fattore negativo. Che può causare ai figli problemi di vario tipo, dalla droga ad altre forme di devianza") mi convincono poco, personalmente ci leggo qualcosa di vagamente troppo ideologico, un po' destrorso, un po' rigido, una venatura un tintinello fascistoidale.

Uno sguardo alla Recalcati (Il complesso di Telemaco) risulta più affascinante, profondo, pur con alcuni schemi potenzialmente comuni all'ottica di Risé. Recalcati voca al padre un ruolo di "legge simbolica" ma analizza in modo assolutamente suggestivo i sensi del figlio: gli occhi e il suo bisogno di parole.

Escludendo il richiamo freudiano al padre primordiale, pur se ricco di valore, escludendo le derive stile "la paternità è un ruolo inventato", per comprendere meglio chi si è credo che il contributo (finisco sempre per incensarla, questa donna) più lucido e comprensibile l'abbia dato Anna Oliverio Ferraris con "Padri alla riscossa".

Penso però che il miglior modo di comprendere sia guardarsi all'interno: io chi/cosa sono?

(Ah: non dimentichiamo poi che i papà servono anche ai papà perché esser padre è meraviglioso!)

Nella mia esperienza io sono quello che sa far rispettare le regole soprattutto perché ha una voce profonda e perentoria (Paola strilla ma è troppo stridula per essere autorevole), sono quello che sbaglia a fare le cose e magari chiede scusa, sono quello che ama i colori, sono quello che cucina e che pulisce i pavimenti, sono quello della fantasia, sono quello delle esperienze, sono quello delle parole, sono quello degli animali, sono quello che spinge a uscire, sono quello del movimento, quello che non dorme, quello che ama il mistero. Paola è quella che chiede amore, è quella che si ferma, è quella che gioca, è quella che stimola a fare meglio, è quella che colloca nel mondo, è quella delle relazioni con gli altri, è quella delle sorprese, è quella del sonno, è quella che ama le certezze, è quella seria, è quella affidabile, è quella che prepara i dolci, è quella che deroga, è quella equilibrata.

Ecco, dopo tante letture, dopo tante speculazioni (anche tante seghe mentali), tornare alle parole che mi descrivono "pasta e storie", mi aiuta a trovare una vera dimensione che è responsabilità: sono una delle sue guide.

Come erede di una genìa il cui ruolo fu solamente riproduttivo e protettivo, non vorrei arrogarmi un ruolo eccessivamente pretenzioso...

lunedì 27 gennaio 2014

Tino il fringuello

Il nostro amico Tino
Il portantino personalizzato
Sabato scorso ero a passeggio con Rasta, la mia cagnolina. Dopo una malattia solo l'indomani avrei rischiato un ritorno in piena libertà nei boschi. Sabato era al guinzaglio, passeggiata vincolata ma bella e suggestiva.

Sulla via del ritorno incontriamo un cane, una cagnetta, quella che (a causa del menefreghismo dei padroni) si era ammalata e aveva attaccato la rogna a Rasta. Per prudenza decido di fare una deviazione, deviazione che altrimenti non avrei mai fatto.

D'un tratto i cespugli cominciano a muoversi: un uccellino, salta, si muove, si agita ma non vola. Anticipando l'istinto predatorio di Rasta lo prendo, lo sollevo, provo a rimetterlo su un ramo ma non vola, cade.

Lo prendo, lo porto con me sentendo per interminabili minuti il suo cuore che batte all'impazzata. Tiene aperto il becco come in un'espressione di sofferenza. Lo metto in una scatola di cartone e mi affaccio sorridente alla camera dove Paola e Samu si stavano divertendo con il Monopoli.

È lì che inizia una storia d'amore travolgente.

Recuperiamo la vecchia gabbietta che usavo per il mio gatto, Ugo, che non è più con noi da anni. L'uccellino tenta di uscire infilando la testa nelle maglie della gabbietta, troppo pericoloso. Chiamo i miei per vedere se si riesce a trovare il trasportino tutto in plastica, di certo più sicuro.

Samu si mobilita: prende il pacchetto di miglio e semi che aveva comprato per dar da mangiare agli uccellini quando c'è freddo e il resto del cibo scarseggia, riempie una tazzina d'acqua, su consiglio di Paola prende anche il cotone.

In men che non si dica l'uccellino è nel trasportino di plastica con acqua, cibo e materiale per costruirsi un giaciglio. Poi arriva il mio papà.

A volte i ruoli delle persone cambiano perché le persone sono in grado di cambiare. Vengo da una famiglia contadina, che in generazioni di agricoltura è riuscita a costruirsi anche la casa. Il mio papà è stato cacciatore e pescatore. Io sono andato con lui a pesca e a caccia. Il mio papà mi portava con sé, per intere serate, quando era docente ai corsi di preparazione al porto d'armi. Da piccolo il nostro frigorifero si arricchiva di cadaveri di uccellini frutto della caccia domenicale. A Natale mi facevo accompagnare al negozio di armi per regalargli le cartucce buone.

Da anni non caccia e non pesca, è socio della Lipu e soccorre ogni animaletto che trova in giro. A volte i ruoli delle persone cambiano. Io a 16 anni stavo proprio per prenderlo il patentino di caccia, poi solo la prospettiva di non poter obiettare al servizio militare ebbe a fermarmi.

A volte i ruoli delle persone cambiano. Da esperto mio padre individua subito che si tratta di un fringuello e ci dice che cosa devono mangiare i fringuelli. Lui, l'uccellino è un po' agitato, in perfetta sincronia con Samuele che non sta più nella pelle e chiama tutti per far osservare il colore del becco o delle piume.

Prende i pennarelli e scrive sul portantino: "Tino il fringuello", scrive senza errori, nonostante i suoi 5 anni e mezza, con lettere colorate.

La notte passa con Tino messo in una stanza buia, affinché si calmi e possa riposare.

Arriva il mattino e dopo un po' di colazione partiamo per liberare Tino, nella speranza concreta che si sia ripreso. Samu vuole assolutamente che la scena venga filmata. Purtroppo però Tino non vola. Con la luce del mattino riusciamo a vedere che sotto un'ala ha un qualcosa, una ferita, un'irritazione.

Portare un fringuello al veterinario è utile? Me lo chiedo perché temo che sia difficile guarire un uccellino selvatico, a meno che non si trovi un veterinario specializzato. Decidiamo comunque: l'indomani Samu e i nonni porteranno Tino a far visitare.

Io Samu e Rasta ce ne andiamo per un'ora nei boschi. Quando torniamo mio padre se ne esce con un colpo di genio: ha chiamato il centro Lipu di Massaciuccoli e gli hanno detto di portare Tino al pomeriggio, ci pensano loro. Corro a dire tutto a Samu.

Alle mie parole gli occhi del piccolo si gonfiano: capisce che dovrà separarsi da Tino e piange, Piange, piange...

Lì mi si è chiuso un giro del destino pazzesco. In quella stanza, lì dove adesso c'è il nostro letto, in quella camera c'era la "stanza delle cartucce", spazio in cui per generazioni la mia famiglia ha preparato le cartucce per la caccia. In quella stanza, esattamente nel posto in cui Samu stava piangendo era cambiata la mia vita. Ero piccolo e con il mio papà avevo "fatto l'apertura" della caccia: in piedi all'alba per sparare alla ricchezza di prede presenti nel primo giorno di attività venatoria. Avevamo trovato un uccellino caduto, lo avevo portato a casa. Lo avevamo messo lì in quella stanza e io mio ero addormentato accanto a lui. Al risveglio era morto e io piangevo, piangevo, piangevo... La mia mamma mi cambiò la vita chiedendomi perché gli uccellini uccisi per la caccia non meritassero una lacrima anche loro. Forse lì ho iniziato a guardare gli animali con occhi diversi. Forse sono vegetariano da quella domanda. Lì, in quello stesso metro quadrato, con le lacrime di Samuele per Tino si sono unite tre generazioni occupandosi di salvare un uccellino.

Pranzo in braccio a me, con disperazione e dignità, bisogno di protezione. Prima di partire Samu scrive una lettera a Tino, chiude il foglio, disegna la sagoma di una busta da una parte e un francobollo dall'altra, in calce al francobollo leggo: "NON BUTTATELA VIA". Non mi permette di leggere la lettera.

A metà pomeriggio partiamo, lui si spreca per mettere un vincolo: Tino deve essere fotografato. Faccio le foto e ne faccio anche un paio con Samu che, piangente, si sforza di sorridere accanto a Tino, il cuore mi si spezza. Durante il viaggio mi impone di non superare i 30 orari per non agitare Tino.

Arriviamo al centro Lipu nella speranza che si possa assistere alla liberazione di Tino, una volta guarito, o addirittura che lo si possa riprendere per liberarlo su da noi, al nostro paese. Mentre parcheggio Samu tiene il portantino e lo protegge con tutto il corpo dalla lusinghe di un gattino che forse era soltanto curioso.

I ragazzi della Lipu analizzano Tino (che becca chiunque lo prenda in mano) e scoprono che ha un'ala letteralmente traforata dai pallini di uno sparo. Povera bestiola. Ci fanno poi capire che non sarà possibile assistere alla liberazione del nostro amico, che sarà trasportato all'ospedale per uccelli di Livorno. Samu capisce al volo il giro di parole della ragazza della Lipu, accusa il colpo ma regge.

Prima di separarsi da Tino apre la scatola in cui lo hanno alloggiato e gli fa leggere la sua lettera, davanti e dietro. Poi piangendo ce ne andiamo: "Questa lettera è preziosissima per me, non la dobbiamo perdere" (una frase che mi fa bollire il sangue perché è sentita, autentica, consapevole della preziosità di ciò che ha appena perso).

Siamo stati insieme tutto il pomeriggio, me lo sono goduto, ho ascoltato il suo dolore, la sua disperazione, ho sofferto con lui che mi diceva che voleva Tino, che gli voleva bene, che mi domandava se mai lo avremmo potuto rivedere. Lui voleva semplicemente non separarsene, voleva Tino nel nostro paese, libero ma vicino a noi. È stato terribile e meraviglioso. Samu ha scoperto la grandezza dell'amore, la grandezza e il dolore, è stato pervaso e poi devastato dall'amore. È stato rapito da una sensazione nuova: "Non ce la faccio a non pensarci" ripeteva incredulo.

Pazzesco constatare come in poche ore si riesca ad amare qualcuno. Qualcuno, non qualcosa. Anche se probabilmente in tutto questo c'è un po' di volontà di possesso, quello che ha provato Samu è amore vero. Ed è forse la testimonianza più limpida di come i bambini, se messi nelle condizioni di farlo, possano amare senza remore un animale. Si parla spesso a sproposito delle violenze dei bambini sugli animali ma poco si riflette sulla compassione, sulla libertà di amare un essere vivente che se non ostacolata si manifesta spontaneamente anche nei cuccioli di uomo.

Una volta a casa mi ha permesso di leggere la lettera. È una lettera struggente, un atto di amore puro e bellissimo. Una dichiarazione senza freni. Ho pianto leggendola, e ho pianto fra i suoi occhi guardandolo. Il mio piccolo, grande tesoro.

Buona vita Tino, vola libero.

lunedì 13 gennaio 2014

RAFFAELO, ovvero se tocchi mia madre ti spiezzo le braccina con la sola imposizione del pennarello, ovvero terapia, magia e narrazione


Ormai se ne può parlare perché Raffaello (il nome è comunque di fantasia) non è più in condizioni di nuocere.

La storia risale a qualche tempo fa. Ho già avuto modo di dire che lavorare in comunicazione è bello ma molto, molto stressante. La crisi ha acuito la difficoltà di essere rispettati come fornitori/consulenti e i clienti paiono ormai completamente fuori di senno. E noi giù di stress...
Paola era sotto stress per via di questo Raffaello, cliente “schizzato” , fuori controllo, capace di trattare di merda tutti, di far piangere, di far male, di ricattare in modo sottile ed efficace.

A casa Samuele ne sentiva parlare ma soprattutto vedeva la sua mamma, giorno dopo giorno, distrutta, sempre più disgregata.

Una sera, un venerdì sera, io e lui decidiamo di andare a prenderla in ufficio, tanto sarebbe rimasta lì ben oltre l'orario di cena. Era quasi al tracollo e Samu se ne accorgeva.

In ufficio Samu prende un foglio di carta, si mette al lavoro e dopo un po' torna con una dichiarazione di “guerra protettiva”. Mostra - senza orgoglio ma con uno sguardo che potrei definire da persona profondamente sensibile - la sua opera: “Raffaelo” (con una sola elle) scritto in grande, a tutta pagina, una cornice rossa a circondare i bordi del foglio e sopra il nome una grandissima “X” nera.

Era il suo regalo per la mamma: neutralizzare Raffaello, una “X” che lo cancellava e una cornice che lo conteneva.

Amore filiale, empatia, senso di protezione, gelosia, non si può classificare un gesto del genere; rimane però il fatto che un bimbo, che all'epoca aveva meno di 5 anni, sia riuscito a convogliare intelletto e inventiva per spiegarsi un fenomeno e trovare una soluzione al suo problema.

Il potere delle parole è anche questo: metter su carta è oggettivare e in qualche modo controllare, rendere meno minacciose le cose. Samuele aveva scritto il nome - con tutta la magia che si lega al gesto - del suo nemico, indebolendolo. Poi aveva infierito perché questo non sarebbe bastato a proteggere la sua mamma. Infine aveva deciso di controllarlo, chiudendolo in una scatola senza porte, una cornice rossa a segnalare pericolo. Lui aveva, attraverso una narrazione semasiografica, compiuto un percorso eroico, fatto all'istante ma probabilmente maturato in settimane di decodifica ed elaborazione di segnali.

Con un pennarello, arma semplice ma ritenuta dai più innocua, aveva sconfitto un nemico potente e rabbioso. Un gesto semplice ma talmente genuino e lineare da essere più efficace di mille parole dette al vento, di mille pacche sulle spalle, di mille consolazioni.

Le storie sono terapeutiche ma solo le storie raccontate bene sanno essere qualcosa in più. Per raccontare bene una storia si possono usare solamente le parole che quella storia chiede. Per me questa rimane una storia epica perché il mio piccolo era riuscito a scovare, dalla storia che intendeva raccontare, le uniche parole necessarie per raccontarla.

Voglio dire: credo che non sia stato il gesto in quanto tale ma anche e soprattutto la qualità del gesto ad avere effetto.
E un effetto, mi si creda, lo ha avuto davvero.
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