lunedì 27 gennaio 2014

Tino il fringuello

Il nostro amico Tino
Il portantino personalizzato
Sabato scorso ero a passeggio con Rasta, la mia cagnolina. Dopo una malattia solo l'indomani avrei rischiato un ritorno in piena libertà nei boschi. Sabato era al guinzaglio, passeggiata vincolata ma bella e suggestiva.

Sulla via del ritorno incontriamo un cane, una cagnetta, quella che (a causa del menefreghismo dei padroni) si era ammalata e aveva attaccato la rogna a Rasta. Per prudenza decido di fare una deviazione, deviazione che altrimenti non avrei mai fatto.

D'un tratto i cespugli cominciano a muoversi: un uccellino, salta, si muove, si agita ma non vola. Anticipando l'istinto predatorio di Rasta lo prendo, lo sollevo, provo a rimetterlo su un ramo ma non vola, cade.

Lo prendo, lo porto con me sentendo per interminabili minuti il suo cuore che batte all'impazzata. Tiene aperto il becco come in un'espressione di sofferenza. Lo metto in una scatola di cartone e mi affaccio sorridente alla camera dove Paola e Samu si stavano divertendo con il Monopoli.

È lì che inizia una storia d'amore travolgente.

Recuperiamo la vecchia gabbietta che usavo per il mio gatto, Ugo, che non è più con noi da anni. L'uccellino tenta di uscire infilando la testa nelle maglie della gabbietta, troppo pericoloso. Chiamo i miei per vedere se si riesce a trovare il trasportino tutto in plastica, di certo più sicuro.

Samu si mobilita: prende il pacchetto di miglio e semi che aveva comprato per dar da mangiare agli uccellini quando c'è freddo e il resto del cibo scarseggia, riempie una tazzina d'acqua, su consiglio di Paola prende anche il cotone.

In men che non si dica l'uccellino è nel trasportino di plastica con acqua, cibo e materiale per costruirsi un giaciglio. Poi arriva il mio papà.

A volte i ruoli delle persone cambiano perché le persone sono in grado di cambiare. Vengo da una famiglia contadina, che in generazioni di agricoltura è riuscita a costruirsi anche la casa. Il mio papà è stato cacciatore e pescatore. Io sono andato con lui a pesca e a caccia. Il mio papà mi portava con sé, per intere serate, quando era docente ai corsi di preparazione al porto d'armi. Da piccolo il nostro frigorifero si arricchiva di cadaveri di uccellini frutto della caccia domenicale. A Natale mi facevo accompagnare al negozio di armi per regalargli le cartucce buone.

Da anni non caccia e non pesca, è socio della Lipu e soccorre ogni animaletto che trova in giro. A volte i ruoli delle persone cambiano. Io a 16 anni stavo proprio per prenderlo il patentino di caccia, poi solo la prospettiva di non poter obiettare al servizio militare ebbe a fermarmi.

A volte i ruoli delle persone cambiano. Da esperto mio padre individua subito che si tratta di un fringuello e ci dice che cosa devono mangiare i fringuelli. Lui, l'uccellino è un po' agitato, in perfetta sincronia con Samuele che non sta più nella pelle e chiama tutti per far osservare il colore del becco o delle piume.

Prende i pennarelli e scrive sul portantino: "Tino il fringuello", scrive senza errori, nonostante i suoi 5 anni e mezza, con lettere colorate.

La notte passa con Tino messo in una stanza buia, affinché si calmi e possa riposare.

Arriva il mattino e dopo un po' di colazione partiamo per liberare Tino, nella speranza concreta che si sia ripreso. Samu vuole assolutamente che la scena venga filmata. Purtroppo però Tino non vola. Con la luce del mattino riusciamo a vedere che sotto un'ala ha un qualcosa, una ferita, un'irritazione.

Portare un fringuello al veterinario è utile? Me lo chiedo perché temo che sia difficile guarire un uccellino selvatico, a meno che non si trovi un veterinario specializzato. Decidiamo comunque: l'indomani Samu e i nonni porteranno Tino a far visitare.

Io Samu e Rasta ce ne andiamo per un'ora nei boschi. Quando torniamo mio padre se ne esce con un colpo di genio: ha chiamato il centro Lipu di Massaciuccoli e gli hanno detto di portare Tino al pomeriggio, ci pensano loro. Corro a dire tutto a Samu.

Alle mie parole gli occhi del piccolo si gonfiano: capisce che dovrà separarsi da Tino e piange, Piange, piange...

Lì mi si è chiuso un giro del destino pazzesco. In quella stanza, lì dove adesso c'è il nostro letto, in quella camera c'era la "stanza delle cartucce", spazio in cui per generazioni la mia famiglia ha preparato le cartucce per la caccia. In quella stanza, esattamente nel posto in cui Samu stava piangendo era cambiata la mia vita. Ero piccolo e con il mio papà avevo "fatto l'apertura" della caccia: in piedi all'alba per sparare alla ricchezza di prede presenti nel primo giorno di attività venatoria. Avevamo trovato un uccellino caduto, lo avevo portato a casa. Lo avevamo messo lì in quella stanza e io mio ero addormentato accanto a lui. Al risveglio era morto e io piangevo, piangevo, piangevo... La mia mamma mi cambiò la vita chiedendomi perché gli uccellini uccisi per la caccia non meritassero una lacrima anche loro. Forse lì ho iniziato a guardare gli animali con occhi diversi. Forse sono vegetariano da quella domanda. Lì, in quello stesso metro quadrato, con le lacrime di Samuele per Tino si sono unite tre generazioni occupandosi di salvare un uccellino.

Pranzo in braccio a me, con disperazione e dignità, bisogno di protezione. Prima di partire Samu scrive una lettera a Tino, chiude il foglio, disegna la sagoma di una busta da una parte e un francobollo dall'altra, in calce al francobollo leggo: "NON BUTTATELA VIA". Non mi permette di leggere la lettera.

A metà pomeriggio partiamo, lui si spreca per mettere un vincolo: Tino deve essere fotografato. Faccio le foto e ne faccio anche un paio con Samu che, piangente, si sforza di sorridere accanto a Tino, il cuore mi si spezza. Durante il viaggio mi impone di non superare i 30 orari per non agitare Tino.

Arriviamo al centro Lipu nella speranza che si possa assistere alla liberazione di Tino, una volta guarito, o addirittura che lo si possa riprendere per liberarlo su da noi, al nostro paese. Mentre parcheggio Samu tiene il portantino e lo protegge con tutto il corpo dalla lusinghe di un gattino che forse era soltanto curioso.

I ragazzi della Lipu analizzano Tino (che becca chiunque lo prenda in mano) e scoprono che ha un'ala letteralmente traforata dai pallini di uno sparo. Povera bestiola. Ci fanno poi capire che non sarà possibile assistere alla liberazione del nostro amico, che sarà trasportato all'ospedale per uccelli di Livorno. Samu capisce al volo il giro di parole della ragazza della Lipu, accusa il colpo ma regge.

Prima di separarsi da Tino apre la scatola in cui lo hanno alloggiato e gli fa leggere la sua lettera, davanti e dietro. Poi piangendo ce ne andiamo: "Questa lettera è preziosissima per me, non la dobbiamo perdere" (una frase che mi fa bollire il sangue perché è sentita, autentica, consapevole della preziosità di ciò che ha appena perso).

Siamo stati insieme tutto il pomeriggio, me lo sono goduto, ho ascoltato il suo dolore, la sua disperazione, ho sofferto con lui che mi diceva che voleva Tino, che gli voleva bene, che mi domandava se mai lo avremmo potuto rivedere. Lui voleva semplicemente non separarsene, voleva Tino nel nostro paese, libero ma vicino a noi. È stato terribile e meraviglioso. Samu ha scoperto la grandezza dell'amore, la grandezza e il dolore, è stato pervaso e poi devastato dall'amore. È stato rapito da una sensazione nuova: "Non ce la faccio a non pensarci" ripeteva incredulo.

Pazzesco constatare come in poche ore si riesca ad amare qualcuno. Qualcuno, non qualcosa. Anche se probabilmente in tutto questo c'è un po' di volontà di possesso, quello che ha provato Samu è amore vero. Ed è forse la testimonianza più limpida di come i bambini, se messi nelle condizioni di farlo, possano amare senza remore un animale. Si parla spesso a sproposito delle violenze dei bambini sugli animali ma poco si riflette sulla compassione, sulla libertà di amare un essere vivente che se non ostacolata si manifesta spontaneamente anche nei cuccioli di uomo.

Una volta a casa mi ha permesso di leggere la lettera. È una lettera struggente, un atto di amore puro e bellissimo. Una dichiarazione senza freni. Ho pianto leggendola, e ho pianto fra i suoi occhi guardandolo. Il mio piccolo, grande tesoro.

Buona vita Tino, vola libero.

lunedì 13 gennaio 2014

RAFFAELO, ovvero se tocchi mia madre ti spiezzo le braccina con la sola imposizione del pennarello, ovvero terapia, magia e narrazione


Ormai se ne può parlare perché Raffaello (il nome è comunque di fantasia) non è più in condizioni di nuocere.

La storia risale a qualche tempo fa. Ho già avuto modo di dire che lavorare in comunicazione è bello ma molto, molto stressante. La crisi ha acuito la difficoltà di essere rispettati come fornitori/consulenti e i clienti paiono ormai completamente fuori di senno. E noi giù di stress...
Paola era sotto stress per via di questo Raffaello, cliente “schizzato” , fuori controllo, capace di trattare di merda tutti, di far piangere, di far male, di ricattare in modo sottile ed efficace.

A casa Samuele ne sentiva parlare ma soprattutto vedeva la sua mamma, giorno dopo giorno, distrutta, sempre più disgregata.

Una sera, un venerdì sera, io e lui decidiamo di andare a prenderla in ufficio, tanto sarebbe rimasta lì ben oltre l'orario di cena. Era quasi al tracollo e Samu se ne accorgeva.

In ufficio Samu prende un foglio di carta, si mette al lavoro e dopo un po' torna con una dichiarazione di “guerra protettiva”. Mostra - senza orgoglio ma con uno sguardo che potrei definire da persona profondamente sensibile - la sua opera: “Raffaelo” (con una sola elle) scritto in grande, a tutta pagina, una cornice rossa a circondare i bordi del foglio e sopra il nome una grandissima “X” nera.

Era il suo regalo per la mamma: neutralizzare Raffaello, una “X” che lo cancellava e una cornice che lo conteneva.

Amore filiale, empatia, senso di protezione, gelosia, non si può classificare un gesto del genere; rimane però il fatto che un bimbo, che all'epoca aveva meno di 5 anni, sia riuscito a convogliare intelletto e inventiva per spiegarsi un fenomeno e trovare una soluzione al suo problema.

Il potere delle parole è anche questo: metter su carta è oggettivare e in qualche modo controllare, rendere meno minacciose le cose. Samuele aveva scritto il nome - con tutta la magia che si lega al gesto - del suo nemico, indebolendolo. Poi aveva infierito perché questo non sarebbe bastato a proteggere la sua mamma. Infine aveva deciso di controllarlo, chiudendolo in una scatola senza porte, una cornice rossa a segnalare pericolo. Lui aveva, attraverso una narrazione semasiografica, compiuto un percorso eroico, fatto all'istante ma probabilmente maturato in settimane di decodifica ed elaborazione di segnali.

Con un pennarello, arma semplice ma ritenuta dai più innocua, aveva sconfitto un nemico potente e rabbioso. Un gesto semplice ma talmente genuino e lineare da essere più efficace di mille parole dette al vento, di mille pacche sulle spalle, di mille consolazioni.

Le storie sono terapeutiche ma solo le storie raccontate bene sanno essere qualcosa in più. Per raccontare bene una storia si possono usare solamente le parole che quella storia chiede. Per me questa rimane una storia epica perché il mio piccolo era riuscito a scovare, dalla storia che intendeva raccontare, le uniche parole necessarie per raccontarla.

Voglio dire: credo che non sia stato il gesto in quanto tale ma anche e soprattutto la qualità del gesto ad avere effetto.
E un effetto, mi si creda, lo ha avuto davvero.
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