mercoledì 5 febbraio 2014

A cosa servono i papà [part two]

In un intervento su Psicologia Contemporanea (un saggio datato 2006), Jolanda Stevani simbolizza il rapporto fra padre e figlio con le dimensioni verticale e orizzontale: "Nella paternità c'è dinamismo, costruzione, progettualità: tutte dimensioni che servono alla crescita e all'integrazione sociale. Tuttavia, affinché i padri possano esercitare questa importante funzione, è necessario che recuperino quella dimensione verticale che rende possibile la trasmissione dell'esperienza e che consente al figlio di uscire dalla condizione infantile per accedere al mondo adulto. Ma essere padri "verticali", anciché "orizzontali", richiede sicurezza personale e un buon inserimento nel tessuto sociale".

La dimensione verticale fonda la trasmissione delle regole, quelle norme che, oltre a essere elemento contenitivo, orientano il mondo dei valori. La dimensione verticale però non basta, non può bastare perché limita i rapporti, la confidenza. Essere "la" regola può ostacolare quella vicinanza affettiva che tutti noi cerchiamo con i nostri figli.

L'eccessiva orizzontalità non consente però ai figli di formarsi una personalità autonoma e ben definita, rendendo lacerante (per il padre) ritornare a essere colui che detta (e a volte impone) le regole.

È bello leggere le interviste, sia quelle sinteticamente riportate dalla Stevani, che quelle in "Nuovi padri?" Francesca Zajczyk ed Elisabetta Ruspini presentano a integrazione del loro lavoro.

Io mi ci rivedo, e dove non mi rivedo riconosco un'alterità che in qualche modo mi definisce meglio. Leggere le storie che le persone raccontano è un viaggio dentro ogni dimensione.

Veniamo a noi.
Ora, uno come Garimberti urlerebbe sguaiatamente a sentir parlare di contrattazione, lui è uno che perentoriamente asserisce che "I genitori non devono essere contrattuali". Io credo però che crescere un figlio con regole inderogabili affiancate a regole trattabili sia un buon metodo per trasmettere sia la norma (e la forma mentis "normativa") che la democrazia, la co-costruzione. Che un po' di regole le si possano decidere assieme, di volta in volta, è positivo.

Samuele tenta ovviamente di calcare la mano ogni volta, sta a me poi rimarcare il limite invalicabile. Noto però che quando chiede deroghe è in grado di argomentare, sia esplicando desideri, sia articolando ragionamenti più complessi che riguardano anche il suo status di bambino che anela a camminare da solo.

Emanare e far rispettare regole (almeno per me, personalmente) induce a non mettere in discussione le regole stesse; come se l'inerzia bloccasse tutto. Con l'obiettivo di essere necessari per la crescita, a volte si rischia di impedirla la crescita. È il caso del pericolo.

Affrontare il pericolo è necessario per crescere, per conoscere la paura, per imparare sbagliando. Concedere ai piccoli la loro dose di pericolo è oggi un lusso. Io sono consapevole di pericoli di ogni tipo, almeno credo. Se mi domando perché, posso solo rispondermi che ho subìto tante botte...

Proiettare la mia paura su di lui non è un buon modo per farlo crescere in armonia. Il mio compito di papà è esserci e lasciarlo sbagliare, valutando quali sono i pericoli eccessivi e quando sia invece il momento di farlo rischiare. La (mia) paura tenderebbe a bloccarmi se non ci fosse lui a chiedere più libertà, a chiedere in sostanza il suo spazio vitale.

È un lusso, dicevo, perché in pochi hanno la possibilità di affrontare un ambiente senza il bisogno di guardare a vista i bambini, penso alle città, al traffico, ai non-luoghi che (volenti o nolenti) costituiscono parte della nostra vita quotidiana. Un campo aperto, un boschetto, un semplice prato dove far vivere i figli in libertà è roba per pochi (e poi anche nell'erba, mio Dio, ci son le vipere!).

Leggo e sento dire di quanto fare esperienze assieme, coinvolgere nelle passioni, sia importante per insegnare ai figli modi costruttivi per incanalare le energie. Leggo di quanto lo sport sia utile allo scopo. Penso però che una bella riflessione sul pericolo debba proprio esser fatta. Il pericolo fa crescere, in qualche modo completa le persone.

Secondo alcuni abbiamo tutti bisogno di una dose di pericolo, dose che va assunta alle età giuste, quelle che ci formano, quelle in cui l'incoscienza e la pesantezza si bilanciano. In mancanza di pericolo precoce, in troppi tendono a sperimentare l'incoscienza in età troppo avanzate, con i risultati che spesso animano la cronaca...

Percepisco che di fronte alla semplice idea di pericolo mio figlio si sente sicuro se io ci sono. In qualche modo lui mi assegna, da solo, la funzione di gestore del pericolo. Se debbo cercare definizioni per me, questa devo tenerla presente perché è reale.

Non credo troppo alla distinzione dei ruoli, propendo per la completezza delle funzioni ...ma non posso negare di essere maschio, e di riconoscermi in alcuni attributi fallici.

"Attraverso la rivalità fallica organizzata secondo la privazione, l'interdizione e la frustrazione, il bambino scopre del pari che la madre è dipendente dal desiderio del padre. Di conseguenza, il desiderio del bambino per la madre non può più evitare di scontrarsi con la legge del desiderio dell'altro (il padre) attraverso il desiderio della madre. È così che il bambino acquisisce la nuova prescrizione che regolerà l'economia del suo desiderio: il desiderio di ciascuno è sempre sottomesso alla legge del desiderio dell'altro" [Joël Dor]

Ecco, sì, "Il desiderio di ciascuno è sempre sottomesso alla legge del desiderio dell'altro" anche il mio esser padre è sottomesso al desiderio di mio figlio di esser figlio. Uno scambio, una tensione, una dialettica, un braccio di ferro, una staffetta.
Sono consapevole che in futuro la lotta sarà dura ma che bello esserci e sapere che lui c'è, cazzuto come non mai.

3 commenti:

  1. Interessante questa rappresentazione sul verticale/orizzontale. Credo che rispetto al passato il padre sia sempre meno il solo genitore che rappresenta e serve per l’ingresso nella società per il figlio e colui che fornisce le regole. Oggi, molto più di ieri, entrambi i genitori dovrebbero essere come gli schemi delle parole incrociate, sia orizzontali che verticali :) Spero sia passato il tempo quando il padre serviva per rappresentare il totem dell’autorità (“Fai così altrimenti quando torna tuo padre a casa, vedrai”). Credo che fosse più semplice per tutti, per madri e padri, avere ruoli precisi e definiti.

    Parlando da padre, cerco di avere entrambe le valenze, autorevolezza e rapporto umano. Partendo dalla considerazione che l’educazione avviene principalmente osservando comportamenti più che ascoltando discorsi, credo che i nostri figli dovrebbero avere più occasioni di vedere come ci comportiamo in diversi rapporti: in società, in famiglia, con il nostro partner e con loro singolarmente.

    Non so se i figli di oggi siano più “svegli” di quelli di prima, io mi trovo a gestire la mia adesso, ma sento mia figlia di 3 anni e mezzo argomentarmi in merito a miei discorsi su regole che non ammettono incongruenze o che, comunque, richiedono una maggiore dialettica anche a quella età. Probabilmente sarà una bella palestra in vista dell’adolescenza. Credo che la crescita di un figlio sia sempre un braccio di ferro tra il suo legittimo desiderio di libertà e l’altrettanto legittimo desiderio del genitore di dare delle regole.

    Sono convinto che ci sia una dose di pericolo che faccia bene alla crescita perché consente di responsabilizzarsi, capire il senso del limite e avere sicurezza di se stessi. Personalmente in una ipotetica scala cerco di posizionarmi a seconda dei casi tra la massima sicurezza e il pericolo, a seconda dei casi, tendenzialmente vicino alla parte della sicurezza. Non credo che si debba far avere una visione catastrofica “Non saltare perché ti rompi una gamba”, un discorso è saltare da due scalini e un discorso è saltare dall’alto della scala. Anche perché si perde di credibilità, il bambino imparerà presto i diversi gradi di pericolo.

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  2. Grazie superpapà!

    @Daniele: direi che, per stare sui tuoi racconti, se intanto si comincia con il portare il figlio e non lo zaino si è già a buon punto ;)

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