lunedì 28 aprile 2014

I danni dell'amore condizionale

Arrivo da lui dopo una settimana di assenza (era con i nonni) e il suo sorriso mi accoglie scendendo di corsa le scale e mostrandomi il libro che ha spolverato dai vecchi scaffali: "Papà, è un libro che parla degli animali, l'ho preso per te". Io però sono angosciato da mille altri pensieri, sono stanco, sono irritato per fatti miei e quasi evito di concedere troppi sorrisi, lo tratto con troppa freddezza. Paola me lo fa notare ma io sono "sequestrato" dal mio stato d'animo e non riesco a prendere le redini. È capitato la settimana scorsa, capita anche a chi si rappresenta bene nei blog, di essere qualcosa di diverso dal desiderabile.

A bocce ferme mi domando se Samu abbia voluto essermi vicino pensando a me con spirito d'empatia o se le mie testarde idee animaliste lo abbiano indotto a cercare amore facendo ciò che - sapeva - avrei potuto gradire.

L'amore è incondizionato (specialmente quello dei genitori deve esserlo), non è cieco, è amore e basta. Non è privo di consapevolezza, non manca alle sue responsabilità educative, è e deve essere senza condizioni (ora, se proprio uno c'ha per figlio Hitler magari se ne può anche parlare...).

In alcuni contesti borghesi la freddezza è uno strumento pedagogico, madri nullafacenti attente alla rappresentazione sociale di sé (ciò che in pubblicità e marketing chiamiamo "posizionamento strategico") che si scioglie solo se i figli adottano le regole della società; lo stesso schema di comportamento vede come protagonisti genitori anaffettivi (sì, il termine è ormai abusato ma è pur sempre valido); voglio però che non colpisca me e mio figlio.

Se fai quel che ti dico, se dici quel che voglio tu dica, se sei come io decido che tu sia, allora ti voglio bene. Le peggiori torture psicologiche non sono ad esclusivo appannaggio di chi non bazzica gli anfratti dei manuali di psicologia, riguardano anche me, il sottoscritto. Però non voglio.

In un contesto in cui tutto è performance, in cui ci si descrive per il proprio lavoro, in cui la misura della persona è sempre più determinata da un feedback legato al salario, in cui tweet e post, iPad e iTunes, digitale terrestre e satellitare, aperitivi e selfie ostacolano il silenzio, avere la sicurezza dell'amore incondizionato è quantomai necessario per crescere in equilibrio. In questo humus i bambini hanno bisogno di poter dare un nome a ciò che provano, di poterne parlare e soprattutto di poter vivere sentimenti ed emozioni. Tutto questo non è possibile se chi li affianca è incapace di distinguere fra amore e approvazione; se chi li guida è alessitimico (cioè non sa dare nome ai propri stati emotivi e non sa comunicare le proprie emozioni).

Quando l'amore condizionale diventa la regola, si cresce con la logica (il valore) della merce, si sviluppa una personalità contrattuale, si diventa bottegai dei sentimenti, si rischia di voler raccattare amore ovunque, senza rispetto per sé, senza logica, senza esito; si finisce per vivere male qualsiasi relazione.

Serve una alfabetizzazione emotiva? Sì, serve, e serve soprattutto perché troppe cose ci portano lontano dall'autenticità delle emozioni e del sentire. Serve perché se è normale domandarsi cosa faranno i nostri figli, chiedersi se riusciranno ad avere un lavoro stabile e gratificante, deve essere ancora più normale chiedersi quale ricerca di senso, di identità, di vita sia presente nel loro cuore. Eppure è una domanda che spesso non ci sfiora nemmeno.

Io penso che tuffarsi e nuotare insieme nelle emozioni sia una delle cose più belle della vita, una delle cose più intime e necessarie che genitori e figli possano fare assieme. L'altra sera sono rimasto a bordo vasca e spero proprio che la scelta dello stile di nuoto non sia stata condizionata dai miei gusti (anche se poi siamo rimasti tutti e due all'asciutto).

giovedì 24 aprile 2014

Desiderabilissima, amarissima, bellissima, temutissima autonomia

Fra poco più di due settimane mio figlio compirà sei anni di età. Sì, un po' mi sento vecchio... Però reggo bene il colpo.

Ogni giorno la sua tendenza all'autonomia si fa sempre più marcata: dalle lementele per non poter decidere l'orario della dormita, le uscite della famiglia, l'ennesimo cartone animato, al rivendicare di essere in grado di fare cose come cucinare da solo, vestirsi di tutto punto ecc.

Intendiamoci, quando non vuol fare le cose è sempre pronto a dire che non ce la fa senza aiuto, però la sua autonomia è sempre più oggetto centrale della nostra vita.

Uno dei passi più importanti per la costruzione dell'identità è il "no". Quando un bimbo inzia a dire "no", prende avvio un processo di distinzione fra sé e la madre, un processo che - tradotto in parole semplici - sta a indicare che il bambino inizia a essere consapevole di esistere come entità, diversa dagli altri e unica. Acconsentire alle decisioni altrui non necessita di essere qualcuno, dire di no e opporre una volontà propria sì.

Vedo il mio bimbo che cresce, sviluppa amicizie e mi domando come sarà da grande, come si muoverà nel mondo. Vedo le sue strategie per spiegarsi le cose, vedo i suoi talenti, vedo come reagisce a seconda delle situazioni. E lo adoro, così piccolo e così umano.

La settimana scorsa, dopo il corso di nuoto è andato con i nonni a fare merenda. Hanno beccato un bar dove stava iniziando l'aperitivo, i nonni si sono guardati sgomenti non sapendo che cosa fare (cercavano un bar con succhi di frutta e focaccine), lui in un battibaleno aveva già preso un piattino iniziando a servirsi, a suo agio, come se l'avesse sempre fatto (e in effetti di aperitivi in giro ne facciamo assai...).

Cosa ci aspetta nei prossimi anni?

Beh, la risposta è forse proprio nell'aperitivo e negli amici. A quest'età i bambini iniziano a percepire in maniera chiara quanto il mondo sia dotato di regole, iniziano ad assimilalrle e a sapersi regolare. La psicologa Lavinia Barone riassume in cinque punti quello che accade dai sei ai dieci anni:
  1. capacità di regolazione dei propri impulsi 
  2. capacità di spostare sul piano simbolico del gioco i conflitti e la competizione
  3. lo sviluppo di relazioni amicali e il bisogno di riconoscere nello sguardo degli altri un'immagine di sé il più possibile positiva
  4. la creazione di legami di attaccamento multipli e differenziati con le figure di riferimento
  5. la comprensione, sempre più chiara, degli stati d'animo interiori
I legami di un bambino in età scolare sono importanti, sono linfa. Attraverso gli altri si cerca accettazione, riconoscimento, con gli altri si inizia a lavorare sulle capacità empatiche, a partire dalla capacità di assumere la prospettiva altrui. Se in tutto questo è il gruppo dei "pari" a essere al centro della scena, la famiglia è importante perché rende i colori della cosa, comunica i valori, costruisce l'ABC dell'espressione delle emozioni.

Io e Paola stiamo entrando in una fase in cui il rapporto con la madre cambierà, allentandosi - per così dire - in favore del rapporto con il padre e del legame con altre figure. Noi saremo entità sempre meno vicine fisicamente e sempre più ricercate emotivamente.

A che pro? È una strategia della natura che serve a fare in modo che le capacità relazionali si sviluppino in modo flessibile, che l'identità si definisca, che la dipendenza dai genitori (o comunque dalle figure di riferimento) sfumi. In sostanza tutto questo serve a raggiungere l'autonomia. Per raggiungere l'autonomia serve capacità simbolica e la capacità simbolica la si affina attraverso il gioco, il linguaggio, il ragionamento.

È bello ma anche un po' triste (me lo si conceda) se visto dagli occhi di chi fino a poco tempo fa era il re dell'universo (per il proprio figlio). In tutto questo, noi genitori possiamo spronare, accogliere, stare vicini ma il gran lavoro spetta a loro, ai figli. Quello che possiamo fare è però ostacolare ed è esattamente ciò che non dobbiamo permetterci nemmeno di pensare, a cominciare da quelle frasi del cazzo del tipo: "Ma non mi dai più nemmeno un bacino? Una volta eri così affettuoso...". La crescita è una meraviglia e nella tristezza che accompagna la consapevolezza del distacco, c'è la gioia del partecipare all'avvio della rincorsa che porterà i figli a volare, basta saperla (anzi: VOLERLA) vedere e provare. Suscitare sotterranei sensi di colpa per il semplice fatto che un bimbo cresce ed è normale nella sua crescita è qualcosa che i genitori del 2014 non possono fare.

Quando un bimbo insegna ai nonni il modo di partecipare a un aperitivo, oltre allo scatenare un sorriso, sta dicendo che è in grado di trasferire know how, sta mettendo in comune una conoscenza, sta assurgendo a un ruolo assertivo che solo qualcuno sicuro di sé è in grado di ricoprire. Mica roba da poco!
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