lunedì 16 giugno 2014

Il lascito emozionale delle maestre d'asilo

Non so a quanti sia capitato ma in questi 3 anni di scuola dell’infanzia (fa sempre un certo effetto questa terminologia, come è del resto strano per me, che sono felicissimamente papà, parlare di scuola materna escludendo con una semplice parola la pertinenza di una figura come la mia, nell'ambito dell'età pre-scolare) a noi è sempre importato molto di essere presenti e partecipi ai colloqui con le insegnanti (eh sì, alla "materna" i maestri pare siano una rarissima rarità).

Niente di particolare da dire - grazie al cielo - una lunga, lunghissima attesa e poi una chiacchierata in libertà, la condivisione dell'aneddotica, uno sguardo sulle relazioni e qualche indicazione sulle attitudini del bambino.

Niente di particolare da dire sino all'ultimo incontro. Lì qualcosa sì. Innanzitutto la scheda di valutazione, un report a metà fra la classificazione numerica che tanto ridurrà i soggetti a somme, formule e inferenze negli anni a seguire, e una mappatura di reale utilità sullo stato dell'arte evolutivo; utilità che ci sarebbe però se lo Stato si dimostrasse in grado, una volta acclarato che ci fossero degli interventi da fare per sostenere la crescita armoniosa dei bambini, di agire. Poi il vero motivo per cui questi colloqui sono necessari e a parer mio imperdibili: il lascito emozionale.

Chi insegna, ed essere maestri d'asilo è insegnare al pari di essere docenti alla Bocconi (tranne la busta paga), lavora con materie, obiettivi ma soprattutto con le persone. Di più: al nido e alla materna si ha a che fare con quella delicatissima fase in cui si imposta la vita, il ciò che si sarà. Qualcosa che prima Gilles Deleuze e poi Pierre Levy ebbero a chiamare "virtuale" (Levy: "Contrariamente al possibile, statico e già costituito, il virtuale è come il complesso problematico, il nodo di tendenze e di forze che accompagna una situazione, un evento, un oggetto o un'entità qualsiasi, e che richiede un processo di trasformazione: l'attualizzazione. […] Il problema del seme, per esempio, è di far crescere un albero. Il seme "è" questo problema, anche se non si esaurisce in esso. Questo non significa che il seme "conosca" esattamente quale sarà la forma dell'abero che in seguito stenderà il fogliame sopra di lui. A partire dai vincoli che gli sono propri, dovrà inventarlo, coprodurlo insieme alle circostanze in cui si imbatterà").

Chi non ha mai "lavorato" con le persone difficilmente potrà capire cosa significhi operare attraverso la relazione umana, che è anche e soprattutto affetto ma che qui è strumento. Ci si conosce, ci si apre, si diventa amici, ci si ama o ci si odia, si entra gli uni nella quotidianità degli altri, ci si lascia e ogni volta che ci si lascia è una piccola morte.

La famosa sindrome da burnout, cioè l'essere spompati (secondo me in italiano si dovrebbe dire "devastati"), svuotati e incapaci di dare alcun che, conosciuta e in qualche modo gestita per le cosiddette professioni d'aiuto, non è concepita per le maestre d'asilo. A torto.

Difficile se si è scelto un mestiere così non amare i cuccioli di essere umano, impossibile non soffrire a morte per la fine di un ciclo che sarà assenza di figure che si sono amate per 1, 2, 3 anni e che non ci saranno più, esserini per i quali non si sarà mai più rifugio, sicurezza, confidenza e che nella maggior parte dei casi non si ricorderanno di te.

Ecco che questi colloqui diventano un appoggio, una condivisione ricchissima di sentimenti, ansie, speranze, investimenti emotivi. Ecco perché sono imperdibili, lo sono perché chi prende per mano i nostri cuccioli e li accompagna tutti i giorni ha bisogno di essere ascoltato, lo sono anche perché esserci significa non comprendere quanto sia importante far parte di questa dimensione di vita dei propri figli.

Al nostro ultimo incontro le maestre avevano gli occhi sull'orlo del pianto, erano in difficoltà, ho capito quanto necessario fosse, per loro, averci lì, a braccia aperte, disposti - semplicemente - ad ascoltare. Un momento che mi ha fatto ricordare anche quanto sia alienante il mio lavoro, bello ed eccitante quanto si vuole ma così poco importante, così arido, così poco necessario. Un lavoro invece, quello delle maestre d'asilo, così significativo per le "cose" che rendono la vita degna d'esser vissuta come vocazione all'amore.

Grazie Valentina, Elena, Elisa e Simona. Grazie Emiliana, che ci hai lasciati all'improvviso ma che ci hai cambiato la vita in meglio.

giovedì 12 giugno 2014

Il segno + e il segno - nella fantasia

Ha fantasia da distribuirsi a badilate, fantasia, proprio quella cosa che corre veloce come un cavallo selvatico per - mi si passi la citazione - i boschi narrativi. La fantasia è un valore assoluto, può andare dal massimo del positivo al massimo del negativo.

Ha solo 6 anni però, e due sere fa mi ha ricordato che alla sua età la fantasia può anche andare verso il basso.

Secondo Piaget un bimbo di sei anni si avvia dalla fase del "pensiero intuitivo" a quella delle "operazioni concrete", all'alba del pensiero induttivo (aggiorno le età perché i bimbi di oggi son svegli, sveglissimi) ma ancora immerso nel pensiero magico, quello grazie a cui ci si convince che la realtà si possa "fare", che questa "facitura" avvenga attraverso gesti o pensieri. Una fase complessa in cui si è presenti a sé stessi ma non se ne è affrancati: insomma, un gran casino in cui gli oggetti hanno vita e anima e ogni cosa deve trovare un posto, una spiegazione.

I bambini, quindi, tentano di spiegare le cose che gli capitano, che provano. Non sempre ci riescono e a volte capita che la spiegazione più semplice sia il senso di colpa.

Attenzione: non sto parlando di un senso di colpa strutturale o frutto di una identificazione proiettiva che abbia bisogno di trasferire sulla colpa un malcelato bisogno di controllo, magari aggressivo.

Sto parlando di qualcosa che può nascere, per esempio, dal parlare al passato. È capitato di parlare con Paola di cose che avevamo fatto in passato, anzi, che "facevamo" in passato. È capitato e Samu, sentendoci, abbia maturato una conclusione: "Facevano, ora non fanno più. Non lo fanno più da quando sono nato, è colpa mia".

Piccolo, piccolino, scricciolo di fronte alla vita. Era una sera strana, si sentiva inquieto e non sapeva perché, chissà da quanto teneva dentro questi brutti pensieri. Chissà, dove la sua fantasia l'aveva portato. Poi con precisione chirurgica e tempismo teatrale ha trovato l'istante e le modalità adatte per condividere la sua paura.

Affinché il semplice senso di colpa - che in molti casi è addirittura soldatino al servizio della civiltà - non finisca per diventare sentimento di colpa, strutturato e duraturo, è necessario decespugliare queste erbacce.

A volte basta una leggerezza per ferire chi si ama, so che è vero per gli adulti, ci voleva la fantasia di un seienne a ricordarmi che lo è ancor di più per uno scricciolo.

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