martedì 24 marzo 2015

Spiegare l'ISIS a mio figlio

Inutile proteggerlo, le gesta dell'ISIS sono nell'aria. Ne legge sui giornali, ne sente parlare alla radio, ne discute con i suoi compagni di classe. E ha paura, una paura fottuta.

Poco importa se personalmente credo che l'ISIS sia più un prodotto in stile CIA che un fenomeno islamico, poco importa se bisognerebbe forse imparare a chiamarlo QSIS e non ISIS, poco importa perché ho per casa un esserino che chiede aiuto e non politica.

Ha paura di rimanere solo, paura di morire uscendo di casa, paura un po' di tutto: "Papà ma i terroristi arriveranno mai qui da noi?".

7 anni (da compiere fra qualche mese) è l'età giusta per interrogarsi sul mondo e rappresentarlo. Non sempre la rappresentazione aiuta a gestire la realtà, in questo caso la realtà lo sovrasta.

Domande, domande, domande che sono richiesta di rassicurazione. Io che lo faccio parlare, lo stimolo, lo spingo a lasciar andare le lacrime quando sono sulla soglia dello sguardo. Io che rispondo, che la metto sul ridere, che gli racconto aneddoti dissacranti su quei coglioni dei terroristi quando mi accorgo che l'unico sistema per padroneggiare la paura è l'ironia.

7 anni è l'età giusta per essere impressionati e avere paura.

Io non ho paura, sono consapevole dei pericoli ma non ho paura. So di non trasmettere a Samuele paura, mi rendo però conto - ora come non mai - di cosa sia esattamente educazione: guidare, dare strumenti, appoggiare il cambiamento. Mi rendo conto che ciò che posso fare io non vale niente se anche lui non compie i suoi passi. Per quanto mi riguarda parto dal corpo, dagli abbracci, dal farlo sentire protetto, di fronte alle domande debbo poi rispondere e qui mi accorgo che, nonostante strategie e tattiche fantasiose, c'è uno step finale che deve compiere da solo; uno scatto che solo lui in squisita autonomia può fare. Superare la paura o imparare a "gestirla"? Forse la seconda.

È capace di ragionamenti fini e non posso abbozzare risposte incomplete o non corroborate da argomentazioni e logica, ecco perché ho deciso di spiegargli che la paura è anche amica. È amica perché ci mette in guardia dai pericoli ma è amica anche perché spesso la soluzione alla paura è bella: la sua paura di star da solo porta alla soluzione di stare di più con noi, porta cioè una soluzione che è bella. Abbiamo parlato a lungo di queste cose, sinceramente pensavo di avere esagerato con la complessità. Eppure un paio di giorni dopo Samu è venuto a dirmi che aveva spiegato ai suoi compagni che la paura "Anche se fa paura" può essere amica, e che questo aveva tranquillizzato i più agitati. Miracoli dell'esser piccoli.

La paura poi, noi genitori lo sappiamo, trova semplicemente dei simboli per realizzare un corto circuito: il terrorismo è un buon simbolo per scatenare la paura. Altra cosa a margine: con le manifestazioni della paura i bambini sanno anche giocare per ottenere cose e favori.

Se tutto origina da una paura primordiale, le situazioni in cui il controllo sulla realtà è minimo (si pensi al buio) e i simboli usati sono da manuale del film horror (lame, fuoco, boia incappucciati, attacchi improvvisi...) sono quelle che generano maggior paura in assoluto. C'è una risonanza atavica fra paura e certe rappresentazioni, quasi archetipiche, del male. Eh sì, il male, quello che mio figlio mi chiede è anche il perché ci siano persone così cattive, perché l'uomo possa essere malvagio.

Il terrosirmo parte (lo illustra con lucidità Mario Papadia) da un mito, una doppia credenza:
1) essere portatori di un diritto assoluto e non essere nelle condizioni di esercitarlo a causa di un avversario più forte e non disposto a dialogare
2) sostenere che la paura sia il mezzo migliore per (ab)battere l'avversario.

Quest'armamentario assiomatico è il recinto mentale e cognitivo entro cui si sviluppano narrazioni, deliri e ideologie. Al solito, il meccanismo è ingroup vs outgroup: una rappresentazione così manicheisica della realtà è l'humus ideale per sviluppare sentimenti di ostilità verso gli altri. Questo è da una parte il meccanismo della propaganda, dall'altra rappresenta per noi il rischio di categorizzare un generico e omnicomprensivo "nemico musulmano".

Terrorismo? Un adulto può  rispondere con la parola "complessità" perché disarmare il manicheismo è arma letale. Malvagità? Un adulto può parlare di "altruismo", "condivisione".

Il terrorismo e i bambini? Nel caso del terrore mediatico dell'ISIS i nostri figli non ricadono nella fattispecie del disordine da stress post-traumantico tanto caro ai telefilm, siamo però in un territorio delicatissimo, una sfera sensibile per cui è bene essere attenti, disponibili, coccolosi e soprattutto creativi. L'espressione artistica, il gioco, la narrazione creativa, la musica, le fiabe, sono al momento gli strumenti più potenti per consentire ai bambini quello step, quel famoso passo in più che può portare un piccolo impaurito a diventare un "impavido prudente". Condivisione e riconoscimento delle emozioni sono il cemento che tiene uniti questi piccoli e che impedisce loro di andare in mille piccoli pezzi.

Un'ultima cosa: il lessico è importante, le parole hanno una loro gestalt e alcune di esse pesano così tanto da cambiare gli equilibri percettivi di qualsiasi discorso. Il mio esercizio è stato (anche) parlare a lungo (so che i miei post son tutto tranne che brevi) di paura e terrorismo senza usare mai la parola morte (così faccio con lui). Io e lui parliamo spesso di morte, alla sua età è normale volerne parlare, La parola morte è definitiva, non solo per il concetto che esprime ma anche per quella "T" finale che chiude suono e discorso. Parlare di morte - in questi casi - significa peggiorare.

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