venerdì 25 settembre 2015

Istruzioni per un’amigdala felice (e un mondo migliore)

La prima volta – ero molto piccolo – che ho visto da vicino una persona con la pelle nera, l'ho anche toccato. All'epoca andavo in chiesa e al paesetto (dove poi sono tornato e dove ora abitiamo felicemente) il prete aveva portato un altro prete per la messa di Natale. Io e i mie amici facevamo i chierichetti. Si era a metà anni Settanta e vedere un "nero" in lucchesia era una cosa più o meno strabiliante, al paesetto poi…

Il prete, persona schietta, fu evidentemente molto moderno, lungimirante, dimostrando – lo posso dire a posteriori – quell'apertura verso il mondo che solo un credo autentico sa generare nelle persone. Nondimeno i "credo" farlocchi generano chiusura.
Ebbene, durante la messa, allo scambio della pace il "prete nero" venne da tutti noi a stringerci la mano. Appena fatto mi venne spontaneo guardarmi il palmo, per vedere se questo contatto mi avesse lasciato un po' di nero: la mia mano era esattamente dello stesso, identico colore di qualche secondo prima.

Alcuni anni dopo avrei avuto come compagno di classe e grande amico un bambino con la pelle marroncina, una persona che per me è sempre stata "Flavio" e mai l'etiope scappato dalle angustie del suo paese. All'epoca non si pensava che gli italiani potessero essere razzisti, anche perché – bella forza! – non c'erano grosse possibilità di convivenza col diverso. All'epoca il diverso era il meridionale emigrato a Torino o a Milano, fenomeni su cui è stata spesa un bel po' di letteratura psico-sociale.

Mio figlio non mi ha mai parlato di persone in termini di colore della pelle, per lui le diversità sono altre, per lui è ostico il confronto con chi parla in un modo che non riesce a comprendere; indipendentemente da pelle o nazionalità l'esprimersi in modi oscuri gli mette un po' di timore.
Eppure discriminare il diverso è parte di noi, se non individualmente, quantomeno a livello di collettività. Ma lo è anche dentro ognuno di noi. È che c'è chi si ferma e chi va avanti, e chi si ferma rimane – diciamolo con franchezza – un razzista di merda.

Nel 2006 Harris e Fiske pubblicarono una ricerca-shock attorno a cui si è poi solidificato il concetto di "deumanizzazione". I due studiosi rilevarono che la semplice vista di persone appartenenti a gruppi ritenuti inferiori  disgustosi, attiva le aree cerebrali coinvolte nella percezione di oggetti spiacevoli, aree differenti rispetto a quelle che si attivano alla vista degli esseri umani. Se vedere persone attiva in prevalenza la corteccia mediale prefrontale,  i soggetti "out" attivano principalmente insula e amigdala (associate a emozioni negative quali il disgusto), rivelando che la percezione di individui sgradevoli viene elaborata, processata alla stregua della percezione di semplici oggetti. È un quadro agghiacciante.

Gli studi di Susan Fiske avevano già portato all'elaborazione della scala di classificazione nota come StereotypeContent Model (SCM),  in cui si classificano le opinioni (sarebbe meglio dire "atteggiamenti") verso i gruppi sociali secondo parametri quali "competenza" e "gradevolezza, calore umano". L'SCM rielabora una serie di studi del 1997 in cui Phalet e Poppe individuano proprio in queste due dimensioni gli asset portanti degli stereotipi nazionali e interetnici.  Susan Fiske studiò il suo modello nella società statunitense (evidenziandone le peculiarità culturali e quindi i limiti) e fornì questi risultati: "Un gruppo sociale può essere considerato (a livello di stereotipo) competente e gradevole (es. business man, atleti) a cui si associa un sentimento d'orgoglio; poco competente, ma gradevole (es. casalinghe, persone anziane, disabili) a cui si associano sentimenti di pietà e compassione; competente, ma non gradevole (es. donne in carriera, asiatici, ebrei) a cui si associa un mix di risentimento, ammirazione e invidia; né competente né gradevole (es. rom, drogati, omosessuali) a cui si associa una sensazione di disgusto".

Nonostante la circoscrizione geo-culturale, questi studi risuonano nella pancia di ognuno di noi come campanelli che squillano al riconoscere qualcosa di familiare. Essere consapevoli del razzismo che c'è in ognuno di noi deve però portarci non a giustificare ma a superare queste derive. Anche perché i metodi ci sono!

Poco tempo dopo sono ancora la Harris e la Fiske a suggerire un buon metodo per riportare la percezione dell'altro, anche quando sia ritenuto sgradevole, nei termini di umanità: "Se a chi osserva foto di gruppi collocati a livelli infimi della scala sociale si dà il compito di inferire un aspetto, anche banale, dell'attività mentale dei loro componenti ad esempio le preferenze per certi vegetali, si elimina l'attivazione dell'amigdala e si riattiva l'area della corteccia mediale prefrontale" [A. Palmonari – F. Emiliani].

Eco quindi che il solo pensare al diverso in termini di qualcuno che ha una mente e che ha comportamenti umani fa scattare qualcosa che – forse impropriamente – si può definire empatia e che riporta il modo in cui queste persone sono percepite nei canoni di umanità. A pensarci bene il pensiero razzistoide parla sempre degli "altri" in termini o di differenze ("Hanno abitudini selvagge") o di generalizzazioni di massa che non contemplano i soggetti in quanto tali ("Gli arabi sono sporchi") o definisce in base al proprio gruppo ("Ci rubano il lavoro"). Fuori da ogni empatia.

Come crescere mio figlio in un humus in cui le persone non sono persone ma sono definite da tv, radio e giornali "migranti", "extracomunitari", "rifugiati", "profughi", "zingari"? Come evitare che questo divenga una forgia che plasma la sua visione del mondo? Difficile. Difficile ma certamente possibile e forse a dire il vero nemmeno troppo difficile.

Io e Samu parliamo, parliamo e parliamo. Riconosco in lui il bisogno di definire sé stesso anche in base alle differenze rispetto agli altri. Lui si percepisce in funzione di quelli che ritiene i suoi pregi: leggere e scrivere bene, essere alto e magro. Comprendo come considerare "un po' meno" chi legge e scrive male e chi è cicciottello non sia discriminazione ma semplicemente il tentativo di dare un volto alla propria identità. Comprendo però che in questa fase si determina la futura "salute" dell'amigdala. Uno studio USA evidenzia come nei bambini fino ai 14 anni le persone siano percepite come persone e come solo da questa età in poi si abbiano reazioni come quelle dette prima. È come se il razzismo si apprendesse e germinasse di botto in un'età in cui si è insicuri. Ebbene, penso che coltivare adesso, a 7 anni, un'amigdala felice, sia necessario per evitare la fascinazione di idee demenziali a 14 anni.

È anche per questo che voglio esserci con lui, accanto a lui quando elabora, classifica, giudica. Perché parlarne e riportare tutto in termini di umanità è ginnastica di benessere amigdalico, è fondare quella nuova umanità di cui tanto abbiamo bisogno per sentirci persone fra persone, semplici bipedi umani fra altri bipedi umani. Personalmente credo sia importante fare tutto questo anche verso i nostri fratelli animali.

O forse è anche quel "toccare con la mano", quell'esperienza che da sola e senza ideologie, fonda la verità più autentica in ciascuno di noi. Se ripenso a quella mano, che controllai per veder se fosse "annerita", capisco quanto lungimirante sia stato quel prete di campagna a cui devo almeno un po', la gioia di sentirmi umano fra umani diversi. Toccare con mano è ribaltare un mondo di cazzate. E va fatto. E ne va suscitata la voglia nei figli.

Leggo sul profilo di una persona che mi sta molto vicina: "Italiani si nasce, non si diventa". Razzisti purtroppo di diventa. Ma anche no, se si coltiva un'amigdala felice.
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