giovedì 15 marzo 2018

L'educazione selvatica nell'era del controllo: gli hipster sono la versione moderna delle scimmie di mare, liberiamocene

Li vedo, non capisco. E mi viene in mente qualcosa di vecchio. Mi vengono in mente quei microcani che la gente porta nelle borsette. Mi vengono in mente le scimmie di mare (alias i "virgolini"). E mi domando come condividere con mio figlio la bellezza di un'area lasciata a verde incolto. Eh sì perché la questione è tutta lì.

La moda hipster è la risposta a un'esigenza di integrare bisogni di appartenenza, immagine di sé e "anticonformismo conformista". L'hipster costruisce una rappresentazione di sé quale persona ricercata, originale e anticonformista ma lo fa seguendo mode e comportamenti di consumo; una contraddizione totale. Amen, se vuole essere il lato B, fintamente ribelle, del portare i risvoltini, son fatti suoi. C'è però dell'altro, c'è la barba e questo mi spaventa un po'.

Photo by iiii iiii
La barba si lega in maniera simbolica alla virilità (è testosterone, insomma), che a sua volta si lega alla forza, al dominio ma anche alla natura, al lato selvaggio. Bene, io ho un figlio che fra poco sarà animato da una natura selvatica che lo trasformerà da bambino a ragazzo e che dovrà misurarsi con un mondo di valori, riferimenti culturali e modi di sentire. E gli hipster mi fanno un po' paura.

In tutta franchezza la cura maniacale della barba - più ancora del fatto che gli hipster son tutti uguali - mi appare come il bisogno di controllare il proprio lato selvatico, bisogno che trascende la volontà di essere "civili" per sfociare nell'ansia di controllo. La moda stessa, il consumismo stesso depotenziano la vitalità della natura. La barba, se curata in maniera ossessiva, lascia trasparire la paura della natura selvaggia (come se lasciarsi andare potesse disgregare la personalità). Questo è un valore che, se si diffonderà ulteriormente, se diventerà ancor più sociale, rappresenterà l'ennesimo elemento di sclerotizzazione collettiva.

Controllare l'incontrollabile è ciò che si fa, per esempio, quando si rende la misurabilità il valore fondante della verità. Il modo in cui in Italia si dibatte dei vaccini (e nessuno mi toglie dalla testa che questo modo sia artefatto da un disegno superiore che nell'incomunicabilità della divisione manicheica in due fronti regna incontrastato) mette in luce, fra le altre cose, il bisogno di irregimentare un sistema complesso come la realtà in una serie di regole rassicuranti. Ma la realtà è un pochino più ampia delle regole e la salute è un concetto di cui ancora sappiamo troppo poco per arrogarci il diritto di emanare leggi universali.

Controllare l'incontrollabile è ciò che si faceva qualche anno fa quando la moda (l'ennesima) dei microcani prese piede: rendere goverabile, dipendente da sé e accettabile - per esempio - l'aggressività, con il risultato di depotenziare la bellezza della natura e perdersi l'anima di esseri straordinari quali i cani. Un cane che non può nemmeno camminare (lo si porta in borsa), a cui si pulisce il culo con le salviette, che diventa una sorta di ornamento, a quale bisogno psicologico risponde se non a quello di controllare tutto ciò che il cane simbolizza (gli istinti, i legami, la protezione)?

Vado a ritroso nella memoria e trovo un elemento esemplare di bisogno di controllo: le scimmie di mare (o "virgolini"). Nell'Italia dei primi anni Ottanta, dove tutto ciò che era "autocoscienza" veniva fatto passare per vecchio e ci si avviava a un decennio di "plastica", poter allevare in una bacinella d'acqua una comunità di esserini che "scherzano e giocano tra loro continuamente" e che "sono pieni di trovate" rispondeva forse al bisogno di mettere un freno a tutta quella natura che le generazioni precedenti avevano tentato di recuperare sotto le macerie delle cosiddette sovrastrutture. Le scimmie di mare erano il lato selvatico prêt-à-porter: uova in bustina da mettere in acqua, uova che facevano nascere esserini pubblicizzati come piccoli umanoidi con i comportamenti delle persone reali, la cui vita però si esauriva in una bolla di vetro. Non è un po' la stessa cosa con gli hipster?

Ecco, se i comportamenti rispondono a bisogni, io credo che sia importante concentrarsi sui bisogni giusti. Non c'è bisogno di controllo, c'è la necessità di integrare il selvatico in sé; non c'è bisogno di addomesticare, c'è bisogno di conoscere, riconoscere e gestire gli istinti; non c'è bisogno di rendere presentabile, c'è bisogno di lavorare sui propri gusti per apprezzare la natura per ciò che è; non c'è bisogno di anticonformismo conformista e modaiolo, c'è bisogno di scavare a fondo per conoscere la propria anima. E ancora: non c'è bisogno di conformità, c'è bisogno di pensieri difformi.

Per questo credo che serva un'educazione che sia una vera guida, una vera scoperta, una reale avventura capace di mettere in relazione "civile" e selvatico e liberare le parti profonde delle persone, quelle che - guarda caso - sono un grosso vaffanculo alle logiche del consumo. Per questo accanto alla cura e all'ordine, nella vita con il mio piccolo c'è il bosco, l'incolto, il naturale, il selvatico. Per questo accanto alla simmetria c'è l'irregolarità, per questo accanto alle mode c'è la scoperta non regimentabile delle emozioni.

E visto che tutto risponde a un bisogno, questo post a quale bisogno risponde? Risponde al bisogno di urlare, risponde al bisogno di affermare una diversità reale, risponde al bisogno di far risonare le corde di persone che sentono la questione allo stesso modo, risponde al bisogno di raccogliere forze e idee per fare qualcosa di sensato per mio figlio.

E se qualche hispter si sentirà un po' troppo giudicato non potrò che rispondere, alzando la cresta e ridendo, con le parole di un cantante che non amo quasi per niente ma che in questo caso capita a fagiolo: "Sono stato punk prima di te, sono stato più cattivo io".

venerdì 2 marzo 2018

L'unico "bianco"

Photo by Joey Yu
I miei vicini di casa sono "neri", hanno un colore della pelle diverso dal mio, che pure ho origini in parte extracomunitarie, sudamericane per la precisione. Sono i vicini migliori che possa desiderare, tranquilli, sorridenti, discreti.

Qualche giorno fa era il compleanno del loro primogenito e siamo stati invitati. Scena inusuale ma... eravamo gli unici "bianchi". Avevano invitato la rete di amici connazionali e noi. È stato bellissimo, bellissimo sentirsi diversi, non condividere la lingua madre, starsene in disparte in attesa che il più scavezzacollo fra i bambini "neri" - una simpaticissima peste - facesse ridere tutti e fungesse da raccordo fra "noi" e "loro".

Ecco è stato bello poter provare, anche se per poco, quello che "loro" probabilmente vivono ogni santo giorno. Mio figlio era l'unico bambino "bianco". Dopo, a casa, ne abbiamo parlato. Ripensando a quei momenti iniziali di straniamento abbiamo constatato come la "loro" vita possa essere dura e ingrata.

Poter comprendere come si sentono gli altri, l'empatia, è qualcosa che non è poi così comune...

Una ricerca interessante l'ha compiuta qualche anno fa un gruppo di ragazzi italiani capitanati da Alessio Avenanti, giovane e davvero brillante psicologo dell'Università di Bologna. L'esperimento mostrava aghi conficcati nelle mani di persone con la pelle uguale a quella dei soggetti sperimentali e di persone con la pelle diversa. Un test di controllo mostrava una mano di colore viola infilzata dagli stessi aghi. Ebbene, le persone con pregiudizi hanno dimostrato attraverso la stimolazione magnetica transcranica, di provare (empaticamente) meno dolore di fronte alle mani degli "altri" che venivano infilzate. Sì, quando si è razzisti è proprio il cervello a funzionare in maniera diversa; tanto più se si pensa che alla vista della mano viola, il dolore veniva percepito (empaticamente) da tutti.

Educare all'empatia diventa quindi letteralmente vitale. Sentirsi diversi ogni tanto può aiutare a essere persone migliori.

Grazie piccolo L, il regalo, per il tuo compleanno, l'hai fatto tu a noi!

lunedì 26 febbraio 2018

Manifesto per una generazione di genitori fallimentari

Photo by Janko Ferlič
Se vogliamo che sia normale - come ormai lo è - vedere padri e madri che sbandierano al vento le serate bimbo-free, non per  riaffermare una sano e dovuto essere coppia (e nel caso non sarebbero serate "bimbo-free", casomai "solo noi due") ma per liberarsi dal peso dei figli; se abbiamo bisogno del baby monitor per controllare, controllare e controllare, non facendo fede ai sensi o all'istinto, purché i figli siano in un'altra stanza e non fra le palle; se alleviamo il tempo libero a suon di consolle, cellulari e Maria De Filippi, messi lì per evitare di annoiarsi e scongiurare la fatica di mettersi in gioco (leggi: "Mettersi a giocare assieme"); se diventa normale che nei ristoranti, in vacanza, sul traghetto e anche al supermercato ci sia il baby parking, progetto emblematico di una società alienata, perché non abbia a incombere il pericolo di fare le cose assieme; se insistiamo nella logica demenziale del "perché sennò poi prende il vizio", a ergere muri fra noi e i bisogni dei nostri figli; se pensiamo alle cose che non possiamo fare ora che c'è la prole, beh, allora siamo genitori fallimentari e condanniamo il mondo intero all'aridità.

Se invece sbagliamo ma riusciamo a capire, con umiltà, gli errori; se ci lasciamo andare all'incanto di una vita che cresce, ci guarda, si distacca per camminare da sola, ritorna per amarci, riparte per viaggiare più lontano; se siamo in grado di trovare la magia in 4 tappi e un tubo di cartone; se nonostante la precarietà che ci affoga siamo in grado di concepire l'idea di riservare le energie migliori ai nostri figli e non allo stress del lavoro, o della mancanza di lavoro; se il tempo da passare insieme è pieno di niente, per riempirsi d'amore, e non riempito dal rumore; se sappiamo annoiarci; se sappiamo cogliere il dolore, fin dalla nascita, e il nostro dolore non diventa merce o medicina; se guardando qualsiasi cosa ci troviamo a sognare; se non abbiamo paura dell'emarginazione di fronte a una folla di persone troppo uguali fra loro; se siamo in grado di capire l'immensità di un abbraccio; se lottiamo per non far morire la nostra parte selvatica; se apriamo il cuore al caos, senza chiuderlo con i diktat dell'ordine, allora il mondo potrà essere un posto migliore per il semplice fatto che i nostri figli sono fortunati.

giovedì 19 novembre 2015

Viaggiare al buio, fra i colori (dalla cronaca di Lucca Comics & Games 2015)

Pubblico qui, sul blog, l'ultimo dei miei 4 contributi realizzati da redattore di Lucca Comics & Games 2015 perché esprime esattamente ciò che per me significa essere padri e ciò che significa essere figli.

Ultimo giorno e ultima esplorazione nel mondo del viaggio. C’è un viaggio speciale da raccontare oggi, quello di un figlio.

Se nei giorni scorsi abbiamo accennato a quanti siano i genitori che portano a Lucca i figli disabili, anche gravemente disabili, non possiamo non notare quanti siano anche mariti, fratelli, mogli e sorelle che viaggiano assieme ai propri familiari in carrozzina per le vie del centro, vie colorate e zeppe di una speciale follia sorridente.

Ecco appunto, colori, volti, sorrisi, segni. Il grande impatto di Lucca Comics and Games è visuale, cromaticamente maestoso, totalmente immaginifico. Il racconto di Lucca, fatto a chi non c’era, parte sempre dalla descrizione di cosa si è visto. Da vedere sono le tavole dei fumettisti, da vedere i film, da vedere i videogiochi, da vedere i cosplayers…

E se tutto questo non fosse possibile? Se non ci fosse niente da vedere, o meglio: se non si potesse vedere niente? Ebbene, questa Lucca Comics and Games esiste e l’abbiamo incontrata oggi. L’abbiamo incontrata e l’abbiamo seguita, anche noi senza farci vedere.

Il viaggio di un figlio dicevamo, un figlio che ha accompagnato il padre non vedente (o si è fatto accompagnare da lui; sarebbe da dire che dipende dai punti di vista ma anche la deriva linguistica non ci aiuta in questo caso…) nel regno dei colori e delle cose da vedere. Un figlio e un padre, un padre e un figlio, così, fra uomini, perché fra uomini è diverso; fra uomini è fra uomini, solo padri e figli maschi possono capire. Chi accompagna chi? Non importa, ciò che conta è essere fra uomini in un’avventura da raccontare, un viaggio che cementa il legame, un’esperienza.

Un figlio che tiene per il braccio suo padre, un figlio le cui parole sono la descrizione dei colori, delle fogge, delle moltitudini visive; un figlio timido e premuroso, con tutta la dolcezza del suo essere non più bambino ma non ancora uomo, un figlio le cui parole da adolescente sono la trasduzione – soprattutto nelle pause di imbarazzo e meraviglia, perché la traduzione riporta i significati ma la trasduzione riporta la forza – di un overload visivo da far paura.

Ecco, esiste una Lucca Comics and Games che è un viaggio sinestetico fra quattro sensi. Un viaggio che un eroe non vedente ha affrontato buttandosi senza paura nella folla più strabordante e invasiva, ridendo, ridendo per il fatto di essere lì. Un viaggio che non possiamo comprendere, che può comprendere solo chi non ha il dono della luce, un viaggio in un mondo fantastico raccontato, ascoltato e annusato. Un viaggio che ci riporta all’inizio di questo excursus fra i temi del movimento: un viaggio di due eroi.

Eroe il figlio, piccolo guerriero nel brulichìo di centomila persone. Eroe il papà, perché anche se un padre non vede o se non può fare quello che tanti altri padri fanno, un papà è sempre un eroe. Anzi, l’Eroe (con la E maiuscola) di suo figlio. Perché anche se un papà non ha luce, è sempre lui che illumina il viaggio.

Questa è Lucca, tutta da vedere ma soprattutto da vivere perché in fin dei conti, come ha detto una volta un’anima ricolma di follia gioiosa, l’essenziale è invisibile agli occhi.

venerdì 25 settembre 2015

Istruzioni per un’amigdala felice (e un mondo migliore)

La prima volta – ero molto piccolo – che ho visto da vicino una persona con la pelle nera, l'ho anche toccato. All'epoca andavo in chiesa e al paesetto (dove poi sono tornato e dove ora abitiamo felicemente) il prete aveva portato un altro prete per la messa di Natale. Io e i mie amici facevamo i chierichetti. Si era a metà anni Settanta e vedere un "nero" in lucchesia era una cosa più o meno strabiliante, al paesetto poi…

Il prete, persona schietta, fu evidentemente molto moderno, lungimirante, dimostrando – lo posso dire a posteriori – quell'apertura verso il mondo che solo un credo autentico sa generare nelle persone. Nondimeno i "credo" farlocchi generano chiusura.
Ebbene, durante la messa, allo scambio della pace il "prete nero" venne da tutti noi a stringerci la mano. Appena fatto mi venne spontaneo guardarmi il palmo, per vedere se questo contatto mi avesse lasciato un po' di nero: la mia mano era esattamente dello stesso, identico colore di qualche secondo prima.

Alcuni anni dopo avrei avuto come compagno di classe e grande amico un bambino con la pelle marroncina, una persona che per me è sempre stata "Flavio" e mai l'etiope scappato dalle angustie del suo paese. All'epoca non si pensava che gli italiani potessero essere razzisti, anche perché – bella forza! – non c'erano grosse possibilità di convivenza col diverso. All'epoca il diverso era il meridionale emigrato a Torino o a Milano, fenomeni su cui è stata spesa un bel po' di letteratura psico-sociale.

Mio figlio non mi ha mai parlato di persone in termini di colore della pelle, per lui le diversità sono altre, per lui è ostico il confronto con chi parla in un modo che non riesce a comprendere; indipendentemente da pelle o nazionalità l'esprimersi in modi oscuri gli mette un po' di timore.
Eppure discriminare il diverso è parte di noi, se non individualmente, quantomeno a livello di collettività. Ma lo è anche dentro ognuno di noi. È che c'è chi si ferma e chi va avanti, e chi si ferma rimane – diciamolo con franchezza – un razzista di merda.

Nel 2006 Harris e Fiske pubblicarono una ricerca-shock attorno a cui si è poi solidificato il concetto di "deumanizzazione". I due studiosi rilevarono che la semplice vista di persone appartenenti a gruppi ritenuti inferiori  disgustosi, attiva le aree cerebrali coinvolte nella percezione di oggetti spiacevoli, aree differenti rispetto a quelle che si attivano alla vista degli esseri umani. Se vedere persone attiva in prevalenza la corteccia mediale prefrontale,  i soggetti "out" attivano principalmente insula e amigdala (associate a emozioni negative quali il disgusto), rivelando che la percezione di individui sgradevoli viene elaborata, processata alla stregua della percezione di semplici oggetti. È un quadro agghiacciante.

Gli studi di Susan Fiske avevano già portato all'elaborazione della scala di classificazione nota come StereotypeContent Model (SCM),  in cui si classificano le opinioni (sarebbe meglio dire "atteggiamenti") verso i gruppi sociali secondo parametri quali "competenza" e "gradevolezza, calore umano". L'SCM rielabora una serie di studi del 1997 in cui Phalet e Poppe individuano proprio in queste due dimensioni gli asset portanti degli stereotipi nazionali e interetnici.  Susan Fiske studiò il suo modello nella società statunitense (evidenziandone le peculiarità culturali e quindi i limiti) e fornì questi risultati: "Un gruppo sociale può essere considerato (a livello di stereotipo) competente e gradevole (es. business man, atleti) a cui si associa un sentimento d'orgoglio; poco competente, ma gradevole (es. casalinghe, persone anziane, disabili) a cui si associano sentimenti di pietà e compassione; competente, ma non gradevole (es. donne in carriera, asiatici, ebrei) a cui si associa un mix di risentimento, ammirazione e invidia; né competente né gradevole (es. rom, drogati, omosessuali) a cui si associa una sensazione di disgusto".

Nonostante la circoscrizione geo-culturale, questi studi risuonano nella pancia di ognuno di noi come campanelli che squillano al riconoscere qualcosa di familiare. Essere consapevoli del razzismo che c'è in ognuno di noi deve però portarci non a giustificare ma a superare queste derive. Anche perché i metodi ci sono!

Poco tempo dopo sono ancora la Harris e la Fiske a suggerire un buon metodo per riportare la percezione dell'altro, anche quando sia ritenuto sgradevole, nei termini di umanità: "Se a chi osserva foto di gruppi collocati a livelli infimi della scala sociale si dà il compito di inferire un aspetto, anche banale, dell'attività mentale dei loro componenti ad esempio le preferenze per certi vegetali, si elimina l'attivazione dell'amigdala e si riattiva l'area della corteccia mediale prefrontale" [A. Palmonari – F. Emiliani].

Eco quindi che il solo pensare al diverso in termini di qualcuno che ha una mente e che ha comportamenti umani fa scattare qualcosa che – forse impropriamente – si può definire empatia e che riporta il modo in cui queste persone sono percepite nei canoni di umanità. A pensarci bene il pensiero razzistoide parla sempre degli "altri" in termini o di differenze ("Hanno abitudini selvagge") o di generalizzazioni di massa che non contemplano i soggetti in quanto tali ("Gli arabi sono sporchi") o definisce in base al proprio gruppo ("Ci rubano il lavoro"). Fuori da ogni empatia.

Come crescere mio figlio in un humus in cui le persone non sono persone ma sono definite da tv, radio e giornali "migranti", "extracomunitari", "rifugiati", "profughi", "zingari"? Come evitare che questo divenga una forgia che plasma la sua visione del mondo? Difficile. Difficile ma certamente possibile e forse a dire il vero nemmeno troppo difficile.

Io e Samu parliamo, parliamo e parliamo. Riconosco in lui il bisogno di definire sé stesso anche in base alle differenze rispetto agli altri. Lui si percepisce in funzione di quelli che ritiene i suoi pregi: leggere e scrivere bene, essere alto e magro. Comprendo come considerare "un po' meno" chi legge e scrive male e chi è cicciottello non sia discriminazione ma semplicemente il tentativo di dare un volto alla propria identità. Comprendo però che in questa fase si determina la futura "salute" dell'amigdala. Uno studio USA evidenzia come nei bambini fino ai 14 anni le persone siano percepite come persone e come solo da questa età in poi si abbiano reazioni come quelle dette prima. È come se il razzismo si apprendesse e germinasse di botto in un'età in cui si è insicuri. Ebbene, penso che coltivare adesso, a 7 anni, un'amigdala felice, sia necessario per evitare la fascinazione di idee demenziali a 14 anni.

È anche per questo che voglio esserci con lui, accanto a lui quando elabora, classifica, giudica. Perché parlarne e riportare tutto in termini di umanità è ginnastica di benessere amigdalico, è fondare quella nuova umanità di cui tanto abbiamo bisogno per sentirci persone fra persone, semplici bipedi umani fra altri bipedi umani. Personalmente credo sia importante fare tutto questo anche verso i nostri fratelli animali.

O forse è anche quel "toccare con la mano", quell'esperienza che da sola e senza ideologie, fonda la verità più autentica in ciascuno di noi. Se ripenso a quella mano, che controllai per veder se fosse "annerita", capisco quanto lungimirante sia stato quel prete di campagna a cui devo almeno un po', la gioia di sentirmi umano fra umani diversi. Toccare con mano è ribaltare un mondo di cazzate. E va fatto. E ne va suscitata la voglia nei figli.

Leggo sul profilo di una persona che mi sta molto vicina: "Italiani si nasce, non si diventa". Razzisti purtroppo di diventa. Ma anche no, se si coltiva un'amigdala felice.

lunedì 27 luglio 2015

Gli archetipi del padre

Negli altri papà guardo, rivedo a analizzo il mio comportamento, i miei stati d'animo. In questo periodo ho vicino, molto vicino a me, un neopapà. Osservandolo capisco meglio me stesso.

Guardo lui, guardo la creaturina, guardo me e guardo mio figlio. Vedo un viaggio, vedo il mio viaggio.

Siccome le cose ritornano, non posso non prendere ciò che adesso sta tornando nella mia vita: gli archetipi. Gli archetipi ritornano dopo oltre 20 anni, riemergono dai tempi dell'università e si impongono, oggi, nella mia visione della vita.

Il discorso sugli archetipi non può prescindere da Jung ma - come in tutte le cose - è necessario fare una scelta anche semplicemente per comunicare un punto di vista. La visione della Pearson ("L'eroe dentro di noi" – "Risvegliarel'eroe dentro di noi") è quella che mi è più congeniale e che credo più utile per essere condivisa. Comprendo bene come ad alcuno possa apparire una visione "romanzata" dell'universo archetipico ma la trovo utile e questo mi basta.

Definire l'archetipo

Dire cosa sia un archetipo non è facilissimo, il rischio è dare una definizione troppo vasta in cui tutto diventa archetipo; per contro, non essendo qui in campo accademico, il rischio è definire in maniera ipertecnica e poco comprensibile.

Jung subodorò che ci sono schemi che non paiono appresi dall'esperienza ma in qualche modo "ereditati". A donare l'eredità, secondo lui, un inconscio collettivo, condiviso da tutti. Cosa sono questi schemi? Sono concetti, comportamenti, reazioni,  paure, aspirazioni, per dirla con Carol S. Pearson stessa: "Paradigmi o metafore di controllo, schemi mentali invisibili che controllano il modo in cui sperimentiamo il mondo".

Forse la definizione più utile è proprio quella che rimanda alla metafora: gli archetipi sono metafore che sono ben presenti a tutti noi. Per descrivere sentimenti e comportamenti, paure e aspirazioni, è sempre possibile ricorrere a una metafora. Alcune di queste metafore sono archetipi.
Gli archetipi influenzano il modo di "sentire" e pensare, sono così portanti e profondi che vengono immediatamente riconosciuti e in qualche maniera "vibrano" dentro ognuno di noi.

Ogni archetipo possiede un antagonista (l'ombra).

"Consideriamo l'archetipo come una struttura di base, in forma simbolica, che contiene l'origine dei significati universali propri della specie umana. Possiamo, per semplicità, immaginarlo come un grande quadro ricco di forme, colori e immagini, dal quale attingiamo, inconsapevolmente, per costruire i significati che realizzano i nostri ruoli, comportamenti, paure, desideri. Il padre è un grande archetipo, come quello della madre, che contiene tante possibilità di significato, utilizzate in base alla storia personale e al particolare contesto culturale e storico del vissuto" [Carlo Cerracchio].

Archetipi e paternità

Se consideriamo valida la teoria degli archetipi, dobbiamo fare i conti con quelli che influenzano l'essere genitore, ed esserlo da maschio. La prima considerazione da fare è proprio quella relativa al fatto che ogni padre è anche un figlio e che come figlio ha una visione del proprio padre. Per dirla con Jung, ogni papà è un figlio che ha avuto come padre qualcuno che nella sua percezione è stato un  "uomo potente in forma di eroe, capotribù, mago, medico e santo, il signore degli uomini e degli spiriti, l'amico di Dio" (C.G. Jung – "Tipi psicologici").

Quando sono diventato papà - o forse già da prima, nel semplice desiderarlo – ho iniziato un viaggio che mi ha portato a fare riferimento alla mia esperienza. Avevo un modello, il mio papà, e da quello ho preso il via. Il modello della paternità ereditato da mio padre, proprio quello, sì perché penso di poter dire con certezza che al di là degli studi, della teoria, della supposta competenza, diventare padri è un qualcosa che trapassa l'anima a suon di esperienze, esperienze inaspettate ogni minuto. Qualcosa che ti muta, che ti obbliga a ridiscutere, ristrutturare e reinventare.

Ho iniziato il viaggio armato di mille concezioni teoriche ma le uniche armi concrete di cui disponevo erano fatte di esperienza, la mia esperienza di figlio. Poi è iniziata la realtà e... sì, mi sono scornato (e mi scorno) varie volte, fino a riuscire a costruire con mio figlio e il resto della famiglia, una mia strada, il mio modo di essere padre.

Ecco, rivedo in questo neopapà quello smarrimento dolcissimo che è il trovarsi al centro della scena della vita, comprendo bene che il modo in cui reagisce a questa solitudine è il suo carattere. Vedo però anche gli archetipi, gli schemi, le grandi figure metaforiche.

In psicologia  e in quei territori di confine in cui, per esempio, si muoveva Hillman, si parla del mito (archetipo) della "grande madre", una madre avvolgente, soccorrevole, protettiva, generatrice. Una vera e propria ideologia in cui dalla madre tutto promana e tutto dipende.  Un mito interessante ma con il limite di emarginare qualsiasi altra influenza, ambiente, padre, cultura, tradizioni con cui venga a contatto una persona.

Gli archetipi del padre-figlio

Diventare una persona autonoma, un adulto, è lungo, laborioso e difficile. Anche se è naturale. Un padre, in quanto figlio, può essere ancorato al mito dell'orfano (entriamo qui in "zona Pearson") che nella sua versione-ombra incolpa gli altri, che ha la paura patologica di essere sfruttato e di subire torti, che subisce con soffrendo.

Un padre può essere un figlio innocente oscurato da un'ombra che lo rende bisognoso di essere salvato e col terrore di essere abbandonato. Può essere un figlio folle totalmente privo di autocontrollo, sovrano che tende a essere tiranno e via dicendo. Intraprendere il viaggio della paternità è innanzitutto un atto che richiede responsabilità e che non può prescindere da un'analisi di chi si è.

Gli archetipi del padre

Quali sono i principali archetipi che animano la figura dei padri? Eccone alcuni, quelli che in qualche modo posso riconoscere in me e nelle persone che ho avuto modo di osservare.

Il padre-orfano

È un padre che ha subito un dolore e che è in grado di aiutare il proprio figlio nella ricerca di autonomia ma che può essere rancoroso, falso, negativo, lamentoso, aggressivo e perennemente  votato all'incolpare i figli.

Il padre-guerriero

È un padre assertivo che affronta le difficoltà ed è in grado di favorire disciplina, coraggio, senso della sfida e della realizzazione. Quando l'influenza è legata al guerriero-ombra, il padre può diventare bellicoso, bisognoso di combattere.

Il padre-angelo custode

È un padre altruista che si apre alla compassione che trasmette il valore della cura degli altri. Per contro può diventare un martire che controlla i figli facendoli sentire colpevoli.

Il padre-sovrano

È il padre che favorisce senso di responsabilità e autocontrollo ma quando è influenzato dall'ombra dell'archetipo è un tiranno malvagio che esercita il potere per avere il controllo assoluto. Può diventare quindi un padre che non tollera l'allegro caos della spensieratezza creativa.

Il padre-creatore

È un padre che spinge il figlio a definire la propria identità, ad accettarsi e a scrivere la propria storia nel mondo. Questo archetipo nella sua versione-ombra è ossessionato dal creare, definire scenari che però non trovano mai la via pratica dell'applicazione nella realtà.

Il padre-saggio

Trasmette la sapienza, insegna a giudicare con distacco e a cercare l'autenticità delle cose ma, se posseduto dall'ombra diventa un giudice freddo e cinico in grado di far sembrare il figlio sempre inadeguato.

Il padre-viandante

Un padre che stimola l'autonomia delle scelte e la ricerca del miglioramento, che incita all'esplorazione ma che può andare alla deriva diventando perfezionista sempre alla ricerca di un traguardo, perennemente insoddisfatto e mai tranquillo.

Nessuno è mai animato al 100% da un solo archetipo; per la loro natura gli archetipi coesistono gli uni con gli altri. Esperienze, fasi della vita, eventi, fanno prevalere un archetipo o un gruppo di archetipi.

Capire quali archetipi, anche fra quelli che sono indicati in questo post, agiscono in noi è un dovere irrinunciabile. Proseguire il viaggio con questa nuova consapevolezza è il piacere di crescere.

Maschile e femminile

In tutto questo ci sono due archetipi di fondo: il maschile e il femminile. Maschile e femminile non possono essere intesi con rigidità, sappiamo bene quanto ciò che è tipicamente femminile, per esempio, sia legato alla cultura o all'epoca.

C'è però la necessità di non tralasciare quella che è la funzione del padre, una relazione in grado di essere alternativa a quella "primaria" (che di norma è con la madre), una relazione che fornisce il "principio della realtà". La figura del padre è necessaria per permettere ai figli di differenziarsi dalla madre ed entrare definitivamente nel mondo. L'abbraccio di Ettore, come ricorda Luigi Zoia, è una bellissima metafora del ruolo del padre: Ettore abbraccia il figlio prima di andare in battaglia, lo abbraccia innalzandolo al cielo, al cospetto di Zeus, a simboleggiare che quell'abbraccio non contiene ma spinge, fa "volare" verso l'autonomia della propria vita.

I miei archetipi

Vedo questo papà, vorrei intervenire quando è in difficoltà ma mi freno perché è giusto che ognuno faccia la propria strada. Eh sì, la strada, il cammino... Parlare di archetipi usando una metafora che è un vero e proprio archetipo: il viaggio. Ganzo, vero?

Sì, il viaggio è un archetipo che riconosco in me, da padre-viandante, un padre che aspira a essere saggio ma che a volte è l'ombra del sovrano, del creatore, del guerriero.

Beh, buon viaggio a tutti i papà.

martedì 24 marzo 2015

Spiegare l'ISIS a mio figlio

Inutile proteggerlo, le gesta dell'ISIS sono nell'aria. Ne legge sui giornali, ne sente parlare alla radio, ne discute con i suoi compagni di classe. E ha paura, una paura fottuta.

Poco importa se personalmente credo che l'ISIS sia più un prodotto in stile CIA che un fenomeno islamico, poco importa se bisognerebbe forse imparare a chiamarlo QSIS e non ISIS, poco importa perché ho per casa un esserino che chiede aiuto e non politica.

Ha paura di rimanere solo, paura di morire uscendo di casa, paura un po' di tutto: "Papà ma i terroristi arriveranno mai qui da noi?".

7 anni (da compiere fra qualche mese) è l'età giusta per interrogarsi sul mondo e rappresentarlo. Non sempre la rappresentazione aiuta a gestire la realtà, in questo caso la realtà lo sovrasta.

Domande, domande, domande che sono richiesta di rassicurazione. Io che lo faccio parlare, lo stimolo, lo spingo a lasciar andare le lacrime quando sono sulla soglia dello sguardo. Io che rispondo, che la metto sul ridere, che gli racconto aneddoti dissacranti su quei coglioni dei terroristi quando mi accorgo che l'unico sistema per padroneggiare la paura è l'ironia.

7 anni è l'età giusta per essere impressionati e avere paura.

Io non ho paura, sono consapevole dei pericoli ma non ho paura. So di non trasmettere a Samuele paura, mi rendo però conto - ora come non mai - di cosa sia esattamente educazione: guidare, dare strumenti, appoggiare il cambiamento. Mi rendo conto che ciò che posso fare io non vale niente se anche lui non compie i suoi passi. Per quanto mi riguarda parto dal corpo, dagli abbracci, dal farlo sentire protetto, di fronte alle domande debbo poi rispondere e qui mi accorgo che, nonostante strategie e tattiche fantasiose, c'è uno step finale che deve compiere da solo; uno scatto che solo lui in squisita autonomia può fare. Superare la paura o imparare a "gestirla"? Forse la seconda.

È capace di ragionamenti fini e non posso abbozzare risposte incomplete o non corroborate da argomentazioni e logica, ecco perché ho deciso di spiegargli che la paura è anche amica. È amica perché ci mette in guardia dai pericoli ma è amica anche perché spesso la soluzione alla paura è bella: la sua paura di star da solo porta alla soluzione di stare di più con noi, porta cioè una soluzione che è bella. Abbiamo parlato a lungo di queste cose, sinceramente pensavo di avere esagerato con la complessità. Eppure un paio di giorni dopo Samu è venuto a dirmi che aveva spiegato ai suoi compagni che la paura "Anche se fa paura" può essere amica, e che questo aveva tranquillizzato i più agitati. Miracoli dell'esser piccoli.

La paura poi, noi genitori lo sappiamo, trova semplicemente dei simboli per realizzare un corto circuito: il terrorismo è un buon simbolo per scatenare la paura. Altra cosa a margine: con le manifestazioni della paura i bambini sanno anche giocare per ottenere cose e favori.

Se tutto origina da una paura primordiale, le situazioni in cui il controllo sulla realtà è minimo (si pensi al buio) e i simboli usati sono da manuale del film horror (lame, fuoco, boia incappucciati, attacchi improvvisi...) sono quelle che generano maggior paura in assoluto. C'è una risonanza atavica fra paura e certe rappresentazioni, quasi archetipiche, del male. Eh sì, il male, quello che mio figlio mi chiede è anche il perché ci siano persone così cattive, perché l'uomo possa essere malvagio.

Il terrosirmo parte (lo illustra con lucidità Mario Papadia) da un mito, una doppia credenza:
1) essere portatori di un diritto assoluto e non essere nelle condizioni di esercitarlo a causa di un avversario più forte e non disposto a dialogare
2) sostenere che la paura sia il mezzo migliore per (ab)battere l'avversario.

Quest'armamentario assiomatico è il recinto mentale e cognitivo entro cui si sviluppano narrazioni, deliri e ideologie. Al solito, il meccanismo è ingroup vs outgroup: una rappresentazione così manicheisica della realtà è l'humus ideale per sviluppare sentimenti di ostilità verso gli altri. Questo è da una parte il meccanismo della propaganda, dall'altra rappresenta per noi il rischio di categorizzare un generico e omnicomprensivo "nemico musulmano".

Terrorismo? Un adulto può  rispondere con la parola "complessità" perché disarmare il manicheismo è arma letale. Malvagità? Un adulto può parlare di "altruismo", "condivisione".

Il terrorismo e i bambini? Nel caso del terrore mediatico dell'ISIS i nostri figli non ricadono nella fattispecie del disordine da stress post-traumantico tanto caro ai telefilm, siamo però in un territorio delicatissimo, una sfera sensibile per cui è bene essere attenti, disponibili, coccolosi e soprattutto creativi. L'espressione artistica, il gioco, la narrazione creativa, la musica, le fiabe, sono al momento gli strumenti più potenti per consentire ai bambini quello step, quel famoso passo in più che può portare un piccolo impaurito a diventare un "impavido prudente". Condivisione e riconoscimento delle emozioni sono il cemento che tiene uniti questi piccoli e che impedisce loro di andare in mille piccoli pezzi.

Un'ultima cosa: il lessico è importante, le parole hanno una loro gestalt e alcune di esse pesano così tanto da cambiare gli equilibri percettivi di qualsiasi discorso. Il mio esercizio è stato (anche) parlare a lungo (so che i miei post son tutto tranne che brevi) di paura e terrorismo senza usare mai la parola morte (così faccio con lui). Io e lui parliamo spesso di morte, alla sua età è normale volerne parlare, La parola morte è definitiva, non solo per il concetto che esprime ma anche per quella "T" finale che chiude suono e discorso. Parlare di morte - in questi casi - significa peggiorare.
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