giovedì 15 marzo 2018

L'educazione selvatica nell'era del controllo: gli hipster sono la versione moderna delle scimmie di mare, liberiamocene

Li vedo, non capisco. E mi viene in mente qualcosa di vecchio. Mi vengono in mente quei microcani che la gente porta nelle borsette. Mi vengono in mente le scimmie di mare (alias i "virgolini"). E mi domando come condividere con mio figlio la bellezza di un'area lasciata a verde incolto. Eh sì perché la questione è tutta lì.

La moda hipster è la risposta a un'esigenza di integrare bisogni di appartenenza, immagine di sé e "anticonformismo conformista". L'hipster costruisce una rappresentazione di sé quale persona ricercata, originale e anticonformista ma lo fa seguendo mode e comportamenti di consumo; una contraddizione totale. Amen, se vuole essere il lato B, fintamente ribelle, del portare i risvoltini, son fatti suoi. C'è però dell'altro, c'è la barba e questo mi spaventa un po'.

Photo by iiii iiii
La barba si lega in maniera simbolica alla virilità (è testosterone, insomma), che a sua volta si lega alla forza, al dominio ma anche alla natura, al lato selvaggio. Bene, io ho un figlio che fra poco sarà animato da una natura selvatica che lo trasformerà da bambino a ragazzo e che dovrà misurarsi con un mondo di valori, riferimenti culturali e modi di sentire. E gli hipster mi fanno un po' paura.

In tutta franchezza la cura maniacale della barba - più ancora del fatto che gli hipster son tutti uguali - mi appare come il bisogno di controllare il proprio lato selvatico, bisogno che trascende la volontà di essere "civili" per sfociare nell'ansia di controllo. La moda stessa, il consumismo stesso depotenziano la vitalità della natura. La barba, se curata in maniera ossessiva, lascia trasparire la paura della natura selvaggia (come se lasciarsi andare potesse disgregare la personalità). Questo è un valore che, se si diffonderà ulteriormente, se diventerà ancor più sociale, rappresenterà l'ennesimo elemento di sclerotizzazione collettiva.

Controllare l'incontrollabile è ciò che si fa, per esempio, quando si rende la misurabilità il valore fondante della verità. Il modo in cui in Italia si dibatte dei vaccini (e nessuno mi toglie dalla testa che questo modo sia artefatto da un disegno superiore che nell'incomunicabilità della divisione manicheica in due fronti regna incontrastato) mette in luce, fra le altre cose, il bisogno di irregimentare un sistema complesso come la realtà in una serie di regole rassicuranti. Ma la realtà è un pochino più ampia delle regole e la salute è un concetto di cui ancora sappiamo troppo poco per arrogarci il diritto di emanare leggi universali.

Controllare l'incontrollabile è ciò che si faceva qualche anno fa quando la moda (l'ennesima) dei microcani prese piede: rendere goverabile, dipendente da sé e accettabile - per esempio - l'aggressività, con il risultato di depotenziare la bellezza della natura e perdersi l'anima di esseri straordinari quali i cani. Un cane che non può nemmeno camminare (lo si porta in borsa), a cui si pulisce il culo con le salviette, che diventa una sorta di ornamento, a quale bisogno psicologico risponde se non a quello di controllare tutto ciò che il cane simbolizza (gli istinti, i legami, la protezione)?

Vado a ritroso nella memoria e trovo un elemento esemplare di bisogno di controllo: le scimmie di mare (o "virgolini"). Nell'Italia dei primi anni Ottanta, dove tutto ciò che era "autocoscienza" veniva fatto passare per vecchio e ci si avviava a un decennio di "plastica", poter allevare in una bacinella d'acqua una comunità di esserini che "scherzano e giocano tra loro continuamente" e che "sono pieni di trovate" rispondeva forse al bisogno di mettere un freno a tutta quella natura che le generazioni precedenti avevano tentato di recuperare sotto le macerie delle cosiddette sovrastrutture. Le scimmie di mare erano il lato selvatico prêt-à-porter: uova in bustina da mettere in acqua, uova che facevano nascere esserini pubblicizzati come piccoli umanoidi con i comportamenti delle persone reali, la cui vita però si esauriva in una bolla di vetro. Non è un po' la stessa cosa con gli hipster?

Ecco, se i comportamenti rispondono a bisogni, io credo che sia importante concentrarsi sui bisogni giusti. Non c'è bisogno di controllo, c'è la necessità di integrare il selvatico in sé; non c'è bisogno di addomesticare, c'è bisogno di conoscere, riconoscere e gestire gli istinti; non c'è bisogno di rendere presentabile, c'è bisogno di lavorare sui propri gusti per apprezzare la natura per ciò che è; non c'è bisogno di anticonformismo conformista e modaiolo, c'è bisogno di scavare a fondo per conoscere la propria anima. E ancora: non c'è bisogno di conformità, c'è bisogno di pensieri difformi.

Per questo credo che serva un'educazione che sia una vera guida, una vera scoperta, una reale avventura capace di mettere in relazione "civile" e selvatico e liberare le parti profonde delle persone, quelle che - guarda caso - sono un grosso vaffanculo alle logiche del consumo. Per questo accanto alla cura e all'ordine, nella vita con il mio piccolo c'è il bosco, l'incolto, il naturale, il selvatico. Per questo accanto alla simmetria c'è l'irregolarità, per questo accanto alle mode c'è la scoperta non regimentabile delle emozioni.

E visto che tutto risponde a un bisogno, questo post a quale bisogno risponde? Risponde al bisogno di urlare, risponde al bisogno di affermare una diversità reale, risponde al bisogno di far risonare le corde di persone che sentono la questione allo stesso modo, risponde al bisogno di raccogliere forze e idee per fare qualcosa di sensato per mio figlio.

E se qualche hispter si sentirà un po' troppo giudicato non potrò che rispondere, alzando la cresta e ridendo, con le parole di un cantante che non amo quasi per niente ma che in questo caso capita a fagiolo: "Sono stato punk prima di te, sono stato più cattivo io".

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